IL MARXISMO DEI CACAGLI

Nota redazionale: Il testo del 1952  si basa innanzitutto sulla lettura ed esplicitazione del capitolo del  primo volume del Capitale, «Il carattere feticistico della merce e il suo segreto». L’argomento del capitolo è il mondo delle merci, la loro illusoria apparenza di naturalezza, e quindi la demistificazione del loro carattere feticistico. La critica marxista svela la dimensione storica della merce, la sua fondamentale e attuale correlazione con il modo di produzione capitalistico, ultimo testimone del mercantilismo (elemento non esclusivo del solo capitalismo).

”Marx si trovava in presenza di una tesi già stabilita dall’economia politica classica. Egli chiama così quella scuola che investigò apertamente la natura della nascente produzione capitalistica senza velarne alcun aspetto «in contrapposto all’economia volgare che si accontenta delle apparenze… e si limita a erigere pedantescamente in sistema  e a proclamare come verità eterne le più trite e fatue illusioni di cui gli agenti della produzione borghese amano popolare il loro mondo, il migliore dei mondi possibili». Scuola volgare ancora viva, a cui assegniamo i grandi economisti, tipo, Sombart e Keynes. Marx dunque accetta una tesi, una scoperta dell’economia classica: il valore di scambio di una merce è dato dal tempo di lavoro occorrente a produrla.

La scienza proletaria da un lato accetta questa verità, dall’altro dimostra che se la stessa contiene implicitamente la convinzione non espressa che finché mondo sarà mondo gli oggetti che gli uomini useranno a soddisfare i propri bisogni avranno carattere di merci, allora quella «scientifica verità» decade ad una arbitraria asserzione mistica, ad un feticcio,ossia ad una ingannevole panzana non diversa da quella che la scienza borghese derise (non le deride più tanto, ed era scontato anche questo fenomeno) nelle ideologie e credenze che precedettero la sua epoca”. 

Il testo del 1952 argomenta dunque contro l’idea che dipinge la forma merce come un dato ‘naturale, immodificabile, dell’esperienza umana.

”Seguiamo qualcuno dei suggestivi passi di Marx, dopo avere a nostra volta anticipato a fine didattico quello a cui lui voleva arrivare. Gli oggetti di consumo non sempre sono stati merci – oggi essi sono merci e quindi sono affetti da prezzo e valore di scambio che deriva dal tempo di lavoro umano in esse cristallizzato – ma non sempre essi resteranno merci: fatta l’analisi scientifica completa del modo industriale capitalistico di produzione, si induce non solo che non è necessario che tutte le cose che soddisfano i nostri bisogni di vita siano merci e vadano comprate al loro prezzo e valore, ma anzi che ad un certo momento esse non lo saranno più”.

Le merci, è prevedibile, ad un certo momento non saranno più merci, ma solo beni d’uso, socialmente fungibili all’interno di un altro tipo di società (senza classi di sfruttati e sfruttatori), e di economia, al servizio dei bisogni umani collettivi, e non più, come avviene adesso, al servizio degli interessi parassitari di una minoranza sociale borghese.

”Quindi già dalla prima elementare noi sappiamo che cosa questo enunciato significa «politicamente» (bene?). Significa: il modo di produzione capitalistico non è eterno e cadrà con la vittoria della classe lavoratrice. Esso sarà caduto allorquando non vi saranno più merci e valori di scambio ossia quando non vi sarà più trasmissione mercantile degli oggetti di consumo, e moneta circolante. Significa qualche cosa di più specifico: non può darsi in futuro un’economia che sia ancora mercantile e non più capitalistica. Vi sono state prima del capitalismo economie parzialmente mercantili, ma il capitalismo di esse è l’ultimo”.

Ripetiamolo: ”il modo di produzione capitalistico non è eterno e cadrà con la vittoria della classe lavoratrice”.

Questa è una previsione scientifica, e quindi in quanto tale condizionata: essa significa che solo se all’interno del conflitto di classe fra capitale e lavoro, i rapporti di forza si sposteranno a favore di quest’ultimo, e si manifesterà  ‘la vittoria della classe lavoratrice’ allora ilmodo di produzione capitalistico (che) non è eterno … cadrà.

 

 

 

 

IL MARXISMO DEI CACAGLI

Il disinfestamento a cui dedichiamo il novanta per cento della povera opera nostra non si completerà che in un avvenire lungo e continuerà molto dopo di noi: è quello che combatte l’epidemia di tutti i luoghi e di tutti i tempi, ovunque e ognora pericolosa, dei revisori, aggiornatori, contemplatori, innovatori.

Inutile e dannoso specificare o personalizzare, e cercare lontano o vicino il lanciatore delle bombe batteriologiche; si tratta di individuare il virus e applicarvi l’antibiotico, che cocciutamente ravvisiamo nella continuità della linea, nella fedeltà ai principi, nel preferire novecentonovantanove volte su mille la rimasticazione catechistica all’avventura della nuova scoperta scientifica – che richiede ali di aquila, e a cui si sente chiamata dal destino ogni zanzara.

Si inquietino pure i volatori frementi, che riportiamo frigidamente terra terra alla modesta altezza cui è dato a noi di levarci, a noi cui è vietato ogni eroismo e ogni romanzo, che ci atteniamo all’ironia al posto del lirismo e ci vediamo costretti a richiamare ogni tanto i troppo focosi: non fate i Fetonti!

Mentre quindi troppi hanno l’isterismo del calcolo sublime, noi li saggiamo all’altezza dell’abaco, e verifichiamo se sanno contare sulla punta delle dita.

Guai se quelli che credono di poter essere, come oggi si dice, i portavoce del movimento proletario di classe, e si illudono di esprimere la teoria rivoluzionaria, non hanno ancora digerito e assimilato lo svolto cruciale, al quale la nostra dottrina abbandonò quelle tradizionali.

Guai per tutti, ma soprattutto per i gruppi che vogliono porsi all’estrema sinistra del movimento, e impersonare la battaglia contro le sue degenerazioni. Troppo è stato facile, le migliaia di volte agli opportunisti e ai collaboratori colla classe nemica il diffamare la «sinistra» con la imputazione di illusionismo, di settarismo, di estremismo formale, di incomprensione della piena dialettica del marxismo.

La risposta e la difesa della sinistra internazionale consistette e consiste nel dimostrare che il ripudio di concessioni, transazioni e manovre non discende da una ricaduta nella mistica e nella metafisica di un semplicissimo bambino che, come le vecchie credenze religiose, apra tutte le porte con la chiave di una sola antitesi tra due opposti principi. Bene e male; bene per noi vale proletariato, male capitalismo: in ogni tempo, in ogni luogo, non serve altra bussola; il capitalismo, male assoluto, è sempre quello – sempre uno – sempre lo stesso. Il resto è fola! Lunghe battaglie conducemmo per mostrare che non così ragioniamo, e che «la dialettica della viva storia» ben la abbiamo sentita, smascherando il falso dell’opportunismo postleniniano, tracciando con sufficiente esattezza la linea del suo sicuro percorso di trenta anni, dall’ortodossia all’abiura.

Non ci smontarono di sicuro ricordandoci che ad ogni grande fase storica si mutano i termini dell’antitesi; che se secondo i credenti in tutte le mistiche il bene non può essere che figlio del bene, il male del male, perché cadrebbero altrimenti i valori eterni insiti nella luce dello spirito – secondo la nostra dottrina rivoluzionaria invece il comunismo è figlio del capitalismo e non poteva che da lui generarsi, e malgrado ciò, anzi proprio per ciò, deve combatterlo ed abbatterlo; che i tempi storici della svolta e del rovesciamento delle posizioni si pongono per effetto di condizioni e rapporti materiali – non mai per la vigile buffonesca volontà di omuncoli o gruppetti, autodesignatisi in risibile convinzione della propria importanza a controllare che non si sgarri.

IERI

Tardi ebbe diffusione in Italia il Manifesto dei Comunisti. Nella prefazione del 1 febbraio 1893 all’edizione italiana, Federico Engels aveva evidentemente presente la «comune opinione» che si trattasse di un paese e di un proletariato in ritardo. Opinione tanto comune e tenace, che niente po’ po’ di meno proprio mezzo secolo dopo sarebbe stato ancora «da fare» il secondo Risorgimento, il secondo 1848. Ed Engels si riattacca allora al 1848, per ricordare che quella rivoluzione, contemporanea al Manifesto, non fu socialista, ma preparò in Europa il terreno per la rivoluzione socialista.

Siamo ritornati lì a prendere due grandi verità che stanno all’altezza del due e due fanno quattro, e quattro e quattro fanno otto, ma che evidentemente bisogna ancora «assegnare». Eccole:

«Il Manifesto  rende piena giustizia all’azione rivoluzionaria che il capitalismo ebbe in passato – La prima nazione capitalista è stata l’Italia». Vediamo di masticare bene. La chiusura del medioevo feudale e l’aprirsi dell’era capitalista moderna Engels la pone al tempo – non di Walter Audisio – ma di Dante.

Più volte abbiamo detto che il Manifesto è una apologia della borghesia. E abbiamo aggiunto che oggi, dopo la seconda guerra mondiale, e dopo il ringhiottimento della rivoluzione russa, ne va scritta una seconda apologia. Non seguendo le filosofie dei valori – che proiettano nell’ideologia borghese l’implacabile economismo e tornacontismo propri della classe e dell’era – noi abbiamo bisogno di tessere l’apologia dell’imputato, per concludere che è tempo di dannarlo alla pena massima.

Per provare questo dovremmo riportare tutto il Manifesto. Ci limitiamo a far mandare a memoria nove parole: La borghesia ebbe nella storia un ufficio sommamente rivoluzionario.

Accenniamo a un passo avanti: la ragione essenziale per cui rapporti di produzione preborghesi erano in un dato senso statici quanto ad esigenza della classe dominante, e invece turbinosamente dinamici sono i rapporti di produzione borghesi, sta nella rottura dei. piccoli cerchi di soddisfazione dei bisogni, delle isole autarchiche di produzione-consumo. Eccone una delle tante enunciazioni, vecchia ma nuovissima: «Invece dei vecchi bisogni, soddisfatti dalla produzione locale (compitate! lo-ca-le) altri se ne manifestano, che richiedono per essere soddisfatti i prodotti dei paesi e dei climi più lontani».

Il Capitale di Carlo Marx (chi ha orrore dell’odor di muffa e di mummia surroghi nuovi alti testi) contiene un paragrafo, quarto del primo capitolo, che in una decina di pagine riassume tutta l’opera e la materia: tutta intendiamo quella scritta e non scritta da Marx, e tanto per far dispetto ai contocorrentisti dell’ultima letteratura in lancio, da scrivere ancora. Quel capitolo si intitola: «Il carattere feticistico della merce e il suo segreto». Per saperlo basta essere un manuale analfabeta. Ma all’intellettuale che voglia rendersene padrone basteranno una cinquantina d’anni di classi elementari.

Come ordine del giorno di un Parteitag, per cui si stillano il cranio quelli che vogliono dargli una base veramente politica (schiarirsi il gozzo), proporremmo: lettura ed applicazione, guardando fuori dalla finestra, del paragrafo 4 Cap. I.

Marx si trovava in presenza di una tesi già stabilita dall’economia politica classica. Egli chiama così quella scuola che investigò apertamente la natura della nascente produzione capitalistica senza velarne alcun aspetto «in contrapposto all’economia volgare che si accontenta delle apparenze… e si limita a erigere pedantescamente in sistema  e a proclamare come verità eterne le più trite e fatue illusioni di cui gli agenti della produzione borghese amano popolare il loro mondo, il migliore dei mondi possibili». Scuola volgare ancora viva, a cui assegniamo i grandi economisti, tipo, Sombart e Keynes. Marx dunque accetta una tesi, una scoperta dell’economia classica: il valore di scambio di una merce è dato dal tempo di lavoro occorrente a produrla.

La scienza proletaria da un lato accetta questa verità, dall’altro dimostra che se la stessa contiene implicitamente la convinzione non espressa che finché mondo sarà mondo gli oggetti che gli uomini useranno a soddisfare i propri bisogni avranno carattere di merci, allora quella «scientifica verità» decade ad una arbitraria asserzione mistica, ad un feticcio,ossia ad una ingannevole panzana non diversa da quella che la scienza borghese derise (non le deride più tanto, ed era scontato anche questo fenomeno) nelle ideologie e credenze che precedettero la sua epoca.

Seguiamo qualcuno dei suggestivi passi di Marx, dopo avere a nostra volta anticipato a fine didattico quello a cui lui voleva arrivare. Gli oggetti di consumo non sempre sono stati merci – oggi essi sono merci e quindi sono affetti da prezzo e valore di scambio che deriva dal tempo di lavoro umano in esse cristallizzato – ma non sempre essi resteranno merci: fatta l’analisi scientifica completa del modo industriale capitalistico di produzione, si induce non solo che non è necessario che tutte le cose che soddisfano i nostri bisogni di vita siano merci e vadano comprate al loro prezzo e valore, ma anzi che ad un certo momento esse non lo saranno più.

Quindi già dalla prima elementare noi sappiamo che cosa questo enunciato significa «politicamente» (bene?). Significa: il modo di produzione capitalistico non è eterno e cadrà con la vittoria della classe lavoratrice. Esso sarà caduto allorquando non vi saranno più merci e valori di scambio ossia quando non vi sarà più trasmissione mercantile degli oggetti di consumo, e moneta circolante.

Significa qualche cosa di più specifico: non può darsi in futuro un’economia che sia ancora mercantile e non più capitalistica. Vi sono state prima del capitalismo economie parzialmente mercantili, ma il capitalismo di esse è l’ultimo.

Misoneisti ostinati, mostriamo che questo, per chi sa leggere, era scritto.

Dispongo, poniamo, di una candela e ho bisogno di luce. Me ne servo e la accendo: la consumerò in alcune ore. Fin qui niente di mistico, né nella candela, né nella luce. «Il carattere mistico della merce non deriva dunque dal suo valore di uso (proprietà di far luce della candela) e neppure dal contenuto che ne determina il valore (tanti grammi di stearica)».

Dove è dunque, si chiede Marx, il carattere enigmatico che prende l’oggetto di consumo assumendo la forma di merce? Evidentemente in questa medesima forma. Non prendete per banale ciò che è profondo!

La forma valore, ossia il rapporto che si stabilisce tra la candela e le cinquanta lire che la paghiamo, non è un rapporto tra cose: stearina e sporca carta repubblicana; ma cela un rapporto sociale tra gli uomini che partecipano alla produzione. Il rapporto monetario mercantile sembra una semplice via per scambiare la candela che consumo, poniamo, con i cerini che produco, sembra un rapporto tra prodotti: in realtà è un rapporto tra produttori, un rapporto sociale; più ancora, un rapporto tra classi sociali. Qui è che Marx svela il mistero del «feticcio» merce.

«Tutto il segreto della forma mercantile consiste perciò semplicemente in questo, che le merci riflettono agli uomini il carattere sociale del loro lavoro come fosse (ma non è!) carattere obiettivo degli stessi prodotti del lavoro; e di conseguenza presentano (illusoriamente!) il rapporto sociale dei produttori con la collettività come se fosse un rapporto tra oggetti esistente all’infuori degli uomini. Per mezzo di questo qui pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose in effetti soprasensibili, ossia cose sociali».

Marx vuole meglio spiegare questo «gioco» per cui la innocente candela, a diversità del ramo secco divelto dall’albero e strofinato dall’uomo primitivo nel suo covo, diviene, assumendo un valore di scambio, espressione del rapporto di sfruttamento del padrone del candelificio sui suoi operai.

Egli fa un paragone colla stimolazione della retina, che ci appare come oggetto esistente fuori dell’occhio che lo vede. Ma la luce irradiata dall’oggetto e la stimolazione dell’occhio sono realtà fisiche, mentre la forma valore non ha nulla più di fisico, non consiste nella stearina, nella luce, o nella stimolazione del mio nervo ottico. «Si tratta di un rapporto sociale determinato reciprocamente fra gli uomini e che qui assume la forma fantasmagorica di un rapporto di cose tra loro». Perciò per trovare un’analogia a tale fenomeno «ci dobbiamo rifugiare nella regione nebulosa del mondo religioso».

Come nella mistica «i prodotti del cervello dell’uomo hanno l’aspetto di esseri  indipendenti», così «succede dei prodotti della mano dell’uomo nel mondo mercantile. TALE FETICISMO E’ INSEPARABILE DALLA PRODUZIONE MERCANTILE».

Marx non letterato ma combattente vede, ad ogni riga che scrive, davanti a sé l’avversario di classe. Egli non è un pensatore e non monologa, ma dialoga col suo nemico. Avete creduto, teorici della borghesia, salire l’ultimo gradino dello sviluppo sgombrando dalla mente dell’uomo i feticci delle credenze nelle divinità, che giustificavano l’autorità della classe cui succedete. Avete eretto un nuovo e più triste feticcio, che a sua volta getteremo giù dai vostri altari, i comptoirs, fuori dai vostri templi, le Borse.

«Tale forma acquisita e fissa – la forma moneta – del mondo mercantile, invece di palesare i caratteri sociali dei lavori individuali e i rapporti sociali dei produttori, li vela e li nasconde. Queste forme costituiscono appunto le categorie (concetti di base) dell’economia borghese. Esse sono socialmente valevoli, come obiettive forme mentali per esprimere i rapporti di produzione di questo tipo di produzione storicamente determinato, la produzione mercantile».

Poiché abbiamo chiesto a Carlo Marx di dimostrare la transitorietà delle forme mercantili, e di confermarci la connessa tesi: le forme mercantili apparvero ad una certa tappa della storia, e solo quando saranno scomparse saremo nella tappa comunista; egli con un solo colpo d’ala ci conduce da Robinson Crusoè alla società di domani. E’ il solito e classico nostro metodo: coi dati indiscussi del passato elaborare l’analisi dello sviluppo di domani. Quelli che avendo letto senza leggere dicono che Marx si tiene alla prudente scienza dei fatti contemporanei e scrive soltanto una fotografia del capitalismo del suo tempo (ergo, il fessacchiotto 1952 ne sa più di lui) si facciano detergere le cispose palpebre, e il comunismo attuato lo vedranno fin da pagina 47.

Poiché l’economia ama le robinsonate, partiamo di lì, dice Marx. Egli, Robinson, ha dei bisogni e li soddisfa con oggetti che si mette insieme: ha salvato calamaio, penna e mastro e se ne fa l’inventario ma… bott lì. Non ha partita doppia, non incassa né versa denaro: intorno a lui non sono merci di sorta.

Marx ci trasporta «dalla luminosa isola di Robinson nel tetro Medioevo europeo». La botta è per voi, liquidatori delle vergogne feudali a gloria della splendente odierna civiltà al neon. Voi capite solo che la luce viene dalla luce e la tenebra dalla tenebra: deum de deo, lumen de lumine. Noi riconosciamo necessario che si passasse dalla luce del primo generoso comunismo senza merci all’ombra della società feudale, e alla fogna puzzolente della civiltà borghese, per proceder oltre. E nulla per noi è feticcio, nemmeno l’odio al capitale.

Ebbene, nell’evo medio non vi sono ancora alla scala generale merci; il privilegio della classe dominante è tratto da prestazione personale di lavoro, onestamente visibile. La forma sociale del lavoro ne è anche la forma naturale, ossia la particolarità. Non, come nella forma mercantile, la generalità. Cerchiamo di capire. Io strinsi per te il torchio e tu berrai, sdraiato, il buon bicchiere. Meno ignobile che acquistare alla bottega da vino l’avvelenato liquido capitalista, aumentante il margine commerciale coll’aggiunta di acqua e colore.

Rapporti chiari, nella notte del medioevo. Impera la menzogna del prete! Ma «la decima da pagare al prete è più intelliggibile della benedizione del prete». Il trucco fetente del rapporto di schiavitù umana, presentato come equo rapporto tra cose scambiate, sarà proprio della successiva moderna epoca borghese.

Ora vi può essere attività umana a soddisfazione di bisogni vitali senza tale moderna menzogna, fuori del feticcio di mercato? Sì, dice Marx, e dà l’esempio in tre tempi: passato, presente, futuro.

Passato. Non ci interessa Robinson, figura del tutto astratta e usata a fini analogici. L’uomo per noi è la specie, non la persona: quello strano essere solo e sterile evidentemente non conosce che beni di consumo e non di scambio e non essendo nell’Eden, oltre allo svantaggio di fare a meno di Eva, si procaccia i beni utili col suo lavoro. Il nostro esempio passato sono le comunità primitive: tra il Manifesto e il Capitale la ricerca archeologica positiva ha assodato che non solo certi popoli, ma tutti, ebbero all’inizio un’organizzazione basata sul lavoro per tutti e la proprietà per nessuno. Questo è «il lavoro comune, ossia l’immediato lavoro associato, nella sua forma naturale primitiva, quale si presenta nella prima pagina della storia di tutti i popoli inciviliti».

Presente. Del lavoro in comunità «abbiamo un esempio vicinissimo a noi nella industria rurale e patriarcale di una famiglia di contadini che produce per i propri bisogni grano, bestiame, lino, tela, abiti ecc. ecc. Questi differenti oggetti si presentano alla famiglia come i diversi prodotti del suo lavoro e non come merci che si scambino reciprocamente. I differenti lavori… hanno già la forma di funzioni sociali, perché funzioni della famiglia, che ha la sua propria divisione del lavoro, non meno della produzione mercantile. Le condizioni naturali (stagione, età, sesso…) determinano distribuzione e durata del lavoro per ciascuno». Più volte abbiamo indicato che di queste isole di organizzazione autonoma ve ne sono non solo nei continenti arretrati ove il mercato mondiale non è penetrato, ma anche nei paesi borghesi: nel 1914 una signora calabrese grande proprietaria vantava di spendere un soldo all’anno per gli aghi, e di non comprare null’altro. Se non fossimo dialettici diremmo che in tali isole è il nostro ideale. Invece diciamo che è utile che al più presto siano tutte inghiottite, stiano in Calabria o in Turkmenistan, dal girone d’inferno del capitale mercantile.

Futuro. «Immaginiamo infine, per cambiare (il tono dimesso usato per tener lontana la maniera utopista non fa capire ai superficiali che si tratta del programma della rivoluzione sociale proletaria), un’associazione di uomini liberi (storicamente per noi libero è uguale a non salariato), che lavorino con mezzi comuni di produzione e che usino coscientemente le loro numerose forze individuali come una sola e identica forza di lavoro sociale. Il prodotto totale dei lavoratori associati è un prodotto sociale. Una parte di esso serve nuovamente come mezzo di produzione e rimane sociale; ma l’altra parte è comune e quindi deve ripartirsi fra tutti i componenti dell’associazione (attenti! Cercate la specificazione: in parti uguali: essa non c’è). Il modo di ripartizione varierà  secondo l’organismo produttore della società e il corrispondente grado di evoluzione storica dei produttori.»

Per ben stabilire che «questo stato di cose» (quale, o censori, quale o distratti? ma il comunismo! l’impossibile comunismo!) è la negazione della produzione mercantile, Marx fa il confronto immaginando uno dei modi di ripartizione, ossia che «la  parte accordata a ciascun produttore sia in proporzione del suo tempo di lavoro» (sarebbe lo stadio inferiore del comunismo, giusta la limpida illustrazione di Lenin basata sulla Critica al programma di Gotha, altra formidabile martellata sui chiodi base). Ebbene qui, nell’organizzazione comunista, «i rapporti sociali degli uomini nei loro lavori e con gli oggetti utili che consumano restano semplici e chiari, nella produzione e nella distribuzione».

La parte finale del paragrafo tratta delle ideologie che necessariamente rispecchiano i tre stadi: economie antiche premercantili – economie mercantili – organizzazione non mercantile o socialista.

Sono proprie del primo stadio barbaro e semibarbaro basato su condizioni di dispotismo e schiavitù, le vecchie religioni nazionali.

La società del mercato universale trova la sua appropriata religione nel cristianesimo, e soprattutto nel suo sviluppo borghese-riformato.

Solo nel terzo stadio comunistico la vita sociale strapperà il mistico velo che ne cela l’aspetto. Come altre volte citammo vi è il MA. «Ma ciò richiede una base materiale della società, un assieme di materiali condizioni di esistenza, che alla loro volta non sono che il risultato di un lungo e tormentoso sviluppo storico».

E Marx chiude colla finale derisione, e assimilazione alle panzane superstiziose, della «scienza di se stessa» di cui l’epoca borghese è capace.

Egli sceglie Bailey, noi potremmo scegliere Einaudi. Dice lo scienziato capitalista : «Il valore (ossia il valore di scambio) è una proprietà delle cose. La ricchezza (valore d’uso) è una proprietà dell’uomo». Così egli può scientificamente dedurre che vi saranno in eterno merci, e vi saranno in eterno ricchi (nell’accezione più imbecille: tutti gli uomini saranno ricchi).

Noi, che colla rivoluzione aboliremo le merci e i ricchi, per ora mostriamo a questi pretesi dotti che invece sono le cose ad avere la proprietà di utile uso per l’uomo, e che sono solo gli uomini e i loro rapporti attuali che hanno la proprietà mercantile, sicché il valore di scambio esprime un attributo degli uomini, quello di essere sfruttatore o sfruttato.

Più aggiornata e alla moda è la consultazione della scienza ufficiale, più essa conclude che i rapporti capitalistici sono insostituibili e “naturali”, più noi la consideriamo una integrale coglioneria. Il calibro di essa è pari a quello delle idiozie che la vis comica di Shakespeare mette in bocca al suo risibile personaggio Dogberry: «Essere un uomo ben fatto è un dono delle circostanze; ma saper leggere e scrivere è cosa che si viene dalla natura».

OGGI

Mentre la faccenda è tanto semplice (ma il semplice è di dura conquista, il complesso è alla portata di qualunque rigattiere della cultura) abbiamo chi viene a dire che occorre una «parola nuova». Per che occorre? Per spiegare la Russia e l’imbarazzo della costruzione marxista dato che ivi i mezzi di produzione non sono più proprietà privata, e frattanto vi è un capitalismo non diverso di un millimetro da quello degli occidentali! Tutta la vasta banda internazionale stalinista spiega a gran voce che vi è socialismo integrale. Tutta la non meno vasta banda capitalista spiega la stessa cosa ossia che vi è il comunismo, altro non essendo il comunismo che la dittatura centrale e statale su tutti i beni e tutti gli uomini (di cui si aborre nel delizioso mondo libero).

Cercatori di parole nuove, venite un poco al confronto di parole vecchie. Ho gran paura che invece di consentirvi di aprire il vostro istituto superiore di ricerca converrà rimettervi nella «class di asen».

Sarà vero che Demostene divenne il più grande oratore vincendo col rotolar sassetti in bocca la naturale balbuzie; ma noi diffidiamo assai dai cacagli del marxismo. Avrete capito che in dialetto meridionale cacaglio vuol dire balbuziente. Scandalo l’uso del dialetto? Per Stalin forse, che nega che la lingua nazionale sia un transeunte prodotto di classe. Invece il dialetto è più vicino talvolta alla manifestazione del pensiero della classe dominata. Dante sovrastò la rivoluzione in quanto i borghesi contrapposero il volgare toscano al latino del signori e dei prelati. In Russia gli aristocratici miagolavano francese, e i rivoluzionari proletari dissertavano in tedesco: Stalin ignorante di ambo le lingue bene esprime il fatto che uno dei caratteri della formazione del potere borghese è l’esaltazione della lingua nazionale.

Se comunque vi fa paura passar per terroni, ricordate che Stenterello gli è personaggio fiorentino. Risciacquatici così in Arno, torniamo in Moscova.

Per classificare la Russia nei tre stadi: premercantile, mercantile, o socialista, non è necessario avere esitazioni. Al tempo di Engels il primo stadio aveva ancora manifestazioni suggestive non solo nelle signorie asiatiche, ma nel mir, nella comunità rurale della Russia europea. Possibile saldare questo primo rudimentale comunismo di isole chiuse, al comunismo di tutta la società modernamente attrezzata? Engels, che era il grande e buon diplomatico della rivoluzione, presentando il Manifesto ai russi ricordò che Marx nel 1882 aveva detto: forse potrà essere un punto di partenza, se la rivoluzione russa antifeudale darà il segnale alla rivoluzione proletaria in occidente. Se così non è stato, o se il segnale non è bastato, la Russia doveva traversare lo stadio mercantile, lo sta attraversando. La rottura dell’impalcatura feudale zarista ha determinato questo risultato: travolgere tutte le isole chiuse in Europa Orientale e in Asia, mediante una accelerata industrializzazione del territorio arretrato, nell’onda inarrestabile del mercantilismo.

Risultato rivoluzionario. Marx ed Engels hanno sempre pensato che un secondo 1848 non più borghese ma proletario non sarebbe stato vittorioso fino a che in Russia vi era un potente esercito feudale. Questa situazione controrivoluzionaria dal 1917 è eliminata.

Essi e noi pensiamo che per poter svolgere la rivoluzione antifeudale in proletaria (linea di Lenin) in Russia, base indispensabile è la vittoria rivoluzionaria proletaria europea.

Nella situazione del 1952 la Russia non costruisce socialismo, ma capitalismo, come lo costruivano Germania, Austria, Italia dopo il 1848.

Inghilterra, America, Francia e altri paesi industriali oggi non costruiscono più capitalismo interno, ma conservano e difendono capitalismo mondiale. Le loro macchine statali lavorano solo in senso controrivoluzionario. Hanno le artiglierie puntate solo contro il futuro, non parte contro il passato e parte contro il futuro.

In questo scritto chiuderemo il punto sulla natura mercantile dell’organizzazione economica, svolgendo poi a fondo quello della dissoluzione delle isole chiuse nel mare unico del commercio generale, spiegando le conclusioni storiche del fatto che in dati paesi il processo è in atto, nel territorio di altri “non ci sono più isole economiche”. E dimostreremo che questa distinzione è nelle pagine di Marx, ove svolge la storia del trapasso dal lavoro parcellare al lavoro associato, necessaria base e della rivoluzione proletaria e della organizzazione sociale comunista.

E’ stato annunziato che tra due o tre anni la Russia potrebbe scambiare con altri paesi merci per un valore annuo di 40 miliardi, di rubli. In dollari sono 10 miliardi, in lire 6.300 miliardi.

La propaganda atlantica ha la pretesa di far credere che sono pure balle e che si spenderanno sì 40 miliardi, ma al solo scopo di fare effetto sugli elettori di Roccacannuccia perché eleggano il sindaco cominformista.

Noi vorremmo che gli scienziati dell’economia occidentale ci spiegassero come i capitani d’industria andati a Mosca possano tutti essere non, come dice romanticamente l’Unità, fidanzate alla finestra, ma fidanzate di Potemkine, ossia gente presa in fitto. E sarebbe meglio che discutessero altri fenomeni, come la decisione stalinista di Truman nel requisire l’industria siderurgica e nel fissare di Stato prezzi e salari dato che resta un margine utile sull’acciaio di 18 dollari a tonnellata – o come la fondazione da parte di capitalisti di una Società Finanziaria Internazionale per lo sviluppo economico col compito di resistere all’intervento dei governi negli affari.

Il presente svolgimento del capitalismo nel senso della pianificazione del profitto, non solo è scontato già dalla dottrina marxista, ma è tanto chiaro che in esso non vi è briciola di socialismo, in quanto per la dialetticamente opposta economia borghese questa politica dirigista è proprio «socialismo». Ad esempio per Vilfredo Pareto non si intende per socialismo quello che diciamo noi, ossia organizzazione senza mercato e senza azienda, si intende invece arbitrario intervento di elementi morali e legali nel naturale fatto economico (ma il marxismo sostiene invece l’opposto, ossia l’intervento del fatto economico nel forgiare l’artifizio legale e morale!). Comunque Pareto è coerente nel dire: i sistemi socialisti (come li intende lui) non differiscono dai vari sistemi protezionisti. Questi rappresentano, propriamente parlando, egli aggiunge, il socialismo degli imprenditori e dei capitalisti. Questo socialismo, visto da Pareto oltre mezzo secolo addietro, lo lasciamo volentieri a Truman, come a Stalin. Mai come oggi è stato chiaro che quello sovietico è il socialismo dei capitani d’industria. Ma in Russia li hanno aboliti! Ebbene, oggi li importano.

6.300 miliardi di lire sono una grandezza doppia dell’importazione della Gran Bretagna, sestupla di quella italiana, pari a quella americana. Equivalgono al lavoro di 26 milioni di operai; probabilmente di tutti o quasi i lavoratori russi già coinvolti nella produzione non di isole chiuse, certamente al lavoro di tutta una popolazione di un paese sviluppato con metà abitanti dell’URSS attuale. Se metà dello sforzo di lavoro di questo popolo non assorbito da consumi di tipo premercantile o asiatico pareggia nel suo prezzo sul mercato mondiale quello derivante dal lavoro nei paesi capitalistici, altro dato non ci occorre per definire capitalista l’economia russa.

E qual dubbio che si nuoti in pieno stadio mercantile, se la proiezione ideologica consiste in un completo dominio della religiosità popolare, incoraggiato e utilizzato dal pubblico potere?

Il dialogo di scambio tra la merce russa e il dollaro che la paga, tra la merce americana e il rublo che la paga, abbiamo appena bisogno di scioglierlo dal suo «carattere feticcio». Le cose non parlano, le merci non parlano, ma quel rapporto è in realtà rapporto di sfruttamento del salariato, là dove le merci, le une come le altre, sono prodotte.

Nulla dice che in questo momento lo scambio non sia in atto sensibilmente e palesemente. Lo scambio ha funzionato durante la guerra, dal 1941 al 1945, sotto diversa forma: armi e munizioni da occidente contro sforzo e lavoro industriale e «militare» di oriente. Oggi le rispettive industrie o svolgono l’accumulazione di capitale (fatto sociale anche in regime borghese) nel senso (di armarsi per una guerra imperialistica (Truman: motivazione di difesa nazionale alla requisizione degli stabilimenti e militarizzazione degli scioperanti) o nel senso della reciproca soddisfazione mercantile nello scambio internazionale.

 

* * *

 

Per dire sulla Russia una parola nuova non ci serve sapere se sul tavolino di Stalin servono caviale, e sulla panca dell’operaio pasticcio di miglio. Questo potrebbe essere compatibile con un comunismo di grado inferiore. In quello superiore daremo il caviale a tutti… e il miglio agli alunni bocciati che hanno il prurito di farla da professore.

A noi interessa chiederci se avendo in tasca rubli possiamo avere quel caviale e quel miglio. E se lo possiamo avendo dollari o avendo lire italiche, fatto il calcolo del cambio.

Dopo di ciò non ha più per noi segreti il carattere feticcio del caviale e del miglio; e quello fessissimo delle parole nuove.

 

Battaglia comunista, n. 8,  17 -30 aprile 1952

 

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