Europa capitalistica

Europa capitalistica

Per l’attuale ricerca abbiamo utilizzato come introduzione la nota redazionale, scritta nel marzo 2016, a commento di un articolo dal titolo ‘Il mito dell’europa unita”, decisamente attinente ai temi che tratteremo in ‘Europa capitalistica‘. Nei prossimi giorni pubblicheremo i tre capitoli in cui è stato suddiviso il piano della ricerca.

Introduzione

Nota redazionale: ancora degli articoli tratti da ‘Il Programma Comunista’, 5 Giugno 1962, N. 11 & 12. Questa volta l’argomento è l’Europa unita. Siamo nel 1962, i processi capitalistici che spingono le sovrastrutture statali borghesi europee a progettare l’utilizzo di strumenti comuni di politica economica e valutaria, o di armonizzazione fiscale e tributaria, sono già chiari e definiti nell’ottica marxista (al di là della stucchevole narrazione che viene propagata da buona parte delle forze politiche e dei mezzi d’informazione dell’epoca). Il testo del 1962 è molto esplicito: ‘nella realtà, gli interessi materiali delle nazioni si affrontano senza che si possano mettere in comune le disparità che il capitalismo stesso ha fatto nascere’. Dunque il capitalismo produce e riproduce ‘disparità’ (di classe, di grado di sviluppo economico fra nazioni, ma anche all’interno della stessa nazione), ed è impossibile che tali disparità possano essere poi superate con accordi legali pacifici fra contraenti dotati di forze e posizioni diseguali (cioè dispari). Leggiamo cosa sostiene l’articolo: ‘Per noi le classi sociali sono legate a una certa forma di produzione e, a meno di una rivoluzione politica e sociale, la loro natura non cambia. La borghesia, come la definisce il ‘Manifesto’, è caratterizzata da una lotta incessante condotta prima contro l’aristocrazia, poi contro i partiti che si oppongono ai progressi della sua industria, sempre contro le borghesie straniere. La rivoluzione borghese crea quell‘unità di produzione che è la nazione, e attraverso gli scambi mercantili la congiunge al mercato mondiale. Non occorre alcuna nozione nuova per constatare che lo sviluppo ineguale del capitalismo nel mondo e la marcia irregolare dell’evoluzione storica delle grandi potenze fanno sì che la borghesia internazionale, sempre pronta a far blocco contro le forze rivoluzionarie, è d’altra parte essa stessa profondamente divisa da inguaribili rivalità. Per noi il Mercato Comune non è l’unione delle nazionalità europee, ma l’espressione – più acuta che mai – della rivalità fra le nazioni capitalistiche’. Dunque la borghesia internazionale (che ritrova una temporanea unità di azione solo contro le forze rivoluzionarie) è invece congenitamente, normalmente, divisa da rivalità di interessi (di bottega). Quindi anche il ‘mercato comune’, lungi dall’essere un reale fattore di unione, stante la logica di rivalità e di concorrenza interna della borghesia, diventa, appunto ‘l’espressione – più acuta che mai – della rivalità fra le nazioni capitalistiche’.

Anche il testo del 1962 contiene precisi riferimenti alla distruzione rigeneratrice,argomento su cui abbiamo spesso scritto negli ultimi anni (evidentemente in coerenza con l’analisi marxista, e in ragione della sostanziale invarianza storica del meccanismo socio-economico capitalistico). Ecco un esempio di questi precisi riferimenti: nell’epoca attuale dell’imperialismo, il capitalismo non può sopravvivere che grazie alle massicce distruzioni belliche; l’impulso alla produzione è tanto forte quanto più importanti sono state le distruzioni. In altre parole, il capitalismo, la cui ragion d’essere è una accumulazione accresciuta senza posa, deve sempre più ricorrere, per sopravvivere, a disaccumulazioni violente’.

Un ultima osservazione: nel corso del suo sviluppo il modo di produzione capitalistico tende a ‘infrangere i limiti divenuti troppi angusti della nazione (l’impresa locale diviene così trust internazionale). Questa tendenza alla socializzazione dei mezzi di produzione, la cui soluzione reclama la rivoluzione sociale del proletariato’.

In assenza della rivoluzione proletaria, la tendenza alla socializzazione dei mezzi di produzione si compie ‘in antitesi al quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia. Questa perciò tenta di superare la contraddizione con i propri mezzi, che sono i molteplici accordi economici che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri): zone di libero scambio, Mercato Comune, accordi interamericani, consigli di cooperazione economica tira i paesi «socialisti», ecc. e mediante i quali il capitalismo cerca di regolare le produzioni creando legami tecnici e finanziari tra le diverse branche economiche’.

Dunque gli accordi e le unioni diventano dei semplici mezzi attraverso cui le sovrastrutture statali borghesi, tentano di ‘superare la contraddizione’ strutturale tra socializzazione dei mezzi di produzione e il ‘quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia’. Tuttavia i tentativi di superare la contraddizione anzidetta non sono che il presupposto e la condizione di partenza per la diffusione di altre contraddizioni, infatti gli accordi economici ‘che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri)’conducono alla intensificazione delle disparità economico-sociali, perché mentre ‘il capitalismo cerca di regolare le produzioni creando legami tecnici e finanziari tra le diverse branche economiche’ …‘è evidentemente a modo suo che realizza questo obiettivo, perché nell’atto stesso in cui il capitalismo, mediante la divisione internazionale del lavoro, super-industrializza una parte del globo, distrugge l’economia di intere regioni gettandole nella miseria e nella rovina’.

Il testo conferma, inoltre, contro ogni idea di centro unico mondiale, la realtà della divisione della dominazione borghese globale in blocchi concorrenti, antagonistici, infatti: ‘Solo quest’analisi dialettica della economia capitalistica (cioè della contraddizione fra tendenza alla socializzazione dei mezzi di produzione e tendenza alla difesa del ‘quadro nazionale degli interessi generali di ciascuna borghesia’. Nostra nota) permette di comprendere la natura contraddittoria dell’odierna nazione borghese. Con la stipulazione di accordi economici e politici, l’antagonismo che oppone le une alle altre le nazioni borghesi, lungi dallo scomparire, rinasce con un’ampiezza mostruosa nei blocchi che oggi si affrontano‘.

Il mito dell’Europa unita è un testo che sfata (preventivamente) anche il mito dell’indebolimento/esautoramento degli apparati statali, ovvero la tesi del ruolo ormai ‘inessenziale’ della sovrastruttura rispetto alle dinamiche strutturali economiche.

Ebbene, le ‘nuove’ istituzioni sovranazionali, gli accordi internazionali fra stati (nel 1962 come nel 2016) non solo conservano i conflitti e le rivalità di bottega delle borghesie nazionali, in quanto ‘gli interessi materiali delle nazioni si affrontano senza che si possano mettere in comune le disparità che il capitalismo stesso ha fatto nascere’, ma in definitiva sorgono già all’origine minati dallo scontro di interessi, in cui la borghesia più debole e lo stato che la rappresenta, risulta la parte di sicuro penalizzata nell’accordo finale : ‘Per noi il Mercato Comune non è l’unione delle nazionalità europee, ma l’espressione – più acuta che mai – della rivalità fra le nazioni capitalistiche’. Gli accordi inter-statali lungi dal pacificare i conflitti interni alla classe borghese globale, o dall’estinguere la funzione della sovrastruttura statale in se stessa, non fanno altro che approfondire i conflitti fra i predoni borghesi (sulla deriva della caduta storica del saggio di profitto), e trasferiscono parte degli attributi e dei poteri degli stati che rappresentano le economie nazionali più deboli, in ambiti statali sovranazionali (in cui la parte del leone la incarnano gli interessi dell’economia capitalistica più forte e sviluppata). Queste istituzioni politico-economiche sovranazionali sono il risultato, infatti, dei ‘molteplici accordi economici che gli Stati firmano tra loro (gli uni contro gli altri). Accordi che sul piano sovrastrutturale statale accentuano invece di attutire le rivalità interne alla classe borghese, infatti, ripetiamolo ancora: ‘Con la stipulazione di accordi economici e politici, l’antagonismo che oppone le une alle altre le nazioni borghesi, lungi dallo scomparire, rinasce con un’ampiezza mostruosa nei blocchi che oggi si affrontano‘.

Ancora un piccolo inciso: il testo del 1962 preconizza che l’eventuale riunificazione della nazione tedesca avrebbe dato impulso ai processi di aggregazione capitalistica autonoma dell’Europa dai Moloch imperiali russo -americani, i termini in cui viene espressa tale previsione sono i seguenti: ‘L’Europa ricostruita col ferro e col fuoco dagli «alleati» ha visto la Germania divisa in due, e la Germania divisa significa l’Europa e il mondo divisi. I patti militari, la NATO e il patto di Varsavia, lungi dall’aver costituito le cause di questa divisione, non sono stati che il velo giuridico di una situazione storica: l’occupazione militare da parte dei mastodontici stati americano e russo che, pur avendo interessi contrastanti su scala mondiale, sono sostanzialmente d’accordo sulla divisione dell’Europa e lottano entrambi per mantenere sotto tutela; all’ovest come ad est, gli altri Stati’.

Ora, cosa significa affermare che la Germania divisa significa l’Europa e il mondo divisi ? Proviamo a ragionare: Il capitalismo tedesco, con il suo grado di sviluppo, è ancora oggi percepito come un pericoloso avversario dai centri di potere del complesso militare -industriale americano, e ove questo capitalismo realizzasse una qualche forma di aggregazione o blocco di interessi economici e politici con la potenza euroasiatica di Russia e Cina, diventerebbe il fattore destinato a fare la differenza sulle sorti dell’attuale confronto/scontro fra blocchi imperiali concorrenti. Abbiamo spesso sostenuto che la sconfitta dell’egemonismo più forte, in questo caso quello anglo-americano, potrebbe innescare dei processi di accelerazione del conflitto sociale nel cuore stesso del capitalismo più avanzato, con effetti a cascata sugli altri paesi, e quindi consentire l’apertura di una prospettiva rivoluzionaria, ergo di un mondo non più diviso in classi e stati-nazione (Imperialismo delle portaerei). Si tratta di ipotesi, ma è anche vero che la riunificazione tedesca c’è stata, e le manovre di contenimento/asservimento degli U.S.A rispetto ai vassalli europei sono visibili e, alla luce del sole ( prendiamo i vagheggiati trattati commerciali transatlantici – fortemente osteggiati dall’imprenditoria tedesca – o le inchieste relative a una casa automobilistica tedesca, oppure le sanzioni economiche anti-russe che l’Europa ha adottato – contro i propri interessi – e su impulso americano). Come nella normale concorrenza fra imprese capitalistiche, anche nella politica internazionale: ‘‘In nessun momento, dunque, gli antagonismi obiettivi sono scomparsi fra le nazioni del blocco occidentale. Non solo: mai il conflitto d’interessi fra l’America e la «Piccola Europa» è stato così aspro come oggi. A questo fatto non cambiano nulla le stupide fanfaronate dei piccoli borghesi che credono di vedere la potente America ammainar bandiera davanti a loro, e la orgogliosa Inghilterra venire a più miti consigli. È invece chiara la manovra dell’Europa Unita: i Sei vorrebbero giocare, di fronte ai colossi americano e russo, il ruolo della «terza forza», «garanzia di equilibrio, di pace e di sviluppo armonioso dell’umanità», mediante il «giusto riconoscimento del ruolo di guida che non avrebbero mai dovuto lasciarsi sfuggire». Ma ecco che, appena questo nobile progetto sta per germogliare, l’America rivendica la sua parte dopo che l’Inghilterra aveva posto la sua candidatura trascinando con sé il Commonwealth; e non è ancora finita…’.

Sembra una descrizione vivida degli ultimi eventi internazionali, le ambizioni inani del terzaforzismo europeo, le lusinghe del blocco russo-cinese all’Europa, la mano di ferro del grande fratello a stelle e strisce sui riottosi e perplessi vassalli europei, e soprattutto la considerazione che ‘non è ancora finita’.

 

Capitolo uno: “Full Spectrum Dominance”

Nella dottrina geopolitica di alcuni circoli politico-militari USA “Full Spectrum Dominance” indica il potere militare globale, o meglio la capacità di esprimere una potenza a vasto spettro sui mari, nei cieli e sulla terra ferma. I principali ostacoli a questo dispiegamento egemonico a vasto spettro, si palesano, a prima vista, negli apparati militari-statali di Russia e Cina (intesi come forze coordinate e alleate). Poi, sullo sfondo delle ipotesi di sviluppo dei processi geopolitici, si delinea anche l’ostacolo ricorrente di uno scollamento da parte di alcuni ‘alleati’ europei. Si tratta solo di ipotesi, non di realtà già effettive, e tuttavia chi avrebbe mai immaginato che la Turchia (membro della NATO) potesse assumere l’attuale profilo di collaborazione con la Russia e l’Iran? Per non parlare dei nuovi rapporti intercorrenti fra la Federazione Russa e l’Egitto, la Libia, il Qatar. Invece l’Europa capitalistica è finora stata coerente con gli obblighi  derivanti dalla sua appartenenza al blocco economico-politico a guida USA (NATO). Infatti, nelle ultime vicende di confronto/scontro fra i due Big statali (cioè USA e Russia) non ha mostrato, almeno in apparenza, incertezze di rilievo. Dunque abbiamo prima registrato il sostegno europeo alle sanzioni economiche contro la Federazione russa, motivate dall’annessione della Crimea nel 2014 (regione peraltro storicamente russa da oltre due secoli), poi abbiamo registrato l’adesione di alcune nazioni europee alla coalizione a guida USA operante in Siria (senza nessun invito ufficiale da parte del governo siriano). Negli ultimi giorni abbiamo registrato il sostegno di alcuni importanti paesi europei (Francia e Germania) alle  accuse della dirigenza politica del Regno Unito verso le autorità politiche russe, sospettate di essere coinvolte nell’avvelenamento di due cittadini britannici (di cui uno è un ex agente segreto russo). Al di là della querelle politico-diplomatica (e della scarsa probabilità che il contenuto dei sospetti verso le autorità politiche russe risulti vero), ci interessa rilevare come anche in questo caso sia scattata una forma di solidarietà verso un membro della NATO, almeno da parte di due importanti nazioni europee (oltretutto a conferma di un presunto asse politico franco-tedesco). 

Dunque, in apparenza, osservando lo scenario contemporaneo, verrebbe da dire che i comportamenti dei principali paesi capitalistici europei sono coerenti con gli interessi del capitalismo a guida USA; tuttavia, scrivevamo due anni addietro, sulla scorta del testo del 1962: ”Come nella normale concorrenza fra imprese capitalistiche, anche nella politica internazionale: ‘‘In nessun momento, dunque, gli antagonismi obiettivi sono scomparsi fra le nazioni del blocco occidentale. Non solo: mai il conflitto d’interessi fra l’America e la «Piccola Europa» è stato così aspro come oggi”.

Una vasta schiera di oppositori appartenenti al filone politico sovranista critica il moderno esito dello sviluppo capitalistico, quello che il testo del 1962 qualifica come la contraddizione fra i processi di concentrazione dei capitali con derivata, virtuale, socializzazione della produzione, e gli interessi delle varie borghesie nazionali concorrenti. A tale contraddizione le borghesie nazionali rispondono con gli accordi sovranazionali, miranti a garantire e perpetuare anche legalmente le posizioni di forza di una economia nazionale, area economica, regione,rispetto a corrispondenti realtà capitalistiche più deboli. Nel corso del tempo i rapporti di forza fra queste realtà possono mutare, e allora intervengono dei cambiamenti anche nelle forme giuridiche assunte dai precedenti rapporti di forza inter-capitalistici.

I sovranisti interpretano le modifiche degli accordi sovranazionali, susseguenti ai cambiamenti strutturali, riguardanti la grandezza e il peso delle varie economie capitalistiche, come una sottrazione di sovranità agli stati nazionali da parte di oligarchie finanziarie e bancarie, non avvedendosi che la sottrazione di sovranità al player x corrisponde solo al maggiore grado di attribuzioni al player y. E’ quello che accade in Europa da sempre, ben descritto nell’articolo del 1962 (‘Il mito dell’Europa unita’).

Il lamento sulla perdita di autonomia degli stati (alcuni stati) nelle politiche fiscali e monetarie, volendo fermare la ruota degli eventi capitalistici assume un sapore anacronistico, ed infine esprime solo, da un punto di vista sociale, la solita paura del ceto medio verso i processi di proletarizzazione congenitamente legati al divenire capitalistico.

Le critiche dei sovranisti colpiscono un target limitato (oligarchie bancarie-finanziarie e istituzioni sovrastatali), non comprendendo che questo target è l’epifenomeno di un modo di produzione basato sullo sfruttamento della classe sociale proletaria, quindi se, a rigore di logica, non si rimuove la causa, l’effetto continuerà ad esistere.

All’interno degli accordi infra-statali europei la parte del leone la fanno le nazioni capitalistiche più forti, mentre su quelle più deboli viene scaricato il costo delle leggi immanenti del capitalismo: in primo luogo l’aumento dello sfruttamento diretto (sul luogo di lavoro) e indiretto (aumento dell’imposizione fiscale), intesi come controtendenza alla caduta del saggio medio di profitto. In secondo luogo la miseria crescente, legata innanzitutto all’aumento dello sfruttamento indiretto e della popolazione inattiva, causata, quest’ultima, dal progressivo impiego del capitale costante nei processi produttivi.

La tosatura fiscale, ma anche i salvataggi bancari con i fondi pubblici, servono oggettivamente a trasferire quote di plusvalore prodotte nella sfera dell’economia industriale, alla sfera finanziaria del capitalismo (attraverso il pagamento statale delle cedole sui titoli del debito pubblico: il debito pubblico va inteso come una manifestazione del capitale finanziario).

Il sovranismo, vagamente associabile anche a ipotesi di politiche economiche keynesiane, esprime dunque un lamento contro gli attuali equilibri di forza raggiunti nello scontro permanente fra borghesie nazionali. La sua fonte sociale va individuata nelle frazioni di borghesia nazionale danneggiate dalla lotta per la concorrenza, frazioni che tentano di invertire gli sviluppi capitalistici sfavorevoli ai propri interessi. Alcuni movimenti di protesta contemporanei, sorti recentemente in Francia e negli Stati Uniti, inopinatamente considerati da qualche osservatore ‘marxista’ come fenomeni di lotta di classe proletaria, in realtà vanno inseriti anch’essi nella categoria dei tentativi del ceto medio di invertire gli sviluppi capitalistici sfavorevoli ai propri interessi. 

 

Capitolo due: quadri numerici contabili

Quando si tratta con i numeri e le statistiche bisogna precisare alcune cose: Uno) i dati numerici raccolti e le susseguenti proiezioni statistiche sono il risultato di una scelta compiuta dal ricercatore; Due) in ogni caso essi possono integrare, ma di certo non sostituire, il ragionamento analitico di chi li utilizza.

Fatte queste premesse proviamo a quantificare alcune caratteristiche delle economie nazionali europee. I dati che utilizzeremo sono facilmente reperibili in rete. Il nostro intento principale è dimostrare, anche con il supporto numerico, come una importante funzione dello stato della classe borghese sia tuttora quella di reperire (attraverso l’imposizione fiscale) le somme per il pagamento degli interessi maturati sul debito pubblico. Questi interessi, nel caso italiano, maturano in genere con cadenza annuale, su titoli come BOT, CCT, BTP, ovvero sulle quote di prestiti, meglio definibili capitale di debito, ottenute dallo stato, e da rimborsare ai creditori dopo un certo numero di anni.

Il rapporto tra debito pubblico e Pil è calato dall’84,9 % del dicembre 2015 all’83,5 % del dicembre 2016 (questo dato si riferisce ai 28 paesi UE). Sono 16 gli stati membri dell’UE che hanno evidenziato un rapporto debito/Pil superiore al parametro ‘salutare’ del 60% al dicembre 2016. Fra questi stati, in ordine di grandezza percentuale, elenchiamo la Grecia (179,0%), l’Italia (132,6%), il Portogallo (130,4%), Cipro (107,8%), Belgio (105,8%).

Fatta esclusione per il Belgio, si può osservare che l’indebitamento maggiore riguarda i paesi della fascia mediterranea/latina, a conferma della debolezza (funzionale) di alcune economie capitalistiche rispetto ad altre più solide, in linea con la regola dello sviluppo diseguale del capitalismo. Definiamo debolezza funzionale la condizione di determinate economie nazionali, inserite in un contesto di interazione con altre economie appartenenti allo stesso blocco geo-economico, perché il loro grado inferiore di sviluppo permette, alle aree capitalistiche più avanzate, di ottenere notevoli vantaggi dalla loro ‘debolezza’.

Pensiamo ad esempio all’esercito industriale di riserva (disoccupati) presente nella fascia dei paesi ‘svantaggiati’, e quindi al ruolo di contenimento che questa massa diseredata svolge sulle lotte per gli aumenti salariali nei paesi capitalistici più avanzati. Ma pensiamo anche all’elevato grado di redditività degli investimenti di capitali di economie avanzate in queste economie arretrate, in presenza di un minore costo medio del lavoro (investimenti intesi sia come semplice acquisizione di quote azionarie od obbligazionarie di imprese/SPA già esistenti in loco, oppure come trasferimento/delocalizzazione di capitale costante tecnologicamente avanzato).

Infine pensiamo pure alle conseguenze dell’elevato debito pubblico presente in questi paesi, vittime della regola dello sviluppo diseguale: spesso il debito pubblico è l’altra faccia del capitale finanziario delle economie avanzate, continuamente alla ricerca di investimenti fruttiferi.

Dunque la debolezza ‘funzionale’ delle economie nazionali, vittime della regola dello sviluppo diseguale, e quindi della concorrenza economica, presenta ad una prima analisi almeno tre vantaggi per le economie avanzate (in questo senso concreto si manifesta la funzionalità del complesso economico più debole rispetto al più forte).

Presentiamo ora alcuni dati sul rapporto debito pubblico/PIL di cinque paesi EU dal 2014 agli inizi del 2017: il debito pubblico italiano è aumentato di 138 miliardi di euro, quello della Germania è diminuito di 63 miliardi. La Spagna è passata dal 98,1% al 100,4%, il Regno Unito passa dal 86,5 all’88% del PIL. La Francia, ha raggiunto quota 98,7%. In questo caso dovrebbe far riflettere il dato numerico della Germania, unico dei cinque paesi a registrare un decremento del debito. Dunque un dato che conferma, evidentemente, la posizione di forza di questa nazione all’interno del blocco geo-economico europeo.

Il PIL di questi cinque paesi nel 2017 è il seguente (espresso in dollari, e arrotondato per eccesso al miliardo nell’ultima cifra); Germania 3686 miliardi, Inghilterra 2833, Francia 2599, Italia 2024, Spagna 1557. Anche in questo caso la parte del leone spetta alla Germania (seguita a netta distanza da Inghilterra e Francia).

In termini monetari e non percentuali rileviamo alcuni debiti pubblici, riferiti all’anno 2017, espressi in miliardi di euro: Germania, 2.135; Italia, 2.266; Francia, 2.199; Spagna,1.146; Olanda, 421; Belgio, 459. Come si può ben notare il debito pubblico, indipendentemente dal rapporto percentuale con il PIL nazionale, è presente in modo sostanzioso sia in economie rispettose dei parametri europei, sia in economie memo rispettose di questi parametri. Tali dati numerici confermano che una importante funzione degli stati borghesi è sempre quella di permettere una adeguata valorizzazione del capitale, in modo particolare, in questa fase ultra parassitaria del capitalismo, nella sfera finanziaria (di cui il debito pubblico è parte cospicua).

In Italia il termine impiegato per dissimulare la ‘debolezza funzionale’ è in genere ‘legge di stabilità’, intendendo per stabilità il rientro nel parametro europeo del rapporto PIL/debito pubblico: ovvero il debito non deve superare il 60% del PIL.

I provvedimenti contenuti nelle interminabili e successive ‘leggi di stabilità’ dei governi italici hanno di fatto aumentato la platea del disagio sociale, prevedendo, ad esempio, tagli al welfare, aumento dell’imposizione fiscale, innalzamento dell’età pensionabile. I sacrifici previsti da queste ‘leggi di stabilità’ sono richiesti dai governi, e dalle rispettive maggioranze parlamentari, per evitare mali peggiori come l’applicazione delle clausole di salvaguardia europee, ad esempio l’aumento dell’IVA. In definitiva le misure di austerità, non potendo utilizzare la ricetta keynesiana dell’investimento/spesa pubblica, non servono neanche a rilanciare l’economia. L’obiettivo del rientro nel parametro europeo del rapporto fra Debito pubblico/PIL al 60%, taglia alla radice ogni politica economica keynesiana, mentre l’utilizzo della moneta unica europea impedisce la svalutazione competitiva della valuta nazionale, funzionale al rilancio delle esportazioni, come invece accadeva in passato. Alcune forze politiche, orfane del marxismo, hanno trovato in keynes una nuova bussola, anzi, un nuovo ricettario economico, e quindi propongono candidamente la fine dell’austerità imposta dai patti europei, ignorando le dinamiche capitalistiche (i rapporti di forza) che sottostanno ai patti fra nazioni borghesi. In concreto questi ‘keynesiani di sinistra’ non si rendono conto che l’austerità è un risultato della debolezza ‘funzionale’ di alcune economie nazionali, vittime della regola capitalistica dello sviluppo diseguale, determinata a sua volta dalla concorrenza economica e dall’anarchia della produzione, questa debolezza presenta almeno tre vantaggi per le economie avanzate, che in precedenza abbiamo analizzato (in questo senso specifico si manifesta la funzionalità del complesso economico più debole rispetto al più forte). L’attuale condizione economico-politica delle nazioni della fascia ‘debole’ della UE, va quindi interpretata come la conferma dell’esistenza di una società borghese caratterizzata da antagonismi successivi e crescenti fra borghesia e proletariato, e fra borghesie nazionali. Il risultato di questi antagonismi fra classi sociali diverse (dominante e dominata), ma anche fra componenti nazionali e internazionali della stessa classe dominante, trovano una temporanea stabilizzazione negli accordi sovranazionali o nelle leggi nazionali, che vanno dunque intese come una semplice fotografia dei risultati del permanente antagonismo socio-economico presente nelle società classiste.

 

 

Capitolo tre: comparazioni e proiezioni numeriche

Il PIL dell’anno 2016 nell’Unione Europea a 28 membri ammonterebbe a 14.825 ml euro, mentre il PIL 2016 di USA e Cina, calcolato a parità del potere di acquisto, criterio che ha il vantaggio di permettere il confronto fra il livello dei prezzi di aree economiche diverse, ammonterebbe rispettivamente a 18.561 ml (USA) e 21.269 ml (Cina).

Secondo un calcolo previsionale proiettato nell’anno 2020, il PIL mondiale ammonterebbe a 119.097 ml, le prime nazioni per grandezza del PIL sarebbero (in ordine decrescente) le seguenti: Cina, Usa, India, Giappone, Germania, Russia e Brasile.

Come si può ben osservare solo la Germania, fra i paesi dell’UE, figurerebbe in questa lista (al quinto posto su un totale di sette).

Si può subito registrare, al di là delle proiezioni economiche riferite al futuro anno 2020, il dato del PIL comparato riferito al recente anno 2016.

Ebbene, quello che salta all’occhio è la differenza numerica fra il PIL USA e quello cinese, calcolato a parità del potere di acquisto, ma anche la differenza fra il PIL europeo e quello USA e cinese (sebbene il PIL europeo sia calcolato in modo tradizionale).

Non bisogna essere dei geni per concludere che nel breve/medio periodo, con queste tendenze evolutive dell’economia globale, la vecchia Europa (a 28 membri) rischia un certo riposizionamento al ribasso.

Il percorso di raccolta dati e analisi degli stessi ci porta a concludere che l’Europa capitalistica va incontro a prospettive di ulteriore perdita di peso economico, anche se all’interno di un contesto globale di crescenti difficoltà per le stesse economie emergenti. L’illusione terza-forzista, già relativizzata nel testo del 1962 (‘il mito dell’Europa unita’), si rivela oggigiorno, anno 2018, una pura immagine spettrale. Dimostrando una sostanziale subordinazione politica alle strategie dello stato guida imperiale USA, i paesi dell’UE hanno costruito le fondamenta della propria progressiva irrilevanza geopolitica: basti pensare alle recenti diatribe con la Russia per l’avvelenamento di una ex spia, all’allineamento sulle sanzioni volute dagli USA per l’annessione della Crimea, infine alle posizioni assunte sulla questione siriana o del Donbass. In tutti questi casi specifici L’Europa si è sostanzialmente allineata allo stato guida imperiale, solo con qualche piccola sfumatura di differenza fra stato e stato.

Anche per le recenti elezioni presidenziali russe sembrava che la parola d’ordine, la consegna, fosse quella di non congratularsi con il vincitore, tranne scoprire che Trump ha poi telefonato il giorno dopo al suo omologo russo, riprendendo quel filo di comunicazione che caratterizza, almeno dal dopoguerra, le due uniche superpotenze nucleari. Avevamo previsto anche questo scenario (de escalation) in un recente articolo, a dispetto dei tanti che temevano un imminente scontro all’ultimo sangue fra i due complessi militari-industriali capitalistici (sulla base degli annunci e dei contro-annunci delle rispettive dirigenze politico-militari).

Postilla: miscellanea di analisi precedenti sullo stesso tema

Torniamo ora all’Europa. La crescita della cosiddetta ‘zona euro’ è anch’essa ritoccata al ribasso, questa volta dalla Commissione Europea, che prevede una crescita della zona euro pari a 1,7%, rispetto al precedente 1,8% previsto nell’autunno scorso. L’esecutivo comunitario scrive, nel novembre 2015, ‘La crescita continua a tassi moderati in Europa, ma settori significativi dell’economia mondiale stanno facendo i conti con sfide di prima importanza…la ripresa è lenta, sia in termini storici che rispetto ad altre economie avanzate’.

In controtendenza con le preoccupazioni del FMI, altre ‘autorevoli’ fonti giornalistiche preconizzano un ruolo fondamentale della Cina nel determinare la direzione dell’economia mondiale e dei flussi di capitale. Le interessanti letture delle strategie di politica economica del governo cinese, contenute nei giornali economico-finanziari della borghesia, sono di sicuro più attendibili e verosimili della ‘nouvelle vague’ nostrana sul ‘capitale autonomo’. Vediamo cosa sostengono questi ‘cervelli’ economici borghesi sulla propria stampa, e lasciamo da parte le elucubrazioni sul ‘capitale autonomo’: l’importanza della Cina sulle sorti capitalistiche globali non sarà data dal rallentamento della sua economia, perché come mostrano gli ultimi numeri sulla produzione industriale, le misure di stimolo dell’economia stanno producendo degli effetti positivi. Quindi alcuni analisti economici affermano che in Cina gli investimenti stanno ripartendo, spinti dalle maggiori risorse messe a disposizione dai governi locali (ecco lo stato che a sua volta diventa forza economica) per la costruzione di infrastrutture. Anche il settore economico rappresentato dalle imprese a controllo pubblico sta investendo di più. Secondo tale analisi questi fatti segnano un ritorno al vecchio modello cinese di crescita fondato su investimenti ed esportazione di merci. Un modello dal quale la Cina stava cercando di uscire (aumentando il volume di investimenti in capitale finanziario, e anche il volume di investimenti diretti di capitale aziendale produttivo in altre economie nazionali, intendendo con il termine ‘investimenti diretti di capitale aziendale’, la creazioni ex novo di aziende funzionanti, o l’acquisizione/controllo di aziende già esistenti e funzionanti). Gli stessi analisti economici borghesi rilevano che le autorità politiche cinesi, negli ultimi mesi, hanno dovuto confrontarsi con una frenata dell’economia più forte del previsto, e quindi hanno deciso di cambiare linea di politica-economica, nella previsione che un alto livello di disoccupazione nel settore industriale, determinato dall’accentuazione dell’investimento di capitali all’estero o nella sfera finanziaria, potesse creare disordini sociali e minacciare la stabilità politica della borghesia cinese. La politica economica di ritorno agli investimenti di capitale nei settori industriali interni, sia pure per costruire infrastrutture inutili, ha il sapore keinesiano del rilancio dell’economia in direzione dei consumi interni, l’effetto di tali manovre è la cosiddetta e auspicata leva sulla domanda globale di beni e servizi, previa erogazione di un reddito da destinare al consumo. In parole povere si cerca di far girare l’economia e di tenere buoni i sudditi del capitale, continuando ad offrirgli un lavoro alienante nelle fabbriche totali, e un salario appena in grado di garantire la loro sopravvivenza biologica (3). Tuttavia, al di là della costruzione di infrastrutture, una parte del capitale investito nel settore industriale ‘interno’ è destinato alla produzione di merci. Una quota della produzione di merci sarà esportata e venduta a prezzi competitivi (pensiamo al plus-valore assoluto realizzato nelle fabbriche totali), e dunque, pensando a questi ultimi aspetti, è facile comprendere il perché delle previsioni fiduciose (di alcuni analisti economici) sull’economia cinese. Il calo del prezzo del petrolio, l’incremento dello sfruttamento della forza-lavoro (plus-lavoro/plus-valore assoluto), il maggiore impiego di capitale costante, determina una caduta dei prezzi di produzione, contribuendo ulteriormente al deprezzamento della moneta (Yuan) in termini reali. Una svalutazione lenta dello YUAN potrebbe essere vista come un fattore economico positivo dal resto delle economie capitalistiche del mondo, dato che soprattutto le economie ‘avanzate’ soffrono di una domanda inadeguata, l’importazione di merci meno costose dalla Cina potrebbe aiutare ad aumentare i consumi interni. Come si può ben arguire, i cervelli più fini della borghesia provano ad analizzare il trend di sviluppo economico globale, ‘ritrovando’ sparsi in giro dei segnali da interpretare in vario modo (privilegiando comunque letture moderatamente ottimistiche). Torniamo ora brevemente ai dati economici statunitensi. Da qualche anno alcune agenzie di informazione blaterano con insistenza di ripresa dell’economia americana, fornendo numeri di crescita del PIL oscillanti fra il 2% e il 5%. Anche per il 2016 le previsioni di crescita si aggirano su una forbice numerica che va dal 2% al 5%. Possiamo usare il termine ‘crescita drogata’ per riferirci a questi numeri, ammesso che abbiano un senso economico reale. Tentiamo di comprendere come fa il capitalismo americano a ricrescere, sia pure di poco, dopo il botto del 2008. Le vie del capitale in questa fase non sono infinite, anzi non sono neanche delle vie al plurale, trattandosi infatti di una sola via, quella di sempre, ovvero l’aumento dell’estorsione di plus-lavoro/plus-valore alla forza lavoro, e in seguito l’impiego del bottino ottenuto dallo sfruttamento nella sfera finanziaria. Tuttavia l’impiego del plus-valore nel ramo finanziario non crea ricchezza effettiva (beni e sevizi), bensì sposta semplicemente la ‘ricchezza’, il plus-valore prodotto nell’economia reale, dalle tasche del capitale industriale a quelle del capitale finanziario-usuraio. In altre parole si ripete un copione che va avanti da più di un secolo: in prossimità di una crisi economica da sovrapproduzione, determinata dalle cause schematizzate nel modello esposto all’inizio, si acutizzano le tendenze della classe borghese parassitaria a ricercare nella sfera finanziaria una compensazione alla caduta del saggio di profitto nell’economia reale produttrice di beni e servizi. In ‘Chaos Imperium’ abbiamo mostrato con una serie di tabelle numeriche dettagliate, partendo dal 1970 fino a giungere ai nostri anni, la precedenza delle crisi economiche rispetto a quelle finanziarie. Dunque è la caduta storica del saggio di profitto, determinata dalla variazione della composizione organica del capitale, a rappresentare il vero problema per l’economia borghese, e non certo le turbolenze, le speculazioni e gli imbrogli della sfera finanziaria. Al problema reale della propria economia la classe borghese oppone la cura consequenziale dell’aumento dello sfruttamento. Questo aumento non significa solo ritmi di lavoro più intensi (aumento della produttività/plus-valore relativo), o allungamento della giornata lavorativa (plus-valore assoluto), ma anche il furto del salario indiretto-differito, cioè le pensioni, i servizi sociali e via dicendo. Pensiamo ad esempio alle recenti discussioni politiche sul taglio alle pensioni di reversibilità, alla riforma Fornero che obbliga i settantenni a continuare a lavorare, o ai tagli alla sanità, e avremo un indizio dell’importanza ‘basica’ del furto di salario indiretto-differito, come ulteriore strumento di sfruttamento (rispetto ai normali strumenti di sfruttamento dati dai ritmi di lavoro più intensi o dall’allungamento della giornata lavorativa, che colpiscono invece il salario diretto). Il quadro non sarebbe completo se dimenticassimo l’incremento dello sfruttamento reale causato dall’aumento dell’imposizione fiscale, sui beni e sui servizi di primaria importanza (casa, energia elettrica, trasporti, sanità, istruzione). Gli aumenti del carico fiscale sulle tasche dei proletari contribuiscono a formare l’aggregato numerico-percentuale dell’inflazione, il caro-vita. Negli ultimi decenni sono state smantellate alcune conquiste come la scala mobile, e di conseguenza, oggigiorno, l’inflazione dovrebbe essere parzialmente compensata con altri automatismi retributivi (ancora più insufficienti della vecchia scala mobile), oppure con gli aumenti contrattuali (se dovessero esserci). Lo stato agisce come vero e proprio agente della minoranza sociale borghese, quando impone ai proletari tributi e imposte per pagare gli interessi sul debito pubblico (posseduto dal capitale finanziario-usuraio). Alla faccia dell’autonomia del capitale, si può verificare quindi praticamente, ancora una volta, l’importanza dell’apparato statutale, come strumento funzionale agli interessi della classe dominante (sia come riserva di forza latente-potenziale e attuale-cinetica per difendere e conservare l’ordine sociale borghese, sia come supporto legislativo-fiscale e politico-economico a un modo di produzione incapace di proseguire con le proprie forze). In relazione a questa funzione di supporto statale all’economia citiamo solo (in Italia) i numerosi salvataggi delle banche e le defiscalizzazioni, cioè gli incentivi per attrarre investimenti, ma anche e soprattutto le norme contenute nelle riforme come il ‘Jobs Act’, o la riforma della ‘buona scuola’ con le sue quattrocento ore gratuite di alternanza scuola-lavoro (obbligatorie per gli studenti del quarto anno delle superiori). Un piccolo inciso, lo stato borghese italico, attraverso la riforma pensionistica Fornero e la riforma scolastica di Renzi, ha messo in atto delle misure estreme per la sopravvivenza del modo di produzione capitalistico, estendendo la coercizione lavorativa a nuove fasce di età, sia giovanili che senili. Abbiamo solo pochi precedenti storici di ‘rastrellamento’ di giovani e anziani nei momenti di massimo pericolo per un regime sociale, ma lasciamo alla fantasia del lettore l’individuazione di questi precedenti. Tornando alla questione dei salvataggi delle banche, è importante ricordare che in base al principio della socializzazione delle perdite, i costi vengono scaricati, attraverso l’imposizione fiscale, sulle tasche del proletariato, che, in tal modo, è costretto a finanziare i propri sfruttatori. Anche negli USA sono stati condotti dalle autorità governative dei salvataggi di alcune importanti banche, costati oltre 2000 miliardi di dollari (dopo il crack di Lehman Broters), ma soprattutto la FED ha stampato quasi 3600 miliardi di dollari negli ultimi anni per pompare liquidità nell’economia. Questa massa di valore cartaceo è poi finita in buona parte nella sfera finanziaria, permanendo, evidentemente, le difficoltà ‘sistemiche’ di una adeguata spremitura di plus-valore nell’economia reale. Le misure di supporto fiscale e valutario della sovrastruttura statale americana alla propria struttura economica hanno prodotto una crescita drogata, vanamente magnificata da vari organi di informazione, che solo ‘en passant’ ricordano che l’altro effetto di queste misure è stato l’aumento spaventoso del debito pubblico, ormai aggirantesi intorno ai 20.000 miliardi di dollari ufficiali (il rapporto PIL debito pubblico è passato dal 65% del 2007 al 105 % del 2015, non considerando i debiti delle famiglie e delle imprese americane). In conclusione, si può ipotizzare che i recenti scossoni registrati nei mercati finanziari e borsistici mondiali segnalino, principalmente, le persistenti difficoltà per il capitale di drenare plus-valore adeguato nell’economia reale (4). Se tale ipotesi risultasse veritiera, si dovrebbe prevedere, per l’anno 2016 e per i prossimi anni a venire, una intensificazione del confronto/scontro fra i blocchi imperiali concorrenti (per il controllo delle risorse energetiche e il bottino di plus-valore) e l’aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro mondiale ( attraverso la gamma di strumenti diretti e indiretti – volti a colpire il salario diretto e indiretto – prima menzionati: aumento della produttività, allungamento della giornata lavorativa, riduzione diretta, e indiretta, cioè caro-vita, delle retribuzioni, e quindi imposizione fiscale sui beni e servizi di primaria importanza, estensione della coercizione lavorativa, ove possibile, a fasce di età di giovanissimi e di anziani). La difesa immediata delle proprie condizioni di vita, da parte del proletariato, potrebbe manifestarsi in modo più intenso proprio in ragione del grado di intensificazione dei livelli di sfruttamento e di impoverimento che sono in atto da sempre, in modo tendenziale, come aspetti sistemici del modo di produzione capitalistico.

I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa.’
Sofocle

Presentiamo alcuni dati relativi alla crescita del debito (pubblico e privato) nel mondo.

Il debito pubblico americano ammontava nell’anno 2000 a 5600 miliardi, alla fine del 2007 era di 9200 miliardi, mentre oggi siamo a 19.200 miliardi. Il tasso di crescita del debito USA è considerevole, soprattutto se si tiene conto che il rapporto PIL/debito nel 2007 era pari al 65%, mentre oggi è pari al 105%. In altre parole da questi dati emerge che il PIL americano, dal 2007 al 2016, cresce molto di meno del debito. La dinamica di crescita del debito pubblico è paragonabile, a livello percentuale, a quella del debito delle corporation private, passato dai 3300 miliardi del 2007 agli oltre 6000 miliardi del 2016.

Se consideriamo il debito totale USA nel 2016, quindi il debito del governo federale, famiglie, singoli stati, aziende, enti locali… raggiungiamo la cifra di 64.000 miliardi. Il debito totale nel 2000 ammontava a 28.600 miliardi, quindi in 16 anni tale montagna debitoria si è più che raddoppiata. L’aumento del debito pubblico trova origine innanzitutto nei salvataggi di alcune banche e aziende ‘decotte’, evidente segnale delle difficoltà di sistema dell’economia capitalistica globale, ma in questo caso di quella USA. Chiediamoci chi presterebbe a cuor leggero il proprio denaro ad un’impresa con una montagna di debiti, probabilmente nessuno, e infatti coloro che in precedenza avevano erogato dei prestiti agli USA, acquistando i titoli del suo debito pubblico, adesso iniziano prudentemente a vendere. Gli acquirenti sono principalmente le banche, le quali a loro volta vendono ai propri clienti i titoli USA. Un giro di boa di compravendite che racchiude tutte le incertezze degli operatori del mercato finanziario e valutario. Anche la bilancia commerciale, cioè il saldo fra le esportazioni e le importazioni è in passivo: il deficit attuale è di 8600 miliardi. Tale deficit va accumulandosi, almeno dagli inizi del 2000, evidenziando le difficoltà in cui si dibattono i ‘fondamentali’ dell’economia americana. Dunque gli USA continuano a stampare dollari, utilizzandoli per continuare a spendere e acquistare beni e servizi in giro per il mondo, pur in presenza di un debito totale di 64.000 miliardi e di un deficit commerciale di 8600 miliardi. Prima o poi i nodi giungono al pettine, e una resa dei conti (pubblici e privati) americani dovrà esserci, a meno che una provvidenziale guerra su vasta scala non rimescoli le carte del gioco, della ‘Big Dance’, ovvero la gara spietata di parassitismo fra le varie borghesie nazionali.

L’America stampa denaro, ‘quantitative easing’ è il nome assegnato alla scelta della FED di immettere nuova liquidità all’interno del sistema economico. Una politica monetaria espansionistica, di stimolo alla crescita economica, in cui le banche centrali acquistano titoli governativi con scadenza a breve termine, per abbassare (con il rialzo della domanda) innanzitutto gli interessi di breve termine sui titoli stessi. Dunque questa immissione di massa cartacea/monetaria pone le premesse per la maggiore circolazione dei titoli del debito pubblico. Per ora, tuttavia, una parte del debito pubblico che consente di mantenere un certo livello di consumi in USA, viene scaricato sul resto del mondo.

Osserviamo di passaggio, tornando agli aspetti economico-finanziari, che la Cina ha in portafoglio titoli oltre 1250 miliardi di obbligazioni del tesoro USA, mentre il Giappone possiede 1300 miliardi di obbligazioni USA. In definitiva, considerando anche altri investitori esteri, circa 6000 miliardi di obbligazioni del tesoro USA sono in mani straniere (un terzo del debito).

Un altro strumento atto a reperire delle risorse finanziarie dalle tasche altrui sono i derivati. I derivati sono dei titoli non dotati di un valore proprio, autonomo, intrinseco, in quanto derivano il loro valore da altri titoli, o da beni soggetti a variazioni di prezzo. Quindi il valore dei derivati è agganciato alle oscillazioni di valore o di prezzo di determinati (sottostanti,underlying asset) prodotti finanziari o beni reali (mobili e immobili). Il carattere speculativo dei derivati è piuttosto marcato, infatti ogni derivato ruota intorno ad una scommessa sull’andamento futuro di un certo oggetto: ad esempio il tasso di cambio fra due valute diverse, la quotazione di un titolo, il prezzo di certe merci o di certe materie prime. Potremmo fare alcune considerazioni di tipo psicologico sul fascino dell’aleatorio, del rischio, nella società liquida contemporanea (termine da noi non condiviso, coniato da un sociologo moderno), per dare ragione della diffusione di questo nuovissimo strumento finanziario, tuttavia saremmo fuori strada. Non è la presunta società liquida a favorire la diffusione dei derivati, anche perché il mondo attuale ha poco di liquido, e invece molto di rigidamente oppressivo (miseria, sfruttamento, violenza, alienazione…). E’ invece la ricerca di valorizzazione ad ogni costo del capitale, divenuta problematica nel settore dell’economia produttiva, a spingere verso i caotici lidi della sfera finanziaria una massa di investitori (imprese industriali, banche, privati, enti pubblici…).

La società capitalistica contemporanea accentua, attraverso l’alea della scommessa finanziaria alla base dei titoli derivati, il basilare rischio d’impresa che sottintende la lotta concorrenziale fra capitali aziendali diversi. Da un altro lato questa società accentua, mediamente, anche il grado di sfruttamento della forza-lavoro occupata, anch’esso elemento basico dell’economia capitalistica.

I derivati sono dentro la pancia di molte importanti banche europee, secondo alcuni studi recenti le banche finlandesi, tedesche e inglesi hanno in pancia più del 20% delle loro componenti attive (attivo patrimoniale) in titoli derivati. Complessivamente le banche europee hanno il 13% medio di derivati nel proprio attivo. Si rileva una sproporzione notevole fra l’attivo delle banche italiane, pari a 2300 miliardi, dove i derivati sono valutati in 123 miliardi, e l’attivo delle banche tedesche, pari a 4060 miliardi, dove i derivati ammonterebbero a oltre 800 miliardi.

Un altro discorso va fatto in merito ai crediti inesigibili, o con un certo grado di inesigibilità, in questi casi si adopera il metodo contabile della svalutazione. In Italia i crediti svalutati e in sofferenza sono intorno ai 350 miliardi, una parte di essi (80 miliardi) è con molta probabilità inesigibile (in parte o in tutto).

La FED, restando in tema di crediti in sofferenza (del sistema bancario americano), dovrà intervenire massicciamente sui tassi di interesse, spostando la loro asticella percentuale fin sotto lo zero. Tale misura avrebbe l’obiettivo di tenere in vita i debitori/clienti a rischio elevato di insolvenza (parziale o totale), e di disinnescare il collasso della gigantesca montagna del debito. Tuttavia il disinnesco sarebbe solo temporaneo, i tassi a rendimento zero, o addirittura sotto lo zero, potrebbero spingere i possessori di capitale monetario a cercare fonti alternative di investimento (metalli preziosi, terreni…). In effetti, se una banca rinuncia a pretendere degli interessi sui prestiti concessi (allo scopo di tenere in vita il debitore), dovrà giocoforza ridurre o azzerare anche il tasso di interesse sui risparmi depositati nelle sue casse (da clienti/creditori), determinando effetti di fuga dei risparmiatori verso altre tipologie di investimento più redditizie. Evidentemente, osservando l’operato di alcune nazioni, queste dinamiche sono presenti anche nella decisione di smobilizzare le riserve in dollari, e nella susseguente decisione di acquistare riserve in oro. Dunque i tassi ad interesse negativo tendono a produrre un ‘distacco’ dall’investimento creditizio-monetario-bancario, almeno in una certa quota di possessori di ricchezze, spingendoli verso ‘asset/target’ alternativi. In un certo arco di tempo, non facilmente quantificabile, il fenomeno definibile con la sequenza: 1) montagna del debito, 2) tassi zero o sotto zero, 3) tendenza al distacco dall’investimento creditizio-monetario-bancario; potrebbe a sua volta determinare una netta svalutazione delle valute ‘occidentali’ più importanti (dollaro, euro, yen), cominciando dal dollaro. In fondo a questo piano inclinato di fuga potrebbe esserci la frana della montagna del debito pubblico, in quanto i possessori di obbligazioni di stato potrebbero scegliere di imitare le scelte di investimenti alternativi, compiute da altri possessori di ricchezze (a loro volta scontenti del  tasso zero offerto dal settore creditizio-monetario-bancario). Una richiesta massiccia di rimborso dei titoli di stato, comprometterebbe in successione diretta la possibilità di finanziamento per le aziende da parte delle banche, soprattutto e principalmente nell’area/blocco occidentale. Ottenere credito diventerebbe arduo, sia per i privati che per le imprese, a meno di non possedere delle sicure garanzie reddituali e patrimoniali di bilancio (ma generalmente chi ha i conti a posto non ha bisogno di finanziamenti).

Presentiamo ora qualche altro dato, a nostro avviso rilevante, per supportare qualche successiva considerazione di tipo politico: il valore complessivo del debito pubblico mondiale si aggira intorno ai 60 mila miliardi di dollari, da questo importo sono esclusi il debito dei privati e quello delle imprese economiche. Stati Uniti, Europa e Giappone, totalizzano tre quarti del debito pubblico mondiale (cioè il 75%). In ordine di grandezza decrescente l’America detiene il 29%, e l’Europa il 26% del debito pubblico mondiale. Nonostante le difficoltà l’economia capitalistica USA rappresenta il 24% del PIL mondiale, tuttavia questo dato va comparato con i dati percentuali del dopoguerra che erano quasi il doppio di quelli attuali. L’indice di produttività del lavoro in USA è quello più alto a livello mondiale, infatti con solo il 4,5% della popolazione totale viene realizzato un PIL del 24%. Tale situazione è correlata al forte impiego di capitale costante nella produzione, e alla elevata capacità aziendale di spremere (mediamente) con efficacia ed efficienza il massimo di plus-lavoro possibile dai salariati.

Il tracciato di ‘Capitalismo’ è particolare, esso ripercorre i passi di precedenti ricerche allo scopo di definire un quadro generale delle tendenze socio-economiche contemporanee. Un quadro generale non è la verità assoluta, in termini scientifici esso è una approssimazione conoscitiva (anche se noi definiamo il marxismo la più efficace approssimazione teorica prodotta dalla lotta di classe, per le finalità di questa stessa lotta). Partendo dalle analisi contenute nel ‘Capitale’, particolarmente nel terzo libro, abbiamo evidenziato il rapporto fra riproduzione allargata, accumulazione, concentrazione e centralizzazione dei capitali, e modifica della composizione (tecnica e organica) del capitale aziendale. Questi processi si svolgono nel quadro economico-aziendale della concorrenza, sospingendo le imprese concorrenti alla continua ricerca di impieghi più efficienti ed efficaci delle risorse tecniche e umane impiegate. La sostituzione del lavoro umano con il macchinario serve ad alleggerire una parte dei costi aziendali, anche se nel medio-lungo termine determina la riduzione percentuale del saggio di profitto ( essendo la forza-lavoro il fattore generatore del plus-valore/profitto). Un effetto derivato dei processi economici anzidetti è la crescita progressiva dell’esercito industriale di riserva di proletari inoccupati, e quindi della miseria crescente (relativa e assoluta) di una parte consistente di proletari. Questo ultimo aspetto è intrecciato al doppio fenomeno del calo della domanda di beni e servizi, particolarmente imponente nei periodi di contrazione del ciclo economico, e allo sviluppo potenziale/attuale della mina sociale della forza-lavoro in eccesso (rispetto ai bisogni di valorizzazione del capitale). Su base economica il vulcano della produzione capitalistica si arena nella palude del mercato, la regolare produzione diventa sovrapproduzione e accelera la comparsa di fenomeni collegati e succedanei. In merito al secondo fenomeno, fermo restando che una riserva proletaria inoccupata è funzionale (fisiologicamente) alle esigenze produttive dell’economia, sia su base temporale (quando si manifesta un ciclo espansivo), sia su base spaziale (quando il capitale ha bisogno di forza-lavoro in un certo luogo), un eccesso di disoccupati diventa invece una mina sociale, pericolosa per l’equilibrio e il ricambio regolare dell’organismo capitalistico. In presenza di questo combinato negativo di cause ed effetti intrecciati, l’organismo socio-economico capitalistico genera degli anticorpi, rappresentati dalle varie forme assumibili (storicamente) dalla distruzione rigeneratrice. Il rituale ciclico di morte e resurrezione dell’accumulazione/valorizzazione del capitale, si manifesta infatti in forme e modi variegati di distruzione del capitale costante e variabile (guerre locali, mondiali, eliminazione di esseri viventi con la fame, le malattie, inflazione, crisi economiche-finanziarie …).

 

I periodi di crisi accentuano il grado di conflittualità fra i fratelli coltelli borghesi (a livello di semplice concorrenza aziendale, di contesa fra aree economiche infra nazionali, di lotta commerciale fra economie nazionali, o di confronto geo-politico fra aggregati/alleanze sovranazionali). Ognuno tenta di fregare il vicino, di assimilare le sue quote di mercato, i suoi capitali, le sue masse di produttori di plusvalore. In ‘Chaos imperium’ abbiamo ricordato che le potenze capitalistiche più forti cercano con vari pretesti (diffusione della democrazia e difesa dei diritti umani ad esempio), di appropriarsi delle risorse naturali del sottosuolo (petrolio) delle potenze più deboli. Il controllo delle aree petrolifere, delle risorse idriche, delle vie commerciali, può consentire anche a  potenze in declino (gli USA) di mantenere una posizione di egemonia globale. Tuttavia il mutamento dei rapporti di forza fra gli attori emergenti dell’economia globale, nei confronti del traballante imperium  americano, rende problematica, per quest’ultimo attore, la possibilità di mantenere il trono dell’egemonia. Il debito pubblico e privato americano corrisponde oggi al valore del debito pubblico mondiale, nel giro di dieci anni il debito pubblico USA è raddoppiato. La presenza di una forte componente debitoria, in associazione a un elevato grado di investimenti finanziari, insieme a una elevata incidenza del capitale costante nei processi produttivi, segnala l’esistenza di un capitalismo maturo, vicino alla senescenza. Le economie emergenti possono inizialmente dare un alito di vita a questo cadavere ambulante, offrendo ai suoi capitali in cerca di valorizzazione, delle enormi riserve di forza lavoro a basso costo. Tuttavia nel corso del tempo anche nelle economie emergenti si modifica la composizione organica del capitale aziendale, queste economie diventano adulte, si industrializzano, e allora il cadavere ambulante riparte alla ricerca (ma questa volta insieme alle nuove potenze economiche) di nuovi pascoli di valorizzazione (in altre aree geo-economiche). Il ciclo vitale delle economie emergenti, poiché avviene dentro la cornice di un capitalismo globale senescente, è più breve, più veloce del ciclo di vita delle prime economie capitalistiche. Il caso cinese è esemplare, in pochi decenni la Cina ha racchiuso lo sviluppo che in altre economie è durato un paio di secoli. Afflitta anch’essa da un pesante debito (pubblico e soprattutto privato), ma dotata di maggiori possibilità di investimento di capitali in giro per il mondo, essa percorre delle strade che gli USA difficilmente possono inseguire con successo. La ricetta che accomuna tutti i Players capitalistici, di fronte alla caduta del saggio di profitto e alla crisi, è, inizialmente, l’incremento dello sfruttamento della forza lavoro ancora occupata (plus-lavoro assoluto e relativo). Anche l’aumento della pressione tributaria, inteso come uno strumento per trasferire quote di reddito, risparmio e patrimonio, dalla classe proletaria al capitale finanziario titolare del debito pubblico (quindi per pagare gli interessi sulle cedole), si configura come sfruttamento aggiuntivo indiretto (rispetto a quello direttamente operato nei processi produttivi). Abbiamo analizzato, nel giugno 2016, la forma di plus-lavoro assoluto che l’economia capitalistica realizza con l’innalzamento dell’età pensionabile. E infine, nel mese di aprile 2015, abbiamo analizzato la forma di plus-lavoro assoluto realizzata con il lavoro gratuito, e obbligatorio dal punto di vista scolastico, dell’alternanza scuola lavoro. Come anticipato nell’introduzione, questo lavoro aveva il compito di raccogliere e riproporre le analisi contenute in vari articoli presenti sul sito. In questi articoli vengono colti degli aspetti importanti del capitalismo, quindi partendo da essi è stato possibile delineare un affresco generale del sistema in cui viviamo. Molti economisti borghesi ora riscoprono Keynes, richiedendo a viva voce l’intervento della mano pubblica nella economia, dopo decenni di retorica liberista. In realtà la loro conversione è solo la testimonianza dell’ingranaggio di sempre fra Stato ed economia. Il capitale nasce statale e non smette mai di essere supportato nel corso dei secoli dalle politiche economiche e fiscali, dalla legislazione amica, e infine dalla articolazione poliziesca e giudiziaria fondamentale per il rispetto delle norme. Il supporto di uno stato nazione al capitale nazionale si manifesta in due modi fondamentali: all’interno del territorio nazionale, come capacità di imporre il rispetto delle norme che regolano i rapporti di dominazione/subordinazione fra le classi sociali; e all’esterno del territorio come capacità di negoziazione diplomatica e di proiezione economica e militare a difesa degli interessi della propria borghesia. Questo schema esclude parzialmente gli stati vassalli di altri stati (imperiali), in questo caso il doppio supporto al capitale nazionale di cui parlavamo sopra, è subordinato, viene dopo, la soddisfazione degli interessi dello Stato guida imperiale. In questo senso potremmo anche convenire sulla teoria del capitale autonomo, ma al rovescio: uno stato nazione (vassallo) può essere costretto a rendersi autonomo dagli interessi del proprio capitale nazionale, per soddisfare i diktat di una alleanza a guida di uno stato imperiale (e quindi gli interessi del capitale supportato dallo stato imperiale). I rapporti di forza fra conglomerati di potenza strutturale e sovra-strutturale sono soggetti, nel corso della storia, a modificazioni, determinate da fattori economico-sociali e politico-militari. Le capacità produttive della struttura economica sono collegate alla potenza militare e al peso politico di una sovrastruttura statale, mentre le strategie interne e internazionali di un conglomerato ( sintesi di struttura/sovrastruttura) hanno lo scopo di assicurare alla borghesia (quindi al capitale) la non interruzione del processo di appropriazione di plusvalore (dentro il territorio nazionale e anche al di fuori di esso). Questo ultimo aspetto è correlato/condizionato in modo esplicito dai rapporti di forza esistenti fra borghesia e proletariato su base nazionale e internazionale, e dalla ripartizione della egemonia/potenza all’interno della classe dominante borghese (su base nazionale e internazionale).

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