Punto n°23: la questione sindacale (tratto dai 31 punti, contenuto in ‘testi marxisti’ home page)

Punto n°23: la questione sindacale LA INDISPENSABILE RINASCITA DEL SINDACATO DI CLASSE POTRA’ PASSARE ANCHE ATTRAVERSO LA CONQUISTA DEGLI ATTUALI SINDACATI TRICOLORE, MA SOLO A CONDIZIONE CHE LA FORZA OPERAIA NEGLI URTI VIOLENTI SUSCITATI DALLA RIPRESA GENERALE DELLA LOTTA DI CLASSE NE DISTRUGGA L’INTERA IMPALCATURA BUROCRATICA.

Per il Partito Comunista, l’attività e le forme di organizzazione delle lotte economiche del proletariato vengono per importanza solo dopo la salvaguardia della sua organizzazione, della sua teoria e del suo programma. La finalità da esso perseguita con la sua attività sindacale è quella di influenzare e dirigere le masse, preparandole nel corso degli scontri per le rivendicazioni economiche alla rivoluzione proletaria e comunista. Questo scopo non potrebbe infatti essere raggiunto solo con la propaganda dell’ideologia del Partito: “La conquista delle masse non si può realizzare con la semplice propaganda della ideologia del partito e col semplice proselitismo, ma partecipando a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica. […] Attraverso le azioni per le rivendicazioni parziali il partito comunista realizza un contatto con la massa che gli permette di fare nuovi proseliti” . L’obbiettivo di guadagnare terreno ed influenza nel seno del proletariato “deve essere raggiunto partecipando alla realtà della lotta proletaria su un terreno che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito” . In tutti i periodi storici questa è dunque la condizione indispensabile per la nostra attività negli organismi economici proletari: non compromettere la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito. Pertanto “le iniziative e gli atteggiamenti […] non devono in alcun modo essere né apparire in contraddizione colle esigenze ulteriori della lotta specifica del partito a seconda del programma di cui esso solo è assertore e per il quale nel momento decisivo il proletariato dovrà lottare” . Fissato questo concetto valido sempre, vediamo ora in che termini il “Progetto di Tesi” del 1922 definisse in modo più dettagliato e preciso il senso dell’azione sindacale comunista nelle condizioni specifiche allora esistenti: “nel loro lavoro nei sindacati i comunisti tendono a realizzare la massima estensione della base di essi, come di tutte le organizzazioni di natura analoga, combattendo ogni scissione e propugnando la unificazione organizzativa dove la scissione esiste, pur che sia loro garantito un minimo di possibilità di lavorare per la propaganda e pel noyautage comunista. […] I partiti comunisti, pur lavorando col programma di assicurarsi la direzione delle centrali sindacali, apparato indispensabile di manovra nelle lotte rivoluzionarie, col mezzo della conquista della maggioranza degli organizzati, [….]” . I comunisti dunque negli anni venti, ponendosi di fronte alle grandi confederazioni sindacali, pur controllate dai socialdemocratici, ritenevano che queste riunissero 1 “La tattica dell’internazionale comunista nel progetto di tesi presentato dal pc d’Italia al IV congresso mondiale – Mosca novembre 1922” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 67). 2 “Tesi sulla tattica del pc d’Italia – roma, marzo 1922”, punto 20 (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 42). 3 “Tesi sulla tattica del pc d’Italia – roma, marzo 1922”, punto 30 (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 45). 4 “La tattica dell’internazionale comunista nel progetto di tesi presentato dal pc d’Italia al IV congresso mondiale – Mosca novembre 1922” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 68). 118 in generale le condizioni per lo svolgimento della loro opera politica in una direzione che coincideva col fatto di tendere, all’interno delle organizzazioni sindacali, “a conquistare […] il seguito della maggioranza e le cariche direttive” . Quelle specifiche condizioni cambiarono dopo che i sindacati, alla fine della seconda guerra mondiale (1945), si trasformarono radicalmente, subordinandosi in linea di diritto o di fatto all’apparato statale borghese. Gli attuali sindacati, costituiti dopo l’esperienza fascista e dopo la II Guerra Mondiale, sono nati infatti come sindacati tricolori, si sono caratterizzati cioè fin dall’inizio come degli organi dello Stato, per cui sarebbe stato un grave errore nel secondo dopoguerra e lo è a maggior ragione oggi ritenerli e definirli semplicemente come dei sindacati riformisti o opportunisti. Questo processo, inoltre, non ha riguardato un solo paese (la Spagna, come pretenderebbero i nostri contraddittori), ma ha coinvolto tutti i principali paesi dell’Occidente. Non è stato l’eccezione, ma la regola. Già nel 1949 il nostro Partito affermava infatti che il fatto “che l’organizzazione operaia viene impastoiata nello Stato […] è oggi tendenza generale in tutti i paesi, sia con forme di coazione che con forme di subordinazione dei capi sindacali ai partiti borghesi, di cui la seconda evidentemente è peggiore” (6). La Sinistra riconobbe dunque questo cambiamento, scolpendolo fin dal 1945 in una impostazione della “questione sindacale” ben diversa da quella degli anni ’20. La messa a punto sindacale del 1945 era in questo senso assolutamente limpida: “Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe” . Anche se dopo il 1944 il sindacato unico si scisse in tre centrali, assumendo l’aspetto di quella che fu definita una trimurti sindacale, il Partito ammonì infatti a non prendere lucciole per lanterne: “le successive scissioni della Confederazione Italiana Generale del Lavoro col distaccarsi dei democristiani e poi dei repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi di diverse confederazioni, e anche se la costituzione ammette la libertà di organizzazione sindacale, non interromperanno il procedere sociale dell’asservimento del sindacato allo Stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalista per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo” sottolineando in particolare che “anche la Confederazione che rimane coi socialcomunisti di Nenni e Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anch’essa un’organizzazione tricolore cucita sul modello Mussolini. La storia del «Risorgimento» sindacale 1944 sta a dimostrarlo, coi suoi nastri tricolori e le sue stille di acqua lustrale sulle bandiere operaie, con le basse consegne di Unione Nazionale, di guerra anti tedesca, di nuovo risorgimento liberale, con la rivendicazione tuttora in atto, di un ministero di concordia nazionale, direttive che avrebbero fatto vomitare un buon organizzatore rosso, anche di tendenza riformista spaccata” . L’asservimento del sindacato operaio allo Stato borghese è tutt’uno con la fase imperialista dispiegatasi dopo il 1914: “Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista, si trattò appunto di fare il bilancio del disastroso inquadramento dell’inquadratura sindacale e politica, e si 5 Ibidem. 6 “Il marxismo e la questione sindacale”, “Battaglia Comunista” n. 3 del 1949. 7 “La Piattaforma politica del Partito”, 1945 – tesi n° 12. 8 “Le scissioni sindacali in Italia”, “Battaglia Comunista” n. 21 del 1949. 119 tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia. Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l’avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano. Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata l’abolizione del movimento sindacale. All’opposto fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell’una o nell’altra forma, affermata unica e unitaria, e resa strettamente aderente all’ingranaggio amministrativo e statale” . Il processo sopra delineato è irreversibile: “anche dove, dopo la Seconda Guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe. Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista, appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista” . Qui si puntualizzano due concetti di enorme importanza: a) che dopo la seconda guerra mondiale, la dinamica sindacale continua a svilupparsi nel pieno senso del controllo statale e dell’inserzione negli organi amministrativi ufficiali, ossia che lo Stato borghese non solo continua a controllare i sindacati anche dopo la disfatta militare del fascismo, ma li controlla ancora più strettamente; b) che il fascismo portò avanti il riconoscimento giuridico del sindacato, dandogli la titolarità della contrattazione degli accordi collettivi col padronato, cosa questa che prima non gli era riconosciuta, per cui il semplice intento di unificare salari e condizioni di lavoro, implicava delle mobilitazioni per raggiungere tali risultati. In una parola, il sindacato doveva guadagnarsi giorno per giorno attraverso la lotta la sua esistenza ed il suo riconoscimento. Il riconoscimento giuridico da parte dello Stato sanzionato dal fascismo, viceversa, e i doveri che spingono i sindacati all’accettazione e alla difesa del regime capitalista, li hanno condotti “fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe”. Noi considerammo di fondamentale importanza per il Capitale questo imprigionamento delle associazioni economiche nello Stato riconoscendovi la risposta dialettica alla riconosciuta e ribadita necessità che il Partito influenzi la lotta sindacale come stadio indispensabile per ogni ulteriore movimento rivoluzionario. La borghesia insomma, sottomettendo i sindacati alla politica dello Stato capitalista, si difende dalla minaccia della Rivoluzione soprattutto perché in tal modo impedisce, ritarda ed ostacola così l’attività dei marxisti e degli stessi operai combattivi nelle lotte economiche, attività senza la quale non 9 “Partito rivoluzionario e azione economica”, settembre 1951, “Bollettino interno n. 1”, ora in “Partito e Classe”. 10 Ibidem. 120 potrà mai prendere vita un movimento più vasto di attacco ai poteri politici borghesi. La Sinistra chiamerà questa mutazione “radicali modificazioni del rapporto sindacale”. Queste modificazioni radicali non dipendono da alcuna mutazione delle contraddizioni inerenti il modo di produzione capitalistico e neppure dal carattere della lotta economica del proletariato. Le modificazioni radicali si riferiscono solo all’inquadramento dei sindacati da parte dello Stato, alla loro integrazione più o meno formale nelle funzioni dello Stato borghese come manifestazione da un lato dell’attuazione della fase imperialista del Capitale, coincidente con la sua sempre maggiore concentrazione e con la corrispondente centralizzazione politica, e dall’altro della completa integrazione politica della socialdemocrazia e dello stalinismo nella struttura politico-sociale ed organizzativa della borghesia. Questa integrazione dell’opportunismo è un fatto sociale e non solo politico: “l’opportunismo è un fatto sociale, un compromesso tra le classi che avviene in profondità, e sarebbe follia non vederlo…” . La sua base materiale sta nello sviluppo gigantesco delle forze produttive che ha alimentato la “floridezza” della produzione industriale degli ultimi 100 anni, e, in particolare, dopo il 1945, ammettendosi che essa abbia reso possibile sia la formazione di un’aristocrazia operaia nel senso proprio del termine, cioè di uno strato corrotto e in parte coincidente con il bonzume politico-sindacale, sia anche il varo di tutta una “gamma di misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato” in generale, che, pur non corrompendo la massa operaia, comunque “creano un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in un certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino”, una garanzia ben misera ed aleatoria, ma che vale a rendere il salariato “esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta”. Queste sono le basi materiali -non certo identiche, ma tra loro parallele- dell’imprigionamento e dell’integrazione dei sindacati nello e da parte dello Stato borghese da un lato, della mancanza di reazioni da parte della massa operaia, tuttora succube degli apparati pseudo-operai affittati allo Stato e dell’ideologia collaborazionista, dall’altro. Nessuna illusione, dunque, di poter “riconquistare” i sindacati tricolore e di farli risorgere come organismi di classe attraverso la semplice sostituzione dei vertici: “Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell’apparato di Stato” . La constatazione che i sindacati tricolore non si prestano all’opera del Partito non ci condusse, tuttavia, a negare il terreno dell’azione sindacale, come sostenevano invece i seguaci della corrente che darà poi vita a “Battaglia comunista”: “Se nelle varie fasi del corso borghese: rivoluzionaria, riformista, antirivoluzionaria, la dinamica dell’azione sindacale ha subito variazioni profonde (divieto – tolleranza – assoggettamento), questo non toglie che è indispensabile organicamente avere tra la massa dei proletari e la minoranza inquadrata nel partito un altro strato di organizzazioni, per principio neutre politicamente ma costituzionalmente accessibili a soli operai, e che organismi di questo genere devono «risorgere» nella fase di 11 “I fondamenti del comunismo rivoluzionario”, p. 38. 12 “Partito rivoluzionario e azione economica”. 13 “Tesi caratteristiche del partito”, 1951 da “In difesa della Continuità del Programma Comunista”. 121 avvicinamento della rivoluzione” . Assodato che “in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese” e che “la necessità di ciascuna e di tutte e tre queste condizioni, dalla utile combinazioni delle quali dipenderà l’esito della lotta” è stata stabilita dal Partito sulla base della “giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali”, della “giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell’economia e della politica e dello stato” e “degli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie che nei corrompimenti e nelle disfatte” ; assodato per maggior chiarezza che il marxismo, se “considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito Comunista nelle organizzazioni economiche di classe” e che, per contro, gli attuali sindacati infeudati allo Stato borghese non si prestano più all’opera del Partito, nel senso che esso non è più in grado di utilizzarli così come essi sono come una cinghia di trasmissione delle sue direttive nella classe, ci dobbiamo allora chiedere: come tali organismi o “associazioni a contenuto economico” indipendenti dal controllo statale possono e devono risorgere? Da dove, a partire da quali organismi o situazioni attualmente esistenti o ipotizzabili per il futuro? Prima di rispondere a questi quesiti occorre ammettere che il processo prima descritto rende necessariamente più difficile più arduo il problema dello sviluppo delle lotte economiche in senso rivoluzionario e del conseguimento delle stesse rivendicazioni immediate: “Mano mano che l’organizzazione operaia viene impastoiata nello stato […]il problema dello svolgimento delle lotte economiche e degli scioperi in senso rivoluzionario diviene più complesso e più arduo” . Quante volte si è verificata questa previsione negli ultimi anni? Lotta dei minatori inglesi, lotta degli operai polacchi, servizi pubblici in Francia, lotte operaie in Corea, dei minatori in Cina fino alle più recenti lotte in Italia sulle pensioni. Le organizzazioni operaie impastoiate nello Stato, cioè, non hanno fatto che deviare le lotte ad esclusivo beneficio della collaborazione di classe e della conservazione del regime borghese, perché tali organismi hanno come postulato della loro stessa funzione di organizzazione e gestione della lotta operaia la diretta partecipazione dei loro capi e dei loro apparati alla direzione politica del regime borghese. Non hanno forse oggi tutte le confederazioni sindacali e i partiti che le influenzano, come fine la difesa delle istituzioni e del regime democratico, oltre all’eterna aspirazione di farsi governo o di tirare fuori ministri dai sindacati? Non chiamano i propri iscritti e l’opinione pubblica a votare o appoggiare questo o quel partito, questo o quel governo? Non sono i primi difensori delle istituzioni 14 “Sintesi sulla «questione sindacale»”, Riunione di Roma, 1 aprile 1951, nell’opuscolo “Sul filo del tempo”, maggio 1953. 15 “Partito rivoluzionario e azione economica”, 1951, da “Partito e Classe”. 16 Filo del tempo, 1949, II. 122 borghesi? Ciò premesso, vediamo come il Partito rispose a quelle fondamentali domande: “a) la situazione sindacale di oggi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza di un partito comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto della azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche all’azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati e via via di funzionari di mestieri a capi elettivi, etc. Tale eliminazione, difesa nel suo interesse dalla classe capitalistica, vede sulla stessa linea storica i fattori: corporativismo tipo CLN, sindacalismo tipo Di Vittorio o Pastore. Tale processo non può essere dichiarato irreversibile. Se l’offensiva capitalista è fronteggiata da un partito comunista forte, se si strappa il proletariato alla tattica (sindacalista) CLN di fronte a quella, se lo si strappa all’influenza dell’attuale politica russa, nel momento X o nel paese X possono risorgere i sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali. Ciò non è storicamente da escludere. Certamente quei sindacati si formerebbero in una situazione di avanzata o di conquista del potere. Le differenze tra le due situazioni rendono secondaria quella tra la dirigenza D’Aragona, che non escluse la nostra azione di frazione nella C.G.L. e quella Di Vittorio” . Il processo storico di inserimento del sindacato nello Stato era stato dichiarato infatti da noi certamente irreversibile, ma solo stanti gli attuali rapporti di forza fra le classi. Il che significa che se i rapporti di forza si modificano radicalmente a favore del proletariato, quel processo può essere rovesciato. Rimangono quindi inalterate le osservazioni di principio: 1) senza organismi intermedi di carattere economico tra partito e classe non esiste possibilità rivoluzionaria, 2) il partito non abbandona tali organismi per il solo fatto di esservi in minoranza. I sindacati post-fascisti dunque, CGIL inclusa, non erano e non sono più la CGL di D’Aragona: c’è una “i” in più, e quella “i” significa Confederazione “italiana”, significa Confederazione tricolore. Pertanto non potevamo e non possiamo più ritenerli degli organismi “neutri”, di cui possiamo prendere la testa semplicemente scalzando i vecchi vertici opportunisti e sostituendovi un’altra direzione. L’epoca in cui questa conquista relativamente pacifica del sindacato era possibile per i comunisti si è chiusa per sempre. Nell’epoca post-fascista, in cui tutta la rete organizzativa del sindacato è diventata, statutariamente o di fatto, una cinghia di trasmissione del controllo dello Stato borghese sui lavoratori, la conquista (18) di tali organismi può ancora ipotizzarsi, ma solo come un processo che implicherà il rovesciamento violento di tutta la gerarchia sindacale, e non solo la sostituzione di una direzione con un’altra. La conquista elettiva delle direzioni dei sindacati preconizzata nel 1922, quando i comunisti “tend[eva]no a conquistare […] il seguito della maggioranza e le cariche direttive” , non solo non è più meccanicamente riproponibile nel secondo dopoguerra, ma è stata esplicitamente esclusa dal nostro Partito proprio in quanto si è avuto quel tipo di salto qualitativo in rapporto agli anni ’20. Nel 1951, infatti, non si parla più di conquista elettiva, ma, come si è visto, del “risorgere” di “sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali”. Oggi, che sono trascorsi oltre cinquantanni da quella scientifica registrazione di una evoluzione sindacale che 17 Bollettino per la preparazione del II° Congresso del Partito Comunista Internazionalista, 1951. 18 Di conquista dei sindacati, non di “riconquista” si deve correttamente parlare: perché i sindacati di oggi non sono più quelli pre-fascisti, che erano sì riformisti ma nello stesso tempo indipendenti dagli ingranaggi statali, ma sono un’altra cosa. 19 “La tattica dell’internazionale comunista nel progetto di tesi presentato dal pc d’Italia al IV congresso mondiale – Mosca novembre 1922” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 68). 123 era avvenuta nella realtà dei fatti e che da allora non ha fatto che confermarsi e consolidarsi ulteriormente, è pertanto illusorio e disfattista porsi l’obiettivo della conquista delle attuali organizzazioni sindacali da parte dei gruppi di lavoratori inquadrati dalla rete sindacale del Partito Comunista al di fuori di situazioni di reale e non episodica ripresa della lotta di classe, a maggior ragione se tale obiettivo viene concepito come l’unica modalità possibile per la rinascita del sindacato di classe, escludendo l’alternativa della sua formazione ex novo al di fuori dalle reti delle organizzazioni tradizionali ed approdando di fatto in tal modo ad una antistorica e velleitaria difesa di un presunto carattere classista della CGIL in quanto tale o quantomeno -come adesso si lascia intendere- di alcune sue frange e componenti. Tale visione distorta è per alcuni aspetti analoga a quella che nel 1968-71 caratterizzò la seconda, grave crisi attivistica del nostro Partito dopo quella del 1952, e che fu rappresentata dalla vicenda del “sindacato rosso”. Nella seconda metà degli anni ’60, gradualmente, le posizioni del Partito si erano fatte meno nitide: dalla affermazione secondo cui la CGIL era un “sindacato tricolore” esattamente come gli altri due (anche se noi preferivamo lavorare in esso perché inquadrava la maggioranza della classe operaia), per cui la rinascita del sindacato di classe sarebbe passata o dalla conquista a legnate degli organismi esistenti o dalla formazione di nuove organizzazioni di difesa economica nate direttamente dalle lotte operaie, si era passati infatti a quella secondo cui la CGIL era un “sindacato tradizionale” , definizione equivoca perché non chiariva che non si alludeva al persistervi di una tradizione rossa, che era in realtà ormai completamente estinta, ma al fatto che gli operai tradizionalmente, per inerzia storica, e quindi a torto, si attendevano dalla CGIL una miglior difesa. Si iniziò poi anche ad arrischiare una contrapposizione scivolosa tra la base “sana” del sindacato ed i vertici, ai quali soltanto si sarebbero dovute riservare le famose “legnate”, ed una altrettanto scivolosa tendenza ad attribuire alla CGIL una “parvenza di classe” . Il termine “parvenza” è infatti filologicamente corretto ma politicamente spurio: se veramente di una “parvenza” si trattava, infatti, per quale motivo avremmo dovuto auspicare che di essa non si facesse gettito? Fu solo dopo, tuttavia, e precisamente con “il sindacato rosso” della fine degli anni ’60 si passò dalle formule ambigue al concetto erroneo secondo cui bisognava difendere la tradizione rossa della CGIL, per approdare infine alla pura e semplice difesa 20 “Ci battiamo perché il sindacato operaio tradizionale, la CGIL, rinasca come sindacato di classe; […] ci battiamo perché rinasca il sindacato unitario dei lavoratori: ed esso sarà unitario non già mediante il pateracchio politico e organizzativo coi sindacati bianchi e gialli e subendo i ricatti di organizzazioni padronali come la CISL e la UIL, ma ponendo a tutti i proletari scopi di classe da raggiungere coi metodi della lotta di classe” (Spartaco, 1962). 21 “L’attuale direzione della CGIL è chiaramente dalla parte della collaborazione di classe, della conservazione del sistema capitalistico, e della controrivoluzione. Perciò, invitiamo gli iscritti allo SFI e alla CGIL e tutti i proletari a lottare per la piattaforma dei comunisti internazionalisti, per la difesa in seno alla CGIL dei principi del comunismo rivoluzionario, perché la CGIL torni ad essere un sindacato di classe; invitiamo i proletari a raccogliersi attorno ai comunisti internazionalisti per l’abbattimento violento dell’attuale direzione controrivoluzionaria ed opportunista.” (Spartaco, N.19 del 1964). L’unità sindacale è osteggiata in quanto la CGIL vi perderebbe quella parvenza di classe che le resta: “il ritorno all’unità proletaria o significa – come ora – l’abbandono completo da parte della CGIL di ogni parvenza di classe, ovvero – come noi auspichiamo – sarà il prodotto della crescente mobilitazione di classe dei salariati decisi a ritornare ad un’unica organizzazione compatta ed invincibile, il cui presupposto è la sostituzione dei capi traditori con dirigenti fedeli agli interessi operai […]i comunisti rivoluzionari non si propongono la creazione di nuovi sindacati, finché sarà possibile svolgere opera rivoluzionaria in quelli attualmente esistenti, finché la CGIL non rinuncerà e non vieterà la costituzione di correnti nel suo seno” (Spartaco, N.25 del 1965). 124 della CGIL in quanto sindacato di classe, e quindi alla lotta contro l’unità sindacale in funzione di tale difesa. In questo sbandamento dobbiamo vedere il riflesso dell’incapacità del Partito di interpretare correttamente la natura e i limiti del movimento rivendicativo operaio di quegli anni in Italia. La sopravvalutazione delle forze in campo e delle sue stesse possibilità di intervento generarono nel Partito delle illusioni che non potevano non avere delle ripercussioni negative sulla sua compagine in quanto portarono ad un travisamento dei postulati marxisti in precedenza fissati. Nel 1968-71 “il sindacato rosso” infatti, lungi dal riproporre la tesi della possibile conquista “magari a legnate” dell’apparato della CGIL in alternativa alla costituzione di organismi sindacali ex novo -e quindi completamente fuori del raggio di azione e di influenza di quelli esistenti- risolse il dilemma lasciato giustamente in precedenza aperto a favore di uno solo dei suoi due corni, e cioè privilegiando immotivatamente la “rigenerazione del sindacato esistente”, identificato con la CGIL, rigenerazione che fu quindi concepita come il passaggio obbligatorio per la ricostituzione di quel vitale strato di organismi proletari immediati di difesa economica che deve tornare ad esistere tra il Partito e la classe se e quando la Rivoluzione avanza. Non solo tale conquista fu concepita come una via obbligata, ma fu altresì concepita come l’estensione e -per così dire- la proiezione futura della difesa di quanto di positivo nonostante tutto nella CGIL era rimasto, compiendo così un errore ancora peggiore. La conquista della CGIL, infatti, sarebbe stata realizzabile solo a condizione di distruggerne l’impalcatura da cima a fondo, dai sommi duci ai funzionari intermedi fino a quelli più periferici, perché quello e non altro era il senso delle “legnate”. Invece fu teorizzata la difesa del presunto carattere classista dell’apparato della CGIL (bonzi esclusi). La “parvenza” infatti, con l’andar del tempo, tenderà sempre di più a diventare “sostanza”, tanto è vero che nel 1967 si definirà “l’unificazione sindacale, preludio del sindacato di stato”, il che equivaleva a negare che il sindacato fosse già un sindacato di Stato, e che si stabilirà che “opporsi all’unificazione sindacale risponde”, tra l’altro, alla necessità fondamentale per i proletari di “conservare la propria organizzazione di classe” . Il che equivaleva a dare alla CGIL un esplicito riconoscimento di essere quello che non era ormai da vent’anni: “Proletari! Lavoratori! Il partito del proletariato rivoluzionario, il partito di classe, vi chiama alla suprema difesa della trincea sulla quale soltanto è possibile salvare l’onore della classe, della tradizione rivoluzionaria comunista. VI CHIAMA A DIFENDERE I SINDACATI DI CLASSE CONTRO la manovra concordata dai capi imborghesiti della CGIL, dei borghesissimi capi della CISL e della UIL, appoggiati ed ispirati dai partiti opportunisti del PCI, PSU e PSIUP e da tutti i partiti borghesi, con a capo il vero unico partito fascista di oggi, la DC. Questa manovra intesa a sopprimere le vostre organizzazioni di difesa economica annegandole in un unico calderone, nel quale dirigenti borghesi e traditori dovrebbero convivere con proletari sinceri, e Voi dovreste illudervi che i primi difendano i vostri interessi, questa manovra può essere sventata alla sola condizione che vi rifiutate di dare il minimo appoggio alla politica sindacale dell’opportunismo” . Nel 1967 si invitarono i lavoratori a lottare contro l’introduzione delle deleghe, che, sostituendosi ai vecchi collettori, affidavano al padronato la riscossione delle quote sindacali. Se quella indicazione di lotta fu comunque corretta in quanto difendeva uno strumento di pressione dei lavoratori sull’apparato sindacale evitando che il meccanismo automatico del 22 il programma comunista, n. 10 del 1967 23 il programma comunista, n. 18 del 1967. 125 silenzio-assenso surrogasse la corresponsione diretta di quote revocabili in qualsiasi momento, non lo furono altrettanto le motivazioni politiche addotte: non si vide nell’introduzione delle deleghe il cadere di quella che era solo una vecchia e vuota forma, ormai inadeguata alla avvenuta statalizzazione del sindacato, ma un ulteriore passo in avanti verso una statalizzazione che sarebbe stata ancora a metà strada: “[…] il rifiuto degli operai a rilasciare le ‘deleghe’ alle direzioni aziendali […] rappresenta l’opposizione degli operai coscienti alla politica traditrice dei bonzi, costituisce un primo passo verso l’organizzazione di una opposizione rivoluzionaria all’interno della CGIL, rappresenta il preludio al formarsi dei primi nuclei proletari disposti a fermare la politica di distruzione del sindacato di classe […] Il nostro partito è l’unico che abbia denunciato la manovra disfattista dei capi sindacali, la loro politica di consegna dei sindacati allo Stato del Capitale, dei padroni, delle direzioni aziendali […]; è l’unico partito che abbia indicato ai proletari di non abbandonare la lotta, ma d’estenderla e potenziarla, di stringersi intorno ai comunisti rivoluzionari per sventare la fascistizzazione delle organizzazioni di difesa economica dei lavoratori” . Si giunse poi addirittura a preconizzare l’abbandono del sindacato se esso si fosse effettivamente statalizzato, indicazione che è fuori da ogni visione marxista, come dimostra il fatto che mai il Partito, pur riconoscendo la natura tricolore dei sindacati esistenti, si pronunziò per il boicottaggio o per l’abbandono: “Abbiamo esplicitamente premesso in nostri precedenti articoli che, qualora si dovesse giungere alla unificazione tra CGIL CISL e UIL, la CGIL cesserebbe di essere una organizzazione operaia per trasformarsi in una appendice dei Ministero del Lavoro, in un organo statale o para statale. In tal caso, allora, i comunisti inciterebbero i proletari ad abbandonare questa centrale e ad organizzarsi in un nuovo sindacato, in un vero sindacato” . I testi sopra riportati documentano in modo inoppugnabile il ribaltamento delle posizioni di Partito cui si addivenne ponendo come “sindacato di classe” una CGIL che prima era stata correttamente denunziata come sindacato tricolore ed erede delle esperienze di Mussolini. Ma è altrettanto inoppugnabile che, se si trattò certo di una gravissima sbandata in senso attivistico che coinvolse tutto il Partito, essa, rispondendo in modo inadeguato alle suggestioni sprigionatesi dall’ondata di lotte operaie che culminerà nell’autunno caldo, resta, per l’appunto, una sbandata dettata da una errata analisi della situazione contingente e non da un travisamento dei principi. Nel 1972 i “Punti di orientamento sindacali” corressero la deviazione, almeno in parte, ma lo fecero su una base non più coerente con i principi del marxismo ed obbedendo non già al criterio organico della ripresa e dello studio sistematico dei testi della Sinistra, ma a quello delle improvvise “sterzate” calate dall’alto ed in modo affrettato sul Partito: se alla smania di difendere la CGIL “rossa” subentrò quindi dopo la loro stesura ed in forza di quanto vi era stato affermato la smania di tuffarsi in tutti i Comitati possibili, vedendovi il succedaneo politico della ormai accantonata prospettiva della rinascita del sindacato di classe dall’interno o dall’esterno di quelli esistenti, ovvero riconoscendo in essi una sorta di “prefigurazione dei soviet” su scala minima se non microscopica, quello che era stato un errore di valutazione, per quanto grave, diventò dal ’72 in poi un errore di principio. La lotta di classe, in effetti, non può rinascere su un terreno direttamente politico. Senza un precedente allenamento su quello delle lotte di 24 il programma comunista, N. 3 del 1967. 25 Il Sindacato Rosso, N. 1 del 1969. 126 difesa economica non è data ai proletari alcuna possibilità di condurre un vittorioso attacco politico al capitalismo. “La vera, duratura e fondamentale conquista di una simile ripresa sarà il ritorno sulla scena storica, come fattore agente, dell’organizzazione severamente selezionata e centralizzata del partito, ma ad essa si accompagnerà necessariamente anche la rinascita di organizzazioni di massa, intermedie fra la larga base della classe e il suo organo politico. Queste organizzazioni possono anche non essere i sindacati – e non lo saranno nella prospettiva di una brusca svolta nel senso dell’assalto rivoluzionario, come non furono essi ma i soviet, in una situazione di virtuale dualismo di potere, l’anello di congiunzione fra partito e classe nella rivoluzione russa. Nulla però esclude sul piano mondiale che, in paesi non immediatamente invasi dalla fiammata rivoluzionaria ma in fase di travagliata maturazione di essa, rinascano organismi in senso stretto economici, in cui non regnerebbe certo la quiete apparente del cosiddetto e per sempre defunto periodo “idilliaco” o “democratico” del capitalismo, ma divamperebbe di nuovo, assai più che nel primo dopoguerra, l’alta tensione politica delle svolte storiche in cui l’acutizzarsi degli antagonismi economici e sociali si riflette nell’aprirsi di profonde lacerazioni in seno alla classe sfruttata e nell’esasperarsi del cozzo fra la sua avanguardia e le esitanti e renitenti retroguardie” . Ciò che nel 1951 era ritenuto indispensabile e cioè la rinascita del sindacato di classe, nel 1972 divenne non solo dispensabile, ma si ridusse ad una remota eventualità, qualcosa che “nulla esclude”, ma solo nei paesi più lontani dalla fiammata della ripresa rivoluzionaria, dove cioè il brusco soprassalto della Rivoluzione non metterà subito all’ordine del giorno il sorgere di organismi immediati di natura politica. Laddove poi i “Punti di orientamento sindacali” affermano che il Partito, riconoscendo nei vari Comitati “il sintomo di una istintiva reazione proletaria allo stato di impotenza al quale i sindacati riducono le sue lotte e rivendicazioni, deve trarne motivo per inculcare in uno strato sia pure esile di sfruttati la coscienza di come i loro sforzi, per quanto generosi, siano condannati a rimanere sterili se la classe non trova in sé la forza di provocare e compiere una inversione completa di rotta politica in direzione dell’attacco diretto e generale al potere capitalistico” (27), l’errore non sta nel fatto di misconoscere il ruolo indispensabile del Partito: non si dice infatti che gli operai dovranno trovare “da sé” la forza di elevarsi sul piano dell’attacco politico contro il Capitale, ma che dovranno trovarla “in sé” e, beninteso, grazie all’intervento del Partito. L’errore sta invece nel modo velleitario, antimarxista ed infantile di concepire l’intervento del Partito, che dovrebbe, sulla falsariga dell’estremismo “occidentale” di falsa sinistra, dire ai proletari che a nulla valgono i loro generosi sforzi sul piano della grigia lotta quotidiana di difesa se non capiscono che devono trovare in sé la forza di attaccare politicamente il Capitalismo. Quella che i “Punti sindacali” delineano in omaggio ad una nuova sbornia attivistica è una vera e propria inversione delle determinanti materiali della storia, che ci impongono di sapere e di dire ai proletari che senza la grigia lotta quotidiana di difesa economica e senza la rinascita dei grandi organismi sindacali ad essa deputati a nulla vale la predicazione dell’attacco finale ed in ogni caso la sua effettiva attuazione, anche in presenza dei soviet, sarebbe solo il preludio dell’ennesimo massacro della nostra parte. E che ci impongono di dire con altrettanta chiarezza che, sulla base 26 “Il Partito di fronte alla «Questione Sindacale»”, il programma comunista, N.3 del 1972 27 Ibidem. 127 di quanto stabiliscono le Tesi della Sinistra, i soviet sono, al contrario dei sindacati, degli organismi necessari alla dittatura proletaria ma dispensabili prima della vittoria rivoluzionaria, nel senso che non è detto che sorgano prima dell’assalto finale ai poteri borghesi e, se dovessero sorgere in tali condizioni, sarebbero da considerare degli organismi ad alto rischio di convertirsi in fattori controrivoluzionari . Caddero dunque nel 1972 le formule di prima, quelle ormai palesemente insostenibili, restò la sopravvalutazione dei rapporti di forza, il prendere lucciole per lanterne, ma quel che è peggio è che la “comitatomania” distrusse la concezione marxista tanto dei sindacati quanto dei soviet (27) per correre dietro alle “avanguardie” emergenti da una presunta “area rivoluzionaria” e ruppe le delimitazioni tattiche che ci vietano di addivenire a dei fronti unici politici comunque camuffati. Ancora peggiore di quello del “sindacato rosso” è l’”errore” di chi oggi pretende non solo che l’attuale sindacato (salvo casi particolari) sia riformista e non tricolore, non solo cioè che esso non sia organicamente infeudato allo Stato, ma presume addirittura di poter classificare come “non opportunisti” una parte degli attuali quadri sindacali, quei militanti sindacali che una imprecisata “dinamica già in movimento” oggi andrebbe sempre più contrapponendo ai vertici sindacali riformisti, e che sono da identificare presumibilmente nella cosiddetta “sinistra sindacale”. Abbiamo prima ripercorso i punti nodali delle discussioni avvenute nel Partito sulla “Questione sindacale” e riconosciuto la natura e l’origine delle successive deviazioni, di cui quella attuale è solo l’appendice eclettica, dato che mette assieme quel tanto di “sindacato rosso” che serve a contrabbandare l’idea di un sindacato “riformista” e non ancora statizzato con quel tanto di “area rivoluzionaria” che serve a scodinzolare dietro alla “sinistra sindacale”, vista come parte di quell’area e quindi come soggetto “interessante” allo stesso titolo dei brandelli dell’opportunismo politico in via di decomposizione. Ciò che significa scivolare 28 Dalle “Tesi della Frazione Comunista Astensionista del PSI” (1920) si ricava anzitutto che, se è vero che “le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dal comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali dell’economia comunista”, deve essere tuttavia affermato nello stesso tempo senza esitazioni che “i comunisti considerano il sindacato come il campo di una prima esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di precedere oltre, verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe” (Parte II, Tesi n° 10). In secondo luogo apprendiamo dalle stesse Tesi che: “I soviety o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l’abbattimento dei dominio borghese. I soviety non sono per se stessi organi di lotta rivoluzionaria; essi divengono rivoluzionari quando la loro maggioranza e conquistata dal partito comunista. I consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione, in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello stato borghese sia messe in serio pericolo. L’iniziativa della costituzione dei soviety può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione. Se il potere della borghesia si rinsalda, il sopravvivere dei consigli può presentare un serio pericolo per la lotta rivoluzionaria, quello cioè della conciliazione e combinazione degli organi proletari con gli istituti della democrazia borghese” (Parte III, Tesi n° 13). 27 I “Punti sindacali” del 1972 citano l’esempio dell’Ottobre 1917 per dimostrare che i soviet potrebbero benissimo sostituirsi ai sindacati come anello di congiunzione tra partito e classe, ma lo fanno dimenticandosi sia che i soviet di Luglio erano ferocemente anti-bolscevichi (altro che “anello di congiunzione”!) sia che in Russia il terreno su cui la rivoluzione si levò e vinse era stato fecondato da decenni di lotte sindacali fervidissime, e che senza questa enorme e preliminare opera condotta sul terreno strettamente economico da sindacati non infeudati allo Stato a nulla sarebbe valso il sorgere di soviet che sarebbero stati, viceversa, condannati a svolgere un servizio ausiliario alla democrazia ed allo Stato borghese. In alte parole: nell’Ottobre i soviet vengono sul proscenio come organismo intermedio solo perché un altro tipo di organismi intermedi, quelli sindacali, avevano per anni sgombrato il terreno alla rivoluzione. 128 ancora più in basso di prima: grazie a questa brillante “strategia” infatti il risultato che si ottiene è quello di avere le mani libere per poter addivenire a pateracchi con chicchessia. Ci si “dimentica” che i rappresentanti della “sinistra sindacale” sono dei funzionari statali come gli altri, come i destri, e che la loro “opposizione” ai vertici sindacali vale tanto quanto quella dei D.S. o di Rifondazione Comunista nei confronti del governo Berlusconi, e cioè che essa rientra a tutti gli effetti nel solito “gioco delle parti” che abbiamo il dovere di smascherare, non certo di avallare. Almeno all’epoca del “sindacato rosso” ci si era lanciati, anche se in modo velleitario, fuori cioè da qualsiasi corretto apprezzamento dei reali rapporti di forza, a quella “conquista dei sindacati, magari a legnate” che la Sinistra, come si è visto prima, non aveva affatto escluso. Adesso si pretende che il presunto “carattere classista” della CGIL, anziché fluttuare in spazi indeterminati, si incarni addirittura fisicamente in una parte dei funzionari e dei militanti sindacali, che si presume di poter contrapporre ai vertici “riformisti”, e si finisce quindi col vaneggiare di una “conquista dei sindacati magari con l’aiuto della sinistra sindacale”. Il Partito rimane quindi oggi “fermo nel convincimento che la fase di ripresa non potrà che coincidere col rifiorire di un associazionismo economico sindacale delle masse” senza lasciarsi sedurre da una visione distorta, che, sulla falsariga dei “Punti di orientamento sindacali” del 1972, preveda rifiorire di tale associazionismo direttamente sul terreno politico gettando così a mare il sindacato come organismo intermedio tra il Partito e la classe, e senza vincolarsi a nessuna particolare forma organizzativa in cui imbracare fin d’ora le possibili modalità della futura rinascita del sindacalismo classista. Per l’immediato, vi è da considerare che, nonostante la crescente desindacalizzazione delle masse operaie, resta il fatto che ad un calo degli iscritti non ha corrisposto una parallela riduzione della capacità di mobilitazione dei lavoratori da parte dei sindacati tricolori. E, soprattutto, deve far riflettere la constatazione che l’“abbandono del sindacato” da parte dei lavoratori non ha coinciso con una rinnovata spinta a lottare contro il capitalismo, ma con un ripiegamento degli operai nel guscio dei loro particolarismi fino ad una autentica atomizzazione della classe, e che l’esperienza di questi ultimi anni ha mostrato, a riprova di ciò, che nelle fabbriche dove manca il sindacato non vi sono lotte. Pertanto l’obiettivo di raggiungere i proletari lavorando, dove è possibile, anche all’interno dei sindacati attuali non è da ritenere oggi decaduto, e ha tuttora ragion d’essere la nostra tradizionale consegna di lavorare “dentro e fuori i sindacati” anche se -non per nostra “scelta”, ma la pressione dei fatti materiali, di cui il sempre più robusto “cordone sanitario” eretto nel sindacato contro i rivoluzionari è parte integrante- ci vediamo oggi costretti a lavorare soprattutto fuori dai sindacati esistenti. Se la ripresa della lotta di classe che attendiamo anziché spingere gli operai –come sembra più probabile- a forgiare dei nuovi organismi di difesa economica, il che significa dei nuovi organismi sindacali, rinsanguerà con un nuovo afflusso di energie proletarie gli odierni sindacati tricolore noi non ci rifiuteremo certo in nome di un malinteso “purismo” rivoluzionario di riprendere a lavorare in misura anche prevalente all’interno di quelle fradice strutture per il semplice motivo che lì e non altrove si trova, in quella ipotesi, la massa operaia che vogliamo raggiungere con la nostra parola. E se la carica di violenza sociale espressa dal proletariato ce lo consentirà, ne tenteremo anche la conquista “a legnate”. Ma per l’oggi una 28 “Tesi caratteristiche del Partito”, 1951. 129 simile prospettiva resta esclusa sulla base della valutazione dei rapporti di forza esistenti, e la nostra consegna è solo quella di resistere nel rivendicare obiettivi e metodi classisti dovunque ci sia consentito di farlo, guardandoci bene dall’aderire alla linea controrivoluzionaria di un sindacato completamente ligio allo Stato democratico anche nelle sue varianti di pseudosinistra, ma evitando anche di cadere nell’errore infantile di un “boicottaggio”, che coinciderebbe, per la stragrande maggioranza degli operai, solo con un ulteriore ritiro dalla lotta.

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