Il comunismo è inevitabile?

La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi. (…)

0ppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro,

hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese:

una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria

di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta.”

(Marx, Engels, “Il manifesto del partito comunista”)

Il comunismo è inevitabile?

In ogni periodo di controrivoluzione trionfante e, apparentemente, interminabile, i comunisti sono portati ad interrogarsi sul fatto se il passaggio al comunismo sia inevitabile o se sia plausibile che la rivoluzione diventi impossibile. Il problema va posto in maniera dialettica non derogando dal nostro metodo scientifico; Marx ed Engels scrivevano: “Noi non conosciamo che una sola scienza: la scienza della storia” , intendendo con questo che l’analisi di tutto il resto (compresa anche l’analisi delle cosiddette scienze naturali) non può prescindere dall’analisi principale che è quella sociale; tutto il resto viene di conseguenza. L’analisi condotta nel nostro lavoro sulla mineralizzazione del pianeta non è una semplice analisi fenomenologica (come potrebbe essere fatta da un ecologista collocato all’interno del sistema) ma è un’analisi sulla attuale fase del capitalismo e su ciò che ne consegue. La rivoluzione mondiale è stata sconfitta negli anni ’20 dalla reazione congiunta di borghesia, socialdemocrazia (in primis) e dallo stalinismo, espressione ideologica del capitalismo russo. La prima causa della sconfitta è stato il “tradimento” della socialdemocrazia tedesca e degli altri partiti della II internazionale, poi l’immaturità dei nascenti partiti comunisti e gli errori compiuti da questi e dalla III internazionale. Da allora –è quasi un secolo- si è aperto un ciclo controrivoluzionario che dura ancora.

La Sinistra Comunista previde la crisi del 1975, la chiusura del ciclo di accumulazione post-bellico e quindi la possibilità di un nuovo assalto rivoluzionario; che non avvenne. Ciò non significa che si commise un errore ma che alcune condizioni mancarono, perdurando il ferreo controllo degli apparati stalinisti e socialdemocratici sul proletariato. Del resto, anche Marx ed Engels si aspettavano la rivoluzione in alcuni momenti storici in cui c’era questa possibilità. In “Russia e rivoluzione nella teoria marxista” si legge:

“Allora non crediamo con fede inconcussa nella immancabile rivoluzione proletaria? Solito modo di porre la cosa! La diciamo in cento passi immancabile sulla base di un’ipotesi comune all’avversario: che continui lo sviluppo delle forze produttive nelle forme e dentro l’involucro capitalista che in tal caso dovrà scoppiare. Ma ogni previsione è condizionata. Tutti gli antichi oracoli si leggevano in due modi: e noi non pretenderemo mai ad oracoli. La profezia non è per il fesso. E per fesso non si intende chi di cervello ebbe in retaggio poca razione, ma chi è inchiodato al determinismo di interessi di classe, e anche di classe di cui non è membro. Sciogliamo dunque, o Edipo, questo nuovo incapsulato vero!”

Sempre dallo stesso testo viene riportata una citazione su Engels a proposito di guerra e rivoluzione:

“Engels traccia le prospettive della guerra: oltre all’operazione in Crimea, già in corso da parte di Turchi, Inglesi, Francesi, con i reparti Piemontesi inviati dall’abile intrigante Benso di Cavour, egli si prospetta la possibilità della guerra generale in Europa: questa fattrice del feto rivoluzionario tarda sempre al gran parto, nella nostra attesa di un secolo, in cicli drammatici mirabilmente abortisce. Guai se anche nella seconda metà del secolo attuale non saprà, da questo utero ancora una volta rigonfio, uscire tra ferro, fuoco e sangue, terribilmente viva, la Sempre Attesa.”

Dunque ogni previsione è necessariamente condizionata da molteplici fattori. Se esistono alcune condizioni la storia prende una strada; altrimenti ne prende un’altra. Il sociologo ama ripetere che la storia non si fa con i se. E’ vero il contrario, come in qualunque scienza degna di questo nome. Ad esempio, se tra due reofori la differenza di potenziale elettrico, dato un certo dielettrico, raggiunge un certo valore espresso in volt, allora scoccherà una scintilla, in caso contrario no. Se sussistono alcune condizioni (temperatura, pressione, grado di saturazione di una soluzione, ecc.) si verificherà una certa reazione chimica, in caso contrario no. E così via. Se sussistono alcune condizioni, in una certa fase storica, allora si dà la possibilità del rovesciamento della prassi, in caso contrario no. Tuttavia non è scontato che questo debba necessariamente avvenire.

Negli anni ’20 c’è stata la possibilità di un rovesciamento rivoluzionario a livello mondiale, ma –per quello che dicevamo prima- questo non è avvenuto. Sarebbe potuto accadere ma la storia ha preso una direzione diversa. La borghesia ha vinto completamente, mascherando anche la sua vittoria in Russia come una sua sconfitta, ingannando il proletariato per decenni, trascinandolo in una ulteriore guerra devastante e seguitandolo ad ingannare fino ad oggi.

Nel passato, dopo una sconfitta del proletariato iniziava un nuovo ciclo di accumulazione con tutto ciò che ne consegue: crisi, guerre, aumento della finanziarizzazione del capitale, sciupio estremo di risorse, sviluppo scientifico e tecnologico in funzione dell’estrazione del plusvalore e dell’autovalorizzazione del capitale, autonomizzazione dello stesso. Come ben spiegato da un secolo e mezzo nei nostri testi.

Per la prima legge della dialettica la quantità, superata una certa soglia, si trasforma in qualità. Lo sviluppo del capitalismo, a partire dalla fine del ciclo di accumulazione post-bellica ha portato ad un cambiamento qualitativo della realtà sociale e materiale. Il capitalismo è sempre lo stesso ma alcune sue caratteristiche si accentuano a dismisura come del resto già Marx ed Engels e la nostra corrente avevano previsto. La potenza dell’apparato economico, tecnologico, ideologico ha portato ad una sussunzione totale della società agli imperativi economici. Anche ideologicamente il dominio del Capitale è totale. Il “1984” orwelliano non è che una pallida rappresentazione della realtà odierna. Pertanto, se prima non veniva messa in discussione l’esistenza della specie, oggi non è più così. Non si intende tanto l’esistenza biologica, quanto quella sociale che può preludere al “passaggio dal regno della necessità a quello della libertà”.

La società non transita dal capitalismo al comunismo automaticamente (cosa per noi ovvia) ma attraverso un periodo di profondi sconvolgimenti sociali all’interno dei quali operano caoticamente forze soggettive al servizio della rivoluzione o della conservazione e alla fine si arriva o alla vittoria di una classe sull’altra –come avvenuto negli anni ’20- o alla rovina comune delle classi in lotta (come potrebbe avvenire in questa fase storica). Nel passato veniva coinvolto principalmente l’ambito sociale ma oggi viene coinvolto pesantemente anche quello ambientale.

In questo sistema sociale il punto di non ritorno è stato ampiamente superato. Per fare solo un esempio, nel 2017 l’‘Earth Overshoot Day è caduto il 2 agosto. Sono state attualmente consumate risorse pari a 1,7 1.7 {\displaystyle 1.7} volte la capacità rigenerativa annuale del pianeta terra, mai così presto da quando, negli anni ’70, si è iniziato a calcolarlo. Solo in due occasioni si ritiene che la Terra, annualmente, abbia fornito risorse sufficienti all’umanità; si tratta dei lontani 1969 e 1970 ossia i due anni che precedono l’inizio ufficiale del calcolo dell’EOD. Gli studiosi stimano inoltre che, procedendo di questo passo, intorno al 2050 l’umanità consumerà ben più del doppio di quanto la terra produca. In realtà – dato che gli scienziati borghesi non riescono a fare previsioni attendibili non avendo una visione dialettica ma statica- la realtà paradossalmente è ben peggiore di come la dipingono. Il pianeta è un sistema finito e non può sopportare il processo infinito dell’autovalorizzazione del Capitale. Pertanto si potrebbe arrivare alla catastrofe senza nemmeno aver intrapreso la lotta finale. In ogni caso non ci sarebbe data un’altra possibilità. Qui sotto riportiamo il grafico (aggiornato ad oggi) rappresentante l’ EOD.

L’analisi condotta nel lavoro sulla “Mineralizzazione del pianeta” è oggi ampiamente confermata in peggio da ogni punto di vista e se, volessimo aggiornare i dati statistici, non potremmo che avere ulteriore conferma matematica di tale peggioramento. Il pianeta sta morendo e noi con esso se non la si fa finita con questo sistema sociale dissipativo e demente.

Man mano che il capitalismo si sviluppa, poi cade in putrefazione, asservisce sempre più alle sue esigenze di sfruttamento, di dominio e di saccheggio imperialista una tecnica che potrebbe essere liberatrice, al punto da trasmetterle la sua stessa putredine e da rivolgerla contro la specie (…) E’ in tutti i campi della vita quotidiana delle fasi “pacifiche” a noi generosamente concesse tra due massacri imperialistici o due grandi operazioni repressive, che il capitale, pungolato senza tregua dalla ricerca di un miglior saggio di profitto ammucchia, avvelena, asfissia, mutila, massacra gli individui utilizzando a tal fine una tecnica prostituita (…) Il capitalismo non è innocente neppure delle catastrofi dette “naturali”. Senza ignorare l’esistenza di forze della natura che sfuggono all’azione umana, il marxismo mostra che un buon numero di cataclismi é indirettamente provocato, o aggravato, da cause sociali (…) Non solo la civiltà borghese può essere causa diretta di queste catastrofi per la sua sete di profitto e per l’influenza predominante dell’affarismo sulla macchina amministrativa (…), ma si rivela impotente ad organizzare una protezione efficace nella misura in cui la prevenzione non è un’attività redditizia”. (Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale)

Inoltre, la classe dominante non riesce a controllare adeguatamente più nulla; il pletorico capitale finanziario vive di vita propria al punto che le transazioni di borsa sono gestite in gran parte da enormi elaboratori centrali che decidono quando comprare e vendere; non riesce più a garantire un minimo di manutenzione alle strutture delle metropoli che rischiano di collassare ad ogni momento; il Capitale avrebbe bisogno di una guerra generalizzata per liberarsi delle eccedenze di lavoro morto e di lavoro vivo ma in questa situazione (almeno al momento) ciò non è possibile. Si debbono accontentare di una guerra strisciante che non fa “molte” vittime (rispetto a quelle che gli servirebbero), dei morti che ogni giorno fa la fame e le malattie nelle zone più disastrate del pianeta e dei morti che avvengono durante le migrazioni dei disperati che fuggono dai loro paesi: una sorta di catena di montaggio della morte. Questo ultimo aspetto alimenta artatamente le ideologie razziste e xenofobe con le quali si tenta di deviare il crescente malcontento del proletariato su falsi obiettivi (al momento il giochetto sembra funzionare ma, alla lunga, mostrerà la corda).

La nave della borghesia fa acqua da tutte le parti. Una volta in plancia di comando si cercava, pur non potendo invertire la rotta storica, di procedere cercando di ridurre i danni al minimo dando dei colpi di barra a destra o a sinistra. Oggi la plancia di comando è ingovernabile, la borghesia non può fare altro che assoggettarsi agli imperativi del capitale impersonale che conduce –al pari di un potente elaboratore con una immensa capacità di calcolo ma incapace di cambiare programmazione e perciò fondamentalmente stupido- la nave verso la catastrofe finale . Naturalmente a livello politico-ideologico essa mette in campo tutte le manovre possibili per scongiurare la sua fine. Gli ideologi borghesi comprendono, in linea di massima, quello che sta succedendo ma non ci possono fare granché. Ovviamente gli unici che non capiscono assolutamente nulla sono i soliti cretini di sinistra che invece pensano di poter fare tanto e propongono le loro insulse e inutili (quando non dannose) ricette. Mentre la nave procede ineluttabilmente verso il proprio destino, l’equipaggio cerca con ogni mezzo di rassicurare i passeggeri sul fatto che tutto è sotto controllo e che va tutto bene. Sul Titanic borghese l’orchestrina seguita a suonare. Ma per quanto?

Particolarmente importante in questa fase è il controllo ideologico della popolazione.

Una volta il controllo veniva esercitato principalmente mediante il veleno religioso. Oggi, pur essendo ancora ben operante quello (in alcune aree geografiche rafforzato), lo strumento principale è l’informazione. L’umanità è sommersa da una pletora di informazioni che la allontanano dalla verità. Come diceva il filosofo greco Eraclito: “Il mondo è unico e comune per coloro che sono svegli; mentre nel sonno ciascuno si rinchiude nel suo proprio mondo particolare”. I comunisti sono ben svegli; tutti gli altri dormono e il proletariato è ridotto ad una massa amorfa che pensa con la testa del Capitale. Tanto più c’è informazione, tanto più l’ideologia dominante la fa da padrona. Ciò che viene comunicato (nella quasi totalità dei casi falso) esiste. Ciò che non viene comunicato semplicemente non esiste. Internet ha moltiplicato all’infinito questo aspetto. Una volta c’era il sermone del ministro religioso di turno, poi si sono aggiunti i giornali, la TV, oggi c’è internet che porta ad un overdose di informazioni che si elidono le une con le altre e dove ognuno può trovare la sua “verità”, falsa come tutte le altre. Tanto più c’è informazione tanto meno si sa. Ad esempio la massa non sa cosa mangia (in Germania il 99% della popolazione presenta nelle urine tracce di erbicida glifosato cancerogeno ma pochi lo sanno). Nel 2009, alcuni scienziati cechi hanno scoperto che una ditta americana aveva deliberatamente mescolato nei suoi vaccini (questo è un settore che muove miliardi di dollari) contro l’nfluenza H3N2 il pericoloso virus dell’influenza aviaria H5N1, per diffonderla in Ucraina, sperando che si diffondesse anche altrove, per poi vendere il vaccino adatto. Fortunatamente, la cosa venne denunciata da un giornale ceco. Per una volta il disastro mondiale venne evitato grazie al coraggio di un giornalista onesto e coraggioso. Naturalmente lo scandalo venne completamente insabbiato dalla stampa ufficiale internazionale. La massa è sottoposta a riflessi pavloviani con i quali si ottiene l’effetto richiesto al momento desiderato. Gli specialisti dell’informazione raramente si ribellano, per non andare incontro a spiacevoli conseguenze. Ron Suskind, che dal 1993 al 2000 è stato editorialista del Wall Street Journal, e a partire dal 2000 autore di diverse inchieste sulla comunicazione della Casa Bianca, ha riferito che, un anno dopo l’11 settembre, Karl Rove, spin doctor di George W. Bush per i suoi due mandati, aveva detto: “Siamo un impero, attualmente, e quando agiamo, creiamo la nostra realtà. E mentre voi studiate questa realtà, giudiziosamente, come più vi piace, noi agiamo nuovamente e creiamo altre nuove realtà, che potete studiare a loro volta, ed è così che le cose accadono. Siamo gli attori della storia (…). E a voi, a voi tutti, non rimane altro che studiare ciò che noi facciamo”. Successivamente al provvidenziale attentato dell’11 settembre, in America è stata perfezionata una strategia che Ira Chernus, professore all’Università del Colorado, definisce come “strategia di Sherazade“: “Quando la politica vi condanna a morte, cominciate a raccontare delle storie – delle storie talmente favolose, così accattivanti, così avvincenti che il re (o, in questo caso, i cittadini americani che, in teoria, governano il nostro paese) dimenticherà la sua condanna capitale”.

Dunque la stampa è una potente arma di distrazione di massa: deve saper raccontare delle storie, come si fa coi bambini per farli addormentare. Perciò, da un lato censura, nasconde e manipola la realtà, dall’altro lato ne crea un’altra, per distrarre e ipnotizzare le persone. Se un uomo del futuro che vivesse in una società di specie leggesse i giornali di oggi, conoscendo la vera storia di quello che è realmente accaduto, ed i disastri epocali che oggi si preparano, dovrebbe concludere che la stampa dell’inizio del 21° secolo sia stata completamente cieca e separata dalla realtà. In realtà la sua funzione principale è proprio quella di manipolare la realtà.

Per fare un altro esempio : dopo Fukushima molti paesi, fra cui la Germania e la Svizzera, hanno fermato completamente e cancellato il loro programma nucleare, ma tutto questo è passato quasi del tutto inosservato. Il disastro di Fukushima è stato un duro colpo per le lobby nucleari: hanno dovuto spendere più soldi per cercare di nascondere le conseguenze della catastrofe di Fukushima di quanti ne hanno spesi per rimediare al disastro stesso (così come le banche che falliscono spendono più soldi in propaganda che per sanare la loro situazione). In Francia (che è il paese più nuclearizzato del mondo) ci sono 58 reattori nucleari, di cui la maggior parte sono molto vecchi e pericolosi, e preoccupano enormemente la Germania, la Svizzera e l’Italia. Ci troviamo in un’ epoca, dove si combatte, da molti anni, una sporca guerra non dichiarata, asimmetrica e non ortodossa, con mezzi esiziali come il terrorismo diffuso contro il quale si può fare ben poco: questi reattori nucleari sono diventati altrettanti obiettivi, delle bombe al plutonio che vengono stupidamente tenute nel proprio cortile, e che possono sterminare intere generazioni di bambini francesi e degli altri paesi confinanti. Adesso si progetta di costruire a Flamanville nel Cotentin un nuovo reattore, l’EPR. Essendo già ampiamente in sovrapproduzione energetica, non c’è bisogno di un nuovo reattore (la Francia vende energia elettrica ai paesi confinanti): è solo una vetrina per vendere reattori nucleari nel mondo e un progetto per imporre di nuovo il nucleare in Francia e in Europa. La Finlandia, che ha comprato uno di questi reattori, ha grossi problemi di costruzione e ha già un ritardo di 2 anni. L’Europa si trova oggi al centro di un uragano mondiale. Un generale francese ha dichiarato, a ragione, che un paese nuclearizzato non è difendibile. Una sola bomba ben piazzata può provocare un’apocalisse nucleare e mettere in ginocchio un’intera nazione e danneggiare pesantemente quelle circostanti.

La stampa francese è pressoché tutta sovvenzionata dalla lobby nucleare e nasconde tutti gli incidenti ed i rischi, così come quello che accade altrove nel mondo. Non bisogna allarmare la popolazione; del resto, quando ci fu il disastro di Cernobyl, si scrisse che la nuvola radioattiva si era fermata al confine! Il Capitale è come un bambino demente che giochi con una bomba senza sicura dentro una santa barbara!

Ci si avvelena il corpo con i veleni presenti nell’ambiente e ci si avvelena la mente con l’informazione falsa.

La ricerca delle notizie vere è un lavoro che va fatto in modo scientifico con una metodologia materialista rigorosa. Su internet si può trovare la verità ma bisogna saperla cercare.

Questa, per sommi capi, è la situazione odierna. Il capitalismo è ormai un sistema che implode su se stesso. Storicamente non potrà sopravvivere, è “un cadavere che ancora cammina” e non può farci assolutamente nulla.

Noi abbiamo un posto di osservazione privilegiato. L’Italia, come sappiamo, è il laboratorio della borghesia mondiale. Il capitalismo è nato qui come le banche. E’qui che è nata la repubblica, l’impero, il papato, la scienza, le arti, la cucina, la politica, l’economia, la musica, l’architettura, la grande poesia, l’inquisizione. E’ qui che è nata la mafia, il fascismo (copiato dal nazismo, dallo stalinismo e dal new-deal). E’ qui che ha avuto un notevole sviluppo il fenomeno del terrorismo pilotato dallo stato borghese e l’accentramento del potere esecutivo, così come il controllo delle masse attraverso i media.

Si tratta di osservare attentamente la realtà, analizzarla e scorgere il nuovo che avanza.

Il Capitale, nel suo cammino tumultuoso ed inarrestabile, sopprime in continuazione quelle che sono le sue basi fondanti: la proprietà privata e la stessa classe della borghesia. Se non c’è il passaggio ad un sistema sociale superiore si arriva ad un imbarbarimento generale della società o ad una distruzione della stessa. Il Capitale per cercare di salvarsi deve continuamente negare se stesso, accelerando la sua fine. Un classico esempio è la caduta del saggio del profitto. Le soluzioni che il capitale applica non fanno che aggravare il problema.

La vittoria della nostra teoria rivoluzionaria è schiacciante; il corso storico del capitalismo, a partire dalle analisi contenute nel Manifesto, è stato descritto dettagliatamente e possiamo ben dire che le nostre previsioni generali sono state ampiamente confermate dai fatti. Dunque, quello che vediamo oggi sotto i nostri occhi non ci stupisce più di tanto.

Sempre più spesso gli specialisti del pensiero al servizio della borghesia rispolverano Marx per cercare di capirci qualche cosa, i suoi testi vengono ristampati e numerosi ideologi, senza vergogna, non esitano a definirsi “marxisti”. Nel passato i campi in lotta –quello borghese e quello proletario- erano ben distinti e tutto era molto più semplice, esistendo anche una comunità proletaria che –pur se controllata dagli apparati socialdemocratici e stalinisti e dai sindacati – era ben individuabile. Oggi è tutto apparentemente indistinto ma la realtà è comunque ben analizzabile con i nostri strumenti. Possiamo constatare:

-Il proletariato è di gran lunga la classe maggioritaria a livello mondiale ed è andato crescendo.

-Il controllo politico dei tradizionali apparati politico-sindacali è ridotto ai minimi termini.

-Il controllo della classe dominante sul corso dell’economia mondiale è minimo.

– Il Capitale, non potendo al momento liberarsi delle eccedenze di lavoro vivo, è costretto a mantenere i suoi schiavi espulsi definitivamente dal processo produttivo per evitare il peggio. Questo è un parametro molto indicativo.

-Il predominio del capitale finanziario ha raggiunto livelli elevatissimi con tutto quello che ne consegue.

-L’instabilità sociale aumenta e le rivolte che, inevitabilmente, ne derivano anche.

-La teoria rivoluzionaria emerge ovunque anche in forme inaspettate e anche nei luoghi preposti all’elaborazione ideologica della borghesia.

-Prefigurazioni teoriche della società futura si possono trovare un po’ dappertutto, principalmente in associazioni che non si definiscono comuniste. Questo è un segno della potenza della teoria. Così come appare evidente la miseria teorica dei raggruppamenti sopravvissuti alla scomparsa degli apparati stalinisti che sono totalmente incapaci di comprendere la realtà. La teoria rivoluzionaria è come un fiume carsico che ogni tanto emerge in superficie.

-Prefigurazioni pratiche le possiamo vedere nei movimenti di lotta spontanei che cercano di autoorgannizzarsi in organismi di lotta al di fuori degli apparati istituzionali.

-La società procede velocemente verso il punto di rottura dove si attuerà la soluzione borghese della crisi o la soluzione proletaria.

Anche se il comunismo non è inevitabile e il capitalismo non si auto-sopprime attraverso un processo indolore, si tratta di operare con gli strumenti che abbiamo a disposizione per favorire la soluzione di specie. Si tratta di seppellire un cadavere.

Per evitare inutili ripetizioni si rimanda ai seguenti scritti:

-La Germania nel primo dopoguerra e la politica della socialdemocrazia: dal socialismo nazionale al nazionalsocialismo

-Caos

-Borghesia e complotti: contro l ’anticomplottismo scientista, contro il complottismo idealista, per un’analisi materialista e dialettica del fenomeno

-Note sulla legge del caduta tendenziale del saggio del profitto

P.S.

Può essere utile leggere La lettera (qui allegata) di Engels a Conrad Schimdt del 27 ottobre 1890 che contiene spunti interessanti.

 

 

 

 

 

Engels a Conrad Schimdt

 

Tradotto, dalla versione in inglese presente sul MIA, e trascritto da Dario Romeo, Gennaio 2001.

 

Londra, 27 ottobre 1890

 

Caro Schmidt,

approfitto della prima ora libera per scriverle. Credo che farebbe benissimo ad accettare il posto a Zurigo. Dal punto di vista economico potrà sempre imparare qualcosa, specie se non perde di vista il fatto che Zurigo è pur sempre un mercato monetario e speculativo di terz’ordine, e che perciò le impressioni che si fanno sentire lì sono indebolite, ovvero deliberatamente falsificate, attraverso un duplice o triplice rispecchiamento. Ma conoscerà direttamente il meccanismo, e dovrà necessariamente seguire direttamente i listini di borsa di New York, Parigi, Vienna, Berlino, e allora Le si aprirà certamente il mercato mondiale – nel suo riflesso di mercato monetario e dei titoli. Con i riflessi economici, politici e di altro tipo succede esattamente come con quelli dell’occhio umano, passano per una lente convergente e si mostrano perciò nel cervello rovesciati. Manca però il sistema nervoso, grazie al quale a chi se li rappresenta essi risultano di nuovo messi in piedi. Chi è nel mercato monetario vede il movimento dell’industria e del mercato mondiale solo nel suo rispecchiamento rovesciato del mercato monetario e dei titoli, e l’effetto diventa per lui la causa. Questo lo notai già a Manchester negli anni ’40: per l’andamento dell’industria e per i suoi maxima e minima i listini di borsa di Londra erano assolutamente inutilizzabili, perché i signori volevano spiegare tutto con crisi del mercato monetario, che invece non erano per lo più esse stesse che sintomi. Allora si trattava di mostrare che l’insorgere di crisi nell’industria era dovuto ad una temporanea sovrapproduzione, e la cosa aveva perciò per giunta un lato tendenzioso che favoriva la distorsione. Questo punto ora è venuto a cadere – per noi almeno una volta per sempre – e inoltre è certo un dato di fatto che il mercato monetario può anche avere le sue proprie crisi, in cui veri e propri inconvenienti nell’industria possono avere un ruolo solo subordinato o non averne affatto, e qui ci sono ancora alcune cose da accertare e da studiare anche in particolare dal punto di vista storico per gli ultimi venti anni.

Dove c’è divisione del lavoro sul piano sociale anche i lavori parziali si rendono autonomi l’uno dall’altro. La produzione è quella che in ultima istanza decide. Ma in quanto il commercio con i suoi prodotti si rende autonomo dalla produzione vera e propria, esso segue un suo proprio movimento, che nel complesso è certo dominato da quello della produzione, ma che nei particolari e nel quadro di questa generale dipendenza segue però a sua volta leggi proprie, che sono nella natura di questo nuovo fattore, il quale ha sue proprie fasi e a sua volta si ripercuote nel movimento della produzione. La scoperta dell’America fu dovuta alla fame dell’oro, che in precedenza aveva già spinto i portoghesi verso l’Africa (cfr. “La produzione di metalli preziosi” di Soerbeer), perché l’industria, che nei secoli XIV e XV si era estesa in modo così massiccio ed il commercio ad essa legato richiedevano più mezzi di scambio, che la Germania – tra il 1450 e il 1550 la grande terra dell’argento – non poteva fornire. La conquista delle Indie da parte di portoghesi, olandesi, inglesi dal 1500 al 1800 aveva come scopo l’importazione dalle Indie, ad esportare là nessuno ci pensava. Eppure, che ripercussione colossale ebbero nell’industria queste scoperte e conquiste dovute a meri interessi commerciali – solo le esigenze dell’esportazione verso quei paesi crearono e svilupparono la grande industria.

Lo stesso è per il mercato monetario. In quanto il commercio di valuta si separa da quello di merci, esso ha – a certe condizioni, poste dalla produzione e dal commercio di merci e in questi limiti – un suo proprio sviluppo, leggi particolari, determinante dalla sua propria natura, e fasi a sé. Se si aggiunge poi anche il fatto che il commercio di valuta in quest’ulteriore sviluppo si allarga a commercio di titoli e, questi non sono solo titoli di Stato, ma ad essi si aggiungono altresì azioni della produzione e dei trasporti, e che il commercio di valuta acquista perciò un diretto potere su una parte della produzione che nel complesso lo domina, la reazione del commercio di valuta sulla produzione si fa ancora più forte e complicata. Gli speculatori di borsa sono proprietari di ferrovie, miniere, fonderie, ecc. Questi mezzi di produzione acquistano un duplice aspetto: il loro esercizio deve seguire ora gli interessi della produzione immediata, ora invece le esigenze degli azionisti, in quanto costoro sono speculatori di borsa. L’esempio più convincente di ciò: le ferrovie nordamericane, il cui esercizio dipende totalmente dalle momentanee operazioni di borsa – del tutto estranee alla particolare ferrovia ed ai suoi interessi qual mezzo di trasporto – dei vari Jay Gould, Vanderblint, ecc. E persino qui in Inghilterra abbiamo visto decennali battaglie fra le varie società ferroviarie per le zone di confine tra due di loro – battaglie in cui è andata dilapidata un’enorme quantità di denaro non nell’interesse della produzione del trasporto, ma unicamente per una rivalità che aveva per lo più lo scopo di render possibili operazioni di borsa agli speculatori in possesso delle azioni.

Con questi pochi accenni della mia concezione del rapporto della produzione con il commercio di merci e di questi due con il commercio di valuta ho già risposto in sostanza anche alle sue domande sul materialismo storico in generale. La cosa si capisce nel modo migliore dal punto di vista della divisione del lavoro. La società crea determinate funzioni comuni, di cui non può fare a meno. Le persone nominate a questo scopo formano un nuovo ramo della divisione del lavoro all’interno della società. Ottengono a questo modo anche particolari interessi anche nei confronti dei loro mandatari, si rendono autonomi ad essi – ed ecco lo Stato. E ora le cose procedono analogamente a quanto avviene col commercio di merci e più tardi col commercio in valuta: la nuova potenza deve certo nel complesso seguire il movimento della produzione, ma a sua volta reagisce sulle condizioni e sull’andamento di essa in virtù della relativa autonomia che le è propria, che cioè le è stata a suo tempo trasmessa e che si è gradualmente sviluppata. È un’azione reciproca di due forze impari, del movimento economico da una parte, e della nuova potenza politica dall’altra, che tende alla maggiore autonomia possibile, e poiché a suo tempo fu messa all’opera, è dotata anche di un suo proprio movimento; il movimento economico riesce nel complesso a imporsi, ma deve subire anche una ripercussione da parte del movimento politico, che essa stessa ha messo all’opera e ha dotato di una relativa autonomia: da una parte è il movimento del potere statale, dell’altra è quello dell’opposizione, creata contemporaneamente ad esso. Come nel mercato monetario si rispecchia nel complesso, e con le riserve sopra accennate, il movimento del mercato industriale, e naturalmente rovesciato, così nella lotta tra governo ed opposizione si rispecchia la lotta tra le classi che già in precedenza esistono e si combattono, ma parimenti rovesciata, non più direttamente ma indirettamente, non come lotta di classe ma come lotta per dei principi politici, e rovesciata a tal punto che ci è voluto un millennio per venirne di nuovo a capo.

La ripercussione del potere statale sullo sviluppo economico può essere di tre diverse specie: può procedere nella stessa direzione, e allora le cose vanno più rapidamente, può muoversi nel senso contrario, e al giorno d’oggi presso un grande popolo essa è alla lunga spacciata, oppure può bloccare determinate direzioni dello sviluppo economico ed imporne altre – questo caso si riduce in ultima analisi ad uno dei due recedenti. È chiaro però che nel secondo e nel terzo caso il potere politico può fare gravi danni allo sviluppo economico e provocare un massiccio spreco di forze e di materiale.

C’è poi anche il caso della conquista e della brutale distruzione di risorse economiche, per cui un tempo tutto uno sviluppo economico locale e nazionale poteva anche eventualmente andare a picco. Questo caso ha oggi per lo più gli effetti opposti, almeno per i grandi popoli: a lungo andare lo sconfitto dal punto di vista economico, politico e morale ottiene a volte più del vincitore.

Analogamente vanno le cose con il diritto: in quanto si fa necessaria la nuova divisione del lavoro, che crea i giuristi di mestiere, è aperto ancora un ambito nuovo, autonomo, che, pur dipendente in generale dalla produzione e dal commercio, possiede anche una particolare capacità di reazione rispetto a questi ambiti. In uno Stato moderno il diritto non deve solo corrispondere alla situazione economica generale, essere la sua espressione, bensì anche essere un’espressione in sé coerente, che non faccia a pugni con se stessa per le sue contraddizioni. E per perseguire questo scopo fallisce sempre più il fedele rispecchiamento dei rapporti economici. E questo tanto più, quanto più di rado si dà il caso che un codice sia l’espressione rozza, non mitigata né alterata del dominio di una classe: ciò sarebbe anzi già di per sé contrario al “concetto di diritto”. Il puro, conseguente concetto di diritto della borghesia rivoluzionaria del 1792-96 è già nel Code Napoléon per più versi alterato, ed in quanto si incarna in esso deve subire quotidianamente ogni sorta di alterazioni ad opera della crescente potenza del proletariato. Il che non impedisce al Code Napoléon di essere il codice che si trova alla base di tutte le successive codificazioni in tutte le parti del mondo. Così il corso della “evoluzione giuridica” consiste per lo più solo nel fatto che dapprima si cerca di eliminare le contraddizioni che scaturiscono dall’immediata trasposizione dei rapporti economici in principi giuridici, e di mettere in piedi un sistema giuridico autonomo, e poi l’influenza e la coazione dell’ulteriore sviluppo economico infrangono sempre a loro volta questo sistema, e lo coinvolgono in nuove contraddizioni (parlo qui per il momento solo del diritto civile).

Il rispecchiamento dei rapporti economici come principi giuridici è di necessità parimenti capovolto: avviene sempre senza che coloro che agiscono ne siano coscienti. Il giurista immagina di operare con principi aprioristici, mentre questi non sono altro che riflessi economici – e così tutto è capovolto. Che poi questo rovesciamento, il quale fin quando resta ignoto costituisce quel che chiamiamo visione ideologica, si ripercuota sua volta sulla base economica e possa entro certi limiti modificarla mi pare evidente. Il fondamento del diritto ereditario, presupposto lo stesso grado di sviluppo della famiglia, è economico. Ciò nonostante sarà difficile dimostrare che ad esempio l’assoluta libertà di testamento in Inghilterra, la sua forte limitazione in Francia, hanno fin nei minimi particolari cause esclusivamente economiche. Entrambi si ripercuotono invece in modo notevolissimo sull’economia, influenzando la divisione del patrimonio.

Per quel che concerne poi gli ambiti ideologici maggiormente campati in aria, religione, filosofia, ecc., questi hanno a che fare con un patrimonio che risale alla preistoria e che il periodo storico ha trovato e si è accollato – quella che oggi chiameremmo stupidità. Il fattore economico è alla base di queste varie idee sbagliate sulla natura, sulla stessa condizione umana, su spiriti, forze magiche ecc. per lo più solo in modo negativo; il basso sviluppo economico del periodo preistorico ha come complemento, ma talvolta come condizione e persino causa, le idee sbagliate sulla natura. E anche se l’esigenza economica era ed è sempre più divenuta il principale impulso per la progressiva conoscenza della natura, sarebbe da pedanti voler cercare cause economiche per tutte queste stupidità primitive. La storia delle scienze è la storia della graduale eliminazione di questa stupidità, ovvero della sua sostituzione con stupidità nuove, ma sempre meno assurde. Coloro che provvedono a ciò appartengono a loro volta a determinate sfere della divisione del lavoro, e presumono di trattare un ambito indipendente. Ed in quanto essi formano all’interno della divisione sociale del lavoro un gruppo autonomo, le loro produzioni, compresi i loro errori, hanno un influsso che si ripercuote sull’intero sviluppo sociale, persino su quello economico. Con tutto ciò sono però a loro volta sotto l’influsso dominante dello sviluppo economico. In filosofia ad esempio è molto facile dimostrarlo per il periodo borghese. Hobbes fu il primo materialista moderno (nel senso del XVIII secolo), ma assolutista nel momento in cui la monarchia assoluta fioriva in tutta Europa, e in Inghilterra iniziava a lottare contro il popolo. Locke in religione come in politica fu figlio del compromesso di classe del 1688. I deisti inglesi ed i loro più coerenti successori, i materialisti francesi, erano gli autentici filosofi della borghesia – i francesi addirittura della rivoluzione borghese. Nella filosofia tedesca da Kant a Hegel penetra il piccolo borghese tedesco – ora in positivo, ora in negativo. Ma, come determinato ambito della divisione del lavoro, la filosofia di ogni epoca presuppone un determinato materiale concettuale, che le è stato tramandato dai suoi predecessori e da cui essa prende le mosse. E accade perciò che paesi economicamente arretrati possono avere tuttavia in filosofia una parte di primo piano: la Francia del XVIII secolo nei confronti dell’Inghilterra, sulla cui filosofia i francesi si basavano, più tardi la Germania nei confronti di entrambe. Ma anche in Francia come in Germania la filosofia, come la generale fioritura letteraria di quell’epoca, era altresì risultato di uno slancio economico. È sicura ai miei occhi la supremazia finale dello sviluppo economico anche su questi ambiti, ma essa si esercita all’interno delle condizioni prescritte dal singolo ambito stesso: in filosofia ad esempio tramite gli influssi economici (che a loro volta agiscono per lo più solo nel loro travestimento politico, ecc.) che si esercitano sul materiale filosofico disponibile, tramandato dai predecessori. Qui l’economia non crea nulla di nuovo, determina però il modo in cui il materiale concettuale trovato pronto viene modificato e perfezionato, e anche ciò per lo più in modo indiretto, essendo i riflessi politici, giuridici, morali quelli che esercitano sulla filosofia la maggiore influenza diretta.

Sulla religione ho detto l’essenziale nell’ultima sezione su Feuerbach [1].

Se perciò Barth ritiene che noi neghiamo ogni e qualsiasi ripercussione dei riflessi politici ecc. del movimento economico su questo movimento stesso, combatte semplicemente contro dei mulini a vento. Non ha che guardarsi il “18 Brumaio” di Marx, in cui si tratta quasi solo della peculiare funzione che hanno le lotte e gli eventi politici, ovviamente nel quadro della loro generale dipendenza da condizioni economiche. O “Il capitale”, ad esempio il capitolo sulla giornata lavorativa, in cui la legislazione, che pure è un fatto politico, influisce in modo così decisivo. Oppure il capitolo sulla storia della borghesia (24° capitolo). O ancora, perché combattiamo per la dittatura politica del proletariato se il potere politico è economicamente impotente? La violenza (cioè il potere statale) è anche una potenza economica!

Ma per criticare il libro ora non ho tempo. Prima deve uscire il III libro, e del resto credo che potrebbe benissimo occuparsene per esempio Bernstein.

Quel che manca a questi signori, è la dialettica. Vedono sempre solo da una parte la causa, dall’altra l’effetto. Che ciò è una vuota astrazione, che nel mondo reale tali metafisiche opposizioni polari si danno solo nei momenti di crisi, mentre tutto il gran corso dello sviluppo avviene nella forma dell’azione reciproca – anche se di forze assai impari, di cui il movimento economico è di gran lunga la più forte e la più originaria, la più decisiva – che qui niente è assoluto e tutto è relativo, questo neanche lo vedono; per loro Hegel non è mai esistito.

Per quel che concerne la baruffa nel partito, i signori dell’opposizione mi ci hanno trascinato con la forza, e non mi restava altra scelta. Il modo in cui mi ha trattato il signor Ernst è assolutamente inqualificabile, a meno che io non lo debba definire uno scolaretto. Che costui sia malato e debba scrivere per vivere mi dispiace. Ma chi ha una fantasia tanto sviluppata che non può leggere una riga senza capire il contrario di ciò che c’è scritto, può applicare la sua fantasia ad ambiti diversi da quello non fantastico del socialismo. Deve scrivere romanzi, drammi, critiche d’arte e cose simili, così danneggerà solo la formazione dei borghesi e in questo modo sarà utile a noi. Può anche darsi che maturi tanto da essere capace di combinare qualcosa di buono nel nostro campo. Una cosa però devo dire: un tale guazzabuglio di immaturità e di stupidità assoluta come quello che tira fuori quest’opposizione non mi era capitato mai e in nessun luogo. E questi giovani imberbi, che non vedono altro che la loro smisurata presunzione, pretendono di imporre la tattica al partito! Da una sola corrispondenza di Bebel sull’ “Arbeiter Zeitung” di Vienna ho imparato più che da tutto il guazzabuglio di costoro, e pensano di valere di più di questa mente lucida, che afferra in modo così rigorosamente esatto la situazione e la tratteggia così chiaramente in due parole! Sono tutti bellettristi falliti, e già il bellettrista riuscito è una brutta bestia.

Se la “Volks-Tribüne” andasse a picco mi dispiacerebbe. Con Lei come direttore si è dimostrato che un settimanale del genere, dal contenuto più teoretico che attuale, potrebbe combinare qualcosa – e io so bene che razza di collaboratori si ritrova! Ma certo accanto alla “Neue Zeit”, da quando questa è settimanale, appare dubbio che possa tirare avanti. Sarà ad ogni modo contento di poter abbandonare i dolori e le gioie della redazione, e trovare del tempo per qualcos’altro che non lavori meramente giornalistici. E inoltre a Berlino i prossimi tempi saranno dominati ancora da ogni sorta di risonanze dell’ultima baruffa, e per uno che ci sta nel bel mezzo non ne verrà fuori nulla.

La pubblicazione del passo della mia lettera non ha fatto alcun danno, però cose del genere è meglio che non succedano. Nelle lettere si scrive a memoria e in fretta, senza consultare i testi, ecc., e può sempre sfuggire un’espressione che poi uno di quelli che da noi sul Reno si chiamavano Korinthescheisser [2] potrebbe attaccarsi e tirarne fuori chissà quali stupidaggini.

Grazie molte per i Suoi auguri anticipati per il mio 70° compleanno, a cui manca ancora un mese. Finora mi sento ancora benissimo, devo solo badare ancora gli occhi e non posso scrivere alla luce del gas. Speriamo che continui così.

Ora però devo chiudere.

Con affettuosi saluti

Suo F. Engels

 

Note

1. Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca.

2. caca uva passa

 

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