Complessità e metodo dialettico (versione ampliata…)

Nota redazionale: La prima pubblicazione del testo risale al luglio 2016, trovandoci nostro malgrado costretti a rilevare la immota persistenza di talune letture a-dialettiche, ‘collassiste/fataliste’ dei fenomeni storici e sociali, in parole povere inverosimili e assurde,  abbiamo ritenuto che fosse utile riproporlo, in una versione ampliata, essendo il suo contenuto afferente proprio alla critica di tali posizioni.

Complessità e metodo dialettico

‘Il proletariato rivoluzionario, cadendo gloriosamente sulle barricate di Berlino, nelle sanguinose giornate del gennaio 1919, perdeva la battaglia non solo per la preponderanza degli sgherri del socialdemocratico Noske, ministro degli interni della repubblica borghese, ma per l’intima debolezza del movimento rivoluzionario, che, nonostante la guida di capi di primo ordine quali furono Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, non aveva saputo elaborare una esatta piattaforma teorica e programmatica. Nel movimento rivoluzionario, tale è l’unità tra teoria e pratica che gli errori nel campo dottrinario si pagano col sangue e la sconfitta sul terreno della dichiarata guerra di classe. Dove il filisteo o il fanatico dell’attivismo crede di vedere vane accademie o bizantinismi di sette marxistiche, lì si difende invece la carne e il sangue delle future formazioni di combattenti rivoluzionari.

Gli errori dottrinali di Rosa Luxemburg non erano di quelli marginali che non intaccano la sostanza vitale del marxismo’.

Tratto da ‘Questioni storiche dell’ internazionale comunista’.  il programma comunista, 1954.

 

 

 

 

Nell’ultimo anno abbiamo dedicato un certo spazio allo studio di talune posizioni, a nostro modesto avviso minate da gravi errori teorici. Proviamo ora a riepilogare il contenuto di una parte di queste posizioni,  sfocianti regolarmente in letture deformate della realtà socio-economica. Il fatto che gli autori di queste letture  presuppongono di utilizzare una metodologia marxista, è un dettaglio che non deve meravigliare, o trarre in inganno. Nel marasma caotico della decadenza  sociale borghese vale la stessa critica che la scuola eleatica riservava agli uomini dalla doppia testa, cioè a coloro che dicono tutto e il contrario di tutto, nello stesso istante, contemporaneamente. Fare ossequio formale al metodo e alla teoria marxista, e poi sostenere delle letture della realtà lontane dal contenuto scientifico di questa teoria è un segno dei tempi (oltre che espressione di una incallita ars funamboli degna di miglior causa). Dunque entriamo nel dettaglio delle posizioni, a nostro giudizio, distanti dal realismo marxista. Una delle prime ‘stranezze’ che abbiamo letto e criticato, è quella sugli stati borghesi che si starebbero indebolendo/devitalizzando. Bene, abbiamo in passato esposto alcune evidenze storiche in obiezione a tale lettura, e mai abbiamo ricevuto risposte o contro argomenti da chicchessia. L’evidenza principale è questa: il marxismo sostiene il rafforzamento degli apparati burocratici e polizieschi statali, in ragione del fatto che aumentando nel corso dello sviluppo capitalistico i  proletari senza occupazione e reddito, e il grado di sfruttamento dei proletari occupati, dovrà aumentare anche il potenziale di scontro sociale di classe, e dialetticamente lo stato borghese dovrà rafforzarsi per fare fronte al pericolo della bomba a orologeria sociale innescata dalle dinamiche stesse del capitalismo. Allora, chi sostiene il contrario, quali argomenti può opporre? Non abbiamo ricevuto nessuna risposta alle evidenze storiche elencate, infatti la tesi che sostiene l’indebolimento degli stati è una tesi apodittica, non dimostrabile, basata su sofismi astratti dalla realtà storica. In garbata polemica qualcuno ci ricorda che il pensiero e la metodologia di indagine marxista sono imperniati su processi logico dialettici induttivi e deduttivi, che fanno impiego di schemi astratti. Lo sappiamo anche noi. Gli schemi e le astrazioni (nate da precedenti verifiche esperienziali) sono delle fasi di un processo conoscitivo che si conclude, però, con il ritorno al concreto, attraverso la verifica scientifica storico/fattuale. E questo non è empirismo o concretismo, ma corretta metodologia di ricerca basata sull’uso di schemi astratti, leggi tendenziali socio-economiche, storicamente invarianti, tasselli non di metafisiche verità assolute (il presunto determinismo assoluto), ma parti necessarie di un processo conoscitivo composto da approssimazioni successive al vero, al complesso, al non ancora svelato. Ora ci chiediamo da dove nasce la strana idea degli stati borghesi in via di indebolimento. In primo luogo da un altro errore, quello del comunismo inteso come movimento meccanico, fatalista, di abolizione della società capitalistica (movimento in cui la lotta di classe e il  partito, stranamente, sono assenti o quasi ). Questo è un errore a sua volta originato dall’adesione a una concezione materialistica volgare, pre-marxista, basata sull’idea di scienza (borghese) come sostituito della teologia, e quindi come corollario della verità vera e assoluta (il presunto determinismo assoluto). Le chiare lettere di Marx, Engels e Lenin sulla conoscenza materialistico-dialettica, da intendere come processo di approssimazione al vero, evidentemente, per i moderni scientisti non significa nulla. Dunque, se nella storia umana viene erroneamente postulato un processo meccanico finalistico (alias movimento reale) verso il comunismo, allora è inevitabile che gli stati borghesi vengano erosi e indeboliti da questo movimento. Tale sillogismo è formalmente corretto, anche se infondato dal punto di vista della realtà economico sociale svelata dalle scoperte scientifiche del marxismo. Dunque il sillogismo è corretto, ma solo a patto di accettare come vera l’idea di un movimento che erode gradualmente gli assetti di potere della società esistente, e quindi anche gli stati. Chiunque può notare la vicinanza al riformismo gradualista, come esito finale di questa concezione. Sul piano sociale effettuale il movimento reale è la lotta di classe, lotta che determina (in un certo momento di acuto scontro e quindi di massima percezione dei processi reali ) una teoria invariante (storicamente), e un partito (storico e formale) che si richiama a quella teoria, e ne fa programma politico. Il fatto che il cambiamento storico (e quindi il movimento reale) , nel marxismo, avvenga sulla base di bruschi salti dialettici (risultanti dell’interazione di oggettivo e soggettivo) , non ha importanza per gli assertori delle transizioni naturalistiche, graduali e meccaniche. In questa visione (meccanico/scientista) gli stati si indeboliscono perché la società capitalistica è vecchia, e poiché i vecchi sono notoriamente deboli, anche lo stato borghese deve essere debole. La controprova negativa presente nella storia reale, controprova data dal fatto che gli stati borghesi  non si spengono da soli, non si suicidano, ma vengono soppressi/distrutti dal conflitto sociale proletario (comune di Parigi, Russia), o temporaneamente disgregati dall’azione di altri stati borghesi, non ha nessun rilievo. Nel caso iniziale, la soppressione violenta produce una nuova impalcatura statale proletaria, i cui scopi e funzioni sono antitetici alla precedente attrezzatura borghese. Nel secondo caso, la disgregazione è il momento di partenza di una successiva ricostruzione, funzionale agli interessi capitalistici endogeni ed esogeni che hanno favorito la disgregazione del preesistente apparato statale. Ricordare questi dati ci espone all’accusa di empirismo e concretismo dai cultori delle proposizioni apodittiche, ignari degli  esiti storici e concettuali aporetici di queste proposizioni, in definitiva prive di uscite sul piano della storia reale, e dunque chiuse in una prigione di astratti sofismi e rudimentali tautologie.

Torniamo a presentare ed analizzare qualche altra ‘perla’ concettuale partorita dalla vulcanica attività di travisamento tipica dei tempi. È ora il turno del capitale autonomo, un incauto neologismo basato sempre sul teorema assurdo degli stati in via di indebolimento. La variazione sul tema consiste, in questo caso, nel postulare la non dipendenza dei capitali in cerca di investimenti redditizi da un apparato statale di riferimento. Non è il caso di dilungarsi troppo nella confutazione di tale concetto, nato forse anche da una incomprensione del significato economico-aziendale delle imprese multinazionali e transnazionali, dei loro bilanci, della differenza fra sedi legali e filiali estere, basterà ricordare che come la produzione capitalistica avviene su base concorrenziale-aziendale, anche il capitalismo globale si sviluppa su una base concorrenziale ineliminabile (in caso contrario non sarebbe capitalismo, come ben esposto da Lenin e da noi ripreso in Chaos imperium ), e quindi si sviluppa per aree economiche ed economie nazionali concorrenti (e gli intrecci di capitali non smentiscono tutto questo, non pongono in essere nessun superamento delle rivalità fra stati, cioè fra aziende, aree economiche ed economie nazionali, ma anzi le accentuano, come ricorda Lenin in ‘Imperialismo fase suprema del capitalismo’). Gli stati borghesi sono strettamente correlati a queste realtà capitalistiche intese in senso ascendente, ripetiamolo, come aziende, aree economiche e infine economie nazionali. Esiste un rapporto di dipendenza funzionale fra Stato ed economia, verificato storicamente, e dunque non si comprende il senso del teorema sul cosiddetto ‘capitale autonomo’. Non è da pappagalli ricordare che, senza una attrezzatura statale, una classe sociale non potrebbe dominare, e inoltre il capitale prima di essere una quantità economica è un rapporto sociale di dominazione, reso possibile, in ultima istanza, da un apposito apparato statale. Quindi non può esistere una autonomia del capitale dagli Stati, essendo, stato e capitale,  l’espressione comune della violenza storica di una classe sociale ai danni di un altra classe sociale. Se il ribadire queste deduzioni marxiste, vuol dire essere assimilabili ai pappagalli, allora ci dicano i critici quali sono le nuove fonti di ispirazione a cui essi si  abbeverano. Altra variazione sul tema è l’idea di una struttura statale europea espressione del capitale finanziario, cioè espressione della volontà di regolare l’anarchia dei mercati e di controllare i fenomeni più distruttivi e indisciplinati del capitalismo. Una volontà incrinata da recenti tendenze disgreganti.
Non si comprende perché il capitale europeo abbia in passato deciso di regolare l’anarchia dei mercati con uno strumento superstatale, e ora invece che emergono delle forti divergenze di interessi fra Inghilterra, Francia e Germania, tenda a regredire agli stati nazione di partenza . Non è credibile affermare che le varie economie nazionali abbiano prima tentato di regolare l’anarchia e ora, sotto la spinta della crisi del 2008, tornino alla giungla del si salvi chi può. In realtà l’unica regolazione, alla base della stessa unione europea, come ben chiarito nell’articolo ripubblicato da noi a marzo, e risalente agli anni 60, avente come oggetto l’Europa unita, sono sempre gli equilibri di potere fra opposte aree economiche ed economie nazionali. L’anarchia capitalistica trova regolazione solo nella legge del più forte, sempre vigente, sempre attiva. Taluni, invece, mostrano di credere che il comitato di affari abbia l’intenzione di regolare l’anarchia del mercato, questa è la tesi socialdemocratica. Invece lo stesso comitato /governo /stato è espressione di un rapporto di forza, un equilibrio fra potenze e interessi. È la forza, regolata solo dalla vittoria o dalla sconfitta ottenuta nello scontro pratico con altre forze, che determina i temporanei equilibri di potere vigenti in tutti i governi e comitati di affari della borghesia. La regolazione degli interessi capitalistici, come scopo apparente del comitato d’affari, altrimenti detto superstato europeo, è una impostura, in quanto sono gli interessi predominanti stessi che dettano legge dentro i comitati/superstati, e dettano legge sulla base degli esiti di scontri precedenti che hanno decretato la vittoria di certi interessi e la sconfitta di altri interessi. Il testo degli anni sessanta parla infatti di accordi leonini in merito ai patti europei dell’epoca, cioè di accordi miranti a stabilizzare la posizione di privilegio di certe forze capitalistiche a svantaggio di altre.

Un altro esempio di lettura deformata è quella relativa ai movimenti come Occupy, nuit debout o altro. In questo caso la composizione sociale prevalente a base di ceto medio, e i programmi democratico borghesi dichiarati, vengono letti invece come espressione del famoso movimento reale, e quindi come una genuina manifestazione della moderna lotta di classe proletaria. Anche in questo caso il sistema capitalistico, lo affermiamo noi senza tema di smentita, non ha nessuna ragione di preoccuparsi per l’esistenza di tali movimenti (così come nulla deve temere da chi li confonde per movimenti di lotta proletari, incantato come un allocco dal loro apparente luccichio protestatario ).

Sempre sulla base di concezioni in fondo economicistiche del divenire storico, si può giungere infine anche a teorizzare la natura totalmente endogena, autoprodotta, del fenomeno fondamentalista, tacciando di complottismo elitista chi cerca di studiare la concomitanza di vari fattori causanti(endogeni ed esogeni), nel divenire di questo come di altri fenomeni. Le analisi multifattoriali non piacciono ai riduzionisti: e anche le evidenze (empiriche?) e le documentazioni che parlano di finanziamenti esterni, aiuti e traffici, a favore della crescita di tale fenomeno, vengono semplicemente ignorate. Il fondamentalismo sarebbe un fenomeno autoprodotto, ma cosa significa questo termine, cosa serve a spiegare ? Tutto ciò che viene alla luce nella realtà non è forse correlato e intrecciato a ciò che già esiste, e ancor di più non è condizionato nel suo stesso sorgere dai processi già in atto nel mondo? I gruppi fondamentalisti sorgono dentro uno scacchiere dove operano già determinate potenze capitalistiche, è dunque possibile che la formula magica dell’auto produzione liberi da ogni strumentalizzazione, da ogni influenza di fattori causanti esogeni i nuovi fenomeni sociali?

Dunque un teorema estraneo alla dialettica struttura /sovrastruttura, quindi riduzionista e meccanicista, produce necessariamente  letture e interpretazioni distorte dei fenomeni sociali. Il caso del terrorismo fondamentalista è esemplare. In questo caso, dalla visione puramente fatalista e meccanicistica del divenire storico, si inferisce la presenza di una causa univoca, di tipo puramente endogeno/locale, alla base di un fenomeno, invece, strettamente interconnesso con la dimensione esogena del confronto /scontro fra potenze imperiali capitalistiche. Dunque, ripetiamo; la esclusione dell’esistenza di un piano di interazione dialettica fra struttura economica e sovrastruttura politico/statale, porta alla conclusione che il terrorismo fondamentalista è solo una realtà autoprodotta sul piano strutturale. Quando Engels si esprime contro il riduzionismo economicista, ricorda che  anche se il materialismo considera come fattore fondamentale della storia l’attività economica, questo non esclude affatto la necessità di studiare altri fattori, il cui peso è di difficile quantificazione allo stato attuale delle conoscenze scientifiche. Il riduzionismo tende ad assolutizzare un fattore univoco come chiave di spiegazione del reale, ma in tal modo produce solo spiegazioni semplicistiche e mezze verità. Preda del vecchio vizio idealistico di possedere la pietra filosofale, non si avvede di utilizzare uno schema astratto troppo elementare, e sopratutto non verificato, anzi contraddetto dai dati emergenti sul piano storico-fattuale. Tutti possono sbagliare, quello che è ancora più grave dello sbaglio però è il perseverare nell’errore, dimostrando così di essere incapaci di imparare dall’esperienza. Le acquisizioni teoriche marxiste vanno utilizzate per comprendere la vita presente,   in quanto storicamente provate e verificate. Chi non comprende questo dettaglio fondamentale si trasforma spesso in allocco, scambiando le classiche lucciole per lanterne.

Nel caso della lettura e interpretazione delle vicende mediorientali, il default causato dal riduzionismo meccanicistico-monista è palese. Il rifiuto di considerare una metodologia, diciamo pure uno schema astratto (modello scientifico) basato sulla dialettica fra struttura e sovrastruttura, porta alla conseguente esclusione del ruolo delle strategie di potenza dei grandi moloch statali nelle vicende del fondamentalismo. Questo rifiuto segna un limite e una afasia nella capacità di lettura e analisi dei fenomeni mediorientali da parte dei riduzionisti. La complessità dei rapporti politici, sociali ed economici, le stesse interazioni fra cause economiche ed effetti socio politici scompaiono, quasi del tutto, favorendo un paradossale determinismo economico ‘assoluto’ rudimentale e semplicistico (un efficace  schema teorico astratto dovrebbe possedere ampiezza e profondità, se il suo scopo è davvero una conoscenza verosimile, scientifica, non ‘assoluta’, quella la lasciamo al fondamentalista). Il problema non è dunque l’utilizzo euristico di schemi astratti, utili per la produzione di successive ipotesi deduttive, ma la riduzione a uno dei fattori che determinano il divenire fenomenico. Non si tratta di relativismo, ma di prendere atto che la complessità socio-economica e politica consiglia schemi di analisi e ipotesi fondate su una gamma di cause multifattoriali, e che anche la preponderanza finale del fattore economico va temperata tenendo conto del peso di altri fattori condizionanti. Gli effetti di tipo socio politico, sorti su un certo terreno economico, possono trasformarsi in fattori di condizionamento di questo stesso terreno di coltura (Engels). Quindi il problema non è l’essere o non essere rigidi e schematici, ma l’utilizzo di schemi astratti inappropriati alla complessità socio-economica, schemi unipolari e meccanicistici, che ignorano il rapporto dialettico fra struttura e sovrastruttura, e quindi separano il piano oggettivo delle leggi economiche capitalistiche, e il piano soggettivo dell’azione degli attori politico-statali. Utilizzando le sovrastrutture politico statali le varie borghesie rivali si contendono il controllo delle risorse energetiche e umane, e la potenza degli apparati statali militari-industriali è certamente condizionata inizialmente dai fattori economici,  ma a sua volta diventa fattore che condiziona le cause economiche che l’hanno posta in essere. Già nel Manifesto del 1848 si trova esposta a chiare lettere questa concezione, il ritrovarsi costretti a ripeterla, oggi, luglio 2016, ai simpatici esperti nell’ars funamboli è davvero incredibile.

 

Postilla

Aporia è un ragionamento (proposizione) che pone come valide due posizioni o affermazioni dal contenuto opposto, sostenendo che entrambe sono vere. In tal modo viene violato il principio di identità e non contraddizione. Tuttavia, con Eraclito di Efeso, viene teorizzato che polemos, il conflitto, è la madre di tutte le cose, il logos che avvolge tutte le regioni dell’essere.  Nel divenire dell’essere gli opposti si superano e compenetrano sul piano temporale. Ma l’aporia non è la dialettica del divenire, l’aporia è la posizione contemporanea di (a) e del contrario di (a), cioè è la negazione dell’identità di qualcosa con se stessa, in una certa unità di tempo e spazio,  è l’affermazione dell’indistinto, è la violenza che vuole distruggere le catene della necessità dell’essere (Anassimandro). Già altra cosa è dire che (a) è in atto e ha la potenza di diventare non (a), Aristotele docet, ma questa affermazione non nega la precisa identità di una cosa con se stessa, in un certo spazio e tempo di esistenza. La soluzione dell’aporia è la dialettica, che non nega la presenza degli opposti, ma neppure li assolutizza come immutabili, o meglio come monadi chiuse in se stesse (Leibniz). Il reale, come piano ontologico è dunque concepito come un processo dinamico, in cui un ente, che è identità di essere ed esistenza, uguale a se stesso e non alla sua negazione, lascia la scena al suo opposto, cioè ad un ente diverso, ma comunque uguale a quell’essere che è ora sulla scena, cioè il possessore di una identità di essere ed esistenza (anche se lontana e opposta a quella che prima occupava la scena). La fenomenologia del divenire si mostra e appare come un processo dialettico, negarlo è nichilismo, infatti Parmenide parla dell’Eternità dell’essere,  ma inteso come natura universale, e il suo poema filosofico porta in effetti il titolo ‘Della natura’. Questa eternità è l’eternità del processo dialettico. La scuola eleatica è stata poi fraintesa, ma questo per ora è secondario. Invece l’aporia, in termini etimologici è una situazione di chiusura. Se infatti sostengo (a) e non (a) insieme, giungerò poi a concludere che la verità non esiste (almeno la verità relativa a un certo spazio e tempo, o la famosa teoria storicamente invariante, relativa a una certa società). Per questo motivo anche la proposizione apodittica, priva di agganci fenomenologici, fattuali e dimostrativi, è puramente intellettuale e nichilista (perché nega, cerca di rendere niente, l’unità di essere manifestato nei fenomeni della vita e il pensiero astratto che si sviluppa sull’esperienza della vita). Ora, la proposizione apodittica, astratta dal piano fenomenologico diveniente, può tranquillamente sostenere in modo antidialettico, e quindi aporetico, la compresenza di (a) e non (a). Kant parla di antinomia, alludendo a tale circostanza. Inoltre viene Ignorata anche la distinzione fra ente in atto, manifestato, e ente in potenza, cioè non ancora manifesto. Ricadute sul piano dell’analisi politica: un esempio di proposizione aporetica è quella che sostiene la presenza del comunismo già in atto (da molti segni) e l’esistenza di movimenti di contestazione del capitalismo come occupy e nuit. Questa concomitanza di postulati opposti (comunismo e capitalismo) nella stessa proposizione non dovrebbe essere possibile se si riconoscesse che la dialettica è un processo reale, senza transizioni evolutive, ma con trapassi bruschi e violenti, salti evolutivi. In realtà un fenomeno socio-economico come il capitalismo può divenire il suo opposto, solo quando ogni sua possibilità sarà stata consumata. In termini di ontologia dialettica lo spazio tempo di un ente, e il capitalismo è un ente reale, dotato di essere (un certo qualcosa) e di esistenza (in un certo spazio – tempo) contiene implicata la sua negazione potenziale di significato. Questa negazione è lo spettro, o per meglio dire è l’ombra che accompagna i passi dell’essere vivente, cioè i passi di ciò che si manifesta sul piano della realtà diveniente. Lo spettro del comunismo si aggira… recita il manifesto, quindi non è la sua realtà che si aggira. Ogni cosa contiene il suo contrario, in potenza, Parmenide ricorda che nel piano fenomenico tutto è ripieno di luce e di notte oscura. L’errore aporetico è sostenere l’indistinzione, in altre parole sostenere il kaos. Nella realtà dialettica un fenomeno lascia il campo al suo opposto quando ha esaurito le sue possibilità totali di essere, cioè le sue possibilità ontologiche, quindi fintanto che il capitalismo è reale il comunismo è solo uno spettro, una potenzialità di essere ed esistenza. Sostenere il contrario ricorda, a ben vedere, la vecchia versione berlingueriana degli elementi di socialismo introducibili dentro il capitalismo. Il concetto di euristico è invece collegato agli schemi ipotetici astratti, indica dei modelli di approssimazione al reale, nati dall’esperienza precedente di studio. Quindi tale strumento scientifico non ha pretese di determinismo ‘assoluto’, proprio perché la scienza moderna (ma in questo anche il marxismo) non si considera episteme, cioè sapere metafisico incontrovertibile, ma processo (tendenzialmente interminabile, in questo senso forse assoluto ) di approssimazione al vero.

 

Postilla 2 (il paradiso dietro l’angolo)

 

Se sostenessimo che proprio dentro l’inferno del luogo di lavoro l’uomo, materialmente, smetta di essere una merce, uno strumento al servizio del capitale morto, e diventi invece un produttore associato, cooperativo, libero dalla sua condizione di schiavo salariato, potremmo come minimo essere oggetto di sguardi perplessi da parte dai lavoratori salariati (mentre di sicuro saremmo guardati con stupito compiacimento dagli apologeti del sistema). Un filosofo greco, oltre duemila anni fa, per dimostrare che la verità non esiste, sosteneva con abili sofismi una proposizione e poi anche il suo contrario. Il sofisma viene definito dall’enciclopedia: Ragionamento capzioso, in apparenza logico ma sostanzialmente fallace, caratteristico della scuola sofistica presocratica’. ‘Ogni ragionamento che si sostenga su una ingegnosa o cavillosa coerenza formale”.

Sofisma, dunque, inteso come ragionamento in apparenza logico, ma in sostanza errato.

I sofismi sono il fragile supporto di argomentazioni fallaci, miranti a sostenere l’assurdo, l’impossibile, l’irreale. Perché qualcuno sente il bisogno, allora, di argomentare il nulla? Facciamo un ipotesi: in una situazione sociale devastata dalla controrivoluzione borghese, immersa nei miasmi del pensiero dominante, la condizione di chi si oppone al sistema è difficile, ricca di amarezza e solitudine, e dunque facilmente preda di tentazioni consolatorie e di miraggi. 

Il comunismo, il sogno di una società armonica e libera dalla schiavitù del lavoro salariato, appare lontano dall’orizzonte delle cose realizzabili nel  breve termine, mentre tutt’intorno regna il caos e il film horror del capitalismo trionfante. Dunque è prevedibile, è statisticamente probabile,  che una parte delle fasce sociali che si oppongono al sistema cerchino delle vie di fuga, anche se impossibili e immaginarie, da una realtà tanto dura e crudele. In fondo solo un rimedio alla sofferenza causata dal fetido spettacolo del capitalismo trionfante.

Le deformazioni fataliste-collassiste nella lettura del divenire storico sono associabili, almeno sul piano psicologico, a quanto abbiamo appena scritto.

 

L’idea che la logica del valore di scambio dentro i luoghi di lavoro, venga negata, ‘de facto’, dalla collaborazione dei lavoratori nello svolgimento delle mansioni assegnate, e che questa collaborazione non avvenga sotto l’egida della legge del valore di scambio (e soprattutto del comando del capitale) , è sbagliata, è una deformazione della teoria marxista perché, Marx docet ‘’ Il processo di produzione ha inizio con l’acquisto della forza- lavoro per un tempo determinato: e questo inizio si rinnova costantemente, appena viene a scadere il termine di vendita del lavoro, e con esso è trascorso un determinato periodo della produzione, settimana, mese, ecc.’…. Poiché il processo di produzione è insieme processo di consumo della forza-lavoro da parte del capitalista, il prodotto del lavoratore non solo si converte continuamente in merce ma anche in capitale: valore che succhia la forza creatrice di valore, mezzi di sussistenza che acquistano persone, mezzi di produzione che adoperano il produttore. Quindi l’operaio stesso produce costantemente la ricchezza oggettiva in forma di capitale, potenza a lui estranea, che lo domina e lo sfrutta, e il capitalista produce con altrettanta costanza la forza-lavoro in forma di fonte soggettiva di ricchezza, separata dai suoi mezzi di oggettivazione e di realizzazione, astratta, che esiste nella pura e semplice corporeità dell’operaio, in breve, egli produce l’operaio come operaio salariato. Questa costante riproduzione ossia perpetuazione dell’operaio è ‘il sine qua non’ della produzione capitalistica…Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra l’operaio salariato”Marx, il Capitale. 

Dunque l’idea che l’operaio, nel lavoro di fabbrica, nella cooperazione con gli altri operai – cooperazione necessaria all’esecuzione dei compiti affidatigli coercitivamente dall’impresa economico-aziendale – durante il tempo di lavoro subordinato, possa essere libero dai legami della legge del valore di scambio, e quindi non sia totalmente mercificato e alienato, è una idea non contenuta in nessun testo di Marx. Già questo piccolo dettaglio potrebbe bastare per chiudere la questione (almeno all’interno di chi si professa marxista).

Tuttavia proviamo a fornire qualche ulteriore chiarimento in merito alla genesi di questa vera e propria assurdità; ammettiamo che qualche provetto sofista, partendo dalla concezione (anche marxista) dell’ homo faber ( più discutibilmente detto ‘uomo fabbrica/industria‘) si convinca che in fondo anche dentro il luogo fisico della fabbrica capitalistica, sia possibile ritrovare intatta e incorrotta (astraendo dal contesto capitalistico generale) la originaria potenza dell’uomo ‘fabbrica’, il quale, modificando praticamente e cooperativa-mente  la natura, per centinaia di migliaia di anni ha appreso e memorizzato un sapere vitale, in grado di farlo evolvere. Dunque, essendoci fra i diversi lavoratori una attività di ‘passaggio’ di strumenti e materiale di lavoro impiegati per lo svolgimento delle proprie mansioni, ecco che nella fabbrica capitalista si manifesterebbe ‘materialmente’, oggettivamente, la reviviscenza del mitico ‘uomo fabbrica’, e dunque della base cooperativa del comunismo (passato/futuro). Un lettore smaliziato comprenderà all’istante che tutto il ragionamento risulta viziato da un logicismo cervellotico, sofistico, stridente con i dati della realtà, segno della difficoltà di operare distinzioni sensate fra i fenomeni di ordine e grado diverso. Come dire: il cane ha quattro zampe, il tavolo ha quattro piedi, il bambino cammina appoggiandosi sulle mani e sui piedi, dunque questi tre enti hanno qualcosa in comune che dovrebbe annullare le loro specifiche caratteristiche, cioè le loro differenze. Il marxismo ha chiuso con le vecchie speculazioni metafisiche, ma di certo non può prescindere dalle regole consolidate del pensiero logico. I tre enti sopraddetti (cane, tavolo, bimbo) sono parte di un insieme, dove vengono raccolti tutti gli enti che poggiano su quattro supporti, ma questo essere parti di un insieme tuttavia non li rende identici. Aristotele si era tanto scervellato per chiarire che i fenomeni potenziali o attuali che siano, andrebbero distinti secondo, classi, categorie, generi, forma, sostanza.  Indubbiamente la logica marxista è logica dialettica, infatti la descrizione dei fenomeni non è statica, ma dinamica, dunque ben venga la prefigurazione degli sviluppi impliciti anche nell’attuale regime di fabbrica capitalista. Una eventualità di sviluppo di questo regime è il suo rovesciamento, dunque la fine della condizione lavorativa attuale dove il produttore è consumato dal capitale e i mezzi di produzione adoperano il produttore (e i tempi e i ritmi di lavoro sono determinati dall’impulso non umano dell’accumulazione infinita del capitale). Questa eventualità è molto lontana dall’idea del rovesciamento del valore di scambio dentro l’attuale quadro aziendale capitalistico. Qualcuno potrebbe ricordare il sillogismo kautskiano sulla centralizzazione dei capitali, intesa maldestramente come viatico ineluttabile al socialismo, realizzato senza scontri sociali, senza conquista del potere, quasi una guida con il pilota automatico (meccanicismo eterno).

Il fatto che l’uomo abbia avuto e abbia tuttora la caratteristica di agire sull’ambiente per modificarlo e adattarlo ai propri bisogni, non implica affatto la conseguenza illogica che le mansioni lavorative che avvengono oggi, nelle fabbriche del capitale, siano assimilabili a una cooperazione liberata dalla logica del valore di scambio, dunque operante sotto l’egida del valore d’uso. Innanzitutto perché, lo ripetiamo, il cosiddetto ‘passaggio’ di oggetti e strumenti di lavoro fra gli addetti allo svolgimento di determinate mansioni, avviene coercitivamente, sotto il comando del capitale (ricordiamo la vivida espressione di Marx: l’operaio diventa un appendice del macchinario), e in secondo luogo perché come ben ricordato da  Marx, la mercificazione della vita umana raggiunge il suo acme proprio dentro la fabbrica. A ulteriore chiarimento citiamo ancora una volta il passaggio di Marx, in cui è scritto a chiare lettere che il proletario viene usato/adoperato dagli strumenti di lavoro/mezzi di produzione: ” il processo di produzione è insieme processo di consumo della forza-lavoro da parte del capitalista, il prodotto del lavoratore non solo si converte continuamente in merce ma anche in capitale: valore che succhia la forza creatrice di valore, mezzi di sussistenza che acquistano persone, mezzi di produzione che adoperano il produttore”.

Dunque l’essenziale dei processi interni, tecnici, della produzione capitalistica non è dato dalla negazione della legge del valore di scambio, ipotizzata erroneamente in considerazione del reale passaggio di oggetti e strumenti che avviene fra operaio e operaio, o fra operaio e macchina, in apparenza indipendentemente dal precedente scambio di un salario contro un certo tempo di lavoro; l’essenziale è il consumo della forza lavoro, all’interno di un processo lavorativo in cui sono i mezzi di produzione che adoperano il produttore. Il precedente scambio di forza-lavoro in cambio di un salario, non viene negato in nessuna frazione successiva di tempo di lavoro interno alla fabbrica, poiché in ogni istante di impiego la forza lavoro operaia viene consumata, e obbligata a farsi adoperare dai mezzi di produzione, e in fondo l’atto formale di compravendita traccia la sostanza del senso del successivo tempo di lavoro alienato (una merce al servizio del capitale, per l’intero tempo previsto dal contratto, le cui abilità e capacità di lavoro sono sussunte dentro il lavoro morto cristallizzato in mezzi di produzione che adoperano il produttore ). Marx sostiene solo che il capitalismo ha consentito lo sviluppo delle forze produttive , attraverso il superamento delle piccole unità di produzione artigiane, predominanti nell’economia feudale, a vantaggio della manifattura, la quale implica la divisione del lavoro in precedenza svolto in toto dall’artigiano. La divisione del precedente lavoro svolto da un artigiano fra più operai cooperanti è l’unico dato di fatto reale, esso è assimilabile alla logica cooperativa dell’homo faber del comunismo primitivo solo attraverso una errata (sofistica, cervellotica) argomentazione priva di rigore logico, incapace di operare le necessarie distinzioni fra i differenti fenomeni dell’esperienza. Ancora di più, non basterà rovesciare l’attuale logica capitalistica finalizzata alla produzione di merci (inglobanti un quantum di plus-lavoro/plusvalore, da monetizzare nella sfera della circolazione/distribuzione), pensando poi di poter impiegare senza radicali modificazioni l’attuale lavoro associato di fabbrica.

E’ banale ricordare che tempi e ritmi di lavoro, organizzazione dei reparti e degli uffici, e soprattutto cosa produrre e quanto produrre, in un modello economico-sociale diverso saranno radicalmente antitetici rispetto all’attuale modello.

Ragioniamo su alcuni passi del capitolo 12 del libro primo del capitale.

”Ma che cos’è che produce il nesso fra i lavori indipendenti dell’allevatore di bestiame, del conciatore, del calzolaio? L’esistenza dei loro rispettivi prodotti come merci. E invece che cos’è che caratterizza la divisione del lavoro di tipo manifatturiero? Che l’operaio parziale non produce nessuna merce «Ma non c’è più nessuna cosa che si possa designare come retribuzione naturale del lavoro d’un singolo. Ogni operaio produce solo una parte di un tutto, e poiché ogni parte per se stessa non ha valore od utilità, non c’è nulla che l’operaio possa prendere dicendo: questo è il mio prodotto, e voglio conservarlo per me » (Labour defended against the claims of Capital, Londra, 1825, p. 25). Autore di questo eccellente scritto è il già citato TH. HODGSKIN.”

Nota: le prime righe vanno collegate alla citazione successiva fatta da Marx (di TH. Hodgskin). Dunque, l’operaio parziale, non producendo come avveniva per il singolo individuo/artigiano una merce, ma solo una porzione di merce, non può dire il mio prodotto finito vale 10, e nemmeno può dire conservo per me il mio prodotto. Come si vede il senso delle righe iniziali si può chiarire solo leggendo le righe successive. Egli (l’operaio parziale) non produce una merce, ma non perché non vengano, nei processi di lavoro interni alla fabbrica, in quel certo momento, prodotte merci, e quindi non valga il valore di scambio. Ecco la risposta di Marx nella riga successiva.

”È solo il prodotto comune degli operai parziali che si trasforma in merce. La divisione del lavoro all’interno della società è mediata dalla compra e vendita dei prodotti di differenti branche di lavoro; la connessione fra i lavori parziali nella manifattura è mediata dalla vendita di differenti forze-lavoro allo stesso capitalista, il quale le impiega come forza-lavoro combinata” (MARX). 

Nota: anche queste righe di Marx sono esplicite, Il prodotto comune si trasforma in merce e i lavori parziali che sono interconnessi fra di loro, hanno come elemento di base di essere la ”vendita di differenti forze-lavoro allo stesso capitalista, il quale le impiega come forza-lavoro combinata” (MARX). 

Dunque il capitale usa la merce lavoro ‘come forza-lavoro combinata (Marx)’, pienamente soggetta al valore di scambio, anche se ”l’operaio parziale non produce nessuna merce (Marx)”, perché al suo posto la produce il gruppo di lavoro”È solo il prodotto comune degli operai parziali che si trasforma in merce (Marx)”.

Nota: Cosa significa nella manifattura questo essere un gruppo di lavoro, è forse una forma organizzativa che anticipa il comunismo? Riportiamo le righe successive di Marx:”Originariamente l’operaio vende la sua forza-lavoro al Capitalista perché gli mancano i mezzi materiali per la produzione d’una merce: ma ora la sua stessa forza-lavoro individuale vien meno al suo compito quando non venga venduta al capitale; essa funziona ormai soltanto in un nesso che esiste soltanto dopo la sua vendita, nell’officina del capitalista. L’operaio manifatturiero, reso incapace per la sua stessa costituzione naturale a fare qualcosa d’indipendente, sviluppa una attività produttiva ormai soltanto come accessorio dell’officina del capitalista”…”Come sulla fronte del popolo eletto stava scritto che esso era proprietà di Geova, così la divisione del lavoro imprime all’operaio manifatturiero un marchio che lo bolla a fuoco come proprietà del capitale”. ..”Non solo i particolari lavori parziali vengono suddivisi fra diversi individui, ma l’individuo stesso vien diviso, vien trasformato in motore automatico d’un lavoro parziale Dugald Stewart chiama gli operai delle manifatture « automi viventi.., che vengono adoprati per lavori parziali a (Works, ed. da Sir W. Hamilton, Edimburgo, vol. VIII, 1855, Lectures ecc., p. 318)., realizzandosi così l’insulsa favola di Menenio Agrippa che rappresenta un uomo come null’altro che frammento del suo stesso corpo”. (Marx)

Il sofisma che tenta di dimostrare che il comunismo sarebbe già, in modo attuale e non solo potenziale, presente nella struttura economica della nostra società, è dunque un chiaro segnale di un pensiero utopico, espressione anche del turbamento causato dall’attuale periodo controrivoluzionario in alcune persone, e del conseguente bisogno di compensazioni illusorie (il paradiso dietro l’angolo).  Le chiare righe del testo di Marx (Il Capitale) che vi proponiamo smentiscono questo errore teorico, senza ombra di dubbio, a chiare lettere, e senza possibilità di appello per ulteriori sofismi:  Il processo di produzione ha inizio con l’acquisto della forza- lavoro per un tempo determinato: e questo inizio si rinnova costantemente, appena viene a scadere il termine di vendita del lavoro, e con esso è trascorso un determinato periodo della produzione, settimana, mese, ecc. Ma l’operaio viene pagato soltanto dopo che la sua forza-lavoro ha operato e ha realizzato in merci tanto il proprio valore che il plusvalore’.  Marx (Il Capitale) . L’acquisto di forza-lavoro, per un tempo particolare, coincide con l’inizio del processo di produzione, tuttavia l’operaio viene pagato alla fine del ciclo in cui ha riprodotto in merci sia il valore del salario da ricevere che il plus-valore per il capitale. Nella fase di impiego della sua forza-lavoro egli è paragonabile ad uno strumento a disposizione del suo acquirente capitalista; egli (il proletario) ha infatti venduto in modo formalmente libero una porzione del suo tempo giornaliero di vita, ed in seguito a questa cessione di tempo di vita (e di corrispondente energia vitale utilizzabile dall’impresa sotto forma di forza di lavoro), ogni porzione di esistenza lavorativa di fabbrica ricade pienamente, in un tempo di acquisto e vendita di se stesso, una vera e propria mercificazione racchiusa nella clausola leonina di scambio iniziale propostagli dal capitale. In questo senso, forse, va letta la precedente citazione di Marx : ‘questo inizio si rinnova costantemente, appena viene a scadere il termine di vendita del lavoro, e con esso è trascorso un determinato periodo della produzione, settimana, mese, ecc”La mercificazione della vita del proletario si rinnova costantemente, poiché si rinnova sempre Il processo di produzione (che) ha inizio con l’acquisto della forza- lavoro per un tempo determinato‘ MARX

Il capitale autonomo e l’indebolimento degli stati borghesi sono gli altri due aspetti di rilievo della deformazione dottrinaria dei fondamentali del marxismo,convergenti, insieme alle precedenti deformazioni, alla conclusione che sia possibile cambiare il sistema per via spontanea, fatalista, gradualista (il capitale uccide se stesso), basandosi sui sofismi apodittici, inverificabili e indimostrabili,di un preteso determinismo assoluto (basato peraltro sull’idea dell’infallibilità della scienza borghese, ma vedere cosa dicono a proposito le tesi di Napoli).

Il lettore che abbia la pazienza di spulciare le pagine del nostro sito, troverà vari articoli dedicati alle posizioni da noi definite ‘collassiste/fataliste-meccaniciste’. Ad esempio nel maggio / giugno 2015 abbiamo pubblicato ‘Storia e dialettica’ ‘Alcune critiche alle letture collassiste dei fenomeni sociali’, nell’autunno 2015 ‘Scienza, tecnologia e apparato militare-industriale’.Inoltre nella home page, in alto, è possibile leggere due testi che raccolgono il materiale dedicato al presunto ‘indebolimento degli stati borghesi’, e al cosiddetto ‘capitale autonomo‘. Anche l’articolo del maggio 2015, ripubblicato nel mese di aprile 2018, sotto il titolo ‘Sul presunto rovesciamento della legge del valore di scambio…’ è utile per comprendere e seguire una modulazione particolare del leitmotiv ‘comunismo già esistente’, che si collega in via indiretta alle conclusioni del filone ‘collassista/fatalista-meccanicista’. Senza volere ripetere le argomentazioni critiche contenute nei testi appena ricordati, ma anche le critiche presenti in altri articoli del sito, si può comunque concludere che oltre alla caratteristica di sminuire il ruolo del partito, questo filone di pensiero utilizza delle procedure dimostrative apodittiche (nel senso che i nuovi concetti, sono autosufficienti e autoreferenziali, quindi non richiedono la comprova di altri testi, e soprattutto la comprova dei fatti storici). Così è detto e così deve essere. Sulla base di questa ultima peculiarità, siamo propensi a concludere che in assenza della comprova dei dati storici, il lettore che condivide le suddette verità apodittiche, deve possedere almeno un elevato grado di fede personale nella fonte che comunica, cosa che implica un rapporto di tipo prevalentemente profetico-carismatico fra il fedele lettore e il creatore/diffusore delle inverificabili teorie collassiste/fataliste.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...