Fatalismo meccanicista, compresenza diacronica nelle transizioni storiche, spontaneismo (l’eterno ritorno di un illusione)

Nota redazionale: Il testo compare una prima volta sul sito nel 2015, e può essere considerato idealmente una integrazione di ‘Storia e dialettica’ del giugno 2015. Il suo sottotitolo è significativamente ‘l’eterno ritorno di un illusione’, perché in effetti gli errori teorici, nella storia del movimento operaio, tendono spesso a mostrarsi come semplice ripetizioni di errori precedenti (con l’inevitabile corollario di essere la seconda, terza , quarta volta, e via numerando, una vera e propria farsa rispetto al dramma storico, in un certo qual modo collegato all’iniziale errore teorico ). Il dramma storico della fallita rivoluzione spartachista, al netto dei preponderanti fattori di causa socioeconomici, è stato anche determinato dagli errori politici della principale forza rivoluzionaria presente in Germania nel 1919.

Questi errori politici derivavano anche dalla particolare visione ‘meccanicistica-economicistica’ del divenire storico della lotta di classe, e quindi dalla sottovalutazione del ruolo del partito rivoluzionario nelle fasi di intensificazione del conflitto sociale. Tuttavia, l’idea che una salda teoria possa formarsi solo sulle barricate, e che quindi  l’organo politico di guida della classe (inteso come teoria invariante marxista e organizzazione formale) sia solo un prodotto meccanico-automatico di una certa situazione rivoluzionaria, contrasta con gli insegnamenti della storia. A riprova presentiamo una lunga citazione dal testo ‘Dizionarietto dei chiodi revisionistici: attivismo’:Può accadere, come succede odiernamente, che il mondo economico e sociale borghese sia sconvolto da formidabili scosse, che danno luogo a violenti contrasti, senza per questo che il partito rivoluzionario abbia possibilità di ingigantire la sua attività, senza che le masse gettate nello sfruttamento più atroce e nella strage fratricida riescano a smascherare gli agenti opportunisti che ne legano le sorti alle contese dell’imperialismo, senza che la controrivoluzione allenti la sua presa di ferro sulla classe dominata, sulle masse dei nullatenenti.

Dicendo: “Esiste una situazione obiettivamente rivoluzionaria, ma è deficiente l’elemento soggettivo della lotta di classe, il partito rivoluzionario”, si sballa in ogni momento del processo storico, un grossolano non senso, un’assurdità patenteÈ invece vero che in qualunque frangente, anche il più periglioso dell’esistenza della dominazione borghese, anche allorché tutto sembra franare e andare in rovina (la macchina statale, la gerarchia sociale, lo schieramento politico borghese, i sindacati, la macchina propagandistica), la situazione non sarà mai rivoluzionaria, ma sarà a tutti gli effetti controrivoluzionaria, se il partito rivoluzionario di classe sarà deficitario, male sviluppato, teoricamente traballante.

Una situazione di crisi profonda della società borghese è suscettibile di sfociare in un movimento di sovvertimento rivoluzionario, allorché “gli strati superiori non possono vivere alla vecchia maniera, e gli strati inferiori non vogliono vivere alla vecchia maniera” (Lenin, L’estremismo), cioè quando la classe dirigente non riesce più a far funzionare il proprio meccanismo di repressione e di oppressione, e la maggioranza dei lavoratori abbia “pienamente compreso la necessità del rivolgimento”. Ma siffatta coscienza dei lavoratori non può esprimersi che nel partito di classe che in definitiva è il fattore determinante della trasformazione della crisi borghese in catastrofe rivoluzionaria di tutta la società. È necessario dunque affinché la società esca dal marasma in cui è piombata, e che la classe dominante è impotente a sanare, perché impotente a scoprire le nuove forme adatte a scarcerare le forze di produzione e avviarle verso nuovi sviluppi, che esista un organo di pensiero e di azione rivoluzionario collettivo che convogli ed illumini la volontà sovvertitrice delle masse. Il “non voler vivere alla vecchia maniera” delle masse, la volontà di lottare, l’impulso ad agire contro il nemico di classe, presuppongono, nell’ambito dell’avanguardia proletaria chiamata a svolgere la funzione di guida delle masse rivoluzionarie la cristallizzazione di una salda teoria rivoluzionaria. Nel partito la coscienza precede l’azione, contrariamente a quanto accade nelle masse e negli individui.

Ma se si dicono queste cose non nuove, non aggiornate, è perché si tenta di scambiare il partito rivoluzionario con un cenacolo di studiosi, di osservatori teorici della realtà sociale? Mai più. Nella parte IV, punto 7 della Base per l’organizzazione del 1952 è detto: “Il partito sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato, sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolta di pensatori e di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri e che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente…”. Più chiari di così!

La trasformazione della crisi borghese in guerra di classe e in rivoluzione, presuppone l’obiettivo sfacelo dell’impalcatura sociale e politica del capitalismo, ma non può porsi nemmeno potenzialmente se la maggioranza dei lavoratori non è conquistata o influenzata dalla teoria rivoluzionaria incarnata nel partito, la quale non si improvvisa sulle barricate. Ma si distilla forse nel chiuso dei gabinetti di lavoro di studiosi avulsi dalle masse? A questa stupida accusa mossa dagli energumeni dell’attivismo, si risponde benissimo che l’infaticabile assiduo lavoro di difesa del patrimonio dottrinario e critico del movimento, la quotidiana fatica di immunizzazione del movimento contro i veleni del revisionismo, la spiegazione sistematica alla luce del marxismo delle più recenti forme di organizzazione della produzione capitalistica, lo smascheramento dei tentativi dell’opportunismo di presentare tali “innovazioni” come misure anticapitalistiche ecc., tutto ciò è lotta, lotta contro il nemico di classe, lotta per educare l’avanguardia rivoluzionaria, è, se volete, lotta attiva, se pure non attivista.

Credete voi sul serio che (mentre tutta l’enorme macchina della propaganda borghese è impegnata da mane a sera non tanto, fate attenzione, a confutare la tesi rivoluzionaria, quanto a dimostrare che alle rivendicazioni socialiste si possa arrivare marciando contro Marx e contro Lenin, e quando non partiti politici soltanto ma governi costituiti giurano di governare, cioè di opprimere le masse, nel nome del comunismo) l’aspro faticoso lavoro di restaurazione critica della teoria rivoluzionaria marxista sia soltanto un lavoro teorico? Chi oserebbe dire che non è anche un lavoro politico, una lotta attiva contro il nemico di classe? Solo chi è posseduto dal demone dell’azione attivista può pensarlo. Il movimento, sia pure povero di effettivi, che lavora sulla stampa, in riunioni, in discussioni di fabbrica, a liberare la teoria rivoluzionaria dagli inauditi adulteramenti, dalle contaminazioni opportunistiche, compie con ciò un lavoro rivoluzionario, lavora per la Rivoluzione proletaria.

Non si può assolutamente dire che noi concepiamo il compito del partito alla stregua di una “lotta di idee”. Il totalitarismo, il capitalismo di Stato, il fallimento della rivoluzione socialista in Russia, non sono “idee” a cui noi contrapponiamo le nostre: sono fenomeni storici reali che hanno spezzato le reni al movimento proletario conducendolo sul terreno minato del partigianesimo antifascista o filofascista, dell’unione nazionale, del pacifismo ecc. Coloro i quali sia pure in ristretto numero e al di fuori dei clamori della “grande politica” conducono un lavoro di interpretazione marxista di questi fenomeni reali e di conferma delle previsioni marxiste nonostante essi (e non ci risulta che una seria trattazione di questi problemi esista al di fuori delle fondamentali esposizioni del nostro Prometeo, in particolare dello studio Proprietà e Capitale) sicuramente fanno un lavoro rivoluzionario, perché fissano fin da ora l’itinerario e il punto di approdo della Rivoluzione proletaria.

La ripresa del movimento rivoluzionario non abbisogna, per realizzarsi, della crisi del sistema capitalistico, in quanto eventualità potenziale; la crisi del tipo di produzione capitalistico è in atto, la borghesia ha sperimentato tutte le fasi possibili del suo corso storico, il capitalismo di Stato e l’imperialismo sono il limite estremo della sua evoluzione, ma le contraddizioni fondamentali del sistema permangono e si acutizzano. La crisi del capitalismo non si trasforma in crisi rivoluzionaria della società, in guerra di classe rivoluzionaria, la controrivoluzione resta trionfante anche se il caos capitalistico aumenta, perché il movimento operaio è ancora schiacciato sotto il peso delle sconfitte subite in trent’anni per gli errori di metodo strategico commessi dai partiti comunisti della Terza Internazionale, errori che dovevano condurre il proletariato a considerare proprie le armi della controrivoluzione. La ripresa del movimento rivoluzionario non si verifica ancora perché la borghesia, operando audaci riforme nell’organizzazione della produzione e dello Stato (capitalismo di Stato, totalitarismo ecc.) ha enormemente sconquassato, seminando il dubbio e la confusione, non le basi teoriche e critiche del marxismo, che restano inattaccate e inattaccabili, ma sibbene la capacità delle avanguardie proletarie a giustamente applicarle nella interpretazione della fase odierna borghese.

In tali condizioni di smarrimento teorico, il lavoro di restaurazione del marxismo contro le deformazioni opportuniste, è un mero lavoro intellettuale? No, è lotta attiva e sostanziale, conseguente contro il nemico di classe”.

L’attivismo spaccone pretende di far girare la ruota della storia con giri di valzer sculettanti sulla sinfonia elettorale. E’ una malattia infantile del comunismo, ma fermenta a meraviglia anche nel gerontocomio, ove vegetano i… pensionati del movimento operaio.Requiescant in pace…

Battaglia comunista, n. 6, 20 marzo – 3 aprile e n. 7, 4-17 aprile 1952

 Postilla

 

Abbiamo pubblicato alla fine di maggio 2015 una analisi critica della cosiddetta lettura ‘fatalista/collassista’ dei fenomeni sociali, tale critica è stata poi ulteriormente approfondita in due testi successivi (‘Storia e dialettica’, ‘Scienza, tecnologia e apparato militare-industriale’). Cosa c’entra questo con il testo del 1952?

L’attivismo, nella sua incapacità di valutare i fattori oggettivi e soggettivi realmente esistenti un una situazione storica determinata, fa da paio con le posizioni da noi definite ‘collassiste’ e fataliste (ancora oggi diffuse in certi contesti). Il testo appena ripubblicato fa invece  giustizia e chiarisce ( a nostro avviso) ogni residuo dubbio, non solo sulla inesistente coerenza marxista, ma anche sulla non aderenza alla realtà contenuta in determinate posizioni da noi precedentemente criticate. In modo particolare, viene potentemente confutata l’idea che il partito possa sbrigativamente sorgere (nella sua base teorica e programmatica) in prossimità dei fermenti sociali associabili al collasso del sistema (infatti, ecco cosa dice il testo) ‘La trasformazione della crisi borghese in guerra di classe e in rivoluzione, presuppone l’obiettivo sfacelo dell’impalcatura sociale e politica del capitalismo, ma non può porsi nemmeno potenzialmente se la maggioranza dei lavoratori non è conquistata o influenzata dalla teoria rivoluzionaria incarnata nel partito, la quale non si improvvisa sulle barricate’.

Esso (il partito) preesiste ai fermenti sociali e politici rivoluzionari, che potrebbero (  non necessariamente) accompagnare il collasso (bisognerebbe infatti riflettere sul dato di fatto, volendo fare un paragone, che un organismo vivente, biologico o sociale, può anche sopravvivere diverse volte ai vari infarti e collassi nel corso della sua esistenza). Ecco cosa dice il testo  ‘È invece vero che in qualunque frangente, anche il più periglioso dell’esistenza della dominazione borghese, anche allorché tutto sembra franare e andare in rovina (la macchina statale, la gerarchia sociale, lo schieramento politico borghese, i sindacati, la macchina propagandistica), la situazione non sarà mai rivoluzionaria, ma sarà a tutti gli effetti controrivoluzionaria, se il partito rivoluzionario di classe sarà deficitario, male sviluppato, teoricamente traballante’. Dunque, ci permettiamo di ripetere l’intera sequenza del mutamento sociale di sistema che emerge anche dal testo del 1952: lotta di classe, partito, rivoluzione, dittatura del proletariato (ecco una schematica equazione, non esattamente spontaneista e collassista,  che tuttavia speriamo sarà apprezzata anche dai patiti della matematica e della scienza). I nostri critici potranno sostenere che il testo del 1952 non è più attuale (e noi siamo dunque i suoi pappagalleschi ripetitori, incapaci di aggiornarci) , oppure che esso non dice esattamente le cose che noi pensiamo di leggervi ( in entrambi i casi auguriamo buona fortuna a coloro che dovranno arrampicarsi sugli specchi per formulare tali sofismi). Purtroppo nella vita reale la verità prima o poi torna a galla, e allora è amaro e doloroso mettere da parte le illusioni sull’auto-produzione ‘frattalica’ dei fenomeni sociali, ed essere costretti a riconoscere che l’ISIS ( quando ormai è di pubblico dominio) è la risultante dialettica dell’interazione fra fattori strutturali (crisi economico-sociali) e sovrastrutturali ( strategie imperiali del caos). Il tempo è galantuomo, e quindi prima o poi la potenza dei fatti si afferma sulle letture ‘fantasiose’ e ‘creative’ del divenire sociale, tuttavia le posizioni sbagliate sono un elemento di confusione che arreca danno al progresso della lotta di classe, togliendo lucidità di visione all’avanguardia proletaria che si scontra quotidianamente con il sistema di oppressione sociale borghese, e quindi per questo motivo il nostro compito è quello di continuare a confutarle con l’arma della critica. Il testo del 1952 dice a chiare lettere che la crisi sociale e politica, il collasso del sistema, non significa necessariamente la sua fine. Per parlare di fine o di morte del sistema capitalista non basta un collasso temporaneo delle sue funzioni principali, è invece indispensabile che si verifichi una concomitanza di fattori oggettivi e soggettivi, strutturali e sovrastrutturali, espressione di determinati rapporti di forza fra le classi in lotta (leggiamo cosa dice il testo del 1952) ‘Una situazione di crisi profonda della società borghese è suscettibile di sfociare in un movimento di sovvertimento rivoluzionario, allorché “gli strati superiori non possono vivere alla vecchia maniera, e gli strati inferiori non vogliono vivere alla vecchia maniera” (Lenin, L’estremismo)cioè quando la classe dirigente non riesce più a far funzionare il proprio meccanismo di repressione e di oppressione, e la maggioranza dei lavoratori abbia “pienamente compreso la necessità del rivolgimento”. Ma siffatta coscienza dei lavoratori non può esprimersi che nel partito di classe che in definitiva è il fattore determinante della trasformazione della crisi borghese in catastrofe rivoluzionaria di tutta la società. È necessario dunque affinché la società esca dal marasma in cui è piombata, e che la classe dominante è impotente a sanare, perché impotente a scoprire le nuove forme adatte a scarcerare le forze di produzione e avviarle verso nuovi sviluppi, che esista un organo di pensiero e di azione rivoluzionario collettivo che convogli ed illumini la volontà sovvertitrice delle masse. Il “non voler vivere alla vecchia maniera” delle masse, la volontà di lottare, l’impulso ad agire contro il nemico di classe, presuppongono, nell’ambito dell’avanguardia proletaria chiamata a svolgere la funzione di guida delle masse rivoluzionarie la cristallizzazione di una salda teoria rivoluzionaria. Nel partito la coscienzaprecede l’azione, contrariamente a quanto accade nelle masse e negli individui’.

 Non vogliamo insistere ulteriormente con queste ‘illuminanti’ citazioni tratte dal testo del 1952, tuttavia ci è sembrato e ci sembra politicamente importante ribattere i chiodi della dottrina invariante (soprattutto in presenza di posizioni che mentre compiono un certo ossequio formale a questa dottrina , negano invece di fatto il suo contenuto reale proponendo letture irrealistiche del divenire storico-sociale). Non si tratta di dispute teoriche astratte, ma di ribadire l’importanza di una chiara e lucida visione del terreno di lotta fra le classi, cioè della fisionomia dell’avversario di classe borghese, del suo strumento statale potenziato (non indebolito) di repressione e oppressione, e infine della  necessità ‘che esista un organo di pensiero e di azione rivoluzionario collettivo che convogli ed illumini la volontà sovvertitrice delle masse’.

 

 

Fatalismo meccanicista, compresenza diacronica nelle transizioni storiche, spontaneismo (l’eterno ritorno di un illusione)

Ritroviamo nuovamente delle strane congetture, nel mare magno della rete, che ripropongono e approfondiscono il grave errore teorico-politico da noi definito (in un precedente articolo) ‘meccanicismo collassista’ ( ma a questo punto potremmo chiamarlo addirittura fatalismo collassista). Non pretendevamo – in quell’occasione – di impartire lezioni a chicchessia o di correggere la visione ‘eretica’ dell’errante e dei suoi accoliti e fedeli. Abbiamo analizzato le posizioni racchiuse in quella visione al solo scopo di chiarire, a noi e ai nostri lettori e compagni, la natura innanzitutto politica (negazione de facto della funzione essenziale dell’organo partito, fatalismo pratico) e poi concettuale dell’errore ( visione della storia su base meccanicista spontaneista- collassista). Ora ritroviamo delle nuove proposizioni, una vera e propria quintessenza alchemica di analisi spericolate e di innovative letture delle vicende storiche. La domanda che ponevamo ai sostenitori dell’idea che, in questa precisa congiuntura storica, gli apparati statali si stanno indebolendo (e la borghesia ne è consapevole) era la seguente: forniteci delle prove documentate. Le prove che abbiamo ricevuto, bontà loro, sono un pochino carenti sul piano dei fatti accertabili e documentati, mentre configurano, a nostro modesto avviso, un ulteriore errore teorico-politico nella lettura dei fenomeni storici. Il problema principale, nel confutare queste ‘eresie’, è dato dal fatto che le stesse proposizioni inquisite sono così lontane dal materialismo dialettico – già all’origine, nelle stesse premesse – che può diventare perfino arduo e controproducente iniziare una operazione di critica, essendo premesse e conseguenze talmente appiattite dentro la gabbia concettuale meccanicistico-monista e fatalista, da disporre della capacità di risucchiare le stesse critiche ed obiezioni nel gorgo della propria irrealtà. Ci troviamo in effetti in presenza di un vero e proprio buco nero politico-teorico di irrealtà, in cui viene risucchiata e trasformata in errore la stessa critica iniziale all’altrui errore. Una vera e propria distruzione contagiosa della ragione (tenteremo, alla fine della presente disamina, di affrontare anche le basi psicologico-sociali di questo oscuramento della ragione). Orbene, ora si sostiene che il comunismo, inteso come struttura economica, è già contenuto (in modo non semplicemente embrionale) nella realtà storica contemporanea (all’Ilva di Taranto e nelle maquiladoras di Juarez in Messico, ad esempio, lo sperimentano ogni giorno… sarebbe interessante chiederlo a quei lavoratori). Quindi, se per assurdo accettassimo questa tesi audace, dovremmo concludere che proprio per questo motivo la sovrastruttura politico-statale si sta indebolendo, essendo essa dipendente in ultima istanza dal rapporto con la struttura (ecco la risposta che cercavamo). In sostegno a questa tesi si portano le vicende relative alla transizione dal feudalesimo al capitalismo, e si sostiene la relativa e temporanea compresenza di una struttura economica capitalistica con una sovrastruttura politico-statale feudale. Ammesso e non concesso che questa ricostruzione storica sia vera, o verosimile ( e su questo abbiamo dei seri dubbi), perché non estendere allora una possibilità analoga anche al presente? Il problema, da un punto di vista semplicemente logico-formale (lasciamo perdere il piano storico reale), è che non si possono assimilare degli ‘enti’ di natura economico sociale antitetica (la struttura economica feudale e capitalistica, con quella comunista), così come non si possono assimilare semplicisticamente i diversi regni della realtà (minerale, animale, umano, vegetale…) in un unico e indistinto calderone monista. Pensavamo, con Aristotele, di avere già superato il problema delle specie, dei generi e delle classi (e anche la differenza fra enti in potenza ed enti in atto): e quindi è vero, il comunismo è il movimento che abolisce lo stato di cose presente, ma non certo nel senso che questo stato di cose è già abolito, ma nel senso che il capitale crea il suo nemico proletario (il quale può riuscire ad affossarlo, oppure può non riuscirci, e in questo caso si mostrerà lo scenario della mineralizzazione). Noi siamo coerenti con una concezione non finalistica della storia, e già nel vecchio lavoro sulla mineralizzazione, infatti, riprendendo il ‘Manifesto del partito comunista’, abbiamo riconosciuto le possibilità storiche alternative che si aprono a partire dai dati socioeconomici di fatto. Considerando che la diacronica compresenza di struttura capitalistica – sovrastruttura feudale (postulata dai nostri impenitenti fatalisti collassisti) fa comunque riferimento a società ugualmente divise in classi, accomunate, quindi, al di là della diversità dei rispettivi referenti sociali (borghese o feudale), dalla presenza di rapporti sociali di dominazione e subordinazione, allora come si può postulare una compresenza diacronica analoga anche per il presente storico ‘cripto comunista’? Quello che storicamente potrebbe essere vero per la transizione dal feudalesimo al capitalismo (se la ricostruzione storica dei fatalisti fosse attendibile), è di sicuro meno vero per la transizione al comunismo completo, poiché la struttura economica feudale e capitalistica avevano in comune l’essere espressione di un dominio di classe, mentre la struttura economica comunista non è espressione di nessun dominio di classe, anzi è il termine storico di ogni dominio di classe, e quindi se fosse vero che questa struttura già esiste, non si vede quale senso avrebbe la sopravvivenza temporanea di una sovrastruttura borghese. Assimilazione di capra e cavoli. Portando fino alle estreme conseguenze le premesse sbagliate, perché escludere, allora, che la sovrastruttura politico-statale che si sta indebolendo-estinguendo non potrebbe essere addirittura lo stato proletario?(Se escludiamo come impossibile, a rigore di logica marxista, la compresenza di due elementi antitetici come la struttura economica comunista ‘aclassista’ e la sovrastruttura borghese ‘classista’, allora potremmo perfino giungere a tali esiti paradossali). Dovremmo forse riflettere sul fatto che la nostra lettura del carattere capitalistico della Russia sovietica, si basa proprio sulla stretta omogeneità e coerenza di una struttura economica capitalista con una corrispondente sovrastruttura statale capitalista (inoltre questo ci dovrebbe anche far ben considerare le ragioni storiche della brevità della finestra rivoluzionaria successiva all’ottobre rosso, non potendo uno stato operaio, in assenza di una rivoluzione internazionale successiva, sopravvivere a lungo in un solo paese, in presenza di una struttura economica mista feudale-capitalista). Monismo scientista: spendiamo ora qualche parola su questa ricorrente variante eretica’. Si tratta, in effetti, di un errore metafisico ricorrente in alcune elaborazioni politiche, soprattutto considerato che generalmente si accoppia, in simbiosi armonica, con il fatalismo meccanicista e collassista. In effetti sono aspetti complementari della stessa distorsione conoscitiva: tuttavia, mentre il fatalismo meccanicistico- collassista postula l’inessenzialità del fattore soggettivo-volontaristico nella genealogia storico-sociale, il monismo scienticista fornisce una base filosofica a questa pretesa, equiparando senza distinzione i piani molteplici del reale, o della materia, in una immobile unità a-dialettica. Nell’esperienza della vita, i livelli dialettici in cui si differenzia la materia, smentiscono, di fatto, l’unità monistica ingenuamente assimilatrice degli opposti. Nel divenire dialettico, che è il vero minimo comune denominatore dell’essere, cioè il vero e unico paradossale ‘monos’ esistente, la materia si scinde in coppie di opposti, negazioni e sintesi successive: in quanto tale, storicamente, è questo il movimento reale, intessuto di coppie di opposti complesse e dinamiche, cioè è questo lo spazio degli eventi in cui si confrontano, in una lotta per la vita e per la morte, tragicamente, quindi senza garanzie di vittoria a prescindere, le forze sociali reali. Invece il monismo scientista si dispiega come l’idea assoluta hegeliana, o se vogliamo come una riedizione della divina provvidenza, in altre parole un revival del piano di dio nella storia. Una teleologia finalistica, in cui il corso della corrente storica è già da sempre e per sempre predeterminato in modo immutabile (determinismo assoluto). Nell’operaismo la classe assurgeva a questo ruolo di sostituto dell’assoluto, nel fatalismo meccanicista, con annesso apparato conoscitivo assolutamente (infallibilmente) determinista, l’esigenza di credere in una verità stabile e consolatoria diventa la base di successive curvature ellittiche di allontanamento dal tracciato concettuale del marxismo rivoluzionario. Vedere l’universo in un granello di sabbia, e tutto il tempo dell’Eternità nel battito di ali di una farfalla. Queste sono le perle residuali di una saggezza orientale che discende direttamente dall’apparato conoscitivo del comunismo delle origini, ma vedere il comunismo incipiente perfino nei buoni pasto che si scambiano alla cassa dei supermercati. Su questo cosa possiamo dire? Quale saggezza è nascosta in questa affermazione ? Nulla, questa ed altre affermazioni mascherano solo, dal nostro punto di vista, un disperato bisogno di fuga da una società ferocemente alienata, schiavizzatrice in proporzioni senza precedenti storici e dispotica ad un livello inimmaginabile. Un mondo in dissolvimento, dominato da pulsioni oscure, distruttrici, e da annessi fenomeni entropici. Un vero e proprio Kali yuga, attraversato da correnti caotiche e dissolutrici, premonitrici della possibile mineralizzazione del pianeta. Sul piano della psicologia sociale questa realtà da incubo si può trasformare in una derivata rimozione/negazione della vicenda perturbante, cioè nell’oscuramento della percezione della stessa realtà dei fattori traumatizzanti. Il fatalismo meccanicista è solo il riflesso politico di questo atteggiamento di rimozione/negazione dei fattori perturbanti. L’eroe tragico di Eschilo e Sofocle è anch’esso fatalista, ma non come i come i nostri deterministi collassisti, egli infatti non si fa illusioni sull’esito infausto che gli riserva il destino. Il suo è un mondo senza veli consolatori, attraversato da una elevata percezione dell’imminente sventura, in cui egli lotta lo stesso contro forze che lo sovrastano. Se il comunismo esiste già in questa dimensione sociale, allora ci permettiamo di suggerire di cercarlo nella lotta di chi non piega la testa di fronte al dispotismo aziendale, di chi mantiene in vita la tradizione storica del comunismo rivoluzionario, di chi resta i piedi con i suoi ideali fra le macerie di un mondo in dissoluzione. Postilla: sul concetto di auto-produzione della fenomenologia storico-sociale e sulla sua parentela con il vecchio errore dello spontaneismo. Sarebbe arduo e inutile ripercorrere le vicende storiche della tendenza spontaneista, vicende tragiche e gloriose insieme, culminate nella rivoluzione spartachista del 1919, e nella sua repressione da parte dei Frei korps con l’avallo della socialdemocrazia di governo tedesca. Sappiamo che solo nelle fasi finali della rivoluzione, nella ridotta della Baviera, era stata compresa pienamente la necessità di un adeguata organizzazione difensiva, spasmodicamente e inutilmente messa in opera, ormai troppo tardi rispetto alle mosse della controrivoluzione. Tutto il nostro rispetto a chi ha pagato con la vita la propria scelta rivoluzionaria, anche per gli inevitabili (forse) errori di percezione della situazione concreta e delle scelte conseguenti più adeguate. Ritroviamo ai nostri giorni, anno 2015, nel filone di pensiero meccanicista-fatalista di una parte delle forze che si proclamano marxiste, la riproposizione dissimulata del vecchio errore spontaneista, stavolta sotto la maschera della teoria ‘scientifica’ dell’auto-produzione. I fenomeni vengono alla luce dell’essere (nello spazio storico-sociale degli eventi) attraverso un processo ‘spontaneo’ di auto-produzione: questo è l’assioma di base di un idea apparentemente fondata su incontrovertibili basi materialistiche. Come si traduca poi in pratica, cioè nella lettura ed interpretazione dei fenomeni sociali una teoria del genere è presto detto: prendiamo il caso dello stato islamico, tutti i maggiori organi informativi che si richiamano al marxismo rivoluzionario sostengono l’importanza dei finanziamenti esterni, cioè l’importanza dell’inserimento del fattore Isis nei giochi e nelle trame di potere imperialiste che si svolgono nel mondo storico reale. I nostri fautori dell’auto-produzione, ritengono, invece, che lo stesso ipotizzare la presenza di fattori condizionanti esterni, significhi inficiare la purezza dell’auto-produzione con elementi complottisti: l’isis, per questi signori è un effetto auto-prodotto dalla crisi del capitalismo e basta (come e quando si innestino le dinamiche politiche ‘sovrastrutturali’ in questa crisi ‘strutturale’ non è rilevante, anzi, il fatto stesso di preoccuparsene evidenzia un vizio di lettura della storia in senso soggettivista e complottista volontarista). Una volta tutto questo si chiamava economicismo, e il suo corollario politico veniva definito spontaneismo (ma evidentemente per qualcuno le tragiche e dure lezioni della storia non sono servite proprio a nulla).

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