Come riflessi di morte in uno specchio: l’orrore dietro il velo della civiltà borghese

 Come riflessi di morte in uno specchio: l’orrore dietro il velo della civiltà borghese.

“L’angelo nero fissò Brightwell. No, si disse, tu volevi la bambina non soltanto per questo.
Il tuo bisogno di infliggere sofferenze è sempre stato la tua rovina”.
John Connolly, L’angelo delle ossa.

Il processo di produzione capitalistico delle merci è produzione di valore d’uso, come accade, d’altronde, per ogni produzione di beni destinati all’uso, indipendentemente dal modo sociale di produzione in cui avviene tale creazione di valore; tuttavia, il processo di produzione capitalistico non si limita alla creazione di un valore d’uso, esso è, al contempo, creazione di un valore di scambio, produzione di merce destinata alla vendita sul mercato. Il valore di scambio di questa merce racchiude una sostanza valorizzante, il tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione, e poi, al di sotto di questo tempo necessario, è racchiuso, al pari di un cristallo prezioso, un tempo di lavoro eccedente il tempo necessario, un plus-lavoro, avidamente desiderato dal mostro animato divoratore di vite, l’orrore nascosto dietro la bella apparenza della civiltà borghese. L’uomo contemporaneo pensa di vivere in un mondo dai contorni sicuri, caratterizzato da relazioni sociali basate sulla razionalità degli scambi economici e delle leggi racchiuse nei codici; un mondo civilizzato e democratico, in cui la violenza e la prevaricazione sono sostituite dall’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge; in cui l’apparato statale tutela i cittadini dalla culla alla tomba, e i mostri, in ultima analisi, sono sempre gli altri (i terroristi islamici, i serial killer, gli stati canaglia…). Quello che stiamo cercando di dimostrare, invece, è la sconcertante vicinanza e banalità del mostruoso e dell’orrido, fin dentro le mura della nostra vita quotidiana, nascosto sotto il tappeto delle ipocrisie e dei luoghi comuni che infarciscono l’esistenza di tutti i giorni (come un sepolcro imbiancato al cui interno cova la morte e la corruzione). Ma torniamo alle origini del velo che nasconde la realtà dei rapporti sociali storicamente esistenti, il velo che vanifica e perverte la conoscenza borghese del mondo da essa stessa creato; abbiamo precedentemente ripreso l’analisi marxista del carattere di feticcio della merce, evidenziando il bizzarro modo di manifestazione di questo oggetto nella mente degli attori del meccanismo sociale capitalistico, infatti, secondo Marx “Gli uomini equiparano l’un con l’altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l’uno con l’altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno”. Il capitale, libro I, IL CARATTERE DI FETICCIO DELLA MERCE E IL SUO ARCANO’. Dunque, gli uomini equiparano il loro differenti lavori, aventi caratteri eterogenei, come lavoro ugualmente umano; inoltre, nello scambio di prodotti eterogenei, realizzati da forme diverse di lavoro, equiparano, sulla base del comune denominatore del valore, questi stessi prodotti eterogenei scambiati sul mercato. Non sanno di far ciò, ma lo fanno; ricorda Marx, poiché la società borghese adora il feticcio della merce e non riesce a penetrare il suo arcano; non riesce a comprendere il reale significato di quel comune denominatore di prodotti eterogenei, che è il valore, “il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l’arcano del loro proprio prodotto sociale, poiché la determinazione degli oggetti d’uso come valori è loro prodotto sociale quanto il linguaggio”. Ibidem. Come abbiamo appena letto, il valore ha trasformato ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale, successivamente gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l’arcano del loro proprio prodotto sociale, eppure i loro tentativi sono spesso destinati all’insuccesso. La loro creazione sociale si erge ormai incomprensibile davanti alle loro menti; i creatori non hanno più memoria della genealogia degli oggetti da cui vengono sovrastati – inesplicabili, arcani – poiché un processo di separazione ha scisso il prodotto dal produttore, il produttore dai mezzi di produzione, e una parte del lavoro (plus-lavoro), dal lavoratore. Tuttavia, l’origine della difficoltà nell’arrivare a conoscere l’arcano del loro proprio prodotto sociale, è sepolta anche nella forma fenomenica oggettiva che assume tale prodotto” La tarda scoperta scientifica che i prodotti di lavoro, in quanto sono valori, sono soltanto espressioni materiali del lavoro umano speso nella loro produzione, fa epoca nella storia dello sviluppo dell’umanità, ma non disperde affatto la parvenza oggettiva del carattere sociale del lavoro”. Ibidem. La parvenza oggettiva del prodotto del lavoro, la parvenza di cose indipendenti dal lavoro che le ha prodotte, che si scambiano sul mercato con altre cose indipendenti, tramonta con lentezza nella percezione del moderno uomo borghese. “Le grandezze di valore variano continuamente, indipendentemente dalla volontà, della prescienza, e dall’azione dei permutanti, pei quali il loro proprio movimento sociale assume la forma d’un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo”. Ibidem. Inoltre, a coloro che rimangono impigliati nei rapporti della produzione di merci, questo tipo particolare di produzione, appare come una realtà eterna e definitiva, quasi un principio a priori non eludibile da nessuna dimensione dell’essere sociale, presente, passato e futuro: “Quel che è valido soltanto per questa particolare forma di produzione, la produzione delle merci, cioè che il carattere specificamente sociale dei lavori privati indipendenti l’uno dall’altro consiste nella loro eguaglianza come lavoro umano e assume la forma del carattere di valore dei prodotti di lavoro, appare cosa definitiva, tanto prima che dopo di quella scoperta, a coloro che rimangono impigliati nei rapporti della produzione di merci”. Ibidem. Impigliati in una illusione malsana, gli uomini che vivono dentro i rapporti di produzione capitalistici credono che tutto sia merce, che la merce stessa abbia una sua parvenza oggettiva, indipendente dal lavoro umano che l’ha prodotta (essa si manifesta come una cosa, un dato di partenza naturale, e non come il risultato di processi sociali determinati e transitori). Nel pensiero dei suoi attori sociali, ma principalmente nel pensiero della (Charaktermasken) interpretata dai capitalisti, questa particolare forma di produzione, appare non solo sottratta ai cambiamenti che si manifestano nel divenire storico, in questo simile a una dimensione metafisica trascendente il piano della fisicità, ma, al pari dell’idea hegeliana, questa particolare forma di produzione, viene concepita come l’origine stessa del mondo dell’essere storico/sociale. L’apparire e scomparire delle forme di vita sociale particolari nel mare della storia, diventa, come nella fenomenologia dello spirito di Hegel, l’emanazione di un principio metafisico assoluto “In genere, la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia post festum e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento. Le forme che danno ai prodotti del lavoro l’impronta di merci e quindi sono il presupposto della circolazione delle merci, hanno già la solidità di forme naturali della vita sociale, prima che gli uomini cerchino di rendersi conto, non già del carattere storico di queste forme, che per essi anzi sono ormai immutabili, ma del loro contenuto”. Ibidem. Questa particolare forma di vita umana, caratterizzata dalla produzione di plusvalore come scopo diretto e motivo caratteristico della produzione di merci, animata dalla fame di plus-lavoro da lupi mannari del capitale; è astrattamente separata dalla sua storicità e particolarità, per essere infine proiettata nel mondo delle sfere immutabili, in un vero e proprio movimento assurdo di dominio della parte sull’intero. Questo accade anche perché la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l’analisi scientifica di esse, comincia post festum, e quindi, trovandosi di fronte i risultati belli e pronti del processo di svolgimento, non riesce a scorgere la loro derivazione da questo processo reale (astraendo, in definitiva, l’effetto dalla causa che lo ha determinato). Questo movimento di separazione della parte dall’intero, della forma storica determinata dal processo storico determinante – che è separazione, in definitiva, dell’effetto determinato dalla sua causa determinante – è lo stesso movimento che sta alle origini del successo delle moderne correnti indeterministiche, presenti nel campo della conoscenza  filosofico/scientifica. Non esistono cause determinanti, esse annunciano con certezza; i fenomeni si rimpiazzano – nel divenire storico/sociale – come dei fatti inspiegabili; vengono alla luce e poi rientrano nell’ombra in modo casuale, prigionieri di un’insostenibile leggerezza dell’essere, immersi in una dimensione liquida e leggera (come affermano lietamente alcune recenti teorie sociologiche). Una dimensione indeterminata, in cui l’orrore dietro il velo della civiltà borghese – la produzione capitalistica come divoramento di forza-lavoro fino alla distruzione della vita del lavoratore – resta conseguentemente invisibile e indecifrabile, come se fosse sconsigliabile, per la stessa integrità mentale dell’uomo, scorgere i riflessi di morte che provengono dal mostro animato, nascosto dietro il velo delle apparenze borghesi. Le merci e il loro mistero, apparenza oggettiva e realtà sociale dietro il velo illusorio:
“La determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro è quindi un arcano, celato sotto i movimenti appariscenti dei valori relativi delle merci. La sua scoperta elimina la parvenza della determinazione puramente casuale delle grandezze di valore dei prodotti del lavoro, ma non elimina affatto la sua forma oggettiva…Tali forme costituiscono appunto le categorie dell’economia borghese. Sono forme di pensiero socialmente valide, quindi oggettive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato, per i rapporti di produzione della produzione di merci. Quindi, appena ci rifugiamo in altre forme di produzione, scompare subito tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l’incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci”. Il capitale, libro I, IL CARATTERE DI FETICCIO DELLA MERCE E IL SUO ARCANO . Il mistero della merce può essere penetrato scientificamente, il rapporto valore-lavoro può essere dimostrato con valide argomentazioni, dissolvendo, così, la parvenza della determinazione puramente casuale delle grandezze di valore dei prodotti del lavoro, eppure, in questo tipo di società, queste forme di pensiero che costituiscono le categorie dell’economia borghese, sono socialmente valide. Restando dentro la gabbia dei rapporti di produzione capitalistici di merci, tali forme di pensiero sono conseguentemente adeguate al sistema di rapporti di produzione che le hanno prodotte; solo se ci rifugiamo in altre forme di produzione, tutto l’incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci, possono scomparire non solo teoricamente (cioè nella consapevolezza dei rivelatori dell’arcano), ma anche oggettivamente, praticamente e socialmente, nell’esperienza concreta dei processi reali della vita. In altre parole solo un mutamento delle condizioni reali d’esistenza, può determinare la base di un cambiamento delle forme di pensiero dominante, e il tramonto del misticismo del mondo delle merci . Abbiamo scritto, non a caso, cambiamento delle forme di pensiero dominante, poiché non escludiamo la possibilità che il cambiamento si manifesti dapprima in gruppi ristretti d’uomini, avanguardie rivoluzionarie coscienti, allargandosi di seguito, sotto lo stimolo delle circostanze, alla maggioranza dell’umanità. D’altronde, le grandi trasformazioni sociali sono spesso anticipate da impercettibili segnali, veicolati da piccoli gruppi umani, cui è riservato l’onore di essere gli alfieri del nuovo giorno. Marx, ad un certo punto del capitolo dedicato alla merce e al suo arcano, prefigura un modello ipotetico di produzione, incanalata su percorsi diversi da quelli borghesi: “Immaginiamoci in fine, per cambiare, un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale. Qui si ripetono tutte le determinazioni del lavoro di Robinson, però socialmente invece che individualmente. Tutti i prodotti di Robinson erano sua produzione esclusivamente personale, e quindi oggetti d’uso, immediatamente per lui. La produzione complessiva dell’associazione è una produzione sociale. Una parte, serve a sua volta da mezzo di produzione, Rimane sociale. Ma un’altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell’associazione. Quindi deve essere distribuita fra di essi. Il genere di tale distribuzione varierà col variare del genere particolare dello stesso organismo sociale di produzione e del corrispondente livello storico di sviluppo dei produttori. Solo per mantenere il parallelo con la produzione delle merci presupponiamo che la partecipazione di ogni produttore ai mezzi di sussistenza sia determinata dal suo tempo di lavoro. Quindi il tempo di lavoro rappresenterebbe una doppia parte. La sua distribuzione. compiuta socialmente secondo un piano, regola l’esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni. D’altra parte, il tempo di lavoro serve allo stesso tempo come misura della partecipazione individuale del produttore al lavoro in comune, e quindi anche alla parte della produzione comune consumabile individualmente. Le relazioni sociali degli uomini coi loro lavori e con i prodotti del loro lavoro rimangono qui semplici e trasparenti tanto nella produzione quanto nella distribuzione “.Il capitale, libro I, IL CARATTERE DI FETICCIO DELLA MERCE E IL SUO ARCANO. Le parole impiegate da Marx possono apparire incredibili, certamente estranee al pensiero dominante nella nostra epoca, e il loro senso può produrre scetticismo e derisione da parte dei moderni apologeti dell’esistente, pronti a tacciarle come utopie irrealizzabili. Tuttavia, se analizziamo il testo non troviamo suggestioni utopistiche, ma un procedimento scientifico-deduttivo, che partendo dal modo di produzione borghese, sviluppa un modello di produzione antitetico, in cui s’ipotizza “un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale “. Quello che viene immaginato è un modello astratto, ma d’altronde, come ricordato in un paragrafo precedente “Logica e dialettica ci aiutano a percorrere un cammino non fallace allorché, partendo dal nostro modo di formulare certi risultati della osservazione del mondo reale, vogliamo giungere a enunciare altre proprietà da quelle dedotte. Se tali proprietà si riscontreranno valide nel campo sperimentale, vorrà dire che le nostre formule e il nostro modo di trasformarle erano sufficientemente esatte”. In un percorso dialettico, l’associazione di uomini liberi che lavorano con mezzi di produzione comuni, è la conseguenza logicamente implicata e nascosta nel ventre stesso della società capitalistica; non è un utopia, ma una delle due possibilità che si aprono al bivio della storia del capitalismo: socialismo o barbarie, salto evolutivo dell’umanità o rischio di estinzione e mineralizzazione. Il modo di produzione capitalistico nel suo movimento concentra e unifica le forze produttive, poche corporazioni monopolistiche transnazionali controllano e dirigono interi settori economici; di fronte a questa centralizzazione della produzione ritroviamo l’anarchia concorrenziale fra aziende e conglomerati Geo/economici, i quali possono essere intesi come configurazioni transitorie di potenza economica e di forza politico/militare. La produzione capitalistica, concentrando interi settori economici in poche mani, anticipa paradossalmente un modello di direzione comune dell’economia, ma questo avviene in modo paradossale e assurdo, poiché la proprietà dei mezzi di produzione resta nelle mani di una realtà impersonale, il capitale, il cui scopo è la produzione di altro capitale. Beneficiario temporaneo di questo meccanismo sociale demente è la classe borghese, anche se alla fine, procedendo nella folle corsa verso il nulla, in cui si può riassumere la produzione capitalistica, il beneficiario resterà la categoria degli insetti che sopravvivranno, forse, alla mineralizzazione del pianeta. Sospendiamo per un attimo questo percorso di analisi, perché le parole di Marx aprono anche altri scenari, anch’essi sviluppati e dedotti dall’osservazione di dati esistenti, come loro necessario capovolgimento, ” Le relazioni sociali degli uomini coi loro lavori e con i prodotti del loro lavoro rimangono qui semplici e trasparenti tanto nella produzione quanto nella distribuzione”. In un modo di produzione formato da associazioni di uomini liberi, uomini che lavorano con mezzi di produzione comuni e spendono coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali, come una sola forza-lavoro sociale, le forme della conoscenza del lavoro umano e dei suoi prodotti, non sono più mistificate dal carattere di feticcio della merce e dall’alienazione capitalistica del lavoro. L’uomo padroneggia i mezzi e i prodotti del proprio lavoro, e non è da essi padroneggiato, come accade nel regno del capitale. Le relazioni sociali si svolgono fra esseri umani, e non più fra cose, merci e denaro. Il superamento dell’alienazione capitalistica apre la possibilità di accesso a nuove dimensioni della conoscenza, in cui uomini liberi che lavorano con mezzi di produzione comuni, sono messi in condizione di pensare in modo libero dai condizionamenti mistificanti di una società divisa in classi. Spiriti liberi in una società priva di schiavi e di padroni,” Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura. La figura del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano. Tuttavia, affinché ciò avvenga si richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condizioni materiali di esistenza che a loro volta sono il prodotto naturale originario della storia di uno svolgimento lungo e tormentoso”. Ibidem. Il mistico velo di nebbie che ostacola la conoscenza dialettica della realtà, tramonta quando i processi sociali connessi alla produzione economica, alla dimensione pratica e materiale dell’esistenza umana, cambiano e diventano il prodotto di uomini liberi, liberamente associati in attività poste sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano di specie. Scrivevamo inizialmente che la critica rivoluzionaria non risiede nella confutazione, su basi puramente filosofiche, del mondo esistente e delle sue auto-rappresentazioni, ma nell’individuazione di che cosa determinerà il trapasso e come si svolgerà il processo di trapasso(1). Questi sono gli aspetti cruciali della ricerca, il pensiero rivoluzionario non esprime, quindi, condanne morali, e neppure indica un dover essere cui dovrebbero adeguarsi le condotte individuali, ma individua, invece, il percorso tendenziale che seguono i processi sociali reali, in presenza di determinate condizioni reali, scientificamente rilevate. La macchina del capitale ha davanti a se solo due possibili percorsi di sviluppo: il primo risiede nel rovesciamento nel suo contrario, il comunismo, per mezzo della classe proletaria da essa stessa allevata; il secondo risiede nella semplice estinzione della specie umana e delle altre forme di vita presenti sul pianeta. Questa seconda possibilità, ormai pericolosamente incombente e minacciosa, diventerà attuale e irreversibile, qualora la classe proletaria dovesse continuare a subire i condizionamenti ideologici del sistema, rifiutandosi di porre fine all’interminabile agonia del capitale, il morto che cammina, la cara salma che appesta l’aria con l’odore di putrefazione che avvolge il suo corpo morto.
(1) Seconda tesi di Marx su Feuerbach: “La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva non è una questione teoretica, ma pratica. Nella prassi l’uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà del pensiero – isolato dalla prassi – è una questione meramente scolastica”.

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