Industria e lavoro 4.0

Se noi riteniamo che la conoscenza, l’ideologia in tutte le sue manifestazioni, la letteratura, la religione, la filosofia, siano le sovrastrutture sovrapposte alla struttura fondamentale delle forme di produzione, come abbiamo detto, facendo uno schema storico delle forme e dei modi di produzione, così dobbiamo essere in grado di fare uno schema storico delle sovrastrutture. Come il nostro schema contiene già, nelle sue grandi linee, una storia della tecnologia, così esso può contenere anche uno schema della storia della scienza e di quella della filosofia che viene ritenuta argomento separato; quindi uno schema della conoscenza umana. Come si sono evolute l’attività e la tradizione umane, così questo suo derivato, che è la conoscenza, si è sviluppato nel correre dei millenni, nell’alternarsi delle epoche storiche e nel concatenarsi di tutte le grandi arcate del ponte di cui abbiamo più volte parlato. La chiave della nostra posizione, contraria a quella di tutti gli altri, è questa: che c’è prima l’azione, dopo nasce il pensiero speculativo. Non è nato prima il sapere e poi l’agire. La conoscenza è venuta dopo: dopo si è organizzato il sistema di idee scritte, di idee diffuse, di idee propagandate. Tutto ciò si è avuto dopo che si erano determinate certe concomitanze nei sistemi di eventi e di atti umani” Amadeo Bordiga, tratto da ‘Relazioni sulla conoscenza’ 1960.

 

Premessa 

Le imprese economiche capitalistiche, sotto la spinta della lotta per la concorrenza, e il correlato bisogno vitale di ridurre i costi aziendali, in primis quello della forza-lavoro salariata, innovano e sviluppano da sempre, senza sosta, nuove tecnologie produttive atte a realizzare la riduzione dei costi. Nel corso del tempo la manifattura, la grande industria e la fabbrica fordista, le moderne industrie informatizzate , basate rispettivamente sull’energia a vapore, sull’energia elettrica, e infine sui programmi informatici ( e sull’elettricità), hanno rappresentato le tappe successive di questo processo di sviluppo e applicazione di nuove tecnologie ai processi produttivi.

Come ben descritto da Marx nella ‘Critica al programma di Gotha’, nella società capitalistica le scoperte scientifiche, e le loro applicazioni tecniche ai processi produttivi e distributivi, si convertono da potenziale fattore di riduzione del tempo di lavoro umano e miglioramento delle condizioni di lavoro, in un ulteriore fattore di asservimento della classe proletaria al giogo del parassitismo socio-economico borghese.

L’attuale introduzione di tecnologie informatiche basate su software altamente evoluti, definita in modo serioso  industria 4.0 (quarta rivoluzione industriale), in grado di automatizzare buona parte delle fasi di produzione delle merci più svariate, non fa altro che confermare il nostro assunto di partenza.

Nelle prossime righe cercheremo di approfondire in modo più dettagliato le caratteristiche di questa  industria 4.0, la cui diffusione nell’industria capitalistica è appena iniziata, e di analizzare le sue ricadute sulla composizione di classe e sulle condizioni di vita dei proletari (disoccupazione e miseria crescente). Il processo di affermazione dell’industria 4.0 è tuttora embrionale, quindi nell’economia globale risulta ancora prevalente la logica della terza rivoluzione industriale, e in ultima analisi il meccanismo 4.0 non fa altro che accentuare fino all’estremo l’automazione e la robotica dentro la composizione del capitale aziendale costante. Pensiamo solo di passaggio alle capacità produttive autonome di una stampante 3D, e avremo grosso modo una idea approssimativa della rivoluzione industriale 4.0. Tuttavia già negli anni 70 sembrava che gli avveniristici giapponesi  fossero in grado di robotizzare quasi per intero la produzione di alcune merci, ma poi frenarono, forse perché troppo avanti per i tempi, o anche perché una fabbrica con pochi operai è una fabbrica con poco plus-lavoro/plus-valore. E soprattutto perché se tutta l’industria mondiale dovesse ridurre quasi a zero l’impiego di manodopera salariata, allora a chi venderebbe le merci?    

 

Prima parte: Automaton

La creazione di meccanismi e artefatti atti a svolgere delle operazioni particolari, in sostituzione dello sforzo umano, è molto antica. Sul piano letterario il filone fantascientifico ha anticipato negli anni 50, soprattutto con i romanzi di Asimov, lo scenario che oggigiorno tende a mostrarsi con l’industria 4.0. Automaton: ovvero nuove tecnologie digitali, produzione industriale automatizzata e interconnessa attraverso banche dati digitali (open data), centralizzazione e conservazione delle informazioni raccolte nelle banche dati, macchine che dialogano con altre macchine (machine-to-machine ), macchine che migliorano la propria attività imparando dai dati raccolti e analizzati, interazione tra uomo (tecnico specializzato) e macchina attraverso interfacce “touch”, robotica, stampa 3D.

Il termine industria 4.0 è stato usato forse per la prima volta ad Hannover nel 2011, in occasione della fiera industriale annuale. Successivamente, nella fiera del 2013, un gruppo di studio presentò un dettagliato rapporto sulla questione, suggerendo alle autorità politiche tedesche ed europee di favorire la diffusione dell’innovativa industria 4.0.

La presenza di artefatti tecnici, ad elevato contenuto informatico (tablet, smartphone, computer, elettrodomestici, robot industriali, stampanti 3D, caselli autostradali, bancomat, autovetture, armamenti ‘intelligenti’…), permea in modo invasivo l’intera vita sociale. Alcuni sociologi e antropologi hanno studiato gli effetti della invasiva presenza degli artefatti tecnico-informatici nella vita sociale, rilevandone le luci e le ombre, cioè gli effetti di ulteriore impoverimento delle relazioni umane dirette, sostituite ora da frequenti comunicazioni digitali, ma anche i vantaggi, intesi come gamma di possibilità in precedenza precluse.

A proposito del lamento sulla perdita dei rapporti umani del bel vecchio tempo andato, a causa delle attuali comunicazioni digitali, ricordiamo che nel lavoro ‘Cambiamento sociale e apparati di conoscenza’ abbiamo scritto che la base materiale dell’impoverimento (svuotamento) delle relazioni umane, è per Marx nella reificazione, mercificazione e alienazione caratterizzanti l’esistenza proletaria all’interno dei rapporti di produzione capitalistici, cioè nel giogo esercitato dal lavoro morto (capitale) sul lavoro vivo. Dunque anche la moderna comunicazione digitale che aliena (fa perdere) il senso della precedente comunicazione, non è altro che una delle conseguenze indirette delle tre caratteristiche ‘sistemiche’ dei rapporti di produzione capitalistici ricordate nelle righe precedenti. 

Di fronte alla incipiente rivoluzione industriale 4.0 cambierà anche il quadro del lavoro. Sul piano quantitativo si prevede nell’area europea un calo di sette milioni di posti di lavoro, a fronte della creazione di due nuovi milioni. Tutto questo nel giro di tre anni. Le aree aziendali più colpite dalla disoccupazione saranno quelle dell’amministrazione e della produzione, mentre un parziale recupero di posti di lavoro si verificherà nell’area del management, dell’informatica, dell’ingegneria e nell’area finanziaria. Industria 4.0 è oggi sinonimo di ‘smart manufacturing’, in altre parole, come già ricordato all’inizio, la gestione integrata delle informazioni, grazie all’uso della tecnologia digitale. Un ruolo importante in questi nuovi processi della produzione capitalistica risiede nell’impiego di vari tipi di innovazioni: robot auto-apprendenti, stampanti 3D, sensoristica capace di monitoraggio e controllo lungo tutta la filiera industriale, con autonoma possibilità di elaborazione ed analisi dei dati, e infine una migliorata capacità di programmazione e ottimizzazione dei processi produttivi. Il miglioramento dei processi produttivi servirà a proporre sul mercato prodotti e servizi di sicuro gradimento (attraverso i dati registrati, in un flusso continuo, dal fornitore al consumatore, l’impresa sarà in grado di utilizzare le informazioni  per formulare adeguate previsioni sulla capacità di condizionamento dei gusti, delle mode e quindi della domanda). Quindi industria 4.0 uguale ‘Big Data Management’, cioè gestione integrata delle informazioni, grazie all’uso della tecnologia digitale, e quindi ‘Business Intelligence’, cioè migliorata capacità di programmazione e ottimizzazione dei processi produttivi, grazie al supporto di dati e successive elaborazioni predittive. Abbiamo volutamente utilizzato alcuni termini in lingua anglosassone, delle vere e proprie formule aziendaliste, di cui sono peraltro infarciti gli articoli degli apologeti italiani del capitalismo 4.0, proprio per dare l’idea, anche lessicale, di cosa bolle nella pentola della narrativa dominante sull’argomento.

Sbaglierebbe, tuttavia, chi volesse vedere nella incipiente rivoluzione industriale 4.0 una novità o un cambiamento di paradigma del capitalismo.

Se andassimo a spulciare i testi scolastici di ‘Organizzazione aziendale’ o di ‘Contabilità industriale‘ adottati in un istituto professionale per il commercio negli anni ottanta, troveremmo l’anticipazione dei concetti contenuti nelle innovative formulazioni lessicali anglosassoni da noi utilizzate. In realtà le imprese capitalistiche sono costantemente guidate dalla logica del profitto, una logica funzionale alla riproduzione allargata del capitale investito (d-m-d’/d’-m-d”…), e quindi alla stessa sopravvivenza dell’impresa nel mare magno della concorrenza e dell’anarchia della produzione.

 Per sopravvivere le imprese devono crescere (concentrazione e centralizzazione), quindi sono costrette a fronteggiare la concorrenza riducendo i costi aziendali, anche e soprattutto con la costante ricerca e sviluppo di sistemi produttivi adeguati. In fondo, come si diceva una volta,  ‘la necessità aguzza l’ingegno’. Torniamo ora alla domanda posta nella premessa:se tutta l’industria mondiale dovesse ridurre quasi a zero l’impiego di manodopera salariata, allora a chi venderebbe le merci? 

L’attuale vantaggio competitivo dell’economia industriale europea (innanzitutto tedesca) rispetto alle economie capitalistiche rivali, è basato su due pilastri: uno) il ridotto costo di produzione delle merci, determinato dall’impiego di tecnologie avanzate che riducendo l’impiego di forza-lavoro salariata riducono anche il corrispettivo costo del lavoro, due) Il basso apprezzamento dell’euro rispetto alle altre valute (argomento recentemente affrontato sul sito nell’articolo ‘Alleanza e concorrenza fra Europa e Usa…).

Nel momento in cui dovesse generalizzarsi l’impiego delle tecnologie dell’industria 4.0, e rivalutarsi il valore dell’euro, i due vantaggi competitivi anzidetti scomparirebbero, e quindi avremmo lo sviluppo degli eventi economici prefigurato nella domanda iniziale: se tutta l’industria mondiale dovesse ridurre quasi a zero l’impiego di manodopera salariata, allora a chi venderebbe le merci?

Gli stati  borghesi potrebbero puntare inizialmente sulle politiche keynesiane, provando a rinvigorire la domanda, come tenta di fare l’attuale maggioranza parlamentare formata da Lega e Cinque Stelle con le modifiche alla legge Fornero e il reddito di cittadinanza.

Tuttavia l’applicazione effettiva di politiche keynesiane è condizionata dai rapporti di forza esistenti fra le varie frazioni del capitale, e come abbiamo appena ricordato nell’articolo ‘Governi tecnici e governi politici: le due facce dell’amministrazione statale capitalistica’,  è molto difficile che la frazione borghese dominante ultra parassitaria, legata al capitale finanziario, nonostante gli intrecci con il capitale industriale, possa realmente far passare le politiche keynesiane.

 

 

Parte seconda: Automaton (la rana e lo scorpione)

Chi non conosce la favola dello scorpione che chiede un passaggio alla rana, e poi in mezzo al fiume la punge condannando a morte se stesso e la rana?

Il capitalismo 4.0 sta creando le premesse per un drastico incremento della sovrapproduzione di merci invendute e della forza-lavoro disoccupata. Con le tecnologie e i sistemi di produzione industriali di cui abbiamo scritto poc’anzi si delinea, infatti, una netta accelerazione della tendenza alla sostituzione del capitale variabile, cioè la forza-lavoro umana, con il capitale costante, cioè il macchinario. Il robot intelligente, in grado di apprendere dall’interazione con le altre macchine e con gli umani, è infatti in procinto di sostituire il lavoratore (peraltro già mera appendice del macchinario) non solo nei compiti manuali e ripetitivi, ma anche in buona parte delle professioni qualificate. Queste professioni, un tempo ritenute non eseguibili dai robot, ora invece sono alla loro portata. Pensiamo tanto per fare un esempio ai baristi, ai camerieri, oppure alle casse automatiche dei supermercati, alle autovetture senza pilota umano, e via dicendo.

Negli ultimi anni abbiamo spesso tentato di analizzare le prospettive di sviluppo del capitalismo, con l’ovvio supporto della teoria scientifica marxista. Studiando le vicende delle ultime due guerre mondiali, ma anche gli effetti della miseria crescente prodotta dal capitalismo (fame e malattie), e più in generale la nocività e distruttività ‘naturale’ di questo sistema (vedasi il testo ‘Il regime capitalista e l’esigenza di sterminio della forza-lavoro in eccesso’, si trova nel menu principale del sito), abbiamo riaffermato le analisi della corrente (ad esempio ‘Capitalismo, distruzione di capitale vivo’), e in genere del marxismo (ad esempio nel terzo libro del ‘Capitale‘).

Dunque è prevedibile che l’industria 4.0, in quanto fattore di accelerazione delle interiori contraddizioni socio-economiche del capitalismo, e dei suoi effetti derivati, innanzitutto la sovrapproduzione di merci invendute e la forza-lavoro disoccupata, abbrevierà il tragitto verso la tradizionale soluzione della crisi, ovvero la distruzione della sovraccumulazione di capitale (in forma di merci e macchinari) e di forza-lavoro in eccesso.

Postilla

Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come pura distruzione di forza-lavoro eccedente: libro terzo del capitale; eccesso di capitale con sovrappopolazione ( le basi economiche dell’esigenza distruttiva )

Brightwell aveva fame. A lungo aveva combattuto i suoi bisogni, ma negli ultimi tempi erano diventati troppo forti. Ripensò alla morte della donna, Alice Temple, nel vecchio magazzino, e al suono dei propri piedi nudi sulle piastrelle mentre le si avvicinava. Temple: il suo nome era in qualche modo appropriato, alla luce della profanazione che era stata compiuta sul suo corpo John Connolly, L’angelo delle ossa.

Corpi umani da distruggere per rilanciare la valorizzazione del capitale, quasi come un materiale di scarto del ciclo produttivo industriale; in definitiva, un materiale umano da espellere senza troppi scrupoli e sentimentalismi. Un’immensa profanazione di massa dei corpi in eccedenza, immolati sull’altare del moderno dio di quest’epoca di barbarie: il capitale. Potremmo pensare di trovarci di fronte ad un racconto horror, con forti componenti splatter, e invece sono le tendenze reali della società capitalistica, è come ritrovarsi nella fantasia di un artista che voglia far coincidere arte e vita, oppure è come non riuscire a svegliarsi per far cessare un incubo notturno. Riflettete brevemente su quello che accade, a intervalli stagionali, con la distruzione di prodotti agricoli (agrumi, ortaggi…), la cui vendita non sarebbe convenientemente redditizia per le aziende del settore, oppure con lo sterminio di animali da allevamento contagiati da qualche morbo, e quindi dannosi per il resto delle attività del settore. In ogni caso ci troviamo in presenza di una produzione di merci o di animali superflua e dannosa per l’economia aziendale di riferimento, e quindi da eliminare con i metodi più adeguati, cioè meno costosi per le aziende capitalistiche. Al centro di tutto, quindi, un semplice problema di smaltimento di cose inservibili, delle merci colpevoli di essere in eccesso rispetto ai bisogni altalenanti del mercato. Questo scenario noi lo consideriamo mediamente accettabile e plausibile quando è riferito a questi prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento (attività del settore primario), e invece lo consideriamo con sospetto e perplessità se invece è riferito agli esseri umani, cioè alla sovrappopolazione proletaria prodotta dall’accumulazione capitalistica. Una sorta di riflesso di difesa del nostro equilibrio mentale ci spinge a ridicolizzare uno scenario siffatto, a ritenerlo impossibile per gli esseri umani, i quali in fondo sono ben altra cosa rispetto a un agrume o a un pollo affetto dall’aviaria, entrambi destinati alla distruzione. Il capitalismo, tuttavia, ha proprio il piccolo vizio di trasformare tutto in merce, la reificazione è la sua cifra caratteristica; perché meravigliarsi, quindi, se anche la forza lavoro umana in eccesso può subire il trattamento di smaltimento riservato ai prodotti agricoli e di allevamento superflui? Siamo i primi a dire che l’economia capitalistica è basata sul folle ciclo della produzione per la produzione, e quindi ignora ogni logica umana e di specie concentrandosi solo sui bisogni di valorizzazione del capitale; e allora perché non portare fino alle estreme conseguenze queste premesse e considerare inevitabile, dentro questo sistema, la distruzione della forza lavoro in eccesso? Dobbiamo ricordare che tuttavia anche i capitali sono sottoposti ai processi economici che li rendono parzialmente superflui e inutilizzati, riprendiamo così la lettura del testo di Marx ‘Insieme alla caduta del saggio di profitto aumenta il minimo di capitale occorrente al capitalista individuale per attivare produttivamente il lavoro (..) E contemporaneamente si intensifica la concentrazione, in quanto oltre determinati limiti un grande capitale con un saggio di profitto basso accumula più celermente che un piccolo capitale con un saggio del profitto alto. Tale crescente concentrazione genera d’altro canto, allorché ha toccato un certo livello, una nuova diminuzione del saggio del profitto.(..) Allorché si parla di pletora di capitale ci si riferisce sempre o quasi sempre alla pletora di capitale per il quale la caduta del saggio di profitto non viene compensata dalla sua massa (..) oppure alla pletora che tali capitali, incapaci di funzionare da soli, mettono a disposizione dei dirigenti delle grandi industrie sotto forma di credito. Tale pletora di capitale viene determinata dalle stesse circostanze che generano una sovrappopolazione relativa e ne rappresenta perciò un fenomeno complementare, malgrado i due fenomeni si trovino ai poli opposti, capitale inutilizzato da un lato e popolazione operaia inutilizzata dall’altro. Sovrapproduzione di capitale, non delle singole merci – malgrado la sovrapproduzione di capitale generi sempre sovrapproduzione di merci – significa soltanto sovraccumulazione di capitale ‘. Il capitale, terzo libro, pag. 1083, 1084. Dunque la sovraccumulazione di capitale è al polo dialettico opposto rispetto alla sovrappopolazione operaia, eppure questi due fenomeni sono determinati dalle stesse circostanze, che a dire il vero abbiamo già tentato di lumeggiare nelle pagine precedenti seguendo il tracciato del testo di Marx. Non torniamo quindi su di esse, ma limitiamoci a dire che la caduta tendenziale del saggio di profitto, favorendo la concentrazione e la centralizzazione dei capitali (fenomeni che a un certo punto trasformandosi da effetti in cause agiscono essi stessi come ulteriore spinta al decremento del saggio di profitto), determina anche la successiva pletora di capitali, di forza-lavoro e di merci alle origini dell’esigenza distruttrice. Molto istruttiva è la descrizione tratteggiata da Marx sui movimenti interni alla classe capitalistica nei periodi di contrazione del ciclo economico:’ Allorché non si tratta più di dividersi il guadagno, bensì le perdite, ognuno cerca di ridurre quanto più possibile la propria parte di perdita e di riversarla sulle spalle degli altri. La perdita per la classe nel suo complesso non può essere evitata, ma quanto di essa ognuno debba subire diventa in tal caso una questione di forza e di furberia, e la concorrenza diviene lotta fra fratelli nemici (..) In che maniera terminerà questo conflitto e torneranno ad esservi condizioni propizie per un movimento ‘sano’ della produzione capitalistica? La soluzione sta già racchiusa nella semplice esposizione del conflitto in oggetto. Per essa occorre l’inoperosità e anche una parziale distruzione di capitale..’ Il capitale, terzo libro, pag.1085. Torniamo quindi a trovare la parola magica ‘distruzione’, riferita stavolta al capitale in eccedenza. Anche se Marx specifica più avanti che l’inoperosità prolungata degli impianti e dei macchinari si tradurrebbe in una distruzione di capitale fisso, al pari, diciamo noi, delle distruzioni belliche di industrie e infrastrutture. Quello che colpisce, tuttavia, è la vivida descrizione della lotta interna alla classe borghese. Come un nido di vipere si agita e si aggroviglia una volta scoperchiato, così si agita e si dilania la classe capitalista quando la crisi svela le interiori contraddizioni della propria economia e la perdita non può più essere evitata. Allora la concorrenza diviene lotta fra fratelli nemici, e la ripartizione della perdita fra i vari banditi capitalisti si determina in base al grado di forza e di furbizia dei contendenti. Delle fortune vengono travolte, dei capitali sono distrutti e sacrificati in nome dell’interesse collettivo del regime borghese. Il capitale globale sacrifica una parte di sé per tornare a regnare come prima, per tornare ad esercitare il dominio agognato sulla società e così soddisfare la fame da lupi per il plus-lavoro.
Ci vogliono dei palati forti per sopportare una verità del genere, ma alla fine è proprio così, il meccanismo capitalistico distrugge ciclicamente una parte della propria dotazione di capitale sovraccumulato, e soprattutto una parte del surplus demografico dei propri schiavi salariati. E così, nello stesso modo in cui si smaltisce un rifiuto ingombrante, anche milioni di esseri senzienti vengono già adesso lasciati morire di fame, di stenti, di malattia, oppure sono uccisi nelle miriadi di micro-conflitti locali che insanguinano le nostre giornate capitalistiche

 

 

 

 

 

 

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