Giornate capitalistiche: Immigrazione e opportunità di utilizzare il lavoro a basso costo

Giornate capitalistiche: Immigrazione e opportunità di utilizzare il lavoro a basso costo

Il capitalismo tende a ridurre senza sosta la parte di tempo di lavoro impiegata dal proletario come contropartita del salario ricevuto, e ad aumentare la parte eccedente il tempo non necessario per fornire questa contropartita: cioè il plus lavoro. Il plus lavoro incorporato nel prodotto, sia esso merce materiale o servizio, si manifesta come plusvalore e successiva monetizzazione nella sfera della circolazione/distribuzione/compravendita, ovvero nel luogo ideale, il mercato, dove si incrociano la domanda e l’offerta.

Le leggi del capitalismo ( anarchia della produzione, concorrenza, profitto) implicano l’impiego di forza lavoro tendenzialmente, crescentemente, sfruttata: un aumento dello sfruttamento a parziale compensazione della caduta del saggio di profitto, determinata dalla variazione/ aumento del macchinario rispetto al lavoro salariato nella composizione organica del capitale aziendale. L’aumento del grado di sfruttamento è ottenuto sia con l’impiego diretto di forza lavoro extracomunitaria a basso costo, sia con il contenimento e la riduzione salariale ottenuta grazie alla presenza di un esercito operaio di riserva, in parte formato da lavoratori extracomunitari disoccupati, disposti a vendere la propria forza lavoro a un prezzo inferiore a quello degli operai occupati. Si tratta di piccole, semplici verità, inerenti in fondo il modo di funzionare del capitalismo, anche se poco ricordate dai media a più larga diffusione, o dai politici che tengono ciclicamente occupata la scena politica e mediatica. Perché, si chiederà il lettore più curioso, solo negli ultimi decenni il fenomeno migratorio verso l’Europa è diventato così virulento? La risposta è semplice, nei paesi da cui partono i flussi di migranti, sono scomparse da vari decenni le forme economiche basate sull’azienda agricola di autoconsumo a conduzione familiare, o tribale. Soppiantate dalle multinazionali, queste forme economiche precapitalistiche hanno perso peso e ruolo, lasciando enormi quote di esseri umani senza fonti di sostentamento, e quindi costrette a migrare. Insieme ai profughi causati dalle guerre locali, guerre in cui si confrontano contemporaneamente gli interessi endogeni di frazioni di borghesia nazionale, e gli interessi esogeni di players capitalistici imperiali, questa massa migratoria costituisce sempre una opportunità di nuovo e più intenso sfruttamento da parte del capitalismo, e anche, tuttavia, una maggiore minaccia di destabilizzazione e di conflitto allargato contro lo stesso capitalismo, ovviamente nell’ipotesi di un alleanza fra proletari nativi e non nativi, tesa a fronteggiare la comune condizione di oppressione.

I fenomeni migratori incrementano, è inutile negarlo, le basi sociali quantitative della devianza e del crimine, cronicamente ineliminabili in una società capitalistica, dove la legge della miseria crescente rimpingua il serbatoio sociale del sottoproletariato e della disperazione. Utilizzando strumentalmente quest’ultima circostanza, una frazione cospicua del ceto politico borghese costruisce le proprie fortune politiche, stigmatizzando gli effetti e non le cause di sistema dell’ondata migratoria. In questo modo lo status quo borghese mette in atto la tattica del divide et impera, e contrapponendo le une alle altre le vittime del suo sistema socio-economico fondato sul parassitismo, ottiene il risultato di dirottare lo scontento sociale verso il miraggio di falsi obiettivi. Come in altre occasioni e precedenti storici, la falsificazione ideologica della realtà, contribuendo a disinnescare l’azione di classe del proletariato, consente poi di favorire la conservazione nella realtà del cadavere capitalistico che ancora cammina. False flag, false bandiere, periodicamente impiegate in nome della ragione di stato, dal partito della borghesia annidato nei gangli del sistema politico-statale, mediatico ed economico-finanziario che fa da sfondo alle nostre giornate capitalistiche.

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