Stomachevole rigurgito sulla pseudo attualità delle questioni nazionali

Stomachevole rigurgito sulla pseudo attualità delle questioni nazionali  

Nella variegata costellazione di gruppi politici che si assegnano l’etichetta di marxista, un posto particolare va riservato ai patetici sostenitori della valenza progressiva, anche nell’anno 2018, delle fisiologiche, nel senso di sistemiche, lotte di interessi fra componenti della borghesia, nascoste di volta in volta sotto l’abito di lotte per la patria nazionale indipendente, per l’instaurazione della teocrazia, per i diritti democratici universali e via mistificando. Una volta chiarito che una parte delle turbolenze sociali registrate nel mondo contemporaneo, nasce dallo scontro di potere fra segmenti borghesi, per quale motivo un marxista dovrebbe parteggiare per un segmento contro un altro ?

Il mondo rigurgita di scontri interni alla classe dominante, e fiumi di parole sono stati scritti, anche di recente, per descrivere le presunte cause di questi scontri, guarda caso proprio dai sostenitori pseudo-marxisti dell’attualità delle questioni nazionali. E’ buffo scoprire poi che questi sostenitori indefessi si dividono e litigano aspramente sulle presunte, incolmabili, differenze esistenti nella loro, peraltro, comune fede nell’attualità delle lotte nazionali. Molto di recente un gruppo politico che chiameremo x, ha attaccato un gruppo, ovviamente definibile come non x, su una certa questione nazionale, e sulla grave impreparazione teorica di quest’ultimo sull’argomento. Queste polemiche, ovviamente, non appassionano noi e nemmeno i nostri lettori, eppure alle volte meritano almeno un breve commento, principalmente per ribadire le nostre posizioni ai lettori che ci seguono.

Il presente articolo sorge dunque dal pretesto di una polemica da parte di x verso non x, due soggetti politici che in modo diverso sono associabili al club dell’attualità delle questioni nazionali. Non ci sembra utile ripercorrere tutti i sentieri argomentativi di x verso non x, spesso privi di una forza dimostrativa convincente, e dunque poco convincenti proprio come le posizioni avversarie criticate. Tuttavia salta all’occhio l’insistenza comune, nelle posizioni di x e non x, sul presunto, decisivo, ruolo sociale  svolto dalla piccola borghesia nei giochi di ruolo indipendentistici catalani. In parole povere secondo X, la borghesia catalana non avrebbe un grosso interesse a soffiare sul fuoco indipendentista, essendo il suo business troppo intrecciato al resto dell’economia spagnola e internazionale, mentre sarebbe il mondo del ceto medio a reagire con l’indipendentismo, sul piano politico, alla perdita di status sul piano economico-sociale. I severi rimbrotti di X verso non X,  presentano questo argomento come se fosse un vero asso nella manica, un passepartout per svelare il mistero della attuale questione nazionale catalana. Se dovessimo accettare questa idea, tuttavia, dovremmo pure pensare di conseguenza, che la piccola borghesia sia, almeno in Catalogna, in grado di muoversi in modo autonomo, o addirittura antitetico agli interessi della propria borghesia industriale-bancaria (finanziaria). Allora poniamo una domanda al gruppo X, è forse vero che la mobilitazione piccolo borghese, a sostegno della nascita dei regimi fascisti negli anni venti, fosse in contrasto con gli interessi della classe capitalistica?

Se la risposta è negativa per il periodo degli anni venti, come può essere oggi vero il contrario, nel teatro capitalistico spagnolo-catalano contemporaneo? Sono forse cambiate le dinamiche di classe del ceto medio studiate originariamente dal marxismo? Affermare che il ceto medio è all’origine della querelle catalana, ci sembra come dire che il colpevole del delitto è sempre il maggiordomo, oppure che una guerra è stata iniziata dai sergenti a insaputa dei generali.

Il capitalismo produce incessantemente diseguaglianze sociali e squilibri di sviluppo economico fra aree territoriali e geografiche, sia all’interno di uno stesso recinto statale nazionale, sia fra differenti recinti statali-nazionali.

Lo squilibrio fra i livelli di sviluppo di aree economiche diverse assume un aspetto funzionale (generalmente) alla creazione di un esercito industriale di lavoratori di riserva inoccupati, pronti a sostituire la forza-lavoro occupata, in caso di richieste salariali non compatibili da parte di questa, oppure da occupare quando il ciclo delle vendite spinge verso una maggiore produzione di beni e di servizi. Basta ricordare l’esempio storico dell’impiego massiccio di forza-lavoro meridionale, nel dopoguerra, nelle industrie del nord Italia, per dare l’idea del meccanismo di un sottosviluppo funzionale di certe aree economiche, rispetto al quadro economico capitalistico generale.

Nella situazione capitalistica attuale diventa dunque predominante la funzione puramente ideologica delle variegate mascherature ‘nazionali-religiose’, miranti a occultare sotto il velo di queste improbabili rivendicazioni, totalmente disinnestate dalla tendenziale omogenizzazione del contesto storico-economico capitalistico, la lotta feroce per la spartizione del bottino di plus-valore e la conseguente esigenza di controllo della attrezzatura di oppressione statale nazionale ( utilizzata per opprimere il proprio proletariato e combattere con le borghesie rivali esterne, o con frazioni rivali interne).

In ‘Tracciato d’impostazione’ (1946) vengono definite le linee di sviluppo del capitalismo, riassumendone in tre fasi le caratteristiche fondamentali, prima fase:

La borghesia appare come classe apertamente rivoluzionaria e conduce una lotta armata per rompere le forme dell’assolutismo feudale e clericale, vincoli che legano le forze lavoratrici dei contadini alla terra e quelle degli artigiani al corporativismo medievale.” In questa situazione il nascente proletariato partecipa alla lotta contro il morente regime feudale, soprattutto contro le sue sopravvivenze sovrastrutturali. Con la comune di Parigi il proletariato prova a scardinare il nuovo regime di oppressione borghese, verificando l’unità di classe della borghesia internazionale quando il suo unitario sistema sociale è minacciato. Da questo momento svanisce ogni residuo senso politico-storico di sostegno alla propria borghesia nazionale in occidente (anche se la situazione e il senso politico-storico precedente al 1871 permane in Russia al momento della rivoluzione bolscevica, in altri paesi dell’Est, e si ripropone con caratteri diversi in ‘oriente’ fino al secondo dopoguerra). In una seconda fase (1871/1914), il capitalismo si manifesta in maniera ‘riformista’.

Nella seconda fase, stabilizzatosi ormai il sistema capitalistico, la borghesia si proclama esponente del migliore sviluppo per il benessere di tutta la collettività sociale e percorre una fase relativamente tranquilla di svolgimento delle forze produttive, di conquista al proprio metodo di tutto il mondo abitato, di intensificazione di tutto il ritmo economico.”

Parliamo chiaramente di una fase di miglioramento e crescita delle forze produttive materiali, all’interno di un quadro sociale di alienazione e di sfruttamento persistente della stragrande maggioranza dell’umanità. La terza fase inizia nel 1914, con la scelta nazionalista dei maggiori partiti socialisti dell’epoca (in occasione della prima guerra mondiale). Questa è la fase dell’imperialismo, della guerra tendenzialmente permanente (cronica/acuta) fra blocchi di borghesia concorrente aggregati intorno a mostruosi apparati militari-industriali ( assistiti da complementari apparati scientifico-tecnologici). Questi apparati sono ora funzionali al dominio globale e all’esigenza di distruzione di capitale costante e variabile in eccesso.

La terza fase è quella del moderno imperialismo, caratterizzato dalla concentrazione monopolistica dell’economia, dal sorgere dei sindacati e trust capitalistici, dalle grandi pianificazioni dirette dai centri statali. L’economia borghese si trasforma e perde i caratteri del classico liberismo, per cui ciascun padrone d’azienda era autonomo nelle sue scelte economiche e nei suoi rapporti di scambi. Interviene una disciplina sempre più stretta della produzione e della distribuzione; gli indici economici non risultano più dal libero gioco della concorrenza, ma dall’influenza di associazioni fra capitalisti prima, di organi di concentrazione bancaria e finanziaria poi, infine direttamente dello stato. Lo stato politico, che nell’accezione marxista era il comitato di interessi della classe borghese e li tutelava come organo di governo e di polizia, diviene sempre più un organo di controllo e addirittura di gestione dell’economia’.

Siamo ai nostri giorni, lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ha sovvertito i precedenti rapporti fra città e campagna, e attraverso la potente industrializzazione dell’economia (con annessa introduzione di macchinario e conseguente espulsione di lavoro salariato dal processo produttivo) ha determinato la crescita di una massa enorme di popolazione eccedente i ‘regolari’ bisogni di valorizzazione del capitale investito, i connessi flussi migratori ‘epocali’, e la conseguente necessità di controllo e repressione. Su questa ultima ‘necessità’ si gioca il ruolo preminente che l’attrezzatura statale ha assunto in questa fase, e che ci spinge a caratterizzare il vero volto del dominio borghese, sia nella fase apparentemente democratico-parlamentare che in quella apertamente dispotico-totalitaria, come quella di un regime unico sostanzialmente autoritario e ‘fascista’ (riunione generale del 1953, svoltasi a Genova ‘il partito rivoluzionario di classe è solo ad intendere che oggi i postulati economici, sociali e politici del liberalismo e della democrazia sono antistorici, illusori e reazionari, e che il mondo è alla svolta per cui nei grandi paesi l’organamento liberale scompare e cede il posto al più moderno sistema fascista’). Un regime basato sull’impiego di Moloch statali per il controllo e la repressione della lotta di classe, cioè delle azioni di lotta dei lavoratori occupati e sfruttati e anche di coloro che il sistema pone ai margini della stessa possibilità di sopravvivenza biologica nelle nuove realtà metropolitane (disoccupati, sottoccupati, autoctoni e migranti). In un quadro contemporaneo generale di drammatica realizzazione delle marxiste leggi tendenziali di crescita dell’eccedenza di forza lavoro (non impiegabile con profitto nel processo produttivo capitalistico), e di conseguente impoverimento progressivo della popolazione, trovano senso e spiegazione anche le fughe e gli arroccamenti nazionalistici indipendentisti di quelle aree economiche ‘forti’ (Catalogna, Veneto), che con l’indipendenza sognano di sfuggire ai rischi delle tensioni politico-sociali innescate dal divenire del modo di produzione capitalistico. Un borghese arroccamento e una difesa estrema di temporanee condizioni privilegiate (tentando di coinvolgere in questa difesa anche i propri proletari), dentro la immanente lotta fra fratelli-coltelli tipica della realtà socio-economica capitalistica. Nient’altro che un accentuazione della dialettica fra aree economiche differenziate tipica del sistema capitalistico (l’accentuazione è chiaramente collegata al momento economico contingente). Di conseguenza, una volta compreso l’arcano economico-sociale che si cela dietro queste anacronistiche rivendicazioni separatiste, autonomiste, indipendentiste o localistiche, si deve decisamente condannare ogni confluenza di energie proletarie in loro sostegno, così come è da escludere la lotta per l’interesse nazionale, o per il risultato gestionale annuale dell’azienda in cui si lavora come schiavo salariato. L’eventuale lotta comune di borghesi e proletari per la creazione di un nuovo apparato statale-nazionale, esito finale di queste ricorrenti rivendicazioni separatiste, autonomiste, indipendentiste e localistiche, per il proletariato non significherebbe altro, paradossalmente, che farsi spingere (dalla propria borghesia indipendentista) a fabbricare con le proprie mani le mura di una nuova prigione statale in cui continuare a vivere da schiavi (1).

Ecco invece alcuni scarni dati numerici comparativi fra l’area economica catalana e il resto della Spagna, utili per documentare l’esistenza di un certo divario di indicatori economici, e il conseguente (ipotizzabile) condizionamento che ne deriva sul piano della diffusione di aspirazioni sociali indipendentiste, tradotte poi nel voto popolare, nei correlati disegni politici, e infine nei recenti interventi ‘correttivi’ anti-indipendentisti dello stato centrale spagnolo, e nelle successive mobilitazioni di risposta di una parte della società e della politica catalana. 

Nella Catalogna è concentrato il 16% della popolazione spagnola, cioè 7 milioni e mezzo di abitanti, su un totale di oltre 47 milioni. Nella regione catalana viene realizzato il 20% del PIL spagnolo e il 23% della produzione industriale. Inoltre hanno sede in questa area circa 5.700 multinazionali estere, ovvero quasi la metà (circa 46%) delle imprese estere che investono in Spagna. Il 25% dell’export spagnolo viene prodotto in Catalogna, che manda sui mercati internazionali quasi il 30% del proprio PIL. Nell’area catalana il PIL pro capite è più alto della media nazionale e anche continentale: cioè 26.500 euro contro i 22.500 della Spagna. La disoccupazione è al 19,1%, mentre la media nazionale è 22%.

Questi dati esprimono quella che, a nostro avviso, è la importante determinante economica che sta a fondamento degli attuali processi di scomposizione e ricomposizione degli equilibri infra-capitalistici spagnoli (certamente non l’unica determinante, ma a nostro avviso quella decisiva, in ultima istanza).

Come si può ben vedere, i dati economici comparativi, da noi reperiti e presentati, confermano la realtà di un dislivello fra l’area economica catalana e le altre aree iberiche. Questo è un dato di fatto, non inficiato dall’esistenza di grosse imprese capitalistiche catalane con partecipazioni azionarie in spa non catalane, o viceversa (come invece erroneamente ritenuto da X ). Si tratta, in questi casi, di normali intrecci di capitali, funzionali alla crescita e sopravvivenza di aziende, che in ogni caso restano legate ad una certa economia nazionale, regionale o di area. Struttura economica e sovrastruttura statale non possono manifestarsi separatamente in una società classista, dunque anche le attuali contorsioni indipendentiste catalane potrebbero affermarsi solo con il sostegno, o meglio la simbiosi, con una forza statale funzionale. Il problema che si pone in Catalogna è dunque quello di una rete di interessi capitalistici, che è preminente rispetto alle alleanze aziendali e alle partecipazioni azionarie di singole Spa catalane con imprese non catalane.

Quali prospettive politiche potrebbero aprirsi, il condizionale è di obbligo, se davvero la Catalogna diventasse indipendente?

La scomposizione dello stato nazionale iberico potrebbe determinare l’accelerazione di analoghi processi separatisti presenti da decenni in altre aree economiche europee. Si può prevedere, tuttavia, che tali processi possano realizzarsi con successo solo nelle aree economiche ‘forti’, cioè nelle aree dove la separazione implicherebbe un immediato e momentaneo miglioramento dei parametri relativi al reddito annuale pro-capite e al welfare (determinato dal minore gettito fiscale da inviare alle casse dello stato centrale, e quindi nella susseguente diminuzione dell’imposizione fiscale). Pensiamo in questo caso ad aree come quella del nordest italiano, mentre ci sembra poco probabile che le spinte secessioniste indipendentiste giungano a pieno compimento nelle aree ‘deboli’ rispetto ai parametri nazionali.

Pensiamo alla Sardegna in Italia, o alla Scozia in Gran Bretagna, dove un recente referendum per l’indipendenza è stato bocciato dal voto della maggioranza degli scozzesi. Questi processi separatisti, da noi definiti come semplice e fisiologica scomposizione e ricomposizione di precedenti equilibri di interesse infra-borghesi, potrebbero, secondo taluni analisti politici, accelerare il disfacimento dell’attuale società capitalistica, e quindi il suo ‘inevitabile’ tramonto. Sulla parola ‘tramonto’ e anche su ‘inevitabile’ siamo d’accordo, bisogna solo capire cosa ci aspetta dopo l’inevitabile tramonto: il passaggio dalla preistoria alla storia, oppure il salto definitivo nella barbarie? Leggiamo cosa dice il Manifesto ‘La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta ‘.

Lotta di classe:proviamo ad ipotizzare i riflessi che potrebbero verificarsi nel conflitto di classe basico che caratterizza ogni società di oppressi e oppressori, e quindi anche l’attuale società borghese spagnola (in seguito alla indipendenza della Catalogna). Le minori entrate fiscali incamerate dalle casse dell’erario spagnolo dovrebbero tradursi, in breve tempo, nella riduzione dei servizi sociali e assistenziali usufruiti principalmente dalla classe proletaria. Questo dato materiale, traducibile in un immediato peggioramento delle condizioni di vita della classe proletaria spagnola, potrebbe fornire la miccia per l’innesco di un più elevato livello di conflittualità sociale (si tratta di una ipotesi da verificare nel corso reale degli eventi, anche se non depone molto a favore del successo di tale ipotesi, il basso livello di risposta di classe registrato dopo i continui peggioramenti delle condizioni di vita dal 2008 ad oggi). L’attuale capitalismo, nella terza fase di sviluppo di cui parla la corrente, sopravvive a se stesso riformando e rinnovando tutto il possibile e l’immaginabile, pur di rallentare le interiori contraddizioni del suo modo di produzione e le leggi tendenziali che ne segnano il divenire. La scomposizione e la ricomposizione degli equilibri di potere socio-economico fra i fratelli coltelli borghesi è la regola delle giornate capitalistiche, e lungi dal prefigurare immediati scenari catastrofici (almeno in questo caso), rappresenta invece un momento funzionale alla realizzazione della logica intrinseca al sistema sociale classista.

(1)“Il capitalismo, premessa dialettica del socialismo, non ha più bisogno di essere aiutato a nascere (affermando la sua dittatura rivoluzionaria) né a crescere (nella sua sistemazione liberale e democratica). Esso inevitabilmente concentra nella fase moderna il suo patrimonio economico e la sua forza politica in unità mostruose. Il suo trasformismo e il suo riformismo assicurano il suo sviluppo e difendono la sua conservazione al tempo stesso. Il movimento della classe operaia non soggiacerà al suo dominio solo se si porrà fuori dal terreno dell’aiuto alle pur necessarie evoluzioni del divenire capitalistico, riorganizzando le sue forze fuori da queste prospettive superate, scrollandosi di dosso il peso delle tradizioni del vecchio metodo, denunciando – già con un’intera fase storica di ritardo – il suo concordato tattico con ogni forma di riformismo”. Tracciato d’impostazione, “Prometeo” luglio 1946

Qual è la via per arrivare, su tali basi, alla soluzione di problemi come, ad esempio, quello nazionale? Questo vogliamo ricordare, nelle linee più elementari. I revisionisti parlavano di un esame condotto volta per volta sulle situazioni contingenti, ed esente da preoccupazioni di principi e di finalità generali. […] A questi criteri si giunge con una considerazione in cui sta tutta la forza rivoluzionaria del marxismo. Noi non possiamo né dobbiamo risolvere la questione, poniamo, dei dockers inglesi o dei lavoratori della Finlandia coi soli elementi tratti dallo studio, con metodo deterministico – storico, della situazione di quella categoria operaia o di questa nazione, nei limiti di spazio e di tempo che si pongono in modo immediato alle condizioni del problema. Vi è un interesse superiore che guida il nostro movimento rivoluzionario, col quale quegli interessi parziali non possono contrastare se si considera tutto lo svolgimento storico, ma la cui indicazione non sorge immediatamente dai singoli problemi concernenti gruppi del proletariato e dati momenti delle situazioni. Questo interesse generale è, in una parola, l’interesse della Rivoluzione Proletaria, ossia l’interesse del proletariato considerato come classe mondiale dotata di un’unità di compito storico e tendente ad un obiettivo rivoluzionario, al rovesciamento dell’ordine borghese. Subordinatamente a questa suprema finalità noi possiamo e dobbiamo risolvere i singoli problemi.” Bordiga, 1924.

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