Scambiare lucciole per lanterne

Certi miti sono duri a morire, quello della Cina socialista è uno di questi. Abbiamo proprio nel mese di giugno pubblicato un paio di articoli,dedicati al più o meno recente fenomeno del neogramscismo. Il primo articolo riguardava un singolo intellettuale, il secondo un gruppo politico.

Abbiamo come al solito evitato di fare nomi e cognomi, o di indicare sigle precise, in linea con la nostra concezione politica della scarsa importanza dell’individuo borghese, in fondo un semplice attore che recita, in un certo contesto socio-economico, un copione politico previsto dalla situazione storica, oppure semplicemente esprime posizioni teoriche condizionate da questa situazione. Per dirla con Marx, ‘maschere di carattere’.

È paradossale che proprio la società capitalistica, massima vetta raggiunta dal processo storico di alienazione dell’uomo dalla sua essenza potenzialmente onnilaterale, senta il bisogno di mistificare la realtà dell’alienazione con la stucchevole mitologia dell’individuo, pienamente in possesso sul piano immaginario di una libertà negatagli invece sul piano reale.

Ma tornando alla questione principale, sembra dunque che in alcuni ambienti politici e accademici di tarda e dichiarata derivazione gramsciana, la Cina venga ancora descritta come un paese in cammino verso il socialismo.

La cosa non dovrebbe turbarci troppo, obietterà qualcuno, ricordando che sono tante le idee prive di realtà, di verifica storica, di riscontri pratici, in circolazione, per cui una in più o in meno non cambierebbe molto l’equilibrio globale fra realtà è irrealtà.

Eppure, anche se è vero che viviamo in un mondo dove abbondano le idee senza fondamento, è anche vero che l’irreale è sinonimo di cecità, e quindi è con qualcosa di affine alla cecità che ci confrontiamo quando leggiamo di Cina socialista. Qualcun’altro potrebbe sostenere che ci troviamo semplicemente davanti alla perdita di collegamento di un termine con un certo preciso significato, fenomeno caratteristico del nichilismo capitalistico contemporaneo.

Qualunque sia la causa fondamentale, cecità o perdita di senso di una parola, è da supporre che alla fin fine anche il fenomeno più astruso e bislacco svolga una funzione sociale, cioè abbia uno scopo.
La nostra ipotesi è che queste idee, allontanando il proletariato dalla corretta conoscenza del reale, svolgano la funzione sistemica di conservare l’attuale assetto sociale.

Negli anni 70 il maoismo ebbe in Italia e altrove un certo seguito e interessamento, allora sembrava una sorta di alternativa al cosiddetto ‘socialismo reale sovietico’. In realtà entrambi i sistemi, russo e cinese, proprio essendo, al di sotto della mascheratura socialista, delle economie capitalistiche, si scontrarono fra di loro in guerre commerciali e a volte militari, ad esempio nel 1969 sul fiume Ussuri.
Gli Stati uniti, in quegli anni, non mancarono di sfruttare le rivalità fra le due potenze pseudo comuniste, avvicinandosi alla Cina con la realpolitik di Kissinger ( politica del ping pong).

Nonostante quelle evidenze socioeconomiche, proprio in quegli anni sbocciarono i cento fiori delle simpatie di una certa parte dei cosiddetti contestatori, verso il maoismo, simpatie che nei successivi tre decenni (dal 1980 al 2010), si ridussero al lumicino.

Invece, iniziando dal 2008, in concomitanza con l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei proletari, abbiamo potuto assistere al ritorno, spesso in salsa neogramsciana, di queste linee (diciamo) di pensiero politico.

Il copione è spesso identico, il soggetto politico di turno si dichiara marxista e gramsciano, per poi aggiungere subito dopo che considera interessante seguire la transizione della Cina verso il socialismo.

Pur essendo comprensivi, e lasciando a tutti i volenterosi il piacere di seguire i presunti progressi socialisti del capitalismo cinese (aumento del PIL, della ricerca di pluslavoro assoluto, del dispotismo sui luoghi di lavoro, degli investimenti in mezzo mondo), riteniamo che la parola socialismo significhi qualcos’altro.

Forse la lettura di un testo che risale al 1957 potrebbe insinuare qualche dubbio nella mente di chi scambia lucciole per lanterne.

I fasti del capitalismo cinese sono oggi visibili per tutti, mentre nel 1957 poteva sembrare una voce fuori dal coro quella di chi affermava che in Cina si marciava verso il capitalismo, oggi questa affermazione è ovvia e scontata.

Nell’attuale competizione fra blocchi di stati capitalistici imperiali, la Cina è la maggior economia all’interno di un alleanza economica e politico-militare, alleanza il cui perno militare è invece la Federazione Russa.
Un blocco di potenze capitalistiche, nel mondo reale, si contende il dominio globale.

‘The duellists’ è il lavoro in cui abbiamo analizzato gli aspetti salienti di questa contesa, in cui i due maggiori blocchi di potenza della classe borghese mondiale duellano in un gioco mortale.

L’abbaglio illusorio, consistente nello scambiare la realtà socio-economica capitalistica cinese per socialismo, è doppiamente negativo: in primo luogo perché indica ai proletari la strada di un inesistente socialismo come meta da perseguire, in secondo luogo perché l’errore iniziale conduce i proletari a parteggiare per un blocco capitalistico in lotta contro un altro blocco, parimenti capitalistico.

Fuori dai denti, vogliamo proprio ribadirlo, a tutti gli ‘ingenui’ scambiatori di lucciole per lanterne, non vedete che state solo facendo il tifo per una squadra di nazioni capitaliste, in una gara fra squadre capitalistiche?
Nei prossimi giorni allegheremo al presente articolo la seconda parte di un lavoro pubblicato nel 1957, su ‘Il programma comunista’.

 

Allegato (articolo contenuto nella rivista numero sei, 1957)

CINESERIE PREMARXISTE Dl MAO – TSE – TUNG

La prima parte dell’articolo, apparsa nel numero precedente, esamina il discorso di Mao Tse- Tung del 25-2-1957 e la sua elencazione delle « contraddizioni » esistenti nella società cinese attuale.

Lanciato nella elencazione delle contraddizioni cinesi, Mao cosi prosegue: «Il nostro governo popolare rappresenta veramente gli interessi del popolo e serve il popolo, eppure certe contraddizioni esistono anche tra il governo e le masse». Né l’elenco è finito. Contraddizioni, egli ci avverte, sono da ricercarsi ancora: tra interessi dello Stato, gli interessi collettivi e quelli iridi- individuali; tra democrazia e centralismo; tra « coloro che sono in una posizione di comando e coloro che sono comandati ». Persino! Quel che a noi interessa è vedere come Mao cataloga la contraddizione tra borghesia e proletariato. Tale contraddizione è da ritenersi antagonistica ? In linea generale, egli risponde affermativamente. Ma subito dopo afferma che «nelle concrete condizioni esistenti in Cina » quale revisionista non ha giocato sulla « diversità delle situazioni»? essa può perdere il suo carattere antagonistico e diventare una « contraddizione del popolo » e, in quanto tale, può essere risolta per via pacifica. E c’era da dubitarne? Il revisionismo è sempre pronto a condurti in un labirinto dalle cento porte di entrata e dai mille corridoi che però sboccano tutti nella stessa porta di uscita: la risoluzione pacifica della contraddizione di classe tra borghesia e proletariato. Poteva Mao Tse Tung fare eccezione alla regola?

Intanto, vediamo se interpretiamo bene la sua prosa, Il quarto capoverso del primo capitolo del discorso in parola dice testualmente: «Nel nostro paese, la contraddizione tra gli operai e la borghesia nazionale è una contraddizione del popolo. La loro lotta di classe è, nel complesso, una lotta di classe all’interno del popolo. La ragione di questo è il duplice carattere della borghesia nazionale nel nostro paese. Negli anni della rivoluzione democratico-borghese, essa aveva un lato rivoluzionario, ma aveva anche una tendenza al compromesso con l’avversario e questo era l’altro lato».

Ci perdoni il lettore le frequenti interruzioni delle citazioni. L’autore parla di « tendenza al compromesso » della borghesia nazionale durante la rivoluzione democratico- borghese. A parte il fatto che la Cina è ancora del tutto tuffata in questa rivoluzione, essendo la pretesa « costruzione del socialismo “ soltanto avviamento all’industrialismo di massa; a parte ciò, sta i1 fatto inoppugnabile che dal 1925′ fino al secondo dopoguerra la storia dei rapporti tra PCC e KMT, tra « comunismo » e nazionalismo cinese è una continua alternanza di stretta collaborazione politica e militare e di feroce lotta per il predominio. Dedicheremo un articolo alla storia delle relazioni tra i protagonisti della guerra civile cinese e vedremo come l’intransigenza del PCC verso il KMT e Ciang Khai-Scek non è più antica della fondazione della Repubblica popolare. Intanto, restiamo all’argomento delle « contraddizioni ». «Nel periodo della rivoluzione socialista, prosegue Mao tse Tung, lo sfruttamento della classe operaia per trarre profitti è un lato, mentre il sostegno della Costituzione e l’accettazione della trasformazione socialista è l ‘altro. La borghesia nazionale si differenzia dagli imperialisti, dagli agrari, e dai capitalisti burocratici. La contraddizione che esiste tra sfruttatore e sfruttato, tra la borghesia nazionale e la classe lavoratrice, è antagonistica (ora attenti che ci arriva) nelle concrete condizioni esistenti in Cina, tale contraddizione antagonistica, se viene trattata in modo proprio può perdere il suo carattere antagonistico e può essere risolta in VIA P ACIFICA». E se tale trattamento pacifico fallisse, che accadrebbe? Una grave sciagura. Infatti … « Se (tale contraddizione) non viene trattata in modo giusto, se, poniamo, non seguiamo una politica di unità, di critica e di educazione della borghesia nazionale (testuale! Dice proprio cosi: educazione della borghesia nazionale), o se la borghesia nazionale non accetta tale politica, allora la contraddizione tra la classe lavoratrice e la borghesia nazionale può diventare antagonistica come quella tra noi e i nostri nemici ». A questo punto, crediamo, nessun militante marxista può fare a meno di darci ragione e convenire con noi che il classismo professato da Mao e soci non ha nulla a che vedere col materialismo marxista. Infatti, la ‘contraddizione antagonistica’ tra borghesia e proletariato non è vista da costoro come scaturente dalle condizioni obiettive del modo di produzione capitalistico, ma sibbene come il risultato di una certa politica dello stato popolare. Se questo segue una politica giusta verso la borghesia, e se la borghesia l’accetta – non si capisce perché non dovrebbe accettarla, visto che la costituzione popolare riconosce ai capitalisti il diritto di trarre profitti, come lo stesso Mao ammette – la lotta di classe tra borghesia e proletariato diventa, in barba a Marx, una contraddizione risolvibile in via pacifica, cioè appunto passa nel reparto: contraddizioni del popolo. In caso contrario, cioè se lo stato popolare, cioè MaoTse-Tung, Ciu En-Lai e soci sbagliano politica…Ma allora dove va a finire il determinismo economico? Compagno Mao, voi affogate miseramente nel marcio volontarismo. In un solo caso storico, borghesia e proletariato possono addivenire ad una alleanza insurrezionale, necessariamente transitoria e di breve durata. E ciò avviene allorché il potere sorto dalla rivoluzione democratico-borghese, viene minacciato di morte dalla controrivoluzione feudale. E tale svolto storico si presentò nel 1792, in Francia, sotto il governo dittatoriale della Comune giacobina, e nella primavera del 1917 in Russia, allorché la neonata democrazia borghese fu attaccata dalle armate del generale zarista Kornilov. Orbene, le famose « concrete condizioni esistenti in Cina” non sono affatto quelle della rivoluzione socialista, e neppure quelle della fase di assalto della rivoluzione democratico-borghese. In effetti voi avete conquistato, sconfiggendo le armate del KMT, il diritto di amministrare una rivoluzione borghese, scoppiata fin dal lontano 1911 e impedita di stabilizzarsi dall’aggressione giapponese alla Cina. (…) Il revisionismo anti-marxista dei capi del PCC si spiega col fatto che il PCC ha rappresentato, durante un quarto di secolo, un polo della rivoluzione democratico-borghese di Cina, essendo impersonato l’altro polo dal Kuomintang. Così, e soltanto così, si capisce come forze borghesi, e in ogni caso, non- proletarie, siano presenti in ambo gli schieramenti capeggiati appunto dal PCC e dal KMT. Sarà interessante vedere come l’interferenza dell’aggressione imperialistica straniera abbia influenzato tale fenomeno, suscitando nella stessa borghesia opposte correnti politiche, orientate rispettivamente a favore o contro la collaborazione con l’imperialismo – differenze sulle quali i capi del PCC speculano per fornire titoli di antimperialismo alla borghesia «nazionale» e giustificare la protezione che ad essa concede lo Stato popolare. Ma tale argomento non potrà essere trattato ampiamente che in un articolo prossimo. « La dittatura non si applica all’interno del popolo ». Tale posizione significa che lo Stato popolare cinese si rifiuta di applicare la dittatura a carico della borghesia « nazionale », cioè patriottarda e sciovinistica, che viene appunto considerata una parte del popolo. A tanto erano già arrivati i Bernstein e i Kautsky. Ma il revisionismo di costoro non aveva ardito di innalzarsi alle eccelse vette del revisionismo cinese. Essi infatti avevano, si, proclamato la possibilità di « costruire il socialismo » sfruttando le « possibilità » del regime democratico, ma non si sognarono mai di affermare che la borghesia potesse partecipare essa stessa alla « costruzione del socialismo », come pretendono Mao-tse Tung e soci, i quali non fanno che plagiare platealmente da tardi epigoni le classiche posizioni di Ricardo e Adam Smith (borghesi non rincoglioniti) i quali scoprirono e teorizzarono i contrasti di interessi fra le classi e all’interno delle stesse classi («cento fiori» avanti lettera, ma oltre un secolo e mezzo fa storicamente potenti).

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