Statizzazione non è socialismo

Nota redazionale: un recente disastro ha rimesso in auge l’idea di un ritorno alla  gestione statale delle autostrade.

Intorno a questa idea, che sembra avviarsi a diventare un progetto concreto, si sono subito levate le voci accorate di vari attori politici, pronti a denunciare il ritorno dello statalismo.

Il mostro statalista risorge, evidentemente non debellato dai decenni di stucchevole prevalenza della vulgata liberista.

Una amara sorpresa per i resti di quel ceto politico affermatosi in Italia sull’onda del mito dell’imprenditore taumaturgo, un mito in cui credevano milioni di cittadini elettori.

Purtroppo per i resti di quella stagione politica, le cose cambiano, e dunque cambiano anche i miti attivamente operanti nella psicologia sociale.

Lo stereotipo dell’imprenditore taumaturgo non è più trendy, il peggioramento della situazione economica, negli ultimi dieci anni, ha parzialmente rotto la cappa mentale di massa su questo argomento.

Adesso ci sono altri santi ( e miti) a cui le pulsioni sociali di massa sono costrette a rivolgersi, adesso è il momento dello stato.

Il testo ‘Statizzazione non è socialismo’ è degli inizi degli anni 60, un periodo che vede in politica la nascita del centro sinistra, e la nazionalizzazione di alcuni rami dell’economia come l’energia elettrica.

Il testo analizza le dinamiche economiche capitalistiche ( concentrazione e centralizzazione monopolistica) che conducono alla statizzazione di alcuni rami economici particolari, sottolineando che tali dinamiche sono un passo necessario verso un nuovo modo di produzione.

E tuttavia tali dinamiche non vanno identificate con il socialismo.

Infatti non bisogna dimenticare che lo stato che prende in gestione diretta alcuni rami dell’economia è ancora uno stato borghese, creato dalla borghesia per la difesa dei propri interessi, e quindi incompatibile con il socialismo.

Al capitalismo non interessa in fondo la nuda proprietà dei mezzi di produzione, ma il pluslavoro che può essere ottenuto nell’utilizzo di questi mezzi da parte dei lavoratori salariati.

È il controllo dei processi produttivi, e quindi l’appropriazione parassitaria di energia di lavoro non retribuita, che interessa al capitale.

Ci pensa addirittura lo stato borghese ( e il capitalismo di stato) a garantire il godimento di un interesse al capitale monetario che non  è investito in forma di mezzi di produzione aziendali, ma in titoli del debito pubblico.

Dunque il focus della questione si sposta dal piano economico al piano politico. Non ci sono, come supponeva Kautskj, dei passaggi meccanici dalla centralizzazione dei capitali al socialismo, sebbene la centralizzazione sia propedeutica alla possibilità di un cambiamento di sistema.

Lo sviluppo delle precondizioni economiche del socialismo non basta a porre in essere il cambio di sistema, se manca la precondizione politica dello stato proletario.

Statizzazione non è socialismo, perché gli stati non sono tutti uguali, e dunque solo uno stato proletario può dirigere i rami dell’economia nell’interesse dell’intera società e non di una piccola minoranza borghese.

 

 

 

Statizzazione non è socialismo

Engels verso la fine dell’«Antidhüring» indica l’intervento del rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato ad assumere la direzione delle colossali masse di mezzi di produzione che il capitalismo ha concentrato in grandissime società per azioni, come una tappa utile dello sviluppo che conduce alla fine del capitalismo, dopo che la concentrazione delle aziende ne è stata la tappa precedente. Nella nota in calce egli deride la confusione di queste statizzazioni determinate dalle leggi economiche con ogni regia statale, come quella di Napoleone o Metternich per il tabacco, e quella di Bismarck delle ferrovie prussiane determinata da ragioni militari.

Bismarck ed Engels già sapevano nel 1878 che vi sarebbe stata una guerra dei tedeschi con le razze unite degli slavi e dei latini, e che il trasporto delle truppe tra i fronti opposti ne sarebbe stata la chiave. Ma Engels deride il vezzo idiota di chiamare tutti questi monopolii coll’etichetta di socialismo.

Le classiche pagine di Engels dicono quello che manca ancora perfino dopo le vere statizzazioni, quello che lo stato dei capitalisti deve fare per necessità: che il proletariato si impadronisca del potere dello Stato. (Sez. III Cap. II). Con ciò annulla se stesso come proletariato, e lo Stato di classe.

Quando Engels parlava di poste telegrafo e ferrovie non vi era ancora la odierna immane forza produttiva che è l’energia elettrica. Non poteva nominarla.

Lo Stato italiano con Giolitti (Pontefice degli oggi orripilati liberali) nazionalizzò le ferrovie già rette da due grandi società nel 1905. Tecnicamente il risultato provò la superiorità dell’esercizio statale sui pochi privati lasciati sussistere che andavano male e sarebbero falliti (oh, molto bene!) se non li avesse sorretti sempre lo stato con onerosissime sovvenzioni di gran lunga maggiori del valore di espropriazione.

Come le ferrovie l’elettricità è una prova che hanno rendimento enormemente vantaggioso le grandi organizzazioni tecnologiche. Verso quel tempo si apprese che in un paese senza combustibili (poi è venuto il metano!) si poteva avere tutta l’energia dai corsi d’acqua naturali.

Sembrò che la luce elettrica e le forze motrici industriali e di trasporto non sarebbero costate nulla. La lampadina che ci illumina è un pezzetto di sole portato dentro la casa o la fabbrica: questo ha il senso di un passo verso il socialismo di domani, che sarà la morte del mercantilismo monetario come della ladresca iniziativa privata.

Ma il grande progresso di questo cinquantennio fregnone ha tutto tradito; le brillanti ferrovie dello stato di un giorno funzionano facendo schifo e sangue; l’energia elettrica di oggi è di origine idrica e geotermica solo per tre quarti, per il resto va a combustibili comprati.

Tuttavia il processo della concentrazione delle aziende visto da Marx ha avuto in questo campo una manifestazione travolgente. I borghesi parlano di bassi costi e di bassi prezzi, che il loro intrallazzo devia, ma è certo che vi si arriva in virtù delle grandissime centrali e delle immense reti di conduttori. Più energia si trasporta su di un cavo meno se ne disperde; solo coprendo con relativamente poche centrali e linee un territorio enorme i cornutissimi borghesi vanno loro malgrado verso la loro rovina e la nostra vittoria.

Leggiamo il problema in lingua marxista. Nel 1898 l’Italia ha prodotto 87 mila kilowattore di energia nell’anno. Nel 1961 ne ha prodotti 60,9 miliardi. In 63 anni questa produzione è diventata settecentomila volte maggiore. Quale è stato il tasso medio di aumento in questo periodo sterminato? Il lettore, solita preghiera, non si stupisca: il 23,8 per cento annuo.

Per la legge di Marx questo tasso favoloso decresce nel tempo. Dal 1898 al 1901 a detta degli annuari di stato si è saliti (da 87 mila) a 220 mila kw-ore annui.

Ciò vale in tre anni 2,52 volte, e all’anno il 36 per cento, ossia più del 23.8.

Nel 1957 si produssero 42.726 trilioni di kw-ore. Ai 60.900 detti del 1961 si è andati in quattro anni, tasso annuo il 10,3 per cento, ottenuto in questa fase miracolata, ma sempre inferiore al 23,8.

Verifica della legge di concentrazione di Marx. Le società elettro-commerciali, danno il 45,6 per cento dell’energia, il 26 circa se lo fanno industrie diverse con impianti proprii, il 16 le Ferrovie, il resto aziende pubbliche locali ed altro. La partita più grossa, di 28 miliardi di kw-ore annui, la arrecano non più di 24 grandi società, il cui capitale azionario à cifrato 814 miliardi. Un curioso fattore: 29 lire (proprio piccole lire) per ogni kilorattora smerciato, cifra che è nell’ordine di grandezza del prezzo per illuminazione. Sono queste due grandezze che il socialismo deve uccidere; il capitale e il prezzo.

Quando Lenin disse che il socialismo economico è la dittatura sovietica più la elettrificazione, intendeva dire che con enormi centrali e reti unitarie di convogliamento dall’Artico all’Himalaya si sarebbe data ai russi la elettricità senza pagarla.

Ma vediamo come in questa marcia alla umana redenzione il monopolio sia una tappa che merita plauso e non maledizione.

Lenin progettava il monopolio unitario della elettricità russa e mondiale.

Dunque 814 miliardi di sporco capitale in 24 società. I quattro mostri benefici (se non ci fossero li dovremmo inventare: ma un Lenin dov’è?) da soli su 24, ossia in un sesto del numero di aziende, hanno 528 miliardi. 140 la Edison Volta (Milanone) – 103 la SIP (Torinaccio) – 96 la SME (Meridione succhia Cassa) e 90 la SADE (Adriatico). Non sappiamo, avendo il 53 per cento di tutto il capitale, quanta dell’energia eroghino, ma crediamo oltre i due terzi dei 28 miliardi di kw in commercio.

Altre 7 società, con le modeste cifre di 20-40 miliardi ognuna, coprono altri 254 miliardi di capitale, il 31 per cento, essendo meno di un terzo in numero di aziende. Ne restano altre 13, più della metà, con SOLI 132 miliardi di capitale, il 16 per cento, non più di un sesto del complessivo.

Sono su un dieci miliardi di media per una.

Queste 24 saranno tutte «trasferite», e con molte altre, al nuovo ENEL. Ma saranno profumatamente pagate. Il verbo trasferire andrebbe bene per noi; sono grossi e vasti impianti, che tecnicamente come la legge dice si possono unificare crescendo il rendimento. Ma sono appunto per questo già maturi, grazie al magnifico fenomeno della concentrazione e del monopolio, ad essere trasferite ad una società che non fosse governata da marxisti rinnegati e preti aperti a sinistra, senza la spesa di una lira o di un kilovatt. Quel kilovatt lo ha mandato Febo, e la elettricità la ha scoperta un Volta, da Como.

La legge sulla energia elettrica, se il riformismo strutturale non fosse al vertice delle buffonate, dovrebbe dire; dato lo sviluppo tecnico della produzione e distribuzione della energia elettrica, che ha determinato unità organizzate da 10 miliardi di kilowattore, è vietato a chi non sia l’Ente elettrico generarla e distribuirla su impianti pigmei. Stato non vale che veto.

Invece la legge dice che non saranno trasferite le imprese che non producano oltre 15 milioni (milioni!) di kw-ora. Come abbiamo mostrato, sono imprese pidocchio da circa 500 milionucci di capitale. Proprio queste dovevate confiscare, magari pagandole, e aggiungendo un calcio nel culo.

Queste impresuccie artigiane tengono alti i costi e alti i prezzi al consumatore fregatissimo, ed é grazie a queste che i cosiddetti monopoli fanno quattrini. L’Ente statale manterrà i prezzi dei monopoli cominciando a far debiti per somme favolose per le sue sedi e i suoi organismi direttivi. E gli vanno i costi-pidocchio.

Ma in questo paese di ignobile parlamentarismo chi le tocca le aziende formato gabinetto? Sono legate ai ceti piccolo borghesi, dispongono di voti a milioni e specie di voti da sacrestia. E che cosa frega agli evoluzionisti, ai gradualisti, ai riformisti, che vadano avanti sgrassando il cliente e supersfruttando il proprio personale nell’ombra del loro pidocchismo? Dal punto di vista della pancia l’operaio sta meglio quando ha il posto sotto il monopolio. Ma noi lo invitiamo a calpestare questo vantaggio, e a lottare per la morte della democrazia elettiva, per la dittatura aggressiva di minoranza, per la luce del sole irraggiata gratis a tutti, di notte.

Va spenta solo sull’orgia di coglionerie, a Montecitorio.

«Il Programma Comunista», 4 agosto 1962, N. 15

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