Prospettive capitalistiche per l’esercizio amministrativo 2019

Premessa

Capitolo uno: cicli economici
Capitolo due: mito e realtà di una  nuova crisi finanziaria

Capitolo tre: la funzione sociale del razzismo contemporaneo

Capitolo quarto: il ceto medio si ribella

Capitolo cinque: la crisi del capitale e la fiscalità ( togliere ai poveri per dare ai ricchi)

Capitolo sei: dinamiche di confronto e scontro fra apparati di potenza borghesi

Capitolo sette: Il gioco crudele della deterrenza nucleare

 

 

 

 

 

Premessa

Il titolo del presente lavoro richiama il linguaggio contabile, in esso il termine esercizio amministrativo indica le operazioni collegate alla gestione del complesso delle attività e passività che formano l’azienda: attività, cioè gli  investimenti ( capitale costante e circolante), e passività, cioè le  fonti di finanziamento di terzi (debiti a breve e medio/lunga scadenza), e il capitale proprio (una fonte interna di finanziamento, risultante dalla differenza fra attività e passività).
Sulla base dei risultati della gestione dell’anno precedente si possono inferire delle linee generali di sviluppo per l’anno in corso, noi siamo ormai vicini alla fine del 2018, quindi possiamo abbozzare qualche previsione per l’imminente anno 2019.
Tenteremo di prevedere lo sviluppo degli eventi nelle seguenti realtà: economia, politica, società; in effetti delle realtà strettamente intrecciate nel divenire capitalistico.
Questo tentativo non è opera di poco conto, e quindi dovremo sforzarci di utilizzare con discernimento i dati informativi in nostro possesso. Le informazioni di tipo numerico e statistico serviranno a supportare alcune considerazioni politiche.
Il quadro socio-politico che tenteremo di delineare trova fondamento nelle costanti sistemiche del capitalismo, ben descritte e spiegate nei testi di Marx.
Le prospettive del prossimo esercizio amministrativo capitalistico mondiale sono facilmente deducibili dalle leggi di sviluppo del capitalismo, dalle sue ineliminabili contraddizioni: 1) caduta del saggio di profitto, 2) crescita della popolazione disoccupata e della miseria, 3) aumento del saggio di sfruttamento direttamente sul luogo di lavoro, come conseguenza dell’incremento del plus-lavoro, sia assoluto che relativo, e aumento dello sfruttamento indiretto, inteso come maggiore prelievo fiscale, tagli al welfare, e aumento dell’età pensionabile 4) incremento della proletarizzazione del ceto medio, 5) aumento della competizione a livello di aziende rivali, a livello di aree economiche, a livello di economie nazionali, e infine a livello di super apparati capitalistici imperiali.
In definitiva, impiegando le analisi già presenti sul sito, si tenterà di riepilogare e ulteriormente approfondire  questo corpus analitico, al fine di delineare un quadro realistico del divenire capitalistico nel breve/medio periodo. Nei prossimi giorni pubblicheremo progressivamente i vari capitoli che compongono il piano dell’opera.
Capitolo uno: cicli economici
Nel terzo libro del Capitale Marx utilizza spesso la formula ”alterni cicli della produzione”.
Tale formula spiega i movimenti correlati alla crescita o alla contrazione dell’esercito industriale di lavoratori di riserva, lavoratori funzionalmente espulsi dall’industria nelle fasi economiche di stagnazione/crisi, oppure assunti/richiamati nei periodi di crescita.
Dal 1975 il capitalismo risorto dalle ceneri della seconda guerra mondiale, è strutturalmente in una fase depressiva, sporadicamente intervallata da apparenti migliorie o da picchi di caduta a piombo.
Le violente crisi finanziarie succedutesi dagli anni 70 ad oggi, lungi dall’essere la causa delle difficoltà dell’economia reale, sono sempre state il succedaneo temporale delle crisi della produzione, cioè della caduta tendenziale del saggio medio di profitto.
Dunque il quadro sistemico del capitalismo è funestato dalle crescenti difficoltà che il capitale industriale, e di conseguenza anche finanziario, incontrano nella ricerca di una qualche forma di valorizzazione.
Industria 4.0 è il punto attualmente più avanzato di innovazione tecnologica della produzione, e quindi di sostituzione/soppressione della figura del lavoratore umano/salariato  da parte delle macchine. Sebbene non ancora diffusa in tutto l’orbe capitalistico, tale rivoluzione tecnologica (quarta rivoluzione industriale) pone le premesse per una radicale ininfluenza del lavoro vivo nell’economia industriale contemporanea. Essendo il lavoro vivo la vera fonte del profitto capitalistico, è facile concludere che questa quarta rivoluzione tecnologica apporterà ulteriori decrementi nella valorizzazione dei capitali impiegati nell’economia industriale e ulteriori incrementi della sovrappopolazione di riserva disoccupata.
Dunque un doppio movimento, poiché dal lato economico si verificherà l’accelerazione della caduta del saggio di profitto, mentre dal lato sociale potrebbe crescere il grado di conflittualità legato all’aumento della povertà e dei fenomeni dissolutivi collegati ( criminalità, tossicodipendenze varie, crisi coniugali, emarginazione, alcolismo, barbonaggio…).
Industria 4.0 può essere considerata la tecnologia del futuro prossimo capitalistico, essendo essa caratterizzata dall’impiego di macchine ‘intelligenti’, in grado di evolvere imparando dal comportamento di altre macchine, o anche dall’interazione con i lavoratori umani. 
Le economie nazionali che impiegano le tecnologie 4.0 sono ovviamente quelle appartenenti alla categoria delle economie forti. Abbiamo in passato usato il termine economie forti attribuendogli un significato ben preciso: economia nazionale in grado di investire quote cospicue di capitale in economie deboli, sia sotto forma di capitale aziendale, sia sotto forma di acquisto di titoli pubblici.
Un significato aggiuntivo del termine esprime la capacità, dell’economia forte, di attrarre i lavoratori in cerca di occupazione dall’economia debole.I vantaggi di tutte queste dinamiche sono i seguenti: 1) il costo del lavoro nelle economie deboli è più basso rispetto a quello delle economie forti, 2) i tassi di interesse sui titoli di stato sono più alti, 3) la massa di lavoratori migranti è impiegabile a costi inferiori, e inoltre funge da esercito industriale di riserva, e quindi da fattore di contenimento delle richieste di aumenti salariali provenienti dai lavoratori occupati.
Torniamo ora ai dati numerici: le statistiche del 2018 relative al PIL dell’area Euro annunciano una crescita dello 0,5 % rispetto al 2017. Anche i consumi privati aumentano di ben 0,3%. Si tratta ovviamente di aumenti infinitesimali, localizzati in determinate aree economiche forti, quindi sia la crescita del pil che l’aumento dei consumi, confermano la tendenza immanente del capitalismo ad accentuare le diseguaglianze/dislivelli di tipo socio-economico.
Fra i paesi beneficiati da questi aumenti troviamo come sempre la Germania, dati i buoni ‘fondamentali’ della sua economia.
D’altronde la Germania, sfruttando le innegabili economie di costo relative all’utilizzo della tecnologia 4.0, e il vantaggio competitivo dell’euro, una valuta che in quanto media di varie economie europee, non corrisponde esattamente alla superiore forza specifica dell’economia tedesca, è riuscita a esportare con successo i suoi prodotti sia in Europa che in Usa. La recente risposta protezionistica degli USA è in fondo una mossa obbligata verso la concorrenza dei prodotti tedeschi. Anche se da un altro punto di vista è un segnale della bassa competitività dei prodotti USA rispetto ad alcuni concorrenti (ad esempio Cina e Germania), sia sul mercato internazionale che su quello interno.
Ed eccoci dunque al punto dolente delle analisi economiche puramente numeriche. Se dovessimo fermarci solo ai dati numerici macroeconomici, potremmo affermare che l’economia USA, dopo la crisi del 2008, ha moderatamente ripreso a marciare, tuttavia se decidessimo di inserire quei dati numerici nel contesto comparativo delle prestazioni dei vari componenti dell’economia globale, allora scopriremmo che il capitalismo USA ha perso  parte del peso che aveva in passato. 
Fino a qualche anno addietro era forse plausibile mostrarsi dubbiosi sul declino americano, ma oggi, di fronte alla mole di informazioni e di dati di pubblico dominio, è inevitabile concludere che sia in atto una tendenza al declino.
Nel 2019 questa tendenza continuerà a manifestarsi, innanzitutto come risultante della forza combinata delle economie concorrenti, principalmente di Cina, India, Russia e Germania, che con le proprie produzioni avanzate e competitive in campo industriale, energetico e militare, continueranno a declassare le corrispettive produzioni USA. Nonostante questo dato essenziale, l’apparato capitalistico americano (simbiosi di struttura economica e sovrastruttura statale) cercherà di prolungare la propria esistenza, e di preservare gli interessi della propria borghesia, contendendo dovunque e in ogni modo il controllo delle risorse energetiche e delle vie commerciali agli apparati rivali. Da questa contesa potrebbero derivare dei nuovi picchi di violenza nelle attuali soglie di frattura fra opposti interessi geopolitici. Alludiamo ovviamente all’Ucraina, alla Siria, allo Yemen, al Venezuela, alla Libia, al mare giallo. In queste soglie di frattura l’apparato USA è costretto, a causa dei rapporti di forza sfavorevoli, a impiegare la strategia del caos e della terra bruciata per rallentare l’avanzata e le conquiste degli apparati avversari.
l’Ucraina è un esempio di cosa significhi l’applicazione di tali strategie, in termini di pura capacità di disturbo ravvicinato nei confronti della principale potenza militare avversaria.
L’incidente recentissimo avvenuto nel mare di Azov, fra la marina russa e alcune imbarcazioni ucraine, rientra a pieno titolo nell’ambito di una strategia di confronto senza esclusione di colpi fra opposti apparati capitalistici. Nei prossimi mesi assisteremo con molta probabilità ad altre scaramucce militari e forse a qualcosa di più grosso in questa area. Sono infatti sempre più ricorrenti le voci relative alla preparazione di un attacco su vasta scala dell’esercito ucraino contro le repubbliche separatiste di Donetsk e lugansk. Tale attacco, ovviamente concordato dal governo ucraino con le potenze internazionali  sostenitrici avrebbe lo scopo di attirare nel conflitto, in modo esplicito e diretto, la potenza confinante russa, in modo da poter rimettere in discussione le relazioni commerciali con alcuni paesi europei, e soprattutto il progetto North stream due. È prevedibile che il pesce russo non abbocchi all’amo, e intervenga invece in modo indiretto nell’ipotetico risorgere del conflitto nel Donbass.
Le cause sufficienti per ipotizzare un ritorno dello scontro militare in Donbass si trovano, d’altronde, anche nelle esigenze di conservazione dell’attuale gruppo politico dirigente ucraino, poco popolare nei sondaggi delle prossime elezioni di marzo. Ovviamente un nuovo conflitto in Donbass, con lo spettro dell’intervento russo, potrebbe compattare in senso nazionalista gli umori dell’elettorato verso l’attuale e impopolare dirigenza, e quindi regalare un ulteriore tempo di vita a questa dirigenza.
Resta il fatto che i dati socio economici fondamentali in Ucraina sono drammatici, sia in relazione al livello di povertà e disoccupazione, sia in riferimento al calo della produzione e alla chiusura di imprese economiche.
Il ricompattamento nazionalista, pur alimentando di emozioni estreme le menti,  non riuscirà a riempire le pance vuote per un tempo indefinito, e prima o poi i nodi della difficile situazione economica verranno al pettine.
In Ucraina sono presenti istruttori militari occidentali, il cui ruolo potrebbe rivelarsi importante nei prossimi mesi, se davvero dovesse avverarsi lo scenario di una ripresa del conflitto militare.
Le nostre previsioni sono le seguenti: l’esercito ucraino attaccherà, entro pochi giorni o al massimo entro un paio di mesi, ma incontrerà ancora una volta una resistenza superiore alle proprie forze e capacità offensive. Dopo la sconfitta potrebbe proporsi uno scenario politicamente insidioso per i vincitori, soprattutto se dovessero a loro volta invadere i territori da cui è partita l’offensiva Ucraina, come ogni manuale di strategia bellica suggerisce (per garantirsi da nuovi attacchi).
In questo caso l’Occidente ( in primis USA e Inghilterra) potrebbero gridare all’aggressione della Russia contro l’Ucraina, proporre nuove sanzioni, e soprattutto ostacolare il business energetico del North stream 1 e 2, cioè le forniture energetiche russe all’Europa.
Tuttavia questa ipotesi si scontra con il dato reale del profondo fabbisogno energetico dell’Europa, in prevedibile e probabile crescita già nel breve termine, in conseguenza dell’esaurimento delle riserve energetiche nel mare del nord.
Dunque le ragioni dell’economia e quelle della geopolitica, mai così divergenti.
Capitolo due: mito e realtà di una  nuova crisi finanziaria
Dedicheremo alcune considerazioni al tema della sempre incombente crisi finanziaria.
Su questo tema si esercitano da qualche tempo accademici di rango e articolisti vari, allo scopo di attirare l’attenzione sulla possibilità di un replay della catastrofe del 2008. A dire il vero tale possibilità era stata adombrata già per il corrente anno 2018, anche se finora senza nessun riscontro empirico.
L’errore di fondo in queste previsioni non è tanto nel non azzeccare il momento esatto della crisi finanziaria, quanto nel ritenere che una crisi finanziaria sia l’origine di successivi sconvolgimenti nel campo macroeconomico.
Tale credenza è una vera e propria inversione del rapporto realmente esistente fra la sfera economica della produzione e distribuzione, e la sfera del credito e della finanza.
La base ultima della finanza è l’esistenza di attività economiche reali su cui investire, quindi le aziende quotate in borsa, S.P.A, il cui capitale sociale è formato da azioni negoziabili, oppure gli stati nazionali con un debito pubblico formato da titoli negoziabili.
Azioni, obbligazioni, titoli pubblici, sono espressione di movimenti economici reali, e di unità produttive aziendali reali, pubbliche e private, su cui si innesta il movimento derivato del credito e della finanza. Dunque se il piano reale produttivo-aziendale attraversa una fase depressiva, allora anche il piano creditizio-finanziario ne risente, ed entra a sua volta in crisi. Alle volte può sembrare il contrario, solo perché chi legge i dati non presta sufficiente attenzione alla ”consecutio temporum’‘ fra crisi economico-aziendali e crisi finanziarie.
In un contesto di difficoltà persistenti dell’economia capitalistica, intensificatosi dalla metà degli anni 70 del secolo scorso, non ha neppure senso parlare di crisi, mentre sarebbe più corretto usare il termine ”accentuazione” periodica dei problemi e delle contraddizioni del capitalismo.
Ancora meglio sarebbe usare la denominazione ” regolare manifestazione delle leggi di sviluppo del capitalismo’.
Il termine ”crisi” va dunque sottratto all’impiego mistificato che ne fa l’ideologia borghese, e riportato con i piedi per terra, quindi va ricondotto alla sua condizione reale di marcatore semantico di processi congeniti e immanenti al capitalismo.
Dunque fatte queste premesse, possiamo dire qualcosa sulla querelle crisi o non crisi finanziaria ( per il 2019).
In verità l’intero giro di compravendita di titoli (azioni/obbligazioni), o di derivati ( scommesse su eventi di vario genere) è cresciuto in modo abnorme, negli ultimi decenni, proprio a causa della crisi strutturale di sovrapproduzione. Infatti, non riuscendo a trovare una valorizzazione adeguata nell’economia reale aziendale, una parte del capitale monetario si è diretta verso gli investimenti finanziari, dove le banche e le borse svolgono un importante ruolo di intermediazione.
Tuttavia il mercato di borsa, dove affluiscono ingenti capitali monetari attraverso la mediazione delle banche, presenta una elevata aleatorietà nei rendimenti degli investimenti, e soprattutto nella conservazione dello stesso capitale messo in gioco.
Attraverso successive fasi di lievitazione speculativa caratterizzanti le transazioni finanziarie, il valore del capitale fittizio finanziario ha travalicato tredici volte il valore del PIL dell’economia reale globale.
Un castello di carte di capitale fittizio, semplicemente distaccatosi dal valore reale dei dati macroeconomici.
Ma torniamo alla domanda cruciale: avremo nel 2019 una nuova crisi finanziaria, o meglio si verificherà una crescita delle congenite difficoltà di funzionamento del capitalismo?
La risposta è positiva, e la ragione di tale risposta è molto banale: il capitalismo è semplicemente un cadavere che cammina, un modo di produzione anacronistico, che da molto tempo doveva essere morto e sepolto, e dunque ogni nuovo anno di spettrale/larvale esistenza di questo cadavere, non fa altro che ulteriormente aggravare il suo quadro clinico generale.
In fondo è molto semplice: la caduta tendenziale del saggio medio di profitto determina la crisi da sovrapproduzione, e questa crisi si inasprisce nel corso del tempo.
Questo combinato di causa ed effetto opera in background, come certi programmi nascosti dei sistemi operativi dei computer che usiamo quotidianamente.
Il capitalismo ha storicamente eliminato la sovrapproduzione di merci e di capitale costante e variabile con le immani distruzioni avvenute durante le due guerre mondiali, anche se oggigiorno la stessa presenza delle armi nucleari rende problematica la prospettiva di una terza guerra mondiale.
L’altra soluzione ai problemi del capitalismo, ovvero la sua soppressione per mezzo dell’azione della classe proletaria guidata dal partito ‘umano’ sembra oggigiorno una chimera inesistente, eppure è a questa chimera che bisognerà ritornare se l’umanità non vorrà essere condannata all’estinzione.
Capitolo tre: la funzione sociale del razzismo contemporaneo
In uno scritto di Marx del 1870 ( lettera a Meyer sull’Irlanda) vengono sviluppate alcune analisi sul razzismo, ancora attuali e utili per comprendere anche gli aspetti essenziali dell’utilizzo contemporaneo di tale fenomeno.
Chi utilizza il fenomeno è ovviamente la classe dominante, secondo il classico schema del divide et impera di romana memoria. Nel 1870 Marx vede questo schema in atto nei rapporti fra proletari inglesi ed irlandesi. Espropriati delle proprie terre, i contadini irlandesi devono emigrare in Inghilterra o in America per sopravvivere e vendere a basso prezzo la propria forza lavoro. Visti per tale motivo come concorrenti sleali dai proletari inglesi, essi diventano oggetto di un rancoroso razzismo, una vera manna dal cielo per il sistema, che in tal modo ha la garanzia temporanea della avvenuta divisione delle forze sociali avversarie. Gli stranieri ci rubano i posti di lavoro (offrendo la propria forza lavoro a un prezzo ridotto), non è forse questo il mantra ricorrente anche nelle odierne giornate capitalistiche?
Lungi dal comprendere le dinamiche socio-economiche che spingono decine e decine di milioni di esseri viventi ad emigrare, il senso comune predominante stigmatizza solo gli effetti derivati di quelle dinamiche; concorrenza sleale nell’offerta di lavoro, aumento della criminalità, erogazione di forme di assistenza pubblica ai migranti.
Questi elementi sono reali, ma ancora più reale è il sistema capitalistico che trova conveniente investire capitali nella agricoltura dei paesi del terzo mondo, ponendo in essere le condizioni per l’immigrazione di massa in Europa. La massa umana dei nuovi arrivati va a rinfoltire l’esercito industriale di riserva, dal quale il capitale può attingere forza lavoro a basso prezzo, e in ogni caso può usare come arma di ricatto per bloccare le richieste di aumenti salariali provenienti dai proletari occupati.
Il classico caso dei  due piccioni con una fava.
Le nostre considerazioni, ovviamente, non hanno nulla in comune con le vuote giaculatorie del cretinismo democratico, alias stupidità del politicamente corretto. Quelli che parlano di diritti di cittadinanza, o di diritti universali dell’uomo da estendere ai migranti, non hanno nessuna intenzione di rimettere seriamente in discussione il sistema che produce migranti e razzismo derivato. Diritti e antirazzismo: ovvero liberté, egalité, fraternité, richieste illusorie fatte da chi pensa che sia possibile un miglioramento graduale della società borghese, e dei suoi piccoli inconvenienti: sfruttamento, povertà, disoccupazione, razzismo, guerre, criminalità organizzata e non, catastrofi ambientali.
Come abbiamo spesso sostenuto, non ci sono, nell’attuale società borghese, delle tappe intermedie, dei diritti da raggiungere, per poi fare dei balzi in avanti da una posizione più avanzata ( democrazia parlamentare, fronti politici comuni). Il sistema concede i diritti che non ledono l’essenza del dominio di classe, altro non può concedere. La apparente dicotomia  fascismo versus democrazia, è in realtà inesistente dal secondo dopoguerra, quando i vincitori del conflitto mondiale hanno di fatto adottato una prassi di governo stabilmente demo-fascista, impiegando all’uopo la violenza latente o cinetica come mezzo politico di controllo del conflitto sociale.
Le ‘pappagonesche’ ( termine derivato dal nome del personaggio comico Pappagone) posizioni di chi ancora parla di tappe intermedie e conquiste economiche e legali da cui partire per ulteriori avanzamenti, dimostrano solo la pochezza e l’impreparazione dei soggetti che le declamano e reclamano. Il capitalismo in certi casi elargisce, mentre in altri toglie, sempre secondo gli interessi del parassitismo della classe borghese.
In questo dare e avere non esiste nessuno spazio per le strategie riformiste, a meno di non considerare tali strategie niente altro che degli specchietti per le allodole, degli inganni democratoidi buoni a infessire i proletari.
Gli stati nazionali borghesi sono lo strumento cardinale del dominio parassitario della classe borghese, costruiti mattone su mattone da questa classe per controllare con la violenza latente o cinetica i processi di appropriazione della energia vitale dei lavoratori salariati. Essi controllano e regolano l’attività di estrazione parassitaria di plus-lavoro, che avviene entro un certo territorio nazionale, e poiché non fa differenza, per il capitale, che il plus-lavoro provenga dal lavoro di un nero o di un bianco, gli stati nazionali sono tendenzialmente multietnici.
Nati dalla realtà della concorrenza fra i singoli segmenti di borghesia mondiale, in perenne lotta economica e di conseguenza politica, gli stati sono costantemente spinti all’ampliamento delle proprie dimensioni territoriali e dunque della popolazione, in concomitanza con i processi di centralizzazione dei capitali sul piano economico. Si tratta, ovviamente, di processi funzionali alla sopravvivenza del parassitismo del capitale, e quindi dei suoi apparati di potenza, simbiosi di struttura economica e sovrastruttura politica e statale.
Riepilogando: Inflazione dello stato in parallelo con la centralizzazione dei capitali, aumento della capacità di controllo del corpo sociale, come conseguenza del raggiungimento del punto critico della contraddizione fra grado di sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione capitalistici, e quindi come conseguenza del maggior grado potenziale di conflitto sociale.
In parole povere, il capitalismo, diffusore di miseria crescente, condizioni di lavoro subumane, inquinamento e catastrofi ambientali, alienazione, mercificazione, reificazione generale dell’esistenza, deve fronteggiare in qualche modo l’aumento potenziale del conflitto sociale, con l’inflazione dello stato, che significa potenziamento delle capacità di controllo e repressione del corpo sociale all’interno del territorio nazionale, e potenziamento delle capacità offensive/difensive verso altri apparati di potenza capitalistici.
Nel 2019 è prevedibile che continuerà il tormentone razzismo/antirazzismo, in concomitanza con la continuazione dell’arrivo di quote di migranti dai paesi dove l’industrializzazione dell’agricoltura e le guerre locali producono masse di profughi o di disoccupati.
Le opposte narrazioni razziste/anti-razziste servono in realtà a dividere il fronte sociale proletario (razzismo) da un lato, e dall’altro lato (antirazzismo) a giustificare la presenza di forza lavoro migrante molto appetibile per il parassitismo del capitale (sia per il suo basso costo, sia in quanto esercito industriale di riserva da impiegare all’occorrenza e da usare come fattore oggettivo di freno verso le rivendicazioni salariali degli occupati). Possiamo individuare anche le forze politiche che rivestiranno i panni intercambiabili del razzismo/antirazzismo nel 2019: da una parte il grosso del sovranismo di destra e di sinistra ( prima i nostri lavoratori, sicurezza contro il crimine…) dall’altra il mondo della sinistra borghese ( diritti universali di cittadinanza, inclusione, accoglienza).
Tali narrazioni sono comunque entrambe funzionali al parassitismo capitalistico, oltre che propedeutiche al consenso politico dei partiti che le diffondono in giro.
È probabile che nell’attuale contesto di miseria crescente e disoccupazione sarà la narrazione sovranista/identitaria ad attirare maggiormente le simpatie del popolo elettorale. Circostanza in parte risibile, considerato che il polpettone (le decisioni politiche che contano) lo fanno sempre  poche migliaia di cuochi e sotto cuochi ( come ben scriveva la corrente alla fine degli anni 40).
Capitolo quarto: il ceto medio si ribella
Nel 2019  dovremo registrare, molto probabilmente, dei nuovi fenomeni di protesta del ceto medio contro la incombente proletarizzazione. La crescita della miseria e della disoccupazione lambiranno una parte delle mezze classi, le quali tenteranno di scaricare su altre parti della società il proprio carico di costi.
Si tratta di un film già visto in altri periodi storici, soprattutto fra gli anni venti e trenta del secolo scorso, quando la risposta autoritaria del grande capitale alla minaccia proletaria, trovò nella piccola borghesia la base sociale principale per il sostegno ai regimi totalitari che segnarono quei cupi tempi di controrivoluzione.
L’organismo capitalistico si è rigenerato, è risorto come una fenice grazie alle immani distruzioni della seconda guerra mondiale, ma ora l’esigenza sistemica di una distruzione rigeneratrice è meno facilmente percorribile attraverso un dichiarato confronto bellico fra le due superpotenze nucleari (Russia e USA), mentre la distruzione di capitale vivo e morto ( capitale variabile e costante) è comunque perseguita con altri mezzi (ovvero: fame, malattie, guerre locali, condizioni di lavoro e di vita subumane).
Sostenendo questo concetto non facciamo altro che riprendere le analisi di Marx sul capitalismo come fattore potenziale e attuale di distruzione della vita del lavoratore.
Ma torniamo alle vicende del ceto medio in caduta libera verso la condizione proletaria, alias proletarizzazione. Secondo alcuni soggetti le proteste del ceto medio verso la proletarizzazione dovrebbero essere oggetto di attenzione, in vista di possibili alleanze interclassiste con forze sociopolitiche di segno proletario.
Tale visione del percorso di alleanze sociali del proletariato, essendo ricorrente da tempo immemore, merita qualche piccola valutazione. Uno: quali risultati hanno prodotto queste alleanze, quando sono state se non messe in atto, almeno ufficialmente perseguite dai partiti operai?
Se studiamo la storia del ventesimo secolo possiamo concludere che i risultati sono stati generalmente negativi.
Due: esiste una base sociale materiale su cui fondare una politica di alleanze interclassiste?
Proviamo a presentare due argomenti contrari all’ipotesi contenuta nella domanda.
Il primo argomento è il seguente: il ceto medio occupa una posizione antitetica rispetto al proletariato, all’interno dei rapporti capitalistici di produzione. Dunque non esiste una base sociale materiale su cui fondare un edificio di alleanze.
Due: proprio perché il ceto medio rischia continuamente di entrare, suo malgrado, a far parte del proletariato, è prevedibile che tenti di rimuovere questo rischio, e di conseguenza i fattori economici che creano il rischio. Per il ceto medio diventa di vitale importanza la conservazione della propria condizione di mezza classe, attraverso la ripartizione del maggiore grado di sfruttamento richiesto dalla caduta del saggio di profitto, sulle spalle del proletariato, ovviamente attraverso il braccio armato dei regimi demo-fascisti. Per questo motivo il ceto medio è stato storicamente il maggiore elemento di sostegno ai regimi totalitari del ventesimo secolo.
Ogni lettore comprenderà che date queste premesse, sarebbe quanto meno irrealistico supporre e prefigurare delle alleanze tattiche interclassiste con i recenti movimenti del ceto medio. Eppure non sono rari i soggetti politici che continuano ad insistere fastidiosamente su questo argomento, almeno in occasione di ogni nuova esplosione dello scontento della piccola borghesia. Si tratta di una coazione a ripetere politicamente deteriore, segno della incapacità di comprendere lo schema socio-economico essenziale delle proteste del ceto medio. La protesta del ceto medio, qualora risultasse vincente, si tradurrebbe senz’altro in una ripartizione dei ‘sacrifici’ a sfavore del proletariato. Questa equazione è storicamente verificata, ma nondimeno la solita compagnia di giro attivistica, pateticamente all’inseguimento di ogni segnale di protesta sociale, non capisce, o non vuole capire il significato dell’equazione.
Addirittura, a proposito di alcuni recenti movimenti di protesta del ceto medio, questi soloni del nulla attivistico hanno sentenziato contro quei gruppi marxisti ( a loro avviso) in colpevole ritardo nelle analisi di tali movimenti, potenziali alleati in un bel fronte di lotta interclassista.
Il lupo revisionista perde il pelo ma non il vizio. Negli anni cinquanta Bordiga, con indubbio estro umoristico, rispondeva in questo modo agli attivisti di turno: ‘volete dare la carica ai movimenti, ma non siete buoni neppure a caricare la sveglia, sapete che vi dico? Jateve a cuccà’ ( andare a coricarsi nel letto).
Nel 2019 ci ritroveremo altre proteste del ceto medio, e a questo siamo rassegnati, ma purtroppo avremo sulla scorta di tali proteste anche le stridule grida e incitazioni (a dare la carica ai movimenti), provenienti dai sacerdoti dell’attivismo duro e puro. Da veri opportunisti nel paese delle meraviglie i caricatori dei movimenti ci accuseranno di indifferentismo, come se denunciare la natura piccolo borghese dei movimenti nuovissimi e mettere in guardia i soliti allocchi dai miraggi e dalle illusioni ottiche significasse restare indifferenti.
Capitolo cinque: la crisi del capitale e la fiscalità (togliere ai poveri per dare ai ricchi)
Equazione numero uno: capitalismo, concorrenza, variazione del rapporto fra parte costante e variabile nella composizione del capitale aziendale, concentrazione e centralizzazione dei capitali, caduta tendenziale del saggio medio di profitto, aumento del saggio di sfruttamento direttamente nelle galere aziendali (plus-lavoro assoluto e relativo) e indirettamente attraverso gli aumenti fiscali, i tagli al welfare e l’innalzamento dell’età pensionabile (quest’ultima è una forma effettiva di plus-lavoro assoluto). Miseria crescente e aumento della sovrappopolazione inattiva.
Equazione numero due: la ricchezza e il controllo dei mezzi di produzione si concentrano nelle mani di un numero sempre più ristretto di soggetti economico-aziendali (centralizzazione). Le diseguaglianze socio-economiche si intensificano. Lo stato borghese espropria frazioni crescenti di ceto medio, aristocrazia operaia e proletariato delle proprie riserve patrimoniali, attraverso una imposizione fiscale appropriata allo scopo (ad esempio le tasse sui servizi comunali, si pensi solo all’aumento della tassa sulla spazzatura, oppure alle imposte sugli immobili). 
Il taglio ai servizi sociali si manifesta invece come mancata erogazione di una prestazione fornita in passato, oppure come semplice aumento del ticket.
Soprattutto nel campo della sanità pubblica, la logica dei tagli ha determinato una discreta quota di malattie non più diagnosticate e curate, e ahimè in questa quota ritroviamo una parte notevole dei nostri anziani pensionati.
Il reddito proletario viene in effetti tassato già alla fonte, essendo la retribuzione mensile soggetta alle ritenute sociali per il fondo assicurazione pensioni, per il servizio sanitario nazionale e per la cassa integrazione guadagni (fap, ssn, cig). Successivamente la retribuzione è soggetta all’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), a sua volta tripartita in IRPEF generale incamerata dall’erario, e addizionali IRPEF comunali e regionali. L’ulteriore gamma di tasse comunali sui rifiuti urbani e sulla casa, o di tasse su servizi vari (scuola, sanità, università, bollo auto…), e infine l’imposta sui consumi di beni e servizi (IVA) si configurano come un ulteriore prelievo connesso all’uso di un servizio di comune utilità (sanità, scuola) o al consumo/acquisto di beni e servizi particolari (carrozziere, meccanico, taglio di capelli, lezioni private).
Se valutiamo il salario proletario in termini di potere di acquisto, allora possiamo ben affermare che negli ultimi dieci anni tale potere è notevolmente diminuito anche per mezzo degli aumenti fiscali non direttamente calcolati sulla retribuzione. 
Ma in definitiva, obietterà qualche inguaribile ingenuo, di cosa vi lamentate, non sono forse le ‘tasse’ un elemento di equità sociale, pagate anche dai ricchi, oltre che dai salariati, per tenere in piedi il welfare?
Dunque tutti contribuiremmo al mantenimento dei servizi offerti dallo stato sociale, in maniera proporzionale al reddito personale e al patrimonio posseduto. In questa ottica le imposte e le tasse, e a maggior ragione le ritenute sociali, dovrebbero essere pagate con letizia d’animo, in quanto elemento di progresso civile e redistribuzione del reddito.
Eppure il quadro non è in realtà così idilliaco, in primo luogo perché in Italia, ad esempio, quasi metà delle entrate fiscali annue serve a pagare gli interessi sul debito pubblico, e poi perché escludendo i redditi da lavoro dipendente tassati alla fonte, redditi che difficilmente possono eludere gli obblighi fiscali, la parte restante dei redditi imponibili, quelli da lavoro autonomo e da impresa, non sempre assolvono questi obblighi (si consideri, inoltre, che anche il reddito d’impresa, alias utile d’esercizio, alias profitto, è in definitiva una mera espressione del plus-lavoro proletario, quindi quando l’erario incamera IRAP, o ires dalle società di capitali, oppure IRPEF dalle aziende individuali, in fondo non fa altro che appropriarsi di una parte del plus-lavoro inizialmente manifestatosi nei processi produttivi).
L’evasione fiscale è infatti quantificata ogni anno, in Italia, in diverse decine di miliardi di euro. Al di là di questo argomento, prettamente limitato alla legalità formale dello stato borghese, quello che ci interessa ripetere è che la fiscalità ricade essenzialmente sulla platea dei lavoratori dipendenti, sul proletariato. Inoltre, in quanto  prelievo fiscale calcolato sulla retribuzione lorda, l’IRPEF va a colpire un reddito mensile già diminuito dal valore del plus lavoro incamerato dal capitale nelle merci come plusvalore. Dunque, mentre il capitale preleva direttamente plus lavoro, al fine di trasformarlo in plusvalore contenuto nelle merci e infine in profitto, lo stato del capitale preleva dal salario lordo contributi e IRPEF, mentre dal salario netto utilizzato per i consumi, preleva tasse e IVA. Con il prelievo fiscale, comunque, lo stato del capitale paga gli interessi sul debito pubblico, e anche i costi del proprio mantenimento, in quanto attrezzatura di dominio della borghesia, cioè in quanto attrezzatura di controllo e repressione (all’interno del territorio nazionale), e di difesa/offesa verso l’esterno, cioè verso gli altri stati borghesi.
Considerando il dato degli interessi sul debito pubblico, pagati con il 40% delle entrate fiscali annue, si comprende bene il titolo del presente capitolo. Fiscalità, ovvero prendere dalle tasche dei poveri per dare ai ricchi, come ”Superciuk’, un personaggio del fumetto della serie ‘Alan Ford’. Praticamente lo stato borghese, supporta, con la leva fiscale, la valorizzazione diretta del capitale finanziario investito nei titoli pubblici (BOT, CCT, BTP), cioè supporta quella parte di capitale che non trova un adeguato profitto nell’economia industriale.
Inoltre supporta con la politica economica generale (e quindi con le somme ottenute attraverso le entrate fiscali) le attività economiche in determinati settori, concedendo prestiti a tasso agevolato (si pensi al recente prestito d’onore), oppure sgravi fiscali e contributivi, spesso con l’avallo di alcuni sindacati, sempre in nome degli investimenti produttivi e della salvaguardia dell’occupazione (imprese economiche di Pantalone).
Quali previsioni ci sentiamo di fare per il 2019, su tale delicato capitolo?
La risposta anche stavolta è molto semplice; il prelievo fiscale aumenterà, così come è sostanzialmente aumentato sempre in passato, da un anno all’altro (indipendentemente dal colore delle maggioranze politiche parlamentari). Basterebbe ricordare la legge storica della miseria crescente per dare ragione di questa nostra previsione, o semplicemente la tendenza storica verso l’aumento del saggio di sfruttamento (dentro e fuori il luogo di lavoro, e fuori significa proprio aumento del prelievo fiscale). In definitiva, con buona parte delle entrate fiscali, che gravano innanzitutto sui redditi da lavoro dipendente, lo stato borghese conserva se stesso, e quindi i costi dei vari tipi di amministrazione pubblica (scuola, sanità, ministeri, giustizia, polizia ed esercito, catasto, poste, comuni, provincie, regioni ed altro), e inoltre sostiene la valorizzazione del capitale finanziario e industriale.  
Capitolo sei: dinamiche di confronto e scontro fra apparati di potenza borghesi
Con il termine apparato intendiamo la sinergia fra una struttura economica e la corrispondente sovrastruttura politico-statale.
La potenza militare detenuta da uno stato è connessa innanzitutto all’industria degli armamenti e ai laboratori scientifici di ricerca e sviluppo che lavorano per essa, e in secondo luogo alle caratteristiche morfologiche del territorio nazionale, e all’arte della guerra tipica di una certa tradizione sedimentata nel corso della storia. Gli apparati di potenza vivono in modo funzionale il rapporto fra le due componenti costitutive di struttura e sovrastruttura, quindi innanzitutto fra l’economia capitalistica e il complesso militare-industriale (con gli annessi laboratori di ricerca e sviluppo).
L’aggiornamento degli arsenali militari convenzionali e nucleari, l’addestramento e la preparazione di truppe professionali, la costruzione di un sistema di informazione (spionaggio e controspionaggio) comportano ovviamente dei costi, e soprattutto delle capacità scientifico-tecnologiche e industriali avanzate, rese disponibili solo da un elevato sviluppo delle forze produttive dell’economia. A sua volta un potente complesso militare-industriale è in grado di proteggere le forze produttive dell’economia nazionale, ovvero i conglomerati aziendali che operano dentro e fuori il territorio dello stato, con la minaccia latente o cinetica dell’uso della violenza. Minaccia rivolta, si badi bene, sia al proletariato che vive dentro i confini statali, sia alle borghesie nazionali rivali e malintenzionate. Simbiosi armonica.
In parallelo con le tendenze storiche alla centralizzazione dei capitali, registrabili nella sfera strutturale dell’economia, anche gli stati, nella sfera sovrastrutturale, si rafforzano e accentrano potenza militare, popolazione e territori. Inflazione dello stato veniva definito un tale processo negli anni cinquanta, in un articolo della nostra corrente.
Si tratta di un processo storico facilmente comprensibile: infatti come una impresa capitalistica è spinta ad ampliare le proprie dimensioni aziendali, le proprie aree di attività, differenziando gli investimenti e la gamma di prodotti, così pure in parallelo gli stati borghesi sono spinti alla crescita mastodontica dallo stesso motivo che sta dietro l’ampliamento delle dimensioni aziendali, ovvero la sopravvivenza. E per sopravvivere una impresa economica o uno stato devono essere in grado di difendersi dalle forze concorrenti, e soprattutto di sconfiggere tali forze, per poi assorbirne i resti (centralizzazione dei capitali), oppure per sottrarre indipendenza e sovranità agli stati avversari sconfitti, rendendoli vassalli.
 Per obiettività di cronaca ricordiamo che da qualche parte, nella dimensione dei sogni, qualcuno sostiene che gli stati borghesi stanno indebolendosi, perché il comunismo già esiste nella struttura economica, e quindi, partendo da questa premessa, lo stato, essendo espressione del dominio di classe, non avrebbe più ragione di esistere in una società comunista senza classi dominate e dominanti.
Confutare questo ragionamento sarebbe un compito inutile, lasciamo ai nostri lettori il giudizio su tali arditezze argomentative.
Quello che ci sembra interessante è invece il grado di attrazione che tali  sillogismi esercitano su una piccola platea di soggetti, evidentemente alla ricerca di una fuga dal film horror reale del capitalismo vivo e vegeto, esistente qui ed ora.
Ma passiamo oltre.
La scienza borghese è definita tale perché è al servizio prioritario degli interessi di una minoranza sociale, e in questo senso è condannata a indagare su uno spettro limitato di realtà, non è multilaterale ma unilaterale. Il suo ruolo è tuttavia di fondamentale importanza nella lotta per la concorrenza fra le imprese economiche e nei ricorrenti conflitti militari fra gli stati borghesi.
Dunque gli apparati di potenza della borghesia, cioè la simbiosi fra struttura e sovrastruttura, si conservano e sviluppano con il supporto dei laboratori di ricerca scientifica.
Le imprese economiche o gli eserciti in possesso della tecnologia più avanzata, ovviamente in quantità sufficiente per battere gli avversari, risultano dunque vincenti.
In ‘ Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe’ viene ricordato che lo stato borghese è il serbatoio di potenza della borghesia in quanto classe dominante. Il serbatoio delle sue capacità di dominio, nella doppia forma della violenza latente/potenziale oppure della violenza cinetica/attualizzata.
In un confronto pratico fra due avversari, siano essi delle classi sociali antagoniste, o degli stati in lotta per la difesa degli interessi della propria borghesia, molto spesso viene impiegata solo la minaccia (dell’uso) della violenza, e questa semplice minaccia basta a risolvere il confronto. In altri casi, quando il rapporto di forze è quasi in equilibrio, è invece inevitabile il ricorso alla violenza cinetica.
Inutile ricordare che nel corso della storia la lotta avviene senza esclusione di colpi e di mezzi atti a sferrare i colpi, come ben insegnato da una lunga tradizione di pensiero politico certamente non marxista (Machiavelli, Guicciardini, Botero, Meinecke, Nietzsche), ma ugualmente ricca di spunti realistici.
Proprio il realismo dei succitati autori, ci riempie di tristezza al pensiero delle bizzarre teorie sull’indebolimento degli stati o sul ruolo progressista del ceto medio, formulate da parte di chi, dichiarandosi marxista, dovrebbe invece possedere in sommo grado la bussola realistica del materialismo storico.
In nome della ragione di stato, cioè della salvaguardia dell’apparato di potenza costituito dalla simbiosi di struttura e sovrastruttura, sono ammesse deroghe ai principi della morale e della religione, e l’uso spregiudicato di ogni mezzo adatto a realizzare il fine.
‘L’imperadore è uomo secreto’ scrive Machiavelli, perché pochi devono essere a conoscenza della amoralità della ragione di stato. Il potere si riveste dei panni rassicuranti del rispetto dei principi della morale comune, ma nella realtà tutti mezzi sono utilizzabili se la ragione di stato lo richiede. Un esempio recente di tale logica del dominio è dato dalla strategia del caos. Questa strategia utilizza i mezzi più disparati per consentire ad un impero morente di rinviare il momento fatale della resa dei conti. Espedienti, stratagemmi, segreti, operazioni sotto falsa bandiera, utilizzo di mercenari, ogni strumento va bene, a patto di essere efficace nel rallentare le mosse dell’avversario imperiale, illudendosi di poter influenzare la ruota della storia. Infatti, incapace di occupare direttamente con efficacia il territorio di un alleato riottoso o di uno stato nemico (vedasi il disastro dell’occupazione in Iraq e Afghanistan), un impero in declino non può che provare a giocare di rimessa, mettendo i bastoni fra le ruote ai probabili vincitori. In fondo è quello che è accaduto in Ucraina e Siria, recentissimamente. 
Dopo una guerra durata almeno sette anni, le milizie antigovernative a base ideologica jihadista, sono state ripetutamente sconfitte dall’esercito siriano, anche grazie all’aiuto di russi, iraniani, libanesi e iracheni, ma anche di volontari sciiti afghani e pachistani.
I protettori e sovvenzionatori esterni di queste milizie avevano molto investito nel progetto di regime change, al fine di favorire i propri interessi economici e politici, ma gli è andata male. Ricordiamo delle notizie già contenute in altri articoli pubblicati sul sito: nel 2012, quando sono iniziati gli scontri, la Siria aveva appena rifiutato la richiesta di passaggio di un oleodotto sul proprio territorio, da parte di alcuni paesi alleati USA, mentre al contempo aveva in ballo un business energetico con gli attuali alleati nella guerra contro le milizie jihadiste.
Al netto dello scontento sociale dovuto alla miseria crescente, sono le due circostanze sopra indicate che dovrebbero far riflettere il lettore sulle origini della saga bellica siriana.
Il ripetuto confronto fra le potenze regionali e l’intervento dei due maggiori apparati di potenza esistenti (USA/Russia) nei territori siriani ha infine fatto registrare la vittoria della Russia, e quindi del governo siriano e dei suoi alleati. Nel corso della guerra alcuni attori hanno modificato il proprio posizionamento iniziale, e ci riferiamo innanzitutto alla Turchia e al Qatar, mentre altri paesi non coinvolti nel conflitto (Egitto, libia) hanno stretto nuove alleanze commerciali e militari con la Russia.
La vicenda siriana può dunque essere obiettivamente valutata come un vero disastro geopolitico per uno dei due apparati imperiali, all’arguzia del lettore capire di chi si tratta. Le ultime notizie  riportano che l’amministrazione USA ha annunciato il ritiro delle truppe che aveva schierato in Siria, tale annuncio ha provocato le dimissioni di un importante esponente del’amministrazione.
Le forze curde alleate degli USA, non hanno accolto con entusiasmo l’annuncio del ritiro, mentre la Turchia ha plaudito al ritiro, ed è prevedibile che ora si senta più libera di intervenire nei confronti delle milizie curde presenti nelle zone di frontiera.
Il disastro della strategia del caos in Siria ha rivelato per l’ennesima volta il fiato corto di quell’apparato di potenza che anche alcuni maitre a penser nostrani ritenevano l’impero, unico, trionfante, privo di rivali. Anche in questo caso non abbiamo nessuna autocritica dai soliti opportunisti nel paese delle meraviglie. D’altronde la teoria del superimperialismo era così piacevolmente vicina alle vecchie posizioni di Karl Kautsky, che era come un invito a nozze per i moderni opportunisti. Nel lavoro dal titolo ‘Chaos imperium’ abbiamo analizzato le varie declinazioni attuali del revisionismo Kautskyano. Le lezioni della storia non sempre insegnano qualcosa agli opportunisti, non esclusivamente per negligenza soggettiva, è ovvio, considerando che l’opportunismo risponde a un bisogno ricorrente del sistema, così come ben descritto già nel 1946, nel testo della corrente dal titolo ‘Prometeo incatenato’.
Postilla
Guerra, scontro, conflitto. La vita è polemos, antagonismo fra opposte posizioni di forza, infatti secondo Eraclito la guerra è la madre di tutte le cose. Nei tarocchi il carro degli eventi porta alla luce della manifestazione la scomparsa e la comparsa dei fenomeni, qualcosa si inoltra nel mundus e qualcos’altro si dilegua da esso: la circolazione degli eventi, il ciclo inesauribile di nascita e morte, yin e yang, la dialettica.
La borghesia lotta senza sosta per conservare e accrescere il suo bottino di plus-lavoro, lo difende dai nemici interni ed esterni al territorio nazionale dove esercita la sua sovranità politica, grazie al possesso di una attrezzatura statale di dominazione.
Con questa attrezzatura statale rivendica il monopolio legale della violenza, sia in forma latente/potenziale, sia in forma attuale/cinetica.
La violenza è la possibilità di esplicare in forma latente/cinetica la propria potenza contro le classi dominate, oppure verso altre frazioni di classe dominante.
L’efficacia della violenza deriva dal carattere specifico dell’ARS bellica a disposizione di una certa borghesia nazionale. L’ARS militare in linea generale è  una tecnica, è la capacità di calcolare il tipo e il fabbisogno di risorse necessarie per conseguire uno scopo.
L‘ARS militare è anche strategia di impiego delle risorse necessarie al conseguimento dello scopo. La strategia è resa possibile da una pregressa conoscenza di fattispecie storiche simili alle situazioni contingenti, attuali, di battaglia. L’apparato di potenza che noi definiamo anche ‘sistema’, è  simbiosi di struttura economica e sovrastruttura politica capitalistica, in riferimento al monopolio statale della violenza – interna o esterna al territorio nazionale – parliamo poi di complesso militare-industriale con un funzionale e collegato apparato scientifico-tecnologico.
I moderni apparati di potenza (strutturale/sovrastrutturale) capitalistici, possiedono, in misura diversa, la conoscenza, e dunque le strategie di impiego delle risorse tecniche e umane necessarie a raggiungere uno scopo.
Essendo lo scopo sempre lo stesso, cioè parassitismo e dominazione, i mezzi impiegati presentano una certa continuità e prevedibilità.
Tuttavia l’apparato tipo capitalistico possiede un carattere generale, estraneo al puro scopo di conservazione del parassitismo borghese: questo carattere generale è la capacità di produrre dei mezzi adatti a raggiungere uno scopo qualsiasi.
ARS e tecnica, in generale, come espressione di una volontà di conseguire un obiettivo.
Il capitalismo ha enormemente sviluppato le forze produttive del lavoro associato, e dunque ha enormemente incrementato l’ARS tecnica generalmente necessaria a raggiungere qualsivoglia scopo.
Tuttavia il fine del capitalismo è la crescita illimitata del capitale, la sua valorizzazione perpetua attraverso l’appropriazione di energia vitale, plus-lavoro.
Questo fine minaccia l’intero ciclo di riproduzione biologica terrestre, dunque è in contraddizione con la potenza dell’ARS tecnica raggiunta dalla specie umana,ovvero con la sua possibilità di continuare a produrre i mezzi per conseguire uno scopo qualsiasi. E dunque, innanzitutto, lo scopo della emancipazione dalla schiavitù del lavoro servile, e la riduzione del tempo di vita dedicato al lavoro.
Gli attuali apparati di potenza capitalistici sono legati ad uno scopo infimo, cioè alla preservazione del parassitismo borghese, solo la fine di questo parassitismo potrà liberare le forze produttive controllate dagli apparati capitalistici e dirigerle verso il bene comune dell’umanità e dell’ecosistema globale.

La volontà di potenza degli apparati capitalistici si manifesta, ad un certo grado di sviluppo, in forma di prassi imperialista, una prassi finalizzata alla conquista di risorse naturali, vie commerciali, forza-lavoro: in altri termini la conquista delle ricchezze presenti nei paesi più deboli dal punto di vista economico e militare (struttura/sovrastruttura), quindi non in grado di difendersi efficacemente dalle brame predatorie altrui (1).

Una vera legge della giungla, dove il forte (apparato strutturale/sovrastrutturale) cresce e sopravvive e il debole viene ridotto ad una condizione di vassallo. In fondo è quello che viene descritto da Marx, in riferimento alla ‘sola’ sfera economico-aziendale, quando scrive del fenomeno della centralizzazione dei capitali.

Competizione fra stati borghesi, concorrenza aziendale, lotta di classe, sono fenomeni ineliminabili in una società divisa in classi sociali di sfruttati e sfruttatori.

Tornando al presente, non si può non vedere che un ancora potente apparato capitalistico attraversa momenti difficili.

L’impero USA è in una fase di declino, la sua economia non riesce a stare al passo con la concorrenza, e quindi chiede al potere politico di essere protetta con i dazi doganali, la realizzazione di questa difesa è affidata alla sovrastruttura politica e statale, il cui compito è sempre stato quello di preservare i privilegi della propria classe dominante. Inoltre, attraverso la strategia del caos, il capitalismo USA tenta di scompaginare le carte su un tavolo di gioco sfavorevole sul piano geopolitico.

Sul piano storico reale i grandi apparati capitalistici di Russia e America (apparati intesi come simbiosi funzionale di struttura economica e sovrastruttura statale) si contendono, dalla fine della seconda guerra mondiale, la direzione e il controllo di altri apparati, rendendoli vassalli, privandoli della sovranità, e utilizzando le loro risorse.
La brama di potenza sospinge gli imperi al confronto militare, almeno quando le trattative diplomatiche non riescono a risolvere contenziosi particolari (la guerra come continuazione della politica con altri mezzi).

Le classi dominanti che guidano gli odierni apparati capitalistici non hanno interesse a fare sfociare le proprie rivalità in una guerra totale, con annessa possibilità di apocalisse nucleare (2).

La comune esigenza di far sopravvivere il vigente sistema di parassitismo capitalistico limita e attenua i picchi acuti del conflitto permanente fra borghesie nazionali, inducendo gli attori del dramma storico a prediligere la guerra guerreggiata, l’uso di eserciti di prestanome e mercenari, la dissimulazione dello scontro aperto.

Da vari decenni va in onda questa recita, che tende a diventare più violenta e realistica con l’aggravarsi della crisi economica e sociale, cioè con il peggioramento dei fenomeni derivati dalle leggi di sviluppo del capitalismo.

Siria, Libia, Yemen, Venezuela, Ucraina… sono solo alcuni dei nomi di nazioni dove si stanno attualmente scontrando le opposte volontà di potenza dei maggiori apparati capitalistici. Strumenti militari, politico-diplomatici e mass-mediatici vengono ampiamente dispiegati sul campo di battaglia. Tuttavia i veri e propri scontri militari sono principalmente delegati (dai due Big imperiali di Russia e USA) agli eserciti di forze alleate o vassalle.  I nomi assunti dalle motivazioni ufficiali delle guerre locali (dietro cui si nasconde il confronto più ampio fra gli imperi) sono sempre gli stessi: indipendenza nazionale e difesa della sovranità, lotta religiosa contro gli infedeli per l’instaurazione della teocrazia, esportazione della democrazia e difesa dei diritti umani.   

Tuttavia, se per un attimo dovesse cadere il velo delle motivazioni ufficiali, si scoprirebbero le ragioni reali dei conflitti, immancabilmente radicate nella sete di potere, nella volontà di potenza, nella fame da lupi per il plus-lavoro che animano le strategie e le conseguenti decisioni degli apparati capitalistici.

Come ben chiarito in un testo della nostra corrente degli anni 50, si tratta di una Big Dance fra i mostruosi apparati di potenza della borghesia, in una gara spietata di parassitismo.

Ultima considerazione introduttiva: la contesa inter-imperialista avviene al di là delle norme che formano il diritto internazionale.

La verifica della storia reale dimostra che l’unica legge vigente fra i contendenti è quella del più forte, al di fuori di questa constatazione esiste solo l’ideologia e la deformazione del divenire effettivo delle cose.

(1). Abbiamo descritto in un precedente articolo, nel marzo 2018, le dinamiche di dominazione/subordinazione economico-finanziaria esistenti fra economie deboli ed economie forti europee, dove non si pone più (al momento) la questione della vera e propria competizione militare (per secoli invece prassi abituale fra gli stati europei). In questo caso il rapporto diseguale fra gli apparati capitalistici si caratterizza per l’elevato debito pubblico dell’economia debole, posseduto altresì da creditori pubblici e privati dell’economia forte, i quali lo usano come mezzo per condizionare le politiche economiche e fiscali dei debitori in un senso (austerity) o in un altro (keynesismo).

(2).Tale argomento non esclude, sul piano fattuale, la possibilità di una distruzione totale meno veloce dell’apocalisse nucleare, originata dagli stessi effetti sull’ecosistema del modello di consumo e di produzione capitalistico. In secondo luogo non bisogna dimenticare che il capitalismo produce regolarmente una popolazione proletaria eccedente le esigenze di impiego nella produzione, una massa di disoccupati potenzialmente pericolosi per la stabilità del dominio politico borghese. Nel corso delle guerre una quota di questa forza lavoro in eccesso viene eliminata. Inoltre l’organizzazione capitalistica del lavoro (intesa come tempi, gerarchie, dispotismo) è essa stessa distruttiva nei confronti della salute psicofisica del lavoratore. Anche la fame e le malattie eliminano regolarmente la sovrappopolazione che potrebbe costituire una insidia per il sistema.

 

Capitolo sette:Il gioco crudele della deterrenza nucleare

Dalla fine della seconda guerra mondiale, le due superpotenze capitalistiche di Russia e America hanno costruito due arsenali nucleari in grado di distruggere quasi ogni forma di vita presente sul pianeta, piante, animali, insetti, esseri umani. L’apocalisse, il giorno del giudizio, Ragnarok, la fine dei tempi, kali yuga. Nelle tradizioni popolari ancestrali dell’umanità si trova l’idea ricorrente della fine di tutto, o almeno del mondo che per la specie umana è il presupposto della vita.

Nelle tradizioni popolari la fine è comunque associata a un nuovo inizio, in sintonia con una concezione ciclica del divenire dell’essere tipica delle società di condivisione, dove la morte e la nascita, le varie fasi della vita sono tutte necessariamente indispensabili allo svolgersi della tragedia/commedia universale (secondo altri all’evoluzione).

Il dato di fatto della esistenza di arsenali nucleari in grado di distruggere la vita presente sul pianeta, non deve farci dimenticare che in via ipotetica anche altri fattori potrebbero dimostrarsi distruttivi, pensiamo ad esempio ad un meteorite, oppure ai cambiamenti ambientali innescati dal modo di produzione capitalistico, e dal demente consumismo ad esso funzionale. Queste considerazioni sono ritenute verosimili perfino da una parte delle dirigenze politiche del sistema capitalistico, tuttavia la logica del profitto continua a imporre i suoi costi al pianeta e all’umanità che lo abita. Come nella favola della rana e dello scorpione, sembra proprio che lo scorpione capitalistico sia intenzionato ad uccidere la rana  pianeta che gli consente di viaggiare, uccidendo in questo modo anche se stesso. In un testo di dieci anni fa, significativamente intitolato ‘La mineralizzazione del pianeta’, sono state analizzate le tendenze e i dati di fatto relativi alla distruttività dell’attuale modello socioeconomico. Dopo dieci anni il contesto generale è ulteriormente peggiorato, eppure, come nel dipinto denominato ‘la nave dei folli’, gli attori principali della società capitalistica, procedono imperterriti e incuranti verso una possibile autodistruzione.

In questo folle procedere verso la catastrofe, le elite dominanti ricordano i fedeli dei culti pagani che esaltavano il caos, o  la furia distruttiva delle baccanti nei rituali dionisiaci, ma anche i fedeli della dea Kali, o le crudeli religioni fondate sul sacrificio di uomini e animali, storicamente esistite in varie parti del pianeta. Il problema vero, tuttavia, non è solo l’elite, ma anche quelle che vengono impropriamente chiamate masse, una congerie interclassista  composta da borghesi, mezze classi, e proletari metamorfici, variamente aderenti ai modelli edonistici e nichilisti della società dei consumi e degli sprechi. Non sosteniamo nulla di nuovo o di scandaloso, quando constatiamo la metamorfosi di buona parte del proletariato dunque l’adesione al modello consumistico, aziendalista, e democratico predominante (infatti già negli anni quaranta, nel testo”Prometeo incatenato’, la nostra corrente sosteneva gli stessi concetti).

Nel confronto/ scontro di opposti interessi, le due superpotenze si sono finora guardate bene dall’usare il bottone nucleare, e perfino gli scontri con armi convenzionali sono sempre avvenuti impiegando eserciti alleati o mercenari. Pensiamo alla Siria, dove per sette anni è stato recitato un copione di questo tipo. D’altronde il reciproco possesso dell’arma dell’Apocalisse nucleare, mai prima posseduto da due eserciti (a memoria d’uomo), rende impossibile una guerra totale fra i due apparati, costringendoli a continue schermaglie nei vari teatri locali.

Tale realtà di fatto non impedisce al sistema di distruggere il capitale costante e variabile in eccedenza semplicemente con le guerre locali, la fame e le malattie. E neppure di spingere gli apparati di potenza capitalistici di varia forza e taglia, alla continua lotta per il controllo delle risorse energetiche, delle vie commerciali e del bottino di pluslavoro. Nel 2019 le tendenze qui descritte continueranno, e dunque assisteremo a ulteriori schermaglie e provocazioni nei vari teatri di scontro già esistenti, e alla probabile apertura di nuovi teatri in qualunque angolo del mondo dove la volontà di dominio degli apparati abbia diretto lo sguardo.

L’attuale livello di forza qualitativa e quantitativa della azione di lotta proletaria non fa prevedere, almeno nel medio periodo (da uno a cinque anni), una seria opposizione sociale e politica alla routine capitalistica, per quanto persistano tutti i fattori oggettivi socio-economici atti a suscitare risposte di lotta (miseria crescente, aumento dello sfruttamento, del dispotismo, caos sociale).

Valgono come spiegazione di tale fenomeno (passività della grande maggioranza del proletariato), le analisi sulla metamorfosi contenute nel testo del 1946, ‘Prometeo incatenato’.

Il riconoscimento di un certo tipo di rapporti di forza fra le classi sociali antagoniste, non significa che noi consideriamo immutabile l’attuale situazione. Riteniamo solo che in questa situazione è velleitario illudersi di poter cambiare i rapporti di forza a colpi di proclami attivistici, o di azioni di supporto alle lotte del ceto medio ( lotte dal contenuto sociopolitico non compatibile con gli interessi del proletariato). Questo modo di procedere è definibile come una inutile dispersione delle poche forze militanti disponibili. Quando abbiamo chiesto agli inseguitori dei movimenti di protesta egemonizzati dal ceto medio di fornire un bilancio dei moti da loro sostenuti, in genere abbiamo ricevuto l’accusa di indifferentismo, o di terzinternazionalismo.

Proviamo a ragionare su queste accuse.

Uno: indifferentismo. Il problema è che non si può essere indifferenti, ma critici e oppositivi rispetto alle proteste del ceto medio.

Le proteste del ceto medio nascono dal rifiuto di pagare i costi imposti dalla crisi del capitale, quindi dal rifiuto dell’espropriazione di quote di reddito e di patrimonio (case, terreni, piccole attività aziendali). Dal momento che in una pura logica contabile di compensazione dei mancati introiti di plusvalore, qualcuno alla fine dovrà pagare, ecco che soprattutto gli aumenti fiscali diretti al ceto medio, potranno essere scaricati solo sulle spalle di chi è già proletario (blocco del rinnovo dei contratti, aumenti fiscali).

Dunque cosa ne pensano i soliti attivisti, che ad ogni stormire di fronde piccolo borghese  inneggiano al miracolo?

Ma ecco l’immancabile controbiezione dei movimentisti:  e allora i memi dove li mettiamo? Cioè dove mettiamo la memoria delle proteste, pur considerando che tutti i movimenti del ceto medio sono rapidamente ritornati nell’oscurità?

Ma le tracce di memoria di queste lotte ci sembra giusto conservarle nella biblioteca del ceto medio, che ne farà tesoro per le prossime occasioni di protesta contro la proletarizzazione.

Accusa numero due: terzinternazionalismo.

Ma non era la terzainternazionale a battere sempre sul tasto delle alleanze con il ceto medio, in vista dei fronti democratici interclassisti? Allora chi è più terzinternazionalista, noi che escludiamo tali fronti (e consideriamo le proteste del ceto medio uno scaricabarile sulle spalle del proletariato), o chi ci accusa di indifferenza verso ogni stormire di fronde della piccola borghesia?

La storia avrebbe dovuto insegnare qualcosa a coloro che si qualificano marxisti, e nondimeno appoggiano i movimenti delle mezze classi. Il problema è che il peggior sordo è chi non vuole sentire.

Un antico detto medioevale recita: ‘Lo sciocco è la cavalcatura del diavolo’.

Cosi accade per la variegata schiera di cultori delle proteste del ceto medio, che finiscono per sostenere delle proteste dal contenuto, in ultima istanza, contrario agli interessi proletari.

Il marxismo ci insegna che non si giudicano le vicende storiche, o più modestamente i movimenti di protesta, sulla base della rappresentazione che ne hanno avuto i protagonisti, ma per la funzione sociale di classe che hanno ricoperto (gli uomini e i fatti) all’Interno di specifici rapporti di produzione, in parole povere in relazione agli interessi reali della vita reale.

Proviamo a pensare a questa perla di saggezza, in previsione del prossimo movimento del ceto medio?

 

 

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