Le lezioni della vita

Durante la seconda guerra mondiale è avvenuto un feroce confronto fra apparati di potenza ( simbiosi di struttura e sovrastruttura) di varie borghesie nazionali nemiche.

Il proletariato internazionale è stato scagliato in una lotta fratricida dalla brama di potenza delle proprie borghesie, e in fondo la guerra è stata un bagno di giovinezza per il capitalismo, che ha potuto temporaneamente rilanciare il ciclo di valorizzazione sulla immane distruzione di capitale costante e variabile in eccesso.
Il significato di ‘sistema’ della spaventosa ecatombe della seconda guerra mondiale è quello sopra descritto, eppure sarebbe semplicistico ignorare il valore e la determinazione dei soldati che in buona fede ritenevano di lottare per difendere la propria patria socialista.
I soldati russi hanno combattuto con le unghie e con i denti l’invasore nazista, è probabile che molti di loro non si facessero eccessive illusioni sulla vera natura del regime ‘sovietico’,  mentre altri forse erano più propensi a credere nel regime. Gli stessi soldati della wermacht, probabilmente, non erano tutti coperti e allineati sotto la cappa della propaganda nazista.
Nel dopoguerra sono stati scritti molti libri di storia sugli eventi e le battaglie principali di quell’immane conflitto. Ovviamente gli storici hanno letto con sfumature differenti gli stessi episodi, attribuendo meriti e demeriti militari in maniera diversa ai contendenti.
Particolarmente interessanti sono i libri di memorie dei generali che hanno diretto e pianificato le principali operazioni belliche, memorie utili allo scopo di verificare le divergenti valutazioni (ad esempio di una stessa battaglia).
Una tendenza presente sia nelle memorie di ex generali della wermacht, sia di generali sovietici ( nel periodo della destalinizzazione) è stata quella di attribuire all’imperizia strategica dei sommi capi politici l’origine di alcune sconfitte.
Tale lettura non tiene conto della concatenazione di fattori socio-politici che, in un certo momento, hanno consentito a un insignificante Pinco Pallino di imporre scelte militari disastrose ai suoi stessi generali. La suddivisione dell’offensiva tedesca dell’estate del 1942, fra l’obiettivo di Stalingrado, alias l’attraversamento del Volga, e i pozzi di petrolio del Caucaso, fu un grave errore strategico. A detta di vari storici era il secondo obiettivo quello da perseguire in modo univoco, sia per evitare l’indebolimento delle forze che avanzavano nel Caucaso, sia per l’importanza di togliere all’avversario i pozzi di petrolio, e al contempo di utilizzarli per i propri scopi.
Ma anche le infruttuose offensive primaverili del 1942, condotte dall’armata Rossa intorno Karkov, sulla base di forti richieste da parte di Stalin,  furono giudicate un inutile dispendio di forze dalla storiografia poststaliniana.
Con il senno di poi tutti siamo buoni a giudicare, dirà qualcuno. La nostra idea è  quella di evitare questo rischio e anche le eccessive personalizzazioni, provando a comprendere quali fattori oggettivi e soggettivi hanno invece messo una certa elite, o un certo capo, in grado di prendere decisioni strategiche controproducenti.
Ma esponiamo ora un episodio bellico particolare, a conferma della legge dialettica della compenetrazione degli opposti. O meglio, a dimostrazione di come una forza armata sia stata in grado di fare tesoro delle lezioni apprese sul campo, in questo  caso l’armata Rossa, che dopo un anno e mezzo di conflitto, dimostrò di avere appreso le lezioni contenute  nelle sconfitte subite dalla Wermacht grazie, principalmente, alla tattica del blitz krieg.
Il blitz krieg prevedeva l’avanzata di una potente formazione corazzata in profondità, nel territorio nemico, allo scopo di colpire i rifornimenti e le retrovie logistiche dell’avversario.
Nel dicembre del 1942 si verifica, nel contesto della vittoriosa controffensiva sovietica di Stalingrado, iniziata il 19 novembre 1942, un importante episodio bellico che porterà un corpo corazzato russo a percorrere dal 18 dicembre fino alla sera del 24 dicembre oltre 250 km, in territorio ancora in parte controllato dal nemico.
Il 24° corpo corazzato è formato da 130 carri medi t34 e da poche decine di carri leggeri t70.
In tutto la forza corazzata è di oltre 160 carri, essa è guidata dal generale Vassily Michailovic Badanov. Dopo lo sfondamento sul fronte del Don del 16/17 dicembre, operato da altre unità, il secondo corpo corazzato, tenuto fino ad allora di riserva, si muove verso sud, in base agli ordini affidatigli dallo Stavka, cioè lo stato maggiore russo, ed è significativo che il regime avesse in quelle circostanze ripristinato il vecchio nome assegnato allo stato maggiore nei secoli precedenti.
L’ordine è quello di puntare fino all’aeroporto nazista di Tzanziskaja, a 250 km dal punto di partenza, per distruggere gli aerei e le piste da cui partivano i rifornimenti per la sesta armata di Von Paulus assediata a Stalingrado.
La compagine corazzata viaggia soprattutto di notte, per essere meno visibile alla ricognizione aerea della lutfwaffe, durante il giorno invece possono essere previste delle soste in aree appartate, o la continuazione della marcia, furtivamente, attraverso i boschi. L’incursione deve inoltre essere veloce, per ottenere il suo scopo, quindi tutti i nemici incontrati sul cammino vengono ingaggiati solo quando cercano di ostacolare la marcia.
Nel giro di cinque/sei giorni il 24° gruppo corazzato percorre, alla media di 50 km al giorno, i 250 km che lo separavano dall’obiettivo della missione. Alcune ricognizioni aeree tedesche nei giorni precedenti avevano rilevato qualcosa, e di conseguenza i piloti avevano informato i comandi, tuttavia le informazioni erano state considerate imprecise e non realistiche ( essendo i combattimenti principali almeno cento km più indietro rispetto alla posizione dove i piloti asserivano di avere rilevato una massa di carri russi).
Nel corso dell’avanzata il corpo corazzato ha percorso in profondità un territorio di retrovia, dove il nemico era convinto di essere al sicuro.
Procedere di notte, o di giorno, in modo furtivo, nei boschi, ingaggiare il nemico solo quando attacca, non fermarsi per eliminare le isole di resistenza, i carristi russi sanno che solo una parte di loro ritornerà da quella missione, anche il loro comandante lo sa. Questi valorosi soldati avrebbero meritato di combattere per uno stato guidato da un vero partito comunista, e non da una sua grottesca imitazione come era invece il partito di Stalin. Ma certe azioni, così come l’arte classica di cui scrive Marx, non vengono disperse dal tempo.
La notte del 24 dicembre, a fari spenti, vengono raggiunte le piccole alture che sovrastano l’aeroporto di Tzanziskaja, Badanov ordina alle varie compagnie di carri di circondare tutta la zona.
I tedeschi nella base, soldati e piloti, stanno festeggiando il Natale, le poche sentinelle esterne vengono liquidate silenziosamente prima di potere dare l’allarme.
Sono passate solo poche ore dal posizionamento dei carri intorno all’aeroporto, è la mattina del 25 dicembre, Badanov da il via libera all’attacco contro gli aerei presenti sulla pista o parcheggiati negli hangar.
In meno di mezz’ora vengono cannoneggiati, dati alle fiamme e resi inservibili almeno 70 velivoli, per la luftwaffe è una catastrofe (significa che il ponte aereo con Stalingrado sarà costretto a diradarsi, in quanto dovrà partire da un aeroporto più lontano di almeno 100km). Alcuni aerei riescono a decollare, si racconta che il comandante di un t34 a corto di munizioni abbia speronato un aereo che cercava di fuggire.
In poche ore ogni resistenza armata tedesca cessa di esistere.
Il secondo corpo corazzato è tuttavia troppo distante dalle proprie linee, esso si è spinto troppo in avanti ed è ora esposto al contrattacco delle panzer division. Infatti il giorno 26, rilevata la presenza di forze corazzate nemiche, il generale Badanov ordina ai suoi carri di fare quadrato intorno a Tatzinskaja e prepararsi alla difesa. La battaglia dura fino al 30 dicembre, quando l’arrivo di soccorsi consente a Badanov e a poche decine di carri superstiti del 24 corpo di sfuggire all’accerchiamento.
Le lezioni della storia valgono sempre, cosi come il ricordo degli uomini che hanno calcalto i suoi sentieri. La prima lezione che ci interessa trarre dalla vicenda appena narrata, è  proprio sull’importanza pratica di questa massima aurea: storia maestra di vita.
Come un esercito impara dalle sconfitte a non ripetere gli errori che ne sono stati la causa, così pure le classi sociali in lotta ( o almeno le loro avanguardie coscienti), imparano dal corso degli eventi passati.
Il nostro giudizio scientifico sulla struttura economica e sociale del capitalismo russo è adamantino, quindi le nostre attuali riflessioni hanno solo lo scopo di studiare delle vicende della storia militare dell’apparato russo, in un momento di particolare crisi.
Dal momento di massima crisi nell’estate/autunno del 1941, alla prima dimostrazione di forza nella controffensiva del dicembre 1941 alle porte di Mosca, l’esercito e quindi lo stato capitalista russo riescono  a sopravvivere, nonostante gli oltre tre milioni di morti, feriti gravi e prigionieri.
Il regime stalinista riscopre sapientemente i topos della storia nazionale russa, addirittura, alcune importanti onorificenze al valore militare, hanno il nome di un principe guerriero che nel 1242 aveva vinto una battaglia decisiva sul lago ghiacciato Peipus contro i cavalieri teutonici (Alexander Nevskij), e di un principe che aveva sconfitto, nel 1370, un esercito tartaro sul fiume Don (Dimitri Donskoj).
Altre onorificenze portano il nome di generali zaristi (Suvorov) che nel 1700 e nel 1800 si erano distinti nelle guerre contro l’impero ottomano e contro l’armata napoleonica.
Non si trattava di un puro espediente volto a rinforzare la volontà di combattere dei soldati e degli ufficiali, quanto piuttosto la rivelazione di una continuità storica fra la controrivoluzione stalinista e il passato zarista.
Nel 1941 l’impero terrestre russo è disteso su due continenti (Europa ed Asia), l’invasione nazista ha prodotto gravi danni all’economia, tuttavia il grosso delle aziende industriali è stato trasferito e posto in salvo oltre gli Urali.
Le industrie producono a pieno ritmo aerei e carri da inviare al fronte, in quantità superiore a quella della Germania e dei suoi alleati (almeno a partire dall’autunno del 1942). L’avversario nazista deve inoltre combattere anche con le potenze capitalistiche anglosassoni (USA, Inghilterra, Australia, Canada, Sudafrica, Nuova Zelanda).
Valutando serenamente le forze in campo, viene da concludere che la direzione politico-militare nazista avrebbe fatto meglio a evitare l’operazione Barbarossa.
E poi  non cadere nella trappola di Stalingrado nell’autunno del 1942, e in quella ancora più letale del saliente di Kursk nel luglio 1943.
La Germania aveva dimostrato, dall’inizio della guerra nel 1939, delle capacità belliche sempre superiori agli avversari, in sostanza aveva sempre vinto.
Anche la battaglia aerea d’Inghilterra aveva indebolito l’esercito e l’aviazione di questo paese, e forse sarebbe stato più conveniente per la Germania tentarne l’invasione (operazione Leone Marino), evitando di invadere la Russia con cui esisteva, oltretutto, un patto di non aggressione (Molotov/Ribbentrop), che già aveva dato i suoi frutti nella spartizione della Polonia.
Probabilmente la mossa tedesca, al di là delle motivazioni relative all’ampliamento dello spazio vitale (in linea con la tendenza capitalistica alla centralizzazione dei capitali e all’inflazione dello stato), nasceva anche dalla volontà di anticipare un confronto militare considerato inevitabile.
D’altronde anche la dirigenza russa temporeggiava fra il 1939 e il 1941, solo per rafforzare le proprie capacità industriali-militari in vista di un conflitto inevitabile.
Alla fine il lupo tedesco ha azzannato l’orso russo, con i risultati noti a tutti.
La massima filosofica di Nietzsche ‘ciò che non ti uccide ti rende più forte’ è perfetta per esprimere il senso delle esperienze vissute dall’apparato di potenza della borghesia russa (struttura/sovrastruttura) nel corso della guerra.
In cima alla struttura di comando, Stalin e i suoi generali, hanno dovuto  obtorto collo collaborare per salvare lo stato russo, sono state le stesse circostanze oggettive di minaccia e pericolo estremo a ridimensionare il decisionismo del dittatore (a conferma del ruolo effimero del battilocchio nella storia).
Infine l’apparato di potenza russo è sopravvissuto e si è rafforzato.
Imparare dall’esperienza delle sconfitte, e in generale dall’esperienza della vita. Il succo di questo articolo è proprio questo. Eppure non tutti sono in condizione di comprendere le lezioni della storia. Pensiamo agli opportunisti nel paese delle meraviglie che inseguono ogni giorno i movimenti del ceto medio, oppure gli indefessi teorizzatori del sindacato di classe, o anche gli sfrenati utopisti che blaterano di indebolimento degli stati borghesi e di capitale autonomo dagli Stati.
Come nella teologia si sostiene che il diavolo può assumere molte forme ingannevoli, anche noi sosteniamo che l’opportunismo può assumere aspetti molteplici. Anche se unica è la sua funzione, parafrasando Lenin: ingannare la classe proletaria e condurla alla sconfitta.
Le lezioni della storia sono state tuttavia apprese, almeno nella nostra tradizione marxista,
il nostro militante non ha bisogno di vuote agitazioni attivistiche o di miraggi nel deserto, egli, parafrasando Bordiga, ha ormai la pelle di rinoceronte, perché è vero, ‘ciò che non ti uccide ti rende solo più forte’.

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