Austerità e spesa pubblica

Nelle previsioni relative al 2019 abbiamo trascurato volutamente l’argomento delle politiche di governo (innanzitutto in Italia, ma anche altrove).

In precedenza abbiamo constatato che le politiche economiche dei governi borghesi oscillano fra i due poli dell’austerità e della spesa pubblica.
Ovviamente questa è una generalizzazione, perché nella realtà tutti i governi cercano di dosare i due ingredienti, al fine di garantire una qualche redditività sia al capitale finanziario che a quello industriale. Questo dosaggio dipende dal fatto che i due tipi di capitale sono spesso sovrapposti, essendo l’investimento borsistico in certa misura collegato ai titoli di debito (obbligazioni ordinarie e convertibili) e di proprietà (azioni ordinarie, di risparmio, privilegiate) delle SPA.
In secondo luogo perché senza produzione di plusvalore nell’economia ‘reale’ non può neppure essere assegnato un interesse finanziario, con una base minimamente reale, al capitale di credito. I castelli di carta finanziari sono appunto il termine che indica l’autonomizzazione estrema del capitale creditizio-finanziario dalla produzione reale. Abbiamo appena ricordato nel lavoro sulle prospettive per il 2019, che il rapporto fra il PIL mondiale e il giro di scambi finanziari è di uno a tredici.
Ovviamente questa voragine esprime il grado di difficoltà della valorizzazione del capitale nell’economia industriale, e quindi il folle ricorso agli investimenti alternativi nella sfera del credito. Si tratta sempre di castelli di carta, perché se l’economia non gira, non ci sono tante imprese che si rivolgono alle banche per ottenere finanziamenti (credito). Dunque anche i capitali depositati in banca, in alternativa all’impiego nelle aziende commerciali e industriali, ottengono dei tassi d’interesse bassissimi. Altro discorso per il gioco di borsa dove i rischi sono maggiori, e ovviamente anche il guadagno, almeno per i pochi investitori baciati dalla fortuna o dal vantaggio di potere disporre di enormi capitali, da investire su vari tavoli di gioco, supportati da esperti e professionisti.
Tornando alle amletiche politiche economiche dei governi borghesi, è ovvio concludere che è impresa davvero ardua barcamenarsi fra un colpo al cerchio e uno alla botte. Questi volenterosi amministratori del capitale in fondo sono nella stessa posizione di qualcuno che volesse curare un cancro con un cerotto. Le ricette economiche dei governi borghesi non possono in alcun modo eliminare la tendenza alla caduta del saggio di profitto, ma solo rallentare questo processo economico fondamentale, sia con l’austerità che con la leva keynesiana della spesa pubblica.
Con il primo rimedio si ottiene un aumento parzialmente compensativo della caduta del saggio di profitto, attraverso gli aumenti fiscali e i tagli al welfare. Dunque con le maggiori entrate fiscali e con i risparmi di spesa, si vanno a reperire le somme per pagare gli interessi sul debito pubblico, in mano al capitale finanziario.
Si consideri che in Italia circa la metà delle entrate fiscali va a coprire le uscite per il pagamento degli interessi sul debito pubblico.
Ovviamente anche i risparmi di spesa ottenuti con i tagli al Welfare e le riforme punitive delle pensioni che allungano fino ai limiti della tomba l’età pensionabile, servono allo scopo.  In modo particolare l’innalzamento della età pensionabile si configura come vera e propria realizzazione di un pluslavoro assoluto ( ti costringo a lavorare cinque anni in più, mentre prima potevi startene a casa e ricevere l’assegno pensionistico).
Ovviamente esiste una sfacciata narrazione giustificativa dell’aumento dell’età pensionabile, alias incremento del tasso di sfruttamento attraverso un pluslavoro assoluto. Questa narrazione blatera di aumento della vita media, e dunque della scarsa sostenibilità contabile dei precedenti sistemi previdenziali. Ammettiamo che effettivamente l’innalzamento della vita media da una parte, e la riduzione delle ritenute sociali dall’altra (a causa della disoccupazione) rendano precaria la gestione Inps delle pensioni. Ma davvero possiamo rinchiudere tale problema in una logica settoriale di equilibrio fra entrate ed uscite? Sarebbe facile obiettare che ogni anno vengono sprecate montagne di merci inutili, con relative spese inutili, e che cosa dire degli sprechi relativi alla vita della minoranza sociale borghese, oppure alle spese per gli armamenti e gli eserciti degli stati borghesi.
Anche l’argomento delle minori entrate previdenziali nelle casse Inps, non è collegabile forse alla tendenza storica alla riduzione della forza lavoro nei processi produttivi dell’industria?
In effetti l’INPS constata il puro rapporto esistente fra entrate e uscite monetarie nella contabilità di cassa, senza minimamente porsi il problema di indagare sulle, diciamo, origini macroeconomiche del dato contabile.
Il presupposto ideologico della dimenticanza è tutto nel considerare l’economia capitalistica un dato perenne e quindi non discutibile.
Il capitalismo esprime la stessa natura delle cose, quindi bando ai sentimentalismi e a lavoro fino alla morte.
Tentando di supportare la domanda di beni e servizi, i governi a prevalente orientamento keynesiano, provano a mettere soldi nelle tasche del cittadino consumatore, e quindi a mandare prima in pensione i vecchi, in modo da raddoppiare la capacità di spesa: una nuova pensione e in più lo stipendio del giovane subentrato al neopensionato.
Si tratta ovviamente di una forma di respirazione artificiale all’economia capitalistica, destinata a soccombere nel brevissimo periodo alle leggi immanenti di questa economia scellerata.
Il reddito di cittadinanza assolve la stessa funzione presente nella riduzione dell’età pensionabile, e anch’esso è destinato ad arenarsi nelle secche dell’economia borghese.
L’errore di fondo è nel ritenere che il capitalismo presenti degli aspetti disfunzionali, in un certo qual modo superabili con delle appropriate politiche economiche. Non rendendosi conto che invece è l’intero capitalismo a essere disfunzionale per il bene comune dell’umanità.

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