Narrazioni sui fenomeni migratori

Con il nuovo anno  i mass media e la politica ripropongono il solito polpettone di argomenti a tema. Intrattenere e coinvolgere i cittadini su alcuni percorsi di spiegazione, o meglio di attribuzione di senso alla realtà, è una pratica ormai collaudata. Normalmente questa attribuzione di senso si sovrappone, integrandola, alla banale e superficiale conoscenza della vita contenuta nel senso comune, assimilato già dai primi anni di vita tramite la famiglia e la scuola.

Il senso comune delle cose spesso coincide con luogo comune, cioè con una non conoscenza, con una rappresentazione sociale predominante del mondo fondata su una trasmissione di convinzioni inverificate, ritenute valide solo in base al fatto empirico del loro essere tramandate da tempo immemore.

Ora noi sappiamo per certo che una parte delle convinzioni predominanti nel corso della storia umana erano sbagliate, ad esempio la terra piatta, o il sole che gira intorno alla Terra, o la fine del mondo alle colonne d’Ercole e via dicendo. Tuttavia l’essere umano si è progressivamente liberato da questi errori, da queste convinzioni fallaci, anche se non sempre senza pagare un prezzo (Giordano Bruno, Galileo…).

Il problema di fondo consiste nel fatto che nel corso della storia determinati errori nella conoscenza del mondo, sono serviti a conservare determinati poteri, e quindi sono stati difesi e conservati dalle classi dominanti esistenti in una certa epoca.

Entriamo dunque nel campo della ideologia, cioè di quell’insieme di idee che svolgono la funzione di occultare la realtà allo scopo di conservare un certo potere.

Non si tratta di semplici bugie, molto spesso chi diffonde narrazioni ideologiche è esso stesso la prima vittima dei luoghi comuni di cui è infarcita ogni ideologia.

Nella maggior parte dei casi la narrazione ideologica descrive solo la superficie apparente dei fenomeni, mentre la scienza, parafrasando Marx, dovrebbe avere l’ambizione di indagare al di sotto di questa superficie.

Già gli antichi filosofi presocratici avevano compreso la radicale alterità esistente fra il logos (discorso veritiero) e la Doxa (opinione comune). La filosofia, secondo Aristotele, nasceva proprio dalla meraviglia indotta dalla realtà, e quindi dalla volontà di indagare su di essa, mentre il senso comune si fermava alla semplice esistenza di un mondo così come ci è dato nell’interpretazione dominante.

Queste tematiche, apparentemente relegate ai testi di storia della filosofia antica, in realtà sono imprescindibili per comprendere sia l’opera di critica e demistificazione della realtà fondamentali nella teoria e metodologia marxista, sia il contenuto profondo dell’attuale narrazione ideologica della realtà.

Sono quindi deleterie e inaccettabili le chiusure di taluni compagni verso queste tematiche, diciamo filosofiche, perché dimostrano una totale rimozione della radice storica del criticismo marxista.

Si può ovviamente comprendere che certi temi non siano cibo adatto a tutti i palati, ma questo non implica la sottovalutazione o il disconoscimento dell’importanza che rivestono nella teoria marxista.

Naturalmente il marxismo non è solo una conoscenza veritiera della società e dell’economia nel loro storico divenire, ma è anche e soprattutto una prassi di cambiamento del mondo dato, non fermandosi dunque alla semplice modifica del modo di vedere il dato, ma proponendosi la modifica del dato stesso.

Tale modifica, in base ad una conoscenza della realtà fondata sulle lezioni della vita, non è solo un atto soggettivo volontario, e neppure il compimento di un destino ineluttabile, ma è la sintesi di questi due aspetti, nel loro essere l’intreccio dialettico fra il piano oggettivo delle circostanze sociali ed economiche e il piano soggettivo  della volontà politica (quest’ultimo inteso come aspetto condizionato e fattore condizionante rispetto alle circostanze oggettive).

L’intreccio dialettico esclude, inevitabilmente, tutte le irrealistiche concezioni fataliste e scientiste-meccanicistiche del divenire storico, anche se i cultori di tali amenità sono più numerosi di quanto si possa normalmente supporre. Una delle ragioni politiche di tale circostanza è di facile comprensione. Se il cambiamento storico, la modifica del dato, è la semplice risultante di un crollo automatico  e meccanico, allora basta attendere sulla riva del fiume il cadavere del nemico, senza fare nulla.

Questa visione oggettivista e crollista, oltre ad essere in contrasto con l’esperienza storica e con la concezione marxista, è in realtà funzionale alla conservazione del sistema. Abbiamo dedicato ampie analisi alla cosiddetta concezione meccanicista-collassista della storia, i testi di riferimento sono ‘Storia e dialettica’ e ‘ Alcune recenti letture meccaniciste-collassiste dei fenomeni sociali’, maggio/giugno 2015.

I cultori di queste inverosimili teorie del cambiamento restano ovviamente sulle loro assurde posizioni, ciechi e sordi a ogni richiamo alla realtà, persi in una difesa ad oltranza dell’errore, che gli evita di fare soffrire il proprio ego.

Fatte queste premesse, cerchiamo di capire qualcosa sulle principali narrazioni circolanti sui problemi migratori.

Il termine problema è appropriato, in quanto i flussi migratori sono un effetto collaterale dello sviluppo economico capitalistico declinato sotto forma di economia agraria industriale nei paesi del terzo mondo.

Dunque l’industrializzazione dell’agricoltura, realizzata con ingenti investimenti di capitali occidentali, ha espulso enormi masse di contadini dalle precedenti occupazioni, proletarizzandoli e infine spingendoli ad emigrare.

In definitiva la diffusione del capitalismo in ogni angolo del pianeta ha determinato, fra le altre cose, anche la base socioeconomica degli attuali flussi migratori.

Ora le principali narrazioni ideologiche sul fenomeno sono di due tipi, anche se hanno in comune la non volontà di rimettere in discussione la causa del fenomeno (che si suppone sia il capitalismo).

La prima narrazione è quella del respingimento dei migranti, in quanto fattore di criminalità e concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro. Tale narrazione individua degli aspetti reali del fenomeno, ma li separa da una indagine realistica sui motivi che spingono enormi masse umane a migrare.

Il dato relativo alla presenza di forme di criminalità fra i migranti è ovviamente da collegare principalmente alle stesse cause che sono alla base della criminalità autoctona, quindi alla disoccupazione e alla povertà, stiamo parlando di fattori socio-economici prevalenti, ferme restando le situazioni non direttamente riconducibili a queste cause principali. Nella realtà la condizione proletaria può decadere ulteriormente verso il girone del sottoproletariato, quindi verso una cronica mancanza di stabile occupazione lavorativa, precarietà diffusa, e conseguente attrazione verso la criminalità. La narrazione basata sul binomio chiusura/respingimento dimentica  questo elementare argomento, proprio perché essa è una narrazione interna al sistema che ha creato i flussi migratori.

 

Anche il dato di fatto del prezzo del lavoro inferiore a quello medio, con cui i migranti vendono la propria forza lavoro andrebbe approfondito, come già abbiamo fatto in altri recenti articoli.

Per quanto sgradevole per i lavoratori, è un fatto storicamente ricorrente nel capitalismo la tendenza a ridurre il costo del lavoro, impiegando tutti gli artifici possibili. Uno di questi è la presenza di un esercito di lavoratori di riserva, senza attuale occupazione, e disposto a vendere la propria forza lavoro a prezzi  più bassi della media corrente. Tale situazione è una manna dal cielo per il capitale, sia perché consente ad alcune imprese di assumere forza lavoro a basso prezzo, con l’espediente dei contratti di formazione, sia perché spinge i lavoratori occupati a frenare le richieste di aumenti, nella consapevolezza che altri lavoratori disoccupati sarebbero pronti a lavorare a condizioni peggiori.

 

Riassumendo, possiamo asserire che l’incoerenza e la fallacia della narrazione respingista sta nel fatto che essa non vuole dire il nome della causa di fondo dei flussi migratori, il capitalismo, evidentemente considerando che la sua conservazione non sia destinata ad incrementare fino all’inverosimile il volume delle migrazioni di massa.

 

Il secondo tipo di narrazione è essenzialmente identico al primo nel suo essere un semplice lato della medaglia capitalistica.

Anche questa narrazione evita di nominare il sistema come causa di fondo dei flussi migratori, in essa, ma anche nell’altra narrazione, non si rinuncia a parlare di cause come la povertà e la guerra, evitando tuttavia di considerarle per quello che sono, cioè delle conseguenze del capitalismo.

Questa seconda narrazione è molto diffusa fra i residui delle vecchie formazioni politiche di sinistra che hanno  avuto la scena negli anni d’oro della contestazione, oppure fra i moderni eredi del partito che un tempo accettava senza troppi distinguo il socialismo in un solo paese.

Le moderne propaggini di queste esperienze politiche defunte, sono i principali fautori della seconda narrazione, in compagnia di pezzi notevoli del mondo cattolico.

Il messaggio proveniente da questa parte è più colorato da venature pietose e caritatevoli, politically correct, inclusione, integrazione, antirazzismo, diritti umani.

Si tratta comunque di una comunicazione ideologica, generalmente evasiva sulle cause profonde che creano la povertà e le guerre che mettono in moto i flussi migratori.

Anche per questa narrazione, in fondo il capitalismo non si discute, non ci sono alternative ad esso, ma solo dei rimedi per renderlo più umano e accettabile ( al nostro sentimento morale).

Nel recente lavoro ‘Prospettive capitalistiche per l’esercizio amministrativo 2019’, abbiamo affrontato in un capitolo dedicato, il doppio aspetto funzionale al capitalismo del ‘razzismo’/”antirazzismo’. Non ritorniamo su quelle analisi, poiché sarebbe una mera ripetizione, tuttavia le due narrazioni ideologiche qui trattate sono alle volte assimilate a sentimenti razzisti e antirazzisti.

Ci sembra superfluo ricordare a quale delle due narrazioni sia associabile l’uno o l’altro sentimento.

È difficile trovare qualcuno che dichiari apertamente di credere nella superiorità della propria razza, e quindi nell’inferiorità delle altre, anche se ultimamente i soggetti apertamente razzisti sono aumentati.

Andando oltre le dinamiche psicologiche, ci interessa notare come i due sentimenti, una volta collegati a una delle due narrazioni, contribuiscano a ulteriormente intorbidare il quadro della realtà, allontanando quasi definitivamente la possibilità di capire qualcosa di almeno verosimile.

Il giro massmediatico propone una lettura dei flussi migratori sulla base di queste due narrazioni fondamentali, con la correlata associazione allo spettro razzismo/antirazzismo.

Il presente articolo, in linea con quanto prima sostenevano a proposito del criticismo marxista, è in fondo una critica e una demistificazione del pensiero e della narrazione dominante su questo fenomeno, una delle tante deformazioni della realtà operate dal potere di una classe dominante che deve occultare ad ogni costo il suo parassitismo.

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