Dinamiche economiche e politiche capitalistiche

Nota redazionale: Il presente articolo ripropone in ordine cronologico alcune pagine di ‘Chaos Imperium’, pubblicate alla fine del 2015, e alcune pagine prese dal recente ‘Prospettive capitalistiche per  l’esercizio amministrativo 2019’, pubblicate nel dicembre 2018.

I temi sviluppati in queste pagine pubblicate in tempi diversi sono strettamente collegati, e inoltre sono utili per avere un quadro, seppure sintetico, del divenire capitalistico contemporaneo. A distanza di tre anni il contenuto argomentativo iniziale sulle dinamiche imperialiste viene confermato dai fatti, poiché il confronto/scontro nelle diverse soglie di frattura fra apparati capitalistici, evidenzia una contesa tra più attori, e non il vagheggiato superimperialismo unico di qualche impenitente discepolo Kautskyano.

I dati macroeconomici rilevati dagli stessi istituti di statistica ufficiali evidenziano un notevole e progressivo impoverimento di massa, in barba a tutte le favole sulla società affluente, cioè la società del benessere a cui affluirebbero quote sempre maggiori di cittadini. Questa vera e propria impostura, raccontata senza vergogna alcuna dai riformisti di ogni credo e parrocchia, soprattutto nel periodo della ricostruzione postbellica, è ora miseramente crollata davanti all’incarognirsi dei fenomeni tipici delle crisi capitalistiche. In primo luogo la disoccupazione e la correlata crescita della povertà (assoluta e relativa). Il testo di Lenin ampiamente citato in Chaos Imperium, descrive e spiega perché il capitalismo non può, o meglio non ha convenienza a impiegare il surplus di capitale nell’agricoltura, producendo generi alimentari per la propria popolazione. Se il capitalismo impiegasse il surplus di capitali nella propria agricoltura nazionale, e non nelle economie deboli di altri paesi, dove il costo del lavoro è basso, allora non sarebbe capitalismo.

Alla fin fine si gira sempre intorno allo stesso problema, grande come una montagna: il problema è l’economia capitalistica, basata sulla riproduzione allargata del capitale, sulla brama di valorizzazione illimitata del capitale, al di fuori di ogni logica di soddisfazione dei bisogni umani generali. L’unico bisogno a cui è legata l’economia capitalistica è la sopravvivenza di una minoranza sociale parassitaria, che si tiene in vita solo attraverso la quotidiana appropriazione di energia vitale, energia che assume la forma di forza lavoro, a sua volta attualizzata in tempo di lavoro (retribuito e non retribuito). In fondo è la stessa vita umana generale che viene parassitata dalla minoranza borghese, attraverso il controllo dei processi produttivi dell’economia, che in quanto tali, ricorda Marx, sono essenzialmente processi produttivi di pluslavoro/plusvalore.

La descrizione della logica parassitaria insita nel capitalismo, ci consente di comprendere la realtà di violenza su cui si basa questo sistema, ovvero la violenza latente e cinetica di una attrezzatura concreta di dominio ( lo stato) necessaria a piegare la resistenza dell’organismo sociale parassitato (il proletariato). Ma la violenza da sola non potrebbe bastare, se non fosse coadiuvata dalla metamorfosi dei pensieri e del comportamento di buona parte del proletariato, mansuetamente consenziente alla propria condizione di datore di vita al cadavere che ancora cammina.

In fondo sono le energie vitali del proletariato a riportare in vita il cadavere del capitalismo, come in una immensa negromanzia su scala mondiale. Questo è il messaggio finale dell’articolo degli anni 50 ( il cadavere ancora cammina).

 

Le tendenze economiche del capitalismo tratteggiate in Chaos Imperium e nel recente lavoro del dicembre 2019, risultano piuttosto utili per comprendere e prevedere il divenire capitalistico nel breve e medio periodo. Infatti, pur essendo privi della lanterna di Diogene, possiamo sostenere, con un certo grado di certezza, che le tendenze di sviluppo economiche e politiche, delineate nei due testi succitati, dovrebbero continuare a  trovare piena realizzazione anche nel prossimo futuro.

Buona lettura

Dinamiche economiche e politiche capitalistiche

Che i cartelli eliminino le crisi è una leggenda degli economisti borghesi, desiderosi di giustificare ad ogni costo il capitalismo. Al contrario, il monopolio, sorto in alcuni rami d’industria, accresce e intensifica il caos, che è proprio dell’intera produzione capitalistica nella sua quasi totalità’. Lenin

Il presente lavoro continua ad approfondire l’analisi delle dinamiche capitalistiche iniziata soprattutto nei due testi ‘Is,stato islamico e politica americana del caos’ e ‘Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso’. Dopo la pubblicazione di questi due testi, nel 2014, abbiamo saltuariamente ripreso a scrivere sull’argomento, sotto la spinta di vicende a tutti note (Ucraina, Siria…), tentando di cogliere gli elementi di causa invariante nel divenire dei fenomeni osservati. Ad una prima lettura i conflitti armati fra frazioni territoriali e le correlate disgregazioni di stati nazionali sono riconducibili a dinamiche interne ed esterne alle aree socio-economiche in cui si svolgono, cioè sono imputabili a lotte economiche interne alle singole borghesie nazionali, e anche, in modo non secondario, all’intervento di centri capitalistici internazionali per la difesa e l’ampliamento dei propri interessi. La fase congiunturale attraversata dall’economia capitalistica globale intensifica gli attriti fra i ‘fratelli coltelli’ borghesi, e di conseguenza incrementa le tendenze allo scontro armato diretto fra le bande di parassiti che si contendono il bottino di plus-valore prodotto dai servi salariati. Nulla di nuovo sotto il sole si dirà, già Lenin nel 1916 aveva affrontato queste tematiche nel testo ‘Imperialismo fase suprema del capitalismo’. Ebbene ci accingiamo proprio a rileggere il testo di Lenin, confrontando i dati numerici in esso contenuti con le statistiche relative alle maggiori aziende multinazionali dei nostri giorni. Vedremo come i processi di centralizzazione del capitale nel settore industriale, commerciale e bancario-finanziario sono proseguiti senza sosta, pur smentendo le previsioni di Hilferding sulla fine della concorrenza fra capitali, e a maggior ragione le teorie sul super-imperialismo di Kautsky. A proposito di questo ultimo argomento dobbiamo constatare che nonostante tutto, cioè nonostante le controprove fattuali storicamente documentabili, una certa parte di marxisti ‘creativi’ dei nostri giorni continua a baloccarsi con le teorie dell’imperialismo unico egemone (alias impero americano et similia). Anche per confutare tali visioni distorte del divenire del modo di produzione capitalistico cercheremo di riprendere i contenuti della polemica di Lenin con Kautsky, mostrando come i dati geopolitici ed economici contemporanei smentiscano più di prima l’ipotesi del cosiddetto super-imperialismo, e in definitiva, quindi, smentiscano l’ipotesi correlata di un passaggio graduale e automatico da un certo sistema socio-economico (capitalista) al suo opposto (socialista). Quando parliamo di imperialismo non dobbiamo pensare a un fenomeno distaccato dalle vicende generali della dinamica dei rapporti fra struttura economica e sovrastruttura politica capitalistiche, viceversa andremo a verificare, nel corso della nostra trattazione, proprio le concrete interconnessioni fra i due piani. La politica degli stati borghesi, o meglio ancora, delle alleanze di stati espressione di blocchi convergenti di interessi geo-economici, sono lo strumento attraverso cui si realizza la spartizione conflittuale del bottino di plusvalore e la correlata penetrazione degli investimenti di capitale delle imprese multinazionali sui mercati globali.

 L’imperialismo dei nostri giorni è una modalità di realizzazione dell’economia capitalistica che a un certo grado di sviluppo e di centralizzazione dei capitali investiti, per ottenere la valorizzazione del capitale (principalmente nel settore finanziario-bancario e industriale) è costretta a cercare sbocchi di rapina di risorse energetiche e forza-lavoro al di fuori delle aree economiche di crescita ‘native’. Tuttavia, come dimostrato nel testo ‘Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso’, la caduta storica, tendenziale, del saggio di profitto, determinata dalla variazione nella composizione tecnica del capitale aziendale (variazione a favore della parte costante, e a discapito della parte variabile) produce infine le condizioni potenziali per alcuni successivi sviluppi che dovremo inevitabilmente affrontare ( crisi economiche, esigenza di distruzione di capitale tecnico e umano in eccesso, conflitti inter-imperialistici, distruzione quotidiana di ‘capitale vivo’ attraverso le malattie, la fame e in generale le nocive condizioni di vita derivate dal capitalismo). In modo particolare i conflitti inter-imperialistici per il controllo di vaste risorse energetiche e lo sfruttamento di forza-lavoro a buon mercato (il bottino di plus-valore) diventano molto virulenti in questa fase, e in presenza di processi di declino delle precedenti posizioni di forza di uno degli attori internazionali – blocchi economico-militari di interessi sovra-nazionali – si sviluppa il fenomeno reattivo della politica del caos.

Abbiamo già descritto questo fenomeno (ad esempio in ‘ISIS e politica americana del caos’), individuando nella strategia della ‘terra bruciata’, tipica degli eserciti in ritirata, il tratto saliente dell’azione politico-militare del blocco capitalistico che ruota intorno al colosso americano, mirante innanzitutto a rallentare e danneggiare l’avanzata del blocco avversario. In medio oriente (Siria,Iraq, Libia…) osserviamo gli sviluppi di questa politica in termini di partecipazione alla disgregazione degli stati nazionali/centrali preesistenti, e nei successivi tentativi di condizionamento delle milizie territoriali (generalmente caratterizzate da una ideologia religioso/fondamentalista) in cui si frammenta e riversa, più o meno intatta, l’energia di dominio (politico-militare) delle rispettive borghesie arabe. Un Chaos Imperium, da intendere come finanziamento, addestramento e utilizzazione dissimulata di una parte delle forze emerse dai precedenti processi disgregativi degli stati centrali/nazionali, al fine principale di preservare in qualche modo il controllo delle risorse energetiche e delle loro vie di trasferimento e commercializzazione.

Sulle leggi tendenziali di sviluppo dell’economia capitalistica e lo slancio imperiale.

Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall’immenso incremento dell’industria e dal rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie. Quasi la metà dell’intera produzione di tutte le imprese del paese (America) è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende! E queste 3 mila aziende gigantesche lavorano in 268 rami dell’industria. Da ciò risulta che la concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti riesce facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, d’altro lato, sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio. Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei fenomeni più importanti – forse anzi il più importante nella economia del capitalismo moderno e noi non possiamo fare a meno di esaminarla ampiamente’.

Lenin, Imperialismo…

Abbiamo in precedenza accennato ai fenomeni economici definiti concentrazione e centralizzazione, i quali indicano rispettivamente l’aumento di grandezza di un singolo capitale aziendale, e nel secondo caso l’unione/attrazione di capitali aziendali differenti.

I due fenomeni economico-aziendali suddetti sono generalmente collegati al passaggio dalla riproduzione semplice del capitale investito alla sua riproduzione allargata (in altre parole alla transizione che si verifica quando dal semplice valore del capitale aziendale iniziale, attraverso il processo produttivo-gestionale aziendale, si passa a un valore superiore/allargato, cioè gli utili/profitti ottenuti vengono reinvestiti nel processo produttivo e determinano – diversamente dalla riproduzione semplice – anche un aumento di valore del capitale iniziale).

Sotto la spinta della concorrenza e della caduta del saggio di profitto i fenomeni di riproduzione allargata e concentrazione/centralizzazione ( e tendenza al monopolio) vengono potentemente acutizzati. Riportiamo una lunga citazione dello scritto di Lenin che riassume le dinamiche economiche dell’imperialismo: ‘L’imperialismo, particolare stadio del capitalismo. Dobbiamo ormai tentare di sintetizzare quanto sin qui abbiamo detto intorno all’imperialismo e di concludere. L’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza. La libera concorrenza è l’elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza. Ma fu proprio quest’ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale, che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo, di una decina di banche che manovrano miliardi. Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma coesistono, originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di attriti e conflitti. Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a un ordinamento superiore nella economia. Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l’essenziale, giacché da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e d’altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendentesi senza ostacoli ai territori non ancor dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita. Ma tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che compendiano l’essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del fenomeno da definire. Quindi noi -senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo- dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè: 1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici’. Lenin. Imperialismo…

Il capitale, la sua evoluzione dalla concorrenza al monopolio, alla conquista del mondo, con l’aiuto del fidato amico stato, un vero e proprio angelo custode: l’apparato militare-industriale e la funzionale scienza-tecnologia. Anche lo stato, d’altronde, almeno nell’alveo delle dottrine socio-giuridiche ( Weber, Kelsen…) viene definito come l’organizzazione che rivendica per se stessa il monopolio dell’uso legittimo della forza ( e in fondo quando stati come Siria, Libia e Iraq subiscono processi disgregativi più o meno diffusi, osserviamo il formarsi sul campo politico di nuove aggregazioni militari pronte a rivendicare per se stesse il monopolio legittimo della violenza su una porzione del vecchio territorio statale, spesso in feroce contesa con altre organizzazioni aventi le stesse pretese). Torniamo al contenuto della citazione di Lenin, in modo particolare al passo in cui afferma che uno dei contrassegni dell’imperialismo è ‘la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria’. In questo passaggio ritroviamo ribadita tutta l’importanza delle società per azioni, già ben sostenuta in precedenza nei testi di Marx, infatti è attraverso lo strumento azionario che l’impresa industriale può accedere al mercato borsistico (con l’attiva intermediazione bancaria che veicola parte del risparmio privato verso il capitale di rischio azionario delle SPA industriali). Il mercato di borsa consente a quella frazione di SPA ivi quotate di rendere negoziabili e trasferibili i titoli azionari che formano il suo capitale sociale, almeno più velocemente delle SPA non quotate. Inoltre la quotazione e l’ingresso in borsa permette ai soci, soprattutto a quelli che posseggono quote consistenti di capitale sociale, di speculare, di esercitare il diritto di opzione in caso di emissione di nuove azioni, e infine di liberarsi del proprio pacchetto di azioni nel momento più conveniente. La responsabilità dell’azionista verso le obbligazioni sociali (creditori commerciali, clienti, banche) inoltre è limitata alla sola quota di capitale sociale conferita sotto forma di azioni, e quindi in caso di dissesto aziendale il socio perde solo il denaro speso per acquistare quel certo numero di azioni di cui è proprietario (mentre nelle aziende individuali e nelle società di persone la responsabilità è solidale e illimitata, cioè non esiste una netta separazione fra il patrimonio aziendale e quello personale, con tutto ciò che comporta dal punto di vista legale ed economico in caso di fallimento dell’azienda). Dunque attraverso la quotazione in borsa, e poi a mezzo della fusione di capitale bancario e industriale (con la partecipazione di fatto della banca creditrice e finanziatrice alla gestione dell’azienda industriale in termini di scelte strategiche, piani e budget) si forma un capitale finanziario, solido progenitore dell’attuale oligarchia finanziaria-parassitaria. Su questa base economica il mondo intero diventa la preda ‘di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo’. Lo strumento statale, o meglio ancora l’attrezzatura statale di oppressione, favorisce e supporta la ‘compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche… la ripartizione del mondo tra i trust internazionali … la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici’. Poco è cambiato nei meccanismi di funzionamento del mostro capitalista dai tempi in cui sono state scritte queste righe, quando la concorrenza ‘cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale, che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo, di una decina di banche che manovrano miliardi’. Lenin.

Tuttavia Lenin tiene a precisare, immediatamente dopo queste righe, ‘Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma coesistono, originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di attriti e conflitti’. La concentrazione monopolistico-finanziaria del capitale non elimina la concorrenza perché si limita a spostarla su un piano economico superiore, in cui pochi colossi aziendali internazionali, conglomerati di attività economiche variegate (industria, energia, materie prime, agricoltura, commercio e soprattutto finanza) utilizzano l’apparato militare-industriale statale come arma e scudo personale del proprio slancio imperiale, entrando così in conflitto e attrito (per usare le parole di Lenin) con blocchi capitalistici avversari. In definitiva la concorrenza economica ( e la sua consequenziale proiezione nei conflitti fra apparati statali-militari) non può essere eliminata dalla centralizzazione monopolistica del capitale, in quanto essa, allo stato delle cose, esprime proprio la tendenza al dominio globale, lo slancio imperiale, di frazioni sociali diverse di classe sociale borghese (inevitabilmente in conflitto per la spartizione del residuo pasto di plus-valore derivato dalla caduta tendenziale del saggio di profitto). D’altronde sono proprio i processi economici derivanti dalla variazione del rapporto fra parte costante e parte variabile nella composizione organica del capitale che spingono verso la concentrazione di valore in un singolo capitale, e poi verso la centralizzazione, cioè verso l’attrazione/inglobamento di capitali aziendali differenti in un unico centro di capitale aziendale (processi di centralizzazione che convergono poi verso la fusione di capitale industriale e bancario, ponente a sua volta in essere l’attuale predominanza economica del capitale finanziario e anche la corrispettiva predominanza socio-politica di un oligarchia finanziaria). Per concludere questa prima parte ripetiamo che le leggi tendenziali di sviluppo dell’economia capitalistica hanno posto in essere ‘ L’imperialismo ( esso, infatti, secondo Lenin ) sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale (1).

(1) Da Imperialismo…’Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione di merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli è diventata caratteristica l’esportazione di capitale. Il capitalismo è la produzione mercantile al suo massimo grado di sviluppo, quando anche la forza-lavoro è diventata una merce. Segno caratteristico del capitalismo è l’aumento dello scambio delle merci così all’interno del paese come, specialmente, sul mercato internazionale. Nel capitalismo sono inevitabili la disuguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi.

Sul limitare del secolo XX troviamo la formazione di nuovi tipi di monopolio; in primo luogo i sindacati monopolistici dei capitalisti in tutti i paesi a capitalismo progredito, in secondo luogo la posizione monopolistica dei pochi paesi più ricchi, nei quali l’accumulazione del capitale ha raggiunto dimensioni gigantesche. Si determinò nei paesi più progrediti un’enorme “eccedenza di capitale” Senza dubbio se il capitalismo fosse in grado di sviluppare l’agricoltura, che attualmente è rimasta dappertutto assai indietro rispetto all’industria, e potesse elevare il tenore di vita delle masse popolari che, nonostante i vertiginosi progressi tecnici, vivacchiano dappertutto nella miseria e quasi nella fame, non si potrebbe parlare di un’eccedenza di capitale. E questo appunto è l’”argomento” sollevato di solito dai critici piccolo-borghesi del capitalismo. Ma in tal caso il capitalismo non sarebbe più tale, perché tanto la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di semi-affamamento delle masse sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse di questo sistema della produzione. Finché il capitalismo resta tale, l’eccedenza dei capitali non sarà impiegata a elevare il tenore di vita delle masse del rispettivo paese, perché ciò importerebbe diminuzione dei profitti dei capitalisti, ma ad elevare tali profitti mediante l’esportazione all’estero, nei paesi meno progrediti. In questi ultimi il profitto ordinariamente è assai alto, poiché colà vi sono pochi capitali, il terreno vi è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco prezzo. La possibilità dell’esportazione di capitali è assicurata dal fatto che una serie di paesi arretrati è già attratta nell’orbita del capitalismo mondiale, che in essi sono già state aperte le principali linee ferroviarie, o ne è almeno iniziata la costruzione, sono assicurate le condizioni elementari per lo sviluppo dell’industria, ecc. La necessità dell’esportazione del capitale è creata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato “più che maturo” e al capitale (data l’arretratezza dell’agricoltura e la povertà delle masse) non rimane più campo per un investimento “redditizio”. Lenin , Imperialismo…

Il termine esercizio amministrativo indica le operazioni collegate alla gestione del complesso delle attività e passività che formano l’azienda: attività, cioè gli investimenti ( capitale costante e circolante), e passività, cioè le fonti di finanziamento di terzi (debiti a breve e medio/lunga scadenza), e il capitale proprio (una fonte interna di finanziamento, risultante dalla differenza fra attività e passività).

Sulla base dei risultati della gestione dell’anno precedente si possono inferire delle linee generali di sviluppo per l’anno in corso, noi siamo ormai vicini alla fine del 2018, quindi possiamo abbozzare qualche previsione per l’imminente anno 2019.

Tenteremo di prevedere lo sviluppo degli eventi nelle seguenti realtà: economia, politica, società; in effetti delle realtà strettamente intrecciate nel divenire capitalistico.

Questo tentativo non è opera di poco conto, e quindi dovremo sforzarci di utilizzare con discernimento i dati informativi in nostro possesso. Le informazioni di tipo numerico e statistico serviranno a supportare alcune considerazioni politiche.

Il quadro socio-politico che tenteremo di delineare trova fondamento nelle costanti sistemiche del capitalismo, ben descritte e spiegate nei testi di Marx.

Le prospettive del prossimo esercizio amministrativo capitalistico mondiale sono facilmente deducibili dalle leggi di sviluppo del capitalismo, dalle sue ineliminabili contraddizioni:1) caduta del saggio di profitto, 2) crescita della popolazione disoccupata e della miseria,3) aumento del saggio di sfruttamento direttamente sul luogo di lavoro, come conseguenza dell’incremento del plus-lavoro, sia assoluto che relativo, e aumento dello sfruttamento indiretto, inteso come maggiore prelievo fiscale, tagli al welfare, e aumento dell’età pensionabile 4)incremento della proletarizzazione del ceto medio, 5) aumento della competizione a livello di aziende rivali, a livello di aree economiche, a livello di economie nazionali, e infine a livello di super apparati capitalistici imperiali.

I cicli economici

Nel terzo libro del Capitale Marx utilizza spesso la formula ”alterni cicli della produzione”.

Tale formula spiega i movimenti correlati alla crescita o alla contrazione dell’esercito industriale di lavoratori di riserva, lavoratori funzionalmente espulsi dall’industria nelle fasi economiche di stagnazione/crisi, oppure assunti/richiamati nei periodi di crescita.

Dal 1975 il capitalismo risorto dalle ceneri della seconda guerra mondiale, è strutturalmente in una fase depressiva, sporadicamente intervallata da apparenti migliorie o da picchi di caduta a piombo.

Le violente crisi finanziarie succedutesi dagli anni 70 ad oggi, lungi dall’essere la causa delle difficoltà dell’economia reale, sono sempre state il succedaneo temporale delle crisi della produzione, cioè della caduta tendenziale del saggio medio di profitto.

Dunque il quadro sistemico del capitalismo è funestato dalle crescenti difficoltà che il capitale industriale, e di conseguenza anche finanziario, incontrano nella ricerca di una qualche forma di valorizzazione.

Industria 4.0 è il punto attualmente più avanzato di innovazione tecnologica della produzione, e quindi di sostituzione/soppressione della figura del lavoratore umano/salariato da parte delle macchine. Sebbene non ancora diffusa in tutto l’orbe capitalistico, tale rivoluzione tecnologica (quarta rivoluzione industriale) pone le premesse per una radicale ininfluenza del lavoro vivo nell’economia industriale contemporanea. Essendo il lavoro vivo la vera fonte del profitto capitalistico, è facile concludere che questa quarta rivoluzione tecnologica apporterà ulteriori decrementi nella valorizzazione dei capitali impiegati nell’economia industriale e ulteriori incrementi della sovrappopolazione di riserva disoccupata.

Dunque un doppio movimento, poiché dal lato economico si verificherà l’accelerazione della caduta del saggio di profitto, mentre dal lato sociale potrebbe crescere il grado di conflittualità legato all’aumento della povertà e dei fenomeni dissolutivi collegati ( criminalità, tossicodipendenze varie, crisi coniugali, emarginazione, alcolismo, barbonaggio…).

Industria 4.0 può essere considerata la tecnologia del futuro prossimo capitalistico, essendo essa caratterizzata dall’impiego di macchine ‘intelligenti’, in grado di evolvere imparando dal comportamento di altre macchine, o anche dall’interazione con i lavoratori umani.

Le economie nazionali che impiegano le tecnologie 4.0 sono ovviamente quelle appartenenti alla categoria delle economie forti. Abbiamo in passato usato il termine economie forti attribuendogli un significato ben preciso: economia nazionale in grado di investire quote cospicue di capitale in economie deboli, sia sotto forma di capitale aziendale, sia sotto forma di acquisto di titoli pubblici.

Un significato aggiuntivo del termine esprime la capacità, dell’economia forte, di attrarre i lavoratori in cerca di occupazione dall’economia debole. I vantaggi di tutte queste dinamiche sono i seguenti: 1) il costo del lavoro nelle economie deboli è più basso rispetto a quello delle economie forti, 2) i tassi di interesse sui titoli di stato sono più alti, 3) la massa di lavoratori migranti è impiegabile a costi inferiori, e inoltre funge da esercito industriale di riserva, e quindi da fattore di contenimento delle richieste di aumenti salariali provenienti dai lavoratori occupati.

Torniamo ora ai dati numerici: le statistiche del 2018 relative al PIL dell’area Euro annunciano una crescita dello 0,5 % rispetto al 2017. Anche i consumi privati aumentano di ben 0,3%. Si tratta ovviamente di aumenti infinitesimali, localizzati in determinate aree economiche forti, quindi sia la crescita del pil che l’aumento dei consumi, confermano la tendenza immanente del capitalismo ad accentuare le diseguaglianze/dislivelli di tipo socio-economico.

Fra i paesi beneficiati da questi aumenti troviamo come sempre la Germania, dati i buoni ‘fondamentali’ della sua economia.

D’altronde la Germania, sfruttando le innegabili economie di costo relative all’utilizzo della tecnologia 4.0, e il vantaggio competitivo dell’euro, una valuta che in quanto media di varie economie europee, non corrisponde esattamente alla superiore forza specifica dell’economia tedesca, è riuscita a esportare con successo i suoi prodotti sia in Europa che in Usa. La recente risposta protezionistica degli USA è in fondo una mossa obbligata verso la concorrenza dei prodotti tedeschi. Anche se da un altro punto di vista è un segnale della bassa competitività dei prodotti USA rispetto ad alcuni concorrenti (ad esempio Cina e Germania), sia sul mercato internazionale che su quello interno.

Ed eccoci dunque al punto dolente delle analisi economiche puramente numeriche. Se dovessimo fermarci solo ai dati numerici macroeconomici, potremmo affermare che l’economia USA, dopo la crisi del 2008, ha moderatamente ripreso a marciare, tuttavia se decidessimo di inserire quei dati numerici nel contesto comparativo delle prestazioni dei vari componenti dell’economia globale, allora scopriremmo che il capitalismo USA ha perso  parte del peso che aveva in passato.

Fino a qualche anno addietro era forse plausibile mostrarsi dubbiosi sul declino americano, ma oggi, di fronte alla mole di informazioni e di dati di pubblico dominio, è inevitabile concludere che sia in atto una tendenza al declino.

Nel 2019 questa tendenza continuerà a manifestarsi, innanzitutto come risultante della forza combinata delle economie concorrenti, principalmente di Cina, India, Russia e Germania, che con le proprie produzioni avanzate e competitive in campo industriale, energetico e militare, continueranno a declassare le corrispettive produzioni USA. Nonostante questo dato essenziale, l’apparato capitalistico americano (simbiosi di struttura economica e sovrastruttura statale) cercherà di prolungare la propria esistenza, e di preservare gli interessi della propria borghesia, contendendo dovunque e in ogni modo il controllo delle risorse energetiche e delle vie commerciali agli apparati rivali. Da questa contesa potrebbero derivare dei nuovi picchi di violenza nelle attuali soglie di frattura fra opposti interessi geopolitici. Alludiamo ovviamente all’Ucraina, alla Siria, allo Yemen, al Venezuela, alla Libia, al mare giallo. In queste soglie di frattura l’apparato USA è costretto, a causa dei rapporti di forza sfavorevoli, a impiegare la strategia del caos e della terra bruciata per rallentare l’avanzata e le conquiste degli apparati avversari.

l’Ucraina è un esempio di cosa significhi l’applicazione di tali strategie, in termini di pura capacità di disturbo ravvicinato nei confronti della principale potenza militare avversaria.

L’incidente recentissimo avvenuto nel mare di Azov, fra la marina russa e alcune imbarcazioni ucraine, rientra a pieno titolo nell’ambito di una strategia di confronto senza esclusione di colpi fra opposti apparati capitalistici. Nei prossimi mesi assisteremo con molta probabilità ad altre scaramucce militari e forse a qualcosa di più grosso in questa area. Sono infatti sempre più ricorrenti le voci relative alla preparazione di un attacco su vasta scala dell’esercito ucraino contro le repubbliche separatiste di Donetsk e lugansk. Tale attacco, ovviamente concordato dal governo ucraino con le potenze internazionali sostenitrici avrebbe lo scopo di attirare nel conflitto, in modo esplicito e diretto, la potenza confinante russa, in modo da poter rimettere in discussione le relazioni commerciali con alcuni paesi europei, e soprattutto il progetto North stream due. È prevedibile che il pesce russo non abbocchi all’amo, e intervenga invece in modo indiretto nell’ipotetico risorgere del conflitto nel Donbass.

Le cause sufficienti per ipotizzare un ritorno dello scontro militare in Donbass si trovano, d’altronde, anche nelle esigenze di conservazione dell’attuale gruppo politico dirigente ucraino, poco popolare nei sondaggi delle prossime elezioni di marzo. Ovviamente un nuovo conflitto in Donbass, con lo spettro dell’intervento russo, potrebbe compattare in senso nazionalista gli umori dell’elettorato verso l’attuale e impopolare dirigenza, e quindi regalare un ulteriore tempo di vita a questa dirigenza.

Resta il fatto che i dati socio economici fondamentali in Ucraina sono drammatici, sia in relazione al livello di povertà e disoccupazione, sia in riferimento al calo della produzione e alla chiusura di imprese economiche.

Il ricompattamento nazionalista, pur alimentando di emozioni estreme le menti, non riuscirà a riempire le pance vuote per un tempo indefinito, e prima o poi i nodi della difficile situazione economica verranno al pettine.

In Ucraina sono presenti istruttori militari occidentali, il cui ruolo potrebbe rivelarsi importante nei prossimi mesi, se davvero dovesse avverarsi lo scenario di una ripresa del conflitto militare.

Le nostre previsioni sono le seguenti: l’esercito ucraino attaccherà, entro pochi giorni o al massimo entro un paio di mesi, ma incontrerà ancora una volta una resistenza superiore alle proprie forze e capacità offensive. Dopo la sconfitta potrebbe proporsi uno scenario politicamente insidioso per i vincitori, soprattutto se dovessero a loro volta invadere i territori da cui è partita l’offensiva Ucraina, come ogni manuale di strategia bellica suggerisce (per garantirsi da nuovi attacchi).

In questo caso l’Occidente ( in primis USA e Inghilterra) potrebbero gridare all’aggressione della Russia contro l’Ucraina, proporre nuove sanzioni, e soprattutto ostacolare il business energetico del North stream 1 e 2, cioè le forniture energetiche russe all’Europa.

Tuttavia questa ipotesi si scontra con il dato reale del profondo fabbisogno energetico dell’Europa, in prevedibile e probabile crescita già nel breve termine, in conseguenza dell’esaurimento delle riserve energetiche nel mare del nord.

Dunque le ragioni dell’economia e quelle della geopolitica, mai così divergenti.

Capitolo due: mito e realtà di una nuova crisi finanziaria

Dedicheremo alcune considerazioni al tema della sempre incombente crisi finanziaria.

Su questo tema si esercitano da qualche tempo accademici di rango e articolisti vari, allo scopo di attirare l’attenzione sulla possibilità di un replay della catastrofe del 2008. A dire il vero tale possibilità era stata adombrata già per il corrente anno 2018, anche se finora senza nessun riscontro empirico.

L’errore di fondo in queste previsioni non è tanto nel non azzeccare il momento esatto della crisi finanziaria, quanto nel ritenere che una crisi finanziaria sia l’origine di successivi sconvolgimenti nel campo macroeconomico.

Tale credenza è una vera e propria inversione del rapporto realmente esistente fra la sfera economica della produzione e distribuzione, e la sfera del credito e della finanza.

La base ultima della finanza è l’esistenza di attività economiche reali su cui investire, quindi le aziende quotate in borsa, S.P.A, il cui capitale sociale è formato da azioni negoziabili, oppure gli stati nazionali con un debito pubblico formato da titoli negoziabili.

Azioni, obbligazioni, titoli pubblici, sono espressione di movimenti economici reali, e di unità produttive aziendali reali, pubbliche e private, su cui si innesta il movimento derivato del credito e della finanza. Dunque se il piano reale produttivo-aziendale attraversa una fase depressiva, allora anche il piano creditizio-finanziario ne risente, ed entra a sua volta in crisi. Alle volte può sembrare il contrario, solo perché chi legge i dati non presta sufficiente attenzione alla ”consecutio temporum” fra crisi economico-aziendali e crisi finanziarie.

In un contesto di difficoltà persistenti dell’economia capitalistica, intensificatosi dalla metà degli anni 70 del secolo scorso, non ha neppure senso parlare di crisi, mentre sarebbe più corretto usare il termine ”accentuazione” periodica dei problemi e delle contraddizioni del capitalismo.

Ancora meglio sarebbe usare la denominazione ” regolare manifestazione delle leggi di sviluppo del capitalismo’.

Il termine ”crisi” va dunque sottratto all’impiego mistificato che ne fa l’ideologia borghese, e riportato con i piedi per terra, quindi va ricondotto alla sua condizione reale di marcatore semantico di processi congeniti e immanenti al capitalismo.

Dunque fatte queste premesse, possiamo dire qualcosa sulla querelle crisi o non crisi finanziaria ( per il 2019).

In verità l’intero giro di compravendita di titoli (azioni/obbligazioni), o di derivati ( scommesse su eventi di vario genere) è cresciuto in modo abnorme, negli ultimi decenni, proprio a causa della crisi strutturale di sovrapproduzione. Infatti, non riuscendo a trovare una valorizzazione adeguata nell’economia reale aziendale, una parte del capitale monetario si è diretta verso gli investimenti finanziari, dove le banche e le borse svolgono un importante ruolo di intermediazione.

Tuttavia il mercato di borsa, dove affluiscono ingenti capitali monetari attraverso la mediazione delle banche, presenta una elevata aleatorietà nei rendimenti degli investimenti, e soprattutto nella conservazione dello stesso capitale messo in gioco.

Attraverso successive fasi di lievitazione speculativa caratterizzanti le transazioni finanziarie, il valore del capitale fittizio finanziario ha travalicato tredici volte il valore del PIL dell’economia reale globale.

Un castello di carte di capitale fittizio, semplicemente distaccatosi dal valore reale dei dati macroeconomici.

Ma torniamo alla domanda cruciale: avremo nel 2019 una nuova crisi finanziaria, o meglio si verificherà una crescita delle congenite difficoltà di funzionamento del capitalismo?

La risposta è positiva, e la ragione di tale risposta è molto banale: il capitalismo è semplicemente un cadavere che cammina, un modo di produzione anacronistico, che da molto tempo doveva essere morto e sepolto, e dunque ogni nuovo anno di spettrale/larvale esistenza di questo cadavere, non fa altro che ulteriormente aggravare il suo quadro clinico generale.

In fondo è molto semplice: la caduta tendenziale del saggio medio di profitto determina la crisi da sovrapproduzione, e questa crisi si inasprisce nel corso del tempo.

Questo combinato di causa ed effetto opera in background, come certi programmi nascosti dei sistemi operativi dei computer che usiamo quotidianamente.

Il capitalismo ha storicamente eliminato la sovrapproduzione di merci e di capitale costante e variabile con le immani distruzioni avvenute durante le due guerre mondiali, anche se oggigiorno la stessa presenza delle armi nucleari rende problematica la prospettiva di una terza guerra mondiale.

L’altra soluzione ai problemi del capitalismo, ovvero la sua soppressione per mezzo dell’azione della classe proletaria guidata dal partito ‘umano’ sembra oggigiorno una chimera inesistente, eppure è a questa chimera che bisognerà ritornare se l’umanità non vorrà essere condannata all’estinzione.

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