Punto 12: teoria e pratica

Nota redazionale: il punto dodici è breve ed essenziale. Esso ribadisce che anche nei periodi storicamente sfavorevoli per l’azione di classe proletaria, il partito non può essere solo concentrato sulla difesa e restaurazione dei capisaldi teorici, evidentemente minacciati e deformati dall’ideologia dominante. Il partito deve avere una linea di azione pratica (ma anche la teoria è azione), guidata dai principi marxisti, mantenendo in questo modo la possibilità di individuare le linee essenziali di sviluppo del conflitto di classe. Ma l’azione pratica non segue la pura improvvisazione, essa è prevista e stabilita sulla base delle lezioni della storia, ovviamente condensate nella teoria invariante marxista.

Questa importante caratteristica distanzia la corretta prassi di azione del partito dalle ubriacature attivistiche delle formazioni politiche opportuniste, veri e propri cavalli di troia dentro il movimento proletario.

Dunque anche quando, come in questo periodo storico, il livello di lotta del proletariato è quasi inesistente, il partito deve potere seminare le giuste parole nella classe, e avere dei sensori dentro il corpo sociale.

Comunicare e propagandare, nei limiti del possibile, le parole giuste, il programma comunista, in vista del futuro germogliare di condizioni generali oggettive meno sfavorevoli.

 

Punto n°12: teoria e pratica
IN NESSUN PERIODO ANCHE DI STASI PROFONDA E DURATURA DELLA
INIZIATIVA AUTONOMA DELLA CLASSE OPERAIA PUO’ ESSERE CALATA
UNA BARRIERA TRA TEORIA E PRATICA: E’ PROPRIO IN TALI FASI, IN CUI
L’ATTIVITA’ PRATICA E’ INGRATA E AVARA DI RISULTATI IMMEDIATI, CHE
VI E’ INFATTI IL CONCRETO RISCHIO DI UN RIPIEGAMENTO SU UN’ATTIVITA’ PURAMENTE TEORICA.

Nelle epoche controrivoluzionarie o
storicamente sfavorevoli gli unici successi, le uniche vittorie che al Partito è consentito di conseguire sono le vittorie teoriche, dato che l’inerzia dell’iniziativa di classe rende l’attività pratica del partito sostanzialmente ininfluente, almeno all’immediato. Ne consegue che l’attività pratica, nei suddetti periodi, è necessariamente meno gratificante dell’attività teorica per i militanti che
intendono restare allineati al Comunismo. Pur restando “difficili” entrambe, come
sempre, si aggiunge infatti in tali circostanze per quanto riguarda l’attività pratica
una difficoltà supplementare, ossia la difficoltà psicologica di continuare a
lavorare contro corrente senza poter vedere un minimo risultato. Il rigore con cui
l’attività teorica deve essere sempre svolta non autorizza quindi nessuno a ripiegare su di essa disertando l’attività pratica quando essa è particolarmente avara di successi e di gratificazioni. Il rischio di tale ripiegamento, lungi dall’essere un’invenzione generata da un “attivismo operaista” senza capo né
coda, è un rischio concretamente esistente, tanto è vero che le nostre Tesi
ripetutamente ed esplicitamente vi alludono, esortando a non calare mai una barriera tra teoria e pratica. “Non vogliamo ridurre il Partito a un’organizzazione di tipo culturale, intellettuale e scolastico […] Dato che il carattere di degenerazione  del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo Partito di oggi ha un carattere preminente di restaurazione di principi di valore dottrinale […]. Tuttavia non per questo possiamo calare una barriera tra teoria e azione pratica; poiché oltre
un certo limite distruggeremmo noi stessi e tutte le nostre basi di principio” (1).
Questa esortazione non è affatto una tiritera di stampo volontarista, ma risponde alla duplice esigenza di non distruggere noi stessi, essendo dimostrato che senza disporre di adeguati “sensori” si va regolarmente fuori strada, e di lasciare nella classe operaia un’impronta delle consegne comuniste quanto più è possibile persistente e profonda, e quindi tanto più utile e preziosa per l’avvenire.
L’affermazione sopra richiamata, inoltre, non significa affatto che un minimo di attività pratica, anche nelle situazioni più nere, bisogna pur farla per salvare l’immagine e il decoro del Partito, ma significa ben altro: e cioè che l’attività svolta, per limitata che sia, deve essere collegata alla teoria. Nell’inosservanza di questo dettato fondamentale delle nostre Tesi risiede la principale causa soggettiva delle crisi ricorrenti del Partito in particolare dall’inizio degli anni ’70.
Tali crisi sono state la conseguenza di un’attività pratica che non è mai stata in
difetto quantitativo, anzi, che talora è stata anche fin troppo estesa, ma che in
ogni caso, da quell’epoca in avanti, è stata abbandonata a se stessa, non è
stata guidata, controllata e disciplinata dalla dottrina. Sappiamo che il rovesciamento della prassi si verifica solo nel Partito. Non solo nel senso che il
Partito anticipa l’azione della classe ma anche nel senso che il Partito deve prevedere alla luce della teoria la sua stessa prassi e quindi non solo deve
guidarla man mano che si sviluppa, ma anticiparla teoricamente, sapendola e
volendola prima di effettuarla. Dall’inizio degli anni ’70, al contrario, l’attività
pratica è stata acefala, e la teoria ha inseguito l’attività pratica, dandole via via
una serie di pezze giustificative post festum. Poca attività pratica, quindi?
Tutt’altro: troppa attività pratica e, quel che è peggio, un’attività sempre più
scollegata dalla teoria. E, all’inverso, una teoria ridotta ad essere serva di una
prassi che camminava con le sue gambe, ovvero che camminava assimilando e
facendo propri i moduli di comportamento altrui, i modelli della classe dominante, che furono a questo modo importati all’interno di quello che era stato e avrebbe dovuto continuare ad essere il bastione del marxismo rivoluzionario.
Ma la teoria “marxista” che si affanna a dare coperture e dignità “rivoluzionaria”
ad una prassi opportunista ha un nome: si chiama kautskismo. La supponenza
intellettualistica con cui si sono liquidate in passato nel Partito le “questioni
pratiche” è la stessa supponenza con cui ora si irride di fronte alla messa in guardia dal pericolo di disertare il terreno dell’attività pratica. Non è sano dottrinarismo, questo, è intellettualismo degenere. Non è amore per la teoria, ma solo per il ruolo di difensori della teoria che ci si è arrogato. E’ indifferentismo
da gran signori nei confronti dell’attività pratica e di quella teorica.

1 “Considerazioni sull’organica attività del Partito nelle situazioni storicamente sfavorevoli”, 1965.

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