Sanzioni e strategia del caos

La politica di potenza degli USA è attualmente focalizzata sulle misure economiche punitive verso l’Iran e verso i paesi che intendono continuare ad acquistare petrolio dall’Iran ( le attenzioni al Venezuela sono per ora in secondo piano). Gli USA dunque ritengono di potere imporre la propria giurisdizione su tutto il globo, tuttavia sono già emersi dei rifiuiti da parte della Cina, della Turchia e di altre nazioni verso tale pretesa. In altre parole le minacce di sanzioni economiche non sembrano spaventare più di tanto le dirigenze politiche di varie economie capitalistiche emergenti, soprattutto estremo orientali.  È prevedibile, invece, che gli stati europei vassalli e alcuni paesi latino americani ( andando contro i propri interessi economici) accettino le richieste USA. La mossa americana si spiega alla luce del confronto interimperialistico. Non potendo entrare in conflitto aperto con gli apparati capitalistici rivali di Russia e Cina, troppo potenti allo stato attuale, il Moloch statale USA cerca di colpire un alleato dei propri rivali strategici ( favorendo al contempo i propri alleati mediorientali, in primo luogo Arabia Saudita e Israele). Ma si consideri anche l’obiettivo di ostacolare la nuova via della seta, destabizzando un area di vitale interesse per il progetto cinese.

Si tratta di un gioco rischioso, azzardato, prevedibilmente destinato al fallimento. La guerra commerciale, condotta attraverso le sanzioni, è solo il primo passo di una strategia più ampia. Gli USA hanno di recente dichiarato che i duecentomila pasdaran della rivoluzione iranica sono una organizzazione terroristica, in questo modo hanno posto le premesse giustificative per una futura azione militare antiterrorismo contro l’Iran. Il fatto  che il terrorismo islamista (Isis, al Qaeda…) sia stato utilizzato, secondo le denunce ufficiali di un giocatore imperiale (la federazione Russa), dai propri avversari, dovrebbe far riflettere sulla strumentalità di certe dichiarazioni di intenti.

Ma passiamo oltre. Le sanzioni USA mirano a strangolare l’economia iraniana, per favorire un successivo cambio di regime. Proviamo tuttavia,  a questo punto del grande gioco geopolitico, a ragionare sugli ipotetici scenari di sviluppo.

Uno: le sanzioni ottengono un effetto molto negativo sull’economia iraniana, in quanto vari paesi, smettendo di comprare il petrolio dall’Iran, compromettono una importante fonte di entrate del paese sanzionato. La conseguenza di questo stato di cose potrebbe essere l’impoverimento di parte della popolazione e la nascita di un vasto movimento di proteste antigovernative, e forse il successivo cambio di regime. Il cambio di regime dovrebbe aprire la strada a una leaderschip più favorevole agli interessi USA.

Due: l’Iran, in risposta alle sanzioni, decide di bloccare lo stretto di Hormuz, danneggiando a sua volta i commerci petroliferi dei paesi dell’area. Gli USA decidono di intraprendere in risposta una serie di bombardamenti aerei sulle infrastrutture militari iraniane.

Le forze missilistiche iraniane a loro volta colpiscono con i propri missili a lungo raggio il territorio dei paesi alleati degli USA nell’area. Gli americani intensificano la campagna di bombardamenti. Cina e Russia si limitano a semplici proteste diplomatiche contro l’aggressione degli USA.

Tre: in presenza di tutte le fasi del punto due, esclusa la fase finale, accade che di fronte all’aggressione militare all’Iran, i militari russi, probabilmente dopo aspre discussioni con una parte della propria dirigenza politica, ottengono infine il via libera per una rappresaglia. Grazie alla superiore tecnologia militare, e soprattutto grazie all’utilizzo dei missili antinave Kinzhal e Zirkon, lanciati sia dai vascelli da guerra che dai caccia mig 31, vengono colpite e affondate le portaerei e le navi da cui parte l’attacco contro l’Iran. A questo punto emerge alla piena luce del sole che il complesso militare-industriale russo, e il funzionale apparato tecnico-scientifico, possiedono conoscenze scientifiche e derivate applicazioni tecnologiche superiori a quelle americane. I probabili  passi successivi sono due. Uno: gli USA riconoscono la sconfitta e si fermano (questo fatto provoca il progressivo indebolimento della influenza degli USA nel globo, soprattutto nei confronti degli stati vassalli). Due: gli USA tentano follemente di spostare il confronto con i russi sul piano degli armamenti non convenzionali. In questo secondo caso solo la tempestività e l’efficacia dell’attacco nucleare preventivo di uno dei due Big imperiali, potrebbe forse determinare la completa distruzione dell’avversario, e la residua possibilità di sopravvivenza o di estinzione della vita sul pianeta.

Una variante della terza ipotesi potrebbe essere questa: i russi si limitano a una azione difensiva sulla falsariga di quelle già sperimentate in Siria. In altre parole si limitano a deviare i missili lanciati dalle navi e dagli aerei USA con misure di disturbo elettronico, e ad impiegare i sistemi antimissile s300 e s400. Ricordiamo che l’Iran è dotato già di sistemi s300. Una tale variante all’ipotesi tre presuppone che le fonti da cui partono gli attacchi, cioè le navi e gli aerei USA non vengano distrutti, evitando così la possibilità di una ulteriore escalation.

Tuttavia se davvero le intenzioni militari degli USA non fossero assimilabili ai precedenti siriani, allora la distruzione delle piattaforme di lancio sarebbe inevitabile, e i russi dovrebbero alzare il livello di confronto.

Gli scenari sono dunque diversi, e alcuni non proprio rassicuranti per la sopravvivenza della specie umana. Non possedendo il dono della preveggenza brancoliamo inevitabilmente nel buio. Tuttavia, come già scritto nel mese di agosto 2015, nell’articolo ‘Dinamiche di confronto e scontro fra blocchi imperiali concorrenti’, è difficile che uno dei due superapparati statali oggi esistenti voglia e possa portare davvero lo scontro a livelli parossistici.

Vedremo, nei prossimi mesi, se questa nostra convinzione sarà confermata o meno, ancora una volta, dallo svolgimento dei fatti.

Alcune altre considerazioni sono tuttavia inevitabili.

L’impero americano, diversamente dalle maggiori potenze avversarie,  è costretto (in ragione della sua condizione di declino) a impiegare la strategia del caos per creare confusione sullo scacchiere geopolitico, e quindi rallentare i progressi della concorrenza. Avvelenare i pozzi, fare terra bruciata,  già nel 2015 abbiamo analizzato questa strategia nel testo ‘Isis e politica imperiale del caos’. Gli eventi successivi hanno ripetutamente confermato le nostre analisi. Alcuni ‘acuti osservatori’ hanno invece continuato a blaterare di imperialismo egemone USA, valutando il peso economico-militare della  Russia alla stregua di quello di una media potenza regionale. Nessuna autocritica è stata mai registrata sui siti dei propagatori di queste analisi errate. Alcuni erranti, è triste doverlo constatare, si proclamano tuttora eredi privilegiati della nostra stessa tradizione marxista. Anche di recente taluni acuti analisti ( si fa per dire)  hanno certificato che la Russia è una potenza locale. Dunque le batoste subite dagli Usa in Georgia, Crimea, Donbass, Siria sarebbero state causate da una potenza locale. Già il fatto di definire potenza locale uno stato dalle dimensioni territoriali della federazione russa è sinonimo di grave incapacità di leggere la realtà. Il vizio dell’economicismo potrebbe essere all’origine dell’errore di analisi. Ci tocca rispiegare l’argomento. Dunque quando si valuta il peso di una economia, o di una azienda, non si tiene solo conto del PIL o dell’utile d’esercizio, ma anche dei dati patrimoniali. I dati patrimoniali russi sono solidi o fragili? Possiamo sperare che gli acuti analisti inizino a riflettere su quei dati, prima di sparare ancora cavolate? In fondo costoro ripetono i contenuti della propaganda USA, perché forse cresciuti nel mito dei cow boy, del settimo cavalleria, e dei film Hollywoodiani, non possono concepire un mondo dove l’impero USA subisce sconfitte a ripetizione. Ma passiamo oltre. La strategia del caos, nel caso dell’Iran, dovrebbe mirare a destabilizzare un paese fondamentale per la realizzazione del progetto cinese di nuova via della seta. Ma non solo, sappiamo che anche altre vie commerciali dovrebbero passare sul territorio iraniano, permettendo il transito di prodotti realizzati in Russia e in  altri paesi confinanti.

L’azione degli USA verso l’Iran si configura dunque come un tentativo disperato di ostacolare il business legato a queste nuove vie commerciali in fase di realizzazione.

Il comportamento degli americani ricorda quello del lupo della favola, che pur trovandosi alla sorgente del fiume, accusava l’agnello situato più in basso, di intorbidare il suo specchio di acqua. Se non sapessimo che sulla scacchiera del grande gioco imperialista non ci sono attori innocenti, saremmo quasi desiderosi di assistere alla sconfitta umiliante degli USA.

Purtroppo siamo ben consapevoli che il ridimensionamento dell’impero USA non provocherà un cambiamento della musica, ma solo un ricambio nella orchestra dei suonatori. A meno che una palese sconfitta militare non favorisca, ovviamente in America, un risveglio del conflitto di classe.

Postilla

Esiste ancora uno scenario abbastanza probabile, ipotizzabile alla luce della estrema pericolosità di una escalation militare, e in fondo confortato dai precedenti storici del confronto fra i blocchi imperiali. Le sanzioni ottengono un effetto limitato, gli USA continuano a proferire minacce a vuoto, mentre i progetti di nuove vie commerciali proseguono coinvolgendo l’Iran e la Turchia. Progressivamente una parte delle economie capitalistiche europee, pur connesse a stati vassalli degli USA, vengono attirate nel business con i capitalismi emergenti di Cina, India, Iran, Russia, sancendo sul piano economico l’impotenza politica del centro imperiale americano. A dispetto delle controverse mosse politico-militari degli USA, infatti, il tempo gioca a favore del blocco emergente di potenze capitalistiche euroasiatiche. Come un Titano dai piedi di argilla, novello Prometeo borghese incatenato, il gigante USA è infine costretto a fare i conti con la realtà dei rapporti di forza, potenze avversarie e vassalli lo comprendono e diventano sempre più audaci nell’ignorare i suoi diktat di impossibile realizzazione. Il gioco del parassitismo tuttavia continua immutato, con altri attori incaricati di rivestire la parte dei fratelli coltelli borghesi, in una società capitalistica strutturalmente segnata dal conflitto di classe fra dominanti e dominati e borghesie nazionali concorrenti.

 

Postilla: la necessità economico-politica di mobilitazione permanente dell’apparato bellico americano contro il cattivo di turno, alla base della genealogia e del prevedibile tramonto dell’is. Ulteriore riflessione sulla tendenziale aggregazione di interessi borghesi arabi (sovra-nazionali )intorno al califfato.

La vittoria della violenza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale, quindi sulla “potenza economica”, sull’ “ordine economico”, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della violenza”. Engels.

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La tabella è basata su dati del FMI, in essa possiamo leggere per intero la parabola del declino americano. Come ben evidenziato dai dati numerici, la crescita percentuale (ma anche assoluta) del PIL cinese rispetto a quello americano assume i caratteri di una valanga economica. Nel giro di 10 anni il PIL annuo cinese è passato da 1324,81 Mld a 6988,47 Mld, giungendo a valere nel 2011 il 46,39% del PIL americano.

 La tabella fa riferimento ai dati del 2011, tuttavia sembra che il ruolo di maggiore potenza economica gli Stati Uniti l’abbiano già perso, almeno sulla base di dati aggiornati al 2017. Infatti, a parità di potere d’acquisto, cioè considerando cosa realmente una valuta può comprare, il Pil cinese del 2017 vale 23.301 miliardi di international dollars, mentre quello americano i 19.391, poi troviamo l’India, con 9.449 miliardi. Se viceversa ci fermiamo al solo aspetto contabile, quindi solo al valore nominale del pil espresso in una certa valuta, allora la Cina avrebbe un PIL di quasi 14.000 mila miliardi e gli USA di quasi 20.000. Ovviamente a noi interessa non il valore nominale di una valuta, ma il valore dei beni e dei servizi acquistabili con quella valuta. Da questa visuale la Cina ha superato nettamente gli USA.

Con questi ritmi di crescita la Cina si avvia a superare economicamente il rivale statunitense, probabilmente nel giro di un decennio ( anche sulla base del PIL nominale). Ecco spiegato il superattivismo americano condensato nella politica del caos, ecco compreso il progetto di smobilitare alcune basi militari in Europa per riposizionare mezzi e uomini nell’estremo oriente, in funzione anticinese. Il giovane capitalismo cinese ha dei ritmi di sviluppo percentuali e reali ormai superiori alla risicata crescita americana, e quindi, forte dell’appoggio militare russo, dell’alleanza commerciale con la stessa Russia, con l’India e con i paesi dell’america meridionale, sta conquistando posizioni economico-politiche importanti sullo scacchiere internazionale. L’immensa massa di lavoratori salariati, sfruttati in modo intensivo dal regime capitalista cinese, rappresenta la base materiale del successo economico-commerciale cinese e dell’incremento del PIL registrato nella tabella. L’America sta posizionando e rafforzando un sistema di basi militari intorno alla Cina, nelle acque dell’Oceano e nei paesi alleati (Corea, Giappone…) allo scopo di porre degli ostacoli alla crescita dei commerci dell’avversario capitalista cinese. Anche la strategia del caos messa in atto in medio oriente ha lo scopo di interferire con la politica espansiva dell’avversario, recidendo e ostacolando le linee di rifornimento di petrolio e metano indispensabili per sostenere l’attuale ritmo di crescita economica cinese. Il disordine terroristico mediorientale ha almeno per qualche tempo sabotato i progetti delle società petrolifere russe, erodendo in prospettiva le regolari forniture di petrolio necessarie ad alimentare la locomotiva economica cinese. Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che le mosse americane possano mutare, nel lungo periodo, le sorti declinanti del suo capitalismo senescente. Il saggio di profitto elevato del capitale cinese è collegato ai livelli di sfruttamento di masse enormi di proletari, quest’enorme quantità di schiavi salariati è di proprietà della borghesia cinese, mentre la borghesia americana non può attualmente disporre di un equivalente numero di salariati disposti ad accettare il regime salariale dei lavoratori cinesi, inoltre anche l’ipotesi di un’occupazione coloniale del concorrente cinese appare irrealistica (se non altro per la presenza dello scudo nucleare russo). L’America contemporanea, nella situazione dei rapporti di forza militari esistenti, molto semplicemente, non può predare e appropriarsi del capitale costante e soprattutto del capitale variabile cinese, così come non può impossessarsi delle immense risorse energetiche presenti nei territori presidiati dal colosso statale russo. L’arsenale nucleare russo, accoppiato alla sua moderna macchina bellica convenzionale, è il vero fattore di dissuasione permanente rispetto alle mire di saccheggio e di conquista americane. Pertanto, questa dura lezione, impartita dalla percezione dei rapporti di forza reali, spinge l’apparato militare industriale americano a giocare la carta del caos, nella speranza di allentare il cappio che il divenire del capitalismo globale pone intorno al suo collo. Tuttavia, giocando la carta del l’integralismo sunnita, l’America ha non solo rimesso in circolazione il suo prodotto migliore, cioè la guerra e le armi – campo in cui ancora mantiene margini di competitività – ma ha, forse inconsapevolmente, riattizzato l’aspirazione panaraba e sopranazionale di una parte considerevole della borghesia araba. Il califfato, cioè lo stato islamico esteso dall’oceano indiano ai Pirenei è una realtà storica realmente esistita nell’ottavo secolo d.c. Successivamente, con la decadenza dell’elemento arabo, il califfato è stato sostituito dall’impero ottomano: impero multietnico guidato politicamente e militarmente dalla componente turca. Il lento decadimento e sfaldamento di quest’impero ha prodotto una miriade di stati e nazioni, alle volte ferocemente avversarie, in altri casi tendenti a patti ed alleanze durature. In modo particolare, una parte della borghesia capitalistica araba ha tentato, fin dagli anni 50, la strada dell’unione sopranazionale attraverso il partito Baath, il nasserismo, e altre formule politiche miranti alla tutela migliore dei propri interessi di classe. Come dicevamo in precedenza, l’intervento americano in Iraq del 2003 ha danneggiato una frazione della borghesia irachena sunnita, ora però la politica del caos ha rimesso in circolo le sue aspirazioni. Sembra incredibile, eppure le aspirazioni e le tendenze strutturali di una parte della borghesia araba alla tutela dei propri interessi hanno temporaneamente trovato, attraverso lo stragismo e il terrore dello stato islamico (IS), un primo momento di realizzazione pratica. Non sarebbe realistico esprimere delle valutazioni nette e definitive sugli sviluppi futuri di questa tendenza: ci sembra, infatti, che i processi di decomposizione degli apparati statali preesistenti, innescati – come detto in precedenza – dalle dinamiche nazionali e internazionali del divenire capitalistico, possano preludere solo ad una successiva ricomposizione su basi diverse, maggiormente funzionali agli interessi della frazione di borghesia vincente. In questa logica di sviluppo e di ricomposizione degli interessi borghesi intorno ad un nuovo apparato di dominio, anche il progetto delirante del califfato ritrova una sua spiegazione razionale: sottratto al folklore e alla cronaca sensazionalista esso diventa un tassello della politica americana del caos; e insieme, ma in via subordinata, un medium degli interessi d’importanti frazioni di borghesia capitalistica sunnita irakena e siriana.

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