Punto n.13: gli intellettuali e il partito

Punto n°13: gli intellettuali e il Partito

Una negazione dell’immediatismo che sta alla radice di ogni falso sinistrismo […] è quella di ammettere, giusta il sano marxismo, che come un membro della classe oppressa ben accade che stia nei partiti della classe dominante, inversamente ben può stare nel partito rivoluzionario chi della classe oppressa non sia membro. Per via mediata e non immediata la rivoluzione riceve l’apporto di elementi che non vi hanno diretto interesse” ( 1). Il Partito pertanto non esclude dalle sue file gli “elementi di classi non puramente proletarie” (2), in tal modo “evitando la stretta concezione laburista del partito” (3), ma lo fa solo a condizione che a tali elementi sia “richiesto in modo inesorabile il superamento di qualunque esitazione sugli specifici postulati teorici e politici del movimento” ( 4); non rifiuta insomma di accogliere nella sua organizzazione dei “qualificati individui delle classi economicamente superiori” (5), ma solo quando essi “sono dei veri disertori del campo sociale avversario” (6). Ciò significa che non basta accogliere tali elementi sulla base di una loro adesione razionale alla dottrina comunista: la qualificazione di cui si tratta richiede infatti che essi si siano strappati non solo dalla mente ma anche dal cuore le loro rispettive collocazioni anagrafiche, superando così tanto le esitazioni di natura intellettuale quanto quelle di ordine emozionale, ben peggiori perché più direttamente delle precedenti incardinate alle spinte fisiche che muovono da specifici interessi di classe. E questo richiede delle particolari misure di precauzione del Partito, atte non solo e non tanto ad ovviare alle “crisi e ritorni nei casi singoli” (7), che sono sempre da mettere in conto, ma soprattutto a prevenire il danno che un’adesione platonica ed epidermica da parte di tali elementi non può non arrecare al Partito. Quella del cordone sanitario non è affatto una “nuova dottrina”, che ci siamo inventati oggi per animare polemiche inutili: rispetto al “Manifesto” del 1848 “tutta la posteriore esperienza sta ad ammonire che il proletariato si deve guardare con particolari garanzie organizzative – e tattiche pensiamo noi – dal pericolo sempre presente che questi elementi intellettuali, e insieme ad essi gli operai elevati a capi del movimento, si trasformino in agenti della borghesia tra le file operaie” (8). Ma vediamo quali garanzie particolari la Sinistra ritiene necessarie per i primi, per gli “elementi intellettuali”, e su quali basi esse poggiano: “cominceremo col fare una distinzione tra socialisti operai e socialisti «intellettuali». L’operaio diviene socialista quando prende a considerare la sua posizione di vittima non isolatamente, ma insieme a quella dei compagni di lavoro. Questo – l’abbiamo detto tante volte! – è conseguenza del suo stato di disagio economico a cui l’istinto di conservazione gli fa cercare un rimedio. Nel fare questi sforzi per il suo miglioramento, esso finisce col vedere che occorre colpire alla radice il presente regime economico, e per fare ciò bisogna portare la lotta sul terreno politico dirigendola contro le istituzioni attuali. E’ evidente che quello stesso istinto di conservazione che lo ha spinto su questa strada, lo trattiene poi nel momento decisivo dell’azione rivoluzionaria, e molte volte l’operaio finisce coll’adattarsi alla condizione presente, per tema di arrischiare troppo e di fare un cattivo guadagno. Ma quando certe particolari condizioni economiche esasperano il suo sentimento di ribelle, allora egli non esita più e si lancia nella lotta rivoluzionaria. Ora il Partito Socialista proponendosi di affrettare tale processo vuole convincere l’operaio della necessità di svolgere quella lotta, unica possibile soluzione del problema sociale nell’interesse del proletariato. L’operaio solidamente convinto di questo è un buon socialista. Quale dunque sarà il metodo per effettuare tale convinzione? Quello della dimostrazione teorica, della cultura? Dovremo allora aspettare vari secoli ancora per «preparare» il proletariato! No, perdio, la via della propaganda non è la teoria, ma il sentimento, in quanto questo è il riflesso spontaneo dei bisogni materiali nel sistema nervoso degli uomini. Occorre, se vogliamo vincere le riluttanze egoistiche dell’operaio, fargli vedere le condizioni di tutti i suoi simili, portarlo in un ambiente che gli parli della «classe» e del suo avvenire. Sotto l’influenza di tale ambiente egli non correrà rischio di diventare un rinnegato. E che non sia questa un’opera di cultura lo prova il caso degli intellettuali che «rinnegano» con grande facilità, malgrado la solidità teorica delle loro idee, a cui certo non potrebbero mai giungere gli operai. Però il caso degli intellettuali è ben diverso. Essi vengono da un ambiente non socialista, per accidente, per istinto forse, più spesso per essersi urtati in qualche spigolo dell’ambiente che lasciano – quasi mai colla cosciente malafede di farsi un piedistallo politico, perché questo vien dopo” (9). E se delle contromisure difensive devono esser fatte valere per il medico e per l’ingegnere, per il farmacista e per il rentier, per il bottegaio ed il contadino, è evidente che esse devono essere operanti a maggior ragione per gli intellettuali (professori, giornalisti, scrittori, poeti, preti spretati, avvocati, ricercatori ed accademici vari), per coloro insomma che -non ce ne vogliano i “marxisti raffinati”- in tanto fanno parte della suddetta categoria in quanto non lavorano con le mani, ma prostituiscono il loro cervello per meglio servire le classi dominanti. La Sinistra infatti ci ha insegnato che “il movimento comunista rivoluzionario annovera tra i suoi nemici peggiori, con i borghesi i capitalisti i padroni e con i funzionari e giannizzeri delle varie gerarchie, i «pensatori» e gli «intellettuali» indiscriminati, esponenti della «scienza», della «coltura», della «letteratura» o dell’«arte» accampati come movimenti o processi generali al di fuori e al di sopra delle determinanti sociali e della lotta storica e delle classi” (10). Per la Sinistra dunque gli intellettuali, come nemici della classe proletaria, stanno sullo stesso piano dei capitalisti e degli sbirri. Altrove, a proposito dei “ceti piccolo-borghesi di cui fanno parte i cosiddetti intellettuali”, la Sinistra afferma addirittura che non si tratta di vere classi ma di “spregevoli ceti marginali e ruffiani, nei quali non si ravvisano i disertori della borghesia di cui Marx descrive il fatale passaggio nelle file della classe rivoluzionaria, ma i servitori migliori e le lance spezzate della conservazione capitalistica, che campano di stipendi tratti dalla estorsione del plusvalore ai proletari” (11). Non ci rifiutiamo quindi di far entrare dei borghesi nel Partito, ma diciamo che bisogna fare molta attenzione agli intellettuali in generale e che in particolare dobbiamo chiudere la porta agli intellettuali piccolo-borghesi: non vediamo infatti tra questi ultimi nessun vero disertore. Da dove deriva un giudizio così drastico, che non abbiamo voluto in alcun modo attenuare (12) perché è la trascrizione letterale di quanto la Sinistra ha stabilito nelle Tesi di Partito? Dal fatto che costoro sono gli sbirri morali del sistema borghese, che sono stipendiati allo scopo specifico di tutelare l’ordine costituito raccontando menzogne alla classe proletaria. A differenza di un medico che, immergendo le mani nel sangue, qualche vita a volte la salva, di un ingegnere che, sgobbando sulle cifre, malgrado tutto un ponte lo progetta, del bottegaio che una pagnotta, per quanto inquinata, la distribuisce, di una prostituta che una prestazione sessuale, sia pure frettolosa, la concede, a differenza di tutti costoro, l’intellettuale non maneggia, non elabora, non distribuisce valori d’uso, ma ha come compito specifico quello di occultare la legge del valore che domina su tutte le attività umane e le rende abiette, quello di rendere accettabile l’inaccettabile, di presentare il Moloch capitalista che tutto ingoia omogeneizza e distrugge come un sistema “dal volto umano”. Quale è dunque il rimedio, il contro-veleno che il Partito deve applicare? Anzitutto il ripudio di qualsiasi forma di “subordinamento e di insufflamento alla vanità degli intellettuali del mondo borghese” (13). Non basta quindi che nel Partito si respiri l’aria pura di un ambiente ferocemente anti-individualistico, di cui il rispetto più rigoroso e inflessibile dell’anonimato è parte integrante, ma bisogna che ogni manifestazione del suddetto insufflamento deve essere repressa sul nascere, il che significa non solo che nessun posto in prima fila deve essere preparato nel Partito per i “professorini”, ma anche che nessun “corteggiamento” è ammesso né per farli entrare né per farli restare. Abbiamo infatti sempre respinto come manifestazione tipica del politicantismo elettoralesco e non, ogni tentazione ad “accattivarsi le simpatie degli strati ibridi e lubrichi, costituiti da tutti gli scrittorelli, pittorelli e artistucoli della gloriosa Italietta” (14). Se è vero che la struttura caratteriale è quella plasmata dai più turpi servigi resi alle classi possidenti, se è vero che un carabiniere resta di solito un carabiniere anche quando ha tolto la divisa, dobbiamo avere sempre ben presente che è più facile che un bottegaio o una prostituta o un medico siano dei veri disertori piuttosto che un professore, un avvocato o un giornalista, e che questi ultimi, gli intellettuali, per strapparsi di dosso la loro collocazione anagrafica devono percorrere un cammino molto più difficile, ripido e doloroso di quello degli altri transfughi. Ricordava infatti la Sinistra che “colla centralizzazione e quindi collettivizzazione della grande industria spariranno proprio gli avvocati e i professori di filosofie più o meno idealisticamente borghesi, che quindi per definizione sono reazionari” (15). Non solo questi ultimi non devono insufflarsi, ma non devono neppure essere insufflati da altri nella loro intellettuale vanità anche solo per un’ammirazione ingenua, che tradisce tuttavia nella reverenza per le classi colte l’interiorizzazione di una soggezione di classe dura a morire. “Siccome però l’intellettuale e l’operaio credono entrambi, molto spesso, alla superiorità politica dell’uomo più colto, così finiscono col trovarsi in due piani distinti, e l’operaio si abitua a credere che l’intellettuale sia un essere superiore, con possibilità di azione immensamente maggiori […] finisce col farsene un idolo, e intanto lo manda fuori dell’ambiente operaio” (16). Ecco l’origine dell’insufflamento: la presunzione di una superiorità politica emanante da una maggiore cultura, presunzione che non solo è totalmente erronea perché la cultura di cui gli intellettuali sono imbevuti fa a pugni con la politica rivoluzionaria, ma che nello stesso tempo tradisce il persistere nella testa di chiunque vi aderisce del tarlo idealistico proprio dell’ideologia borghese, che è tutt’uno col fatto di prosternarsi all’esperto, al tecnico, al “notaio” secondo uno stile che Mike Bongiorno ha consegnato alla storia. “Comincia così la logica parabola dei borghesi socialisti, riassorbiti dalla società borghese. E’ un processo quasi necessario: il proletariato sottrae alla borghesia alcuni elementi rivoluzionari, evoluti, e li sfrutta contro di essa finché questa non riesce a riprenderli nelle sue file. E’ un passaggio continuo che non recherebbe gran danno al socialismo se quegli intellettuali, andandosene, non lasciassero dietro di loro un seguito di ammirazione personalistica negli operai. Il nemico che ci vediamo contro in questi fenomeni, l’artefice delle defezioni operaie e non operaie dalle nostre file è sempre lo stesso: si chiama «individualismo». Esso è il riflesso dell’ambiente della società borghese. Esso ha le sue radici sul regime economico della proprietà privata e della concorrenza. E’ un nemico che dobbiamo combattere. Sarà abbattuto quando si potrà instaurare il regime economico comunista, ma bisogna assalirlo anche oggi” (17). Fai dell’intellettuale un idolo, insufflane le vanità, dice la Sinistra, e lo spingerai a rinnegare necessariamente la sua diserzione. Ma il peggio non è quando egli fa ritorno nel seno della sua classe d’origine, ma quando, pur avendo compiuto quel processo a ritroso, resta tra di noi “colla cosciente malafede di farsi un piedistallo politico” (18) a spese del proletariato e del suo Partito. Quando ha rinnegato la sua diserzione nei fatti ma non a parole, quando resta sì nelle nostre file, ma solo per trasformarsi in un Pastore, in un Migliore, o anche solo in un membro di una sedicente élite dirigente. Quando il suo restare nelle nostre file esprime, in altri termini, il formarsi ed il consolidarsi nel Partito di quei “gruppi di interessi capitalisti e contadini medii o mezzo borghesi” che noi, in linea con Engels, noi non potremo mai tollerare (19). Dopo che il “Nuovo Corso” e l’éclatément dell’82-83 ci hanno fornito delle ulteriori conferme di quanto sia grave il danno arrecato al Partito dal riprodursi di questi fenomeni su scala allargata in rapporto ai noti fattori ambientali sfavorevoli, persistenti ormai da 80 anni, non ci resta che rilevare la necessità di contromisure più radicali, di un cordone sanitario più rigido, inteso a prevenire tali fenomeni patologici prima ancora che a combatterli quando hanno già preso piede. Non basta allora che gli intellettuali non siano condotti ad insufflarsi, ma devono iniziare il loro cammino con l’ammosciarsi. Devono cioè, varcando la soglia del Partito, apprendere per prima cosa quanto sono vuoti, fessi, vili e inebetiti da pregiudizi ormai putridi (20). E anche questa non è una novità, ma è la trascrizione di una indicazione che viene da lontano e che oggi è solo diventata ancora più imperativa. Che altro significa, infatti, la consegna rigorosa data dalla Sinistra nel 1913 a questo genere di transfughi, e sulla quale più avanti ritorneremo: essere “compenetrati della serietà del compito che si sono assunti e della modestia di ciò che possono dare al proletariato” (21)? Se è ben vero infatti che abbiamo bisogno delle loro nozioni tecniche e di muscoli-cervelli allenati da mettere al lavoro, non è però il loro bagaglio di cultura e non è il loro modo di usare il muscolo-cervello quello che ci occorre in quanto “il pensiero, l’ideologia operaia si determinano al di fuori della filosofia guidata dalla classe che ha il monopolio dei mezzi di produzione, e il monopolio della «cultura»” (22). E quello specifico apprendimento costituisce nello stesso tempo la via maestra per la distruzione sistematica del loro ipertrofico Ego, che è costruito proprio sulla presunzione di una superiorità intellettuale. Se la collocazione anagrafica è quella dell’uomo di cultura, strapparsi dalla mente e dal cuore tale collocazione non può infatti che coincidere con il cessare di amare e di adorare il proprio Ego professorale, il proprio ruolo di super atleti dell’Intelletto, accettando senza più inorridire il fatto di essere digiuni del pane amaro della vera scienza, che non è quello che si distribuisce nelle mense universitarie, ma corrisponde a “quella coltura della lotta di classe che Engels auspicò al proletariato tedesco, riconoscendovi la ferrea dialettica socialista, che è una sintesi di pensiero e di fatto in cui resta stritolato tutto il ciarpame filosofico delle cattedre borghesi” (23), ed accettando anche come una cosa scontata per chi si vuol richiamare al materialismo il fatto di essere inetti al maneggio del muscolo della dialettica proprio perché troppo avvezzi a far lavorare i muscoli della logica formale. E poi dovranno -come tutti- riconoscere le periodiche recidive di fessaggine, viltà ed ignoranza da cui saranno invariabilmente affetti ed accettarle non solo senza adontarsene, ma prendendo tali recidive come un dato di fatto normale, naturale in una società divisa in classi ed in cui quindi l’ideologia borghese tende comunque alla lunga a prevalere. Nessun risibile “rieducazionismo” di stampo operaista, quindi, ma nello stesso tempo nessuno sconto particolare per la nobile categoria dei saltimbanchi dell’intelletto: il prezzo del biglietto d’ingresso nel Partito è uguale per tutti, anche se sappiamo che costoro faranno più fatica degli altri transfughi a cavarlo dalle tasche. La storia recente del movimento del sessantotto e dei suoi successivi strascichi è lì infatti per confermare che gli

intellettuali (i Ferrara, i Maroni, per arrivare fino a Santoro e a Gad Lerner sono tutti ex-sessantottini) sono il terreno più favorevole per l’ondeggiare escrementizio dei prodotti della putrefazione dei partiti stalinisti, che fino all’altro ieri “ammorba[va]no l’aria della lotta di classe, facendo ingoiare ai proletari le peggiori porcherie inzuccherate in una fraseologia pseudo-violenta e falsamente rivoluzionaria” (24) e che oggi seguitano ad ammorbarla, anche se lo fanno senza sentire più la necessità di condire con una fraseologia di pseudo-sinistra le suddette porcherie. Abbiamo allineato una batteria anti-intellettualistica che trae le sue formidabili armi non solo dalla Sinistra, ma anche direttamente da Marx ed Engels, come si vedrà più avanti. In Lenin questa artiglieria ha senza dubbio una minore potenza di fuoco. Ma non è un caso. E’ il necessario riflesso delle esigenze di doppia rivoluzione cui egli dovette sottomettersi. E che imponevano di considerare e trattare il transfuga (intellettuale o meno) della borghesia e, soprattutto, il transfuga delle mezze classi non come il transfuga proveniente da classi ferocemente nemiche, ma da classi che fino ad un certo punto avrebbero potuto e dovuto agire in sintonia col proletariato contro i residui feudali. “Quando la rivoluzione borghese doveva ancora esplodere e si trattava di abbattere le forme feudali, come nell’esempio della Russia del 1917, in questi strati di «popolo» non ancora proletario vi erano forze ed energie dirette contro il potere dello Stato e i vertici della società: in un deciso trapasso tali strati potevano integrare il proletariato del tempo non solo aumentando l’effettivo numerico, ma aggiungendo un fattore di potenziale rivoluzionario, utilizzabile nella fase di transizione, sotto la condizione della chiara visione storica e della potente organizzazione autonoma del partito della dittatura operaia e della sua egemonia, garantita dai legami col proletariato mondiale. Esaurita la pressione rivoluzionaria antifeudale, questa «cornice» che attornia il proletariato rivoluzionario e classista diventa reazionaria non quanto, ma ben più dell’alta borghesia. Ogni passo per legarsi ad essa è opportunismo, distruzione della forza rivoluzionaria, solidarietà con la conservazione capitalistica. Ciò vale oggi per tutto il contemporaneo mondo bianco” (25). Poteva quella cornice popolare non riverberarsi anche sulla struttura dell’organo-partito e sulla forma, anche se non sul contenuto, della riflessione teorica sul tema del Partito in Lenin? “Questa minoranza, il partito, non è qualcosa di esterno alla classe, ed è ciò grazie al quale la classe esiste come classe, solo esso può integrare tutte le lotte parziali e spontanee della lotta storica per il comunismo. A coloro che cianciano di spontaneità noi rispondiamo: la vera spontaneità storica del proletariato è il partito” (26). Lenin, contro i partigiani della spontaneità, non disse in effetti niente di diverso: “la coscienza politica di classe può essere portata agli operai solo dall’esterno; cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno dei rapporti della sfera operai e padroni” (27). Il contenuto è dunque identico: il Partito, che rappresenta l’anima della classe, non è e non può essere qualcosa di esterno alla classe, e quindi, lungi dall’agire dall’esterno rispetto alla classe, agisce dall’esterno soltanto rispetto alle lotte parziali intraprese dai diversi reparti locali della classe operaia, e proprio perciò può integrarle nella lotta generale ed unitaria per il comunismo. E’ diverso l’accento, in Lenin, che dà maggior risalto al carattere “esterno” della azione del Partito senza specificare a sufficienza che di una “azione esterna” si tratta non rispetto alla classe, ma rispetto alle sue disiecta membra, rispetto al suo localismo, rispetto alla sua spontaneità contingente, aspetti questi che nel concetto di “lotta economica” e di “rapporti della sfera operai e padroni”, di cui Lenin parla, sono bensì presenti, ma in una forma non ancora del tutto esplicita. Lenin questi aspetti in effetti li pone, ma in una forma che li lascia solo adombrati, e quindi non chiarisce fino in fondo che quella “azione esterna” è indispensabile affinché la classe cessi di essere esterna ed estranea rispetto a se stessa, affinché possa unificarsi nel suo moto ascensionale, affinché la sua spontaneità storica, che si identifica nell’adesione al programma comunista, possa surrogarsi alla sua spontaneità contingente. Ma l’enfasi di Lenin sul Partito che agisce “dall’esterno” trova nella “doppia rivoluzione” in Russia la sua base materiale. Perché “doppia rivoluzione” significa, tra l’altro, anche che la necessità di difendere il Partito dalle infezioni, di cui i transfughi sono pur sempre portatori, si impone in modo meno imperativo. In una doppia rivoluzione essi portano la scarlattina dentro il Partito. In una rivoluzione proletaria pura essi vi iniettano il vaiolo. Ecco perché il Partito in Lenin appare più “esterno” rispetto alla classe operaia di quanto esso non risulti sulla scorta di Marx, di Engels e della Sinistra: perché nella Russia del 1905 e del 1917 la sua reale composizione e fisionomia sociale era molto più borghese e piccolo-borghese di quanto non deve accadere nel contesto di una rivoluzione puramente proletaria. Perché ad esso ebbero accesso necessariamente molti più transfughi e, soprattutto, molti più transfughi a cui non era stato fatto l’esame del sangue in quanto molto minori erano, in quel contesto, i pericoli. E’ ben vero però che Lenin mise comunque in guardia il Partito contro questi “compagni di viaggio”, ricordando agli “economisti” che “precisamente la larga partecipazione dei ceti «accademici» al movimento socialista di questi ultimi anni ha causato una così rapida diffusione del bernsteinismo” (28). La Sinistra ha riecheggiato queste parole, affermando che proprio perché “la fase storica delle alleanze interclassiste non era chiusa” ma rappresentava “il primo problema”, si aveva in Russia che “non solo malgrado questo, ma tanto più per questo, il partito doveva avere non una frontiera elastica e indistinta, facile da varcare e rivarcare, ma ferrei limiti di dottrina e di organizzazione opposti allo stesso titolo ai nemici dichiarati e ai famosi transitori compagni di viaggio” (29). Ma è altrettanto vero che nello stesso testo essa aggiunge che “nell’attesa della rivoluzione unica […] la classe operaia e il suo partito non fanno alleanze. Sanno che nella rivoluzione non avranno che nemici” (30). Quindi non ci saranno più “compagni di viaggio” in quanto le mezze classi saranno a noi avverse ancor più ferocemente dell’alta borghesia. La Sinistra pertanto ha potuto quindi affermare polemicamente che si fu ferrei in Russia rispetto ai “transfughi”, ma lo ha fatto solo per dire che a maggior ragione dobbiamo e dovremo essere ferrei nell’Occidente super-sviluppato. Per ribadire che nelle aree di rivoluzione proletaria pura la frontiera del partito deve essere ancor più impervia e che i limiti ferrei che devono essere opposti ai nemici appartenenti alla borghesia ed a quelli appartenenti alle mezze classi (tra cui stanno gli intellettuali) non devono essere fatti valere allo stesso titolo verso entrambi, ma con maggior energia e determinazione proprio verso i secondi, che in quel contesto storico sono divenuti più reazionari dell’alta borghesia. Perciò va ribadito, in conclusione, che appoggiarsi direttamente su Lenin in materia di organizzazione è pericoloso quanto lo è nel campo della tattica, e in particolare lo è poggiare sulle affermazioni di Lenin che danno per scontato non solo e non tanto il fatto che il Partito brulichi di esponenti dell’intellighenzia, quanto il fatto che brulichi di elementi che nessun cordone sanitario ha provveduto preliminarmente a filtrare, scremando i veri disertori dai profittatori della Rivoluzione (31). Nell’atto stesso in cui rivendichiamo la concezione del Partito di Marx, di Lenin e della Sinistra, dobbiamo pertanto respingere ogni maldestro riferimento ad una “concezione leninista del Partito”, che, nella misura in cui esiste, altro non può essere se non il riflesso ideologico delle esigenze particolari cui, anche su questo terreno, Lenin dovette rispondere nella Russia semi-feudale dell’inizio del XX secolo, esigenze che ben traspaiono, del resto, anche nello schema del “centralismo democratico”. Ma torniamo alle vicissitudini più recenti del nostro Partito. Pur essendo ben lontani dal voler celebrare le virtù intrinseche dei militanti operai o peggio dal tessere l’elogio delle “mani callose”, dobbiamo comunque registrare un dato di fatto, e cioè che da quando è iniziato il “Nuovo Corso” sono state sempre ed invariabilmente attaccate e poi espulse o comunque liquidate proprio le sezioni operaie del Partito: Torino, Ivrea, Madrid, Schio alla fine degli anni ‘70, e adesso di nuovo Madrid e Schio. Non può essere frutto del caso ma della idiosincrasia viscerale della élite dirigente del Partito, composta esclusivamente da intellettuali, non verso gli operai in quanto tali, ma verso gli operai che hanno la presunzione di poter mettere mano alla teoria, disciplina di cui per tradizione di casta gli intellettuali detengono l’esclusivo monopolio, non parliamo poi di quegli operai che, pur essendo degli “illetterati”, hanno la pretesa assurda di essere i depositari della dottrina marxista allo stesso titolo di una élite dirigente fatta di laureati e di professori. Orrore: mani impure sui testi sacri della dottrina! Mani profane che osano interpretare le Scritture, e magari esternare per iscritto a nome del Partito le loro elucubrazioni da ignoranti, esponendoci tutti quanti al ridicolo! Facevano bene i vescovi a bruciare come eretici i fedeli cui fosse stata trovata in casa una copia della Bibbia! Il rimedio contro questo schifo non viene dalle risorse dell’immediatismo operaista, che vorrebbe escludere gli intellettuali in quanto tali, ma si identifica nel “cordone sanitario” cui si accennava prima. Sappiamo bene che Marx, Engels e Lenin erano degli intellettuali borghesi, ma ci risulta che Marx, ad esempio, si fosse strappato dalla mente e dal cuore la sua collocazione anagrafica fino al punto non solo di scrivere un magnifico testo come la “Questione ebraica” ma di mangiare carne di maiale sulla tomba dei suoi avi. Gesto all’apparenza minimo, ma non banale, perché equivaleva ad un plateale e totale rigetto di una tradizione religiosa, familiare e di classe, e proprio perciò rappresentava la premessa indispensabile affinché il cittadino Marx potesse ricollegarsi ad una Tradizione più alta, quella del “arco millenario”. Chiedete a uno qualsiasi dei frigidi e slavati diadochi che presumono di rappresentare la continuità della Sinistra difendendo il “Nuovo Corso” di compromettere la sua carriera non diciamo andando a distribuire sulle soglie dei templi della Cultura di ogni ordine e grado volantini “deliranti” o “troppo gridati”, ma anche soltanto rendendosi corresponsabile e complice di enunciazioni politiche men che “politicamente corrette”, chiedetegli di dire “spazzini” anziché “operatori ecologici”, “orbi” o “ciechi” anziché “non vedenti” nelle assise dei suoi pari, chiedetegli di esporsi ai loro occhi come militante di un Partito che nega che si possa storicamente parlare di un “Olocausto ebraico” e che ritiene che l’apparato statale nordamericano abbia deliberatamente tollerato che venisse progettato e portato a termine l’abbattimento delle Twin Towers, e vedrete che proprio dalle reazioni livide e rabbiose si potrà dedurre che costoro non si sono strappati dalla mente e dal cuore nemmeno un milligrammo del loro stupido orgoglio di casta.

1 “Contenuto originale del programma comunista è l’annullamento della persona umana singola come soggetto economico, titolare di diritti ed attore della storia umana” (Raccolta delle Riunioni di Partito, Vol. n° 5, pag. 140).

2 “La piattaforma politica del partito”, 1945.

3 Ibidem.

4 Ibidem.

5 “Gli intellettuali e il marxismo”, Battaglia comunista, n. 18, 1949.

6 Ibidem.

7 Ibidem.

8 “La natura del partito comunista”, L’Unità, 26.7.1925.

9 “Un programma: l’ambiente”, “L’Avanguardia” del 1° giugno 1913.

10 “Gli intellettuali e il marxismo”, Battaglia comunista, n. 18, 1949.

11 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista (Tesi di Napoli)”, 1965 (“In difesa della continuità del programma comunista” pag. 176).

12 Sappiamo bene infatti che, se è vero in generale che gli intellettuali “sono contro il lavoratore” anche “per quell’avversione costituzionale che ha posto sempre il servidorame intellettuale, ammesso alla tavola del signore, contro il servidorame del pianterreno e della soffitta”, è altrettanto vero che “non tutti sono così”; ma sappiamo anche che politicamente “la eccezione non importa” (“Gli intellettuali”, Prometeo, n° 1, 15 gennaio 1924, pag. 8).

13 “Gli intellettuali e il marxismo”, Battaglia comunista, n. 18, 1949.

14 “I marxisti e la religione”, il programma comunista n.14 del luglio 1964.

15 “La natura del Partito Comunista”, L’Unità, 26.7.1925.

16 “Un programma: l’ambiente”, “L’Avanguardia” del 1° giugno 1913.

17 Ibidem.

18 Ibidem.

19 “Contenuto originale del programma comunista è l’annullamento della persona umana singola come soggetto economico, titolare di diritti ed attore della storia umana” (Raccolta delle Riunioni di Partito, Vol. n° 5, pag. 141).

20 “Voi non avete pratica degli intellettuali e non sapete abbastanza quanto sono vuoti fessi vili e difficili a spostarsi un millimetro dai pregiudizi dominanti. Da quarant’anni ho imparato a fondo quanto più facilmente un uditorio operaio afferra tesi audaci radicali e in controsenso alle idee tradizionali, laddove i benpensanti magari con diverse lauree rispondono enunciando fesserie giganti e pietose” (Lettera a Salvador, 23.11.52).

21 “Partito socialista e organizzazione operaia”, L’Avanti! del 30 gennaio 1913. 22 “Il problema della cultura”, L'”Avanti!” del 5 aprile 1913.

23 “La nostra missione”, “L’Avanguardia” del 2 febbraio 1913.

24 “Sapevamo benissimo […] che i partiti opportunisti non si sarebbero dissolti di colpo, ma solo dopo una lunga agonia che ci avrebbe fatto assistere all’espulsione da questi organismi putrefatti di ogni sorta di escrementi. E oggi che lo sfilacciamento dei partitacci é finalmente incominciato, questi escrementi, sotto forma di innumerevoli gruppi e gruppetti, di parodie di grandi partiti e di sette varie, ammorbano l’aria della lotta di classe, facendo ingoiare ai proletari le peggiori porcherie inzuccherate in una fraseologia pseudo-violenta e falsamente rivoluzionaria. E, è inutile dirlo, tutto questo ondeggiare di merda trova il suo terreno più favorevole nelle aule delle università borghesi, fra gli studenti, gli intellettuali, l’«intellighenzia» che nella sua ignoranza presume di avere qualche cosa da insegnare alla classe proletaria, mentre avrebbe tutto da imparare mettendosi alla scuola delle battaglie proletarie di ieri e di oggi, in tutta umiltà” (il programma comunista n.13 del 1968).

25 “I fondamenti del comunismo rivoluzionario”.

26 il programma comunista. n.6 – 1969.

27 Lenin, “Che fare?”, Ed. Riuniti.

28 Ibidem, pag. 40-41.

29 “Russia e rivoluzione nella teoria marxista”, pag. 176.

30 Ibidem.

31 Dopo aver richiamato il fatto che “Marx ed Engels erano degli intellettuali borghesi” Lenin osserva ad esempio che “anche in Russia la dottrina teorica della socialdemocrazia sorse del tutto indipendentemente dallo sviluppo spontaneo del movimento operaio; sorse come risultato naturale e inevitabile dello sviluppo del pensiero fra gli intellettuali socialisti rivoluzionari”, categoria che, “armata della teoria socialdemocratica, nutriva il desiderio ardente di avvicinarsi agli operai” (“Che fare?”, Ed. Riuniti, pag. 63-64). Come è possibile non scorgere in questa rappresentazione del Partito comunista come un partito di intellettuali borghesi, che si forma indipendentemente dal movimento operaio e al di fuori di esso, un riflesso ideologico, politico ed organizzativo della arretratezza del movimento operaio russo, del carattere ancora semi feudale della società russa e quindi delle esigenze di una rivoluzione che era ancora in larga misura una rivoluzione borghese? Non è certo in forza questi caratteri specifici e limitati che la Sinistra definì il bolscevismo una “pianta d’ogni clima”!

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