Punto n.14

Nota redazionale: Feuerbach ha svelato l’esistenza dell’alienazione religiosa monoteista, il meccanismo in cui il produttore è dominato dal proprio prodotto, e Marx, successivamente, ha individuato nell’alienazione capitalistica del lavoro la base reale di tutte le alienazioni conseguenti. La società divisa in classi produce la separazione dell’uomo da se stesso, vale a dire dai mezzi di produzione e dal proprio prodotto, e ha come corollario ideologico la separazione dell’uomo dal dio trascendente delle religioni monoteiste. Quando, viceversa, in alcune correnti gnostico-ermetiche si parla di ‘deus absconditus ’, vale a dire di un dio sepolto e segretamente celato nel profondo dell’essere umano, non si fa altro che ritornare al giusto rapporto fra uomo e dio, un rapporto disalienato in cui si manifesta l’immanente unità ontologica dei termini in precedenza separati e resi incomunicabili dalle società classiste e schiaviste. Questo segreto viene svelato dalla rivoluzione, cioè dalla conquista della libertà in cui consiste il superamento dell’alienazione capitalistica del lavoro, l’ultima forma di schiavitù prima del ritorno alla società comunista delle origini. 

 

 

Punto n°14: le basi di adesione al Partito comportano l’esclusione dei preti e dei proletari che conservano la fede in dio

RITORNARE ALLE BASI DI ADESIONE AL PARTITO NOTE DA CINQUANT’ANNI RESPINGENDO OGNI REVISIONE DERIVANTE DALLE SUGGESTIONI DELL’ATTUALITA’.

Al Partito si aderisce condividendone il corpo unitario di dottrina, programma e tattica così come sono definiti dalle Tesi della Sinistra. Rileggiamo l’“Atto di adesione del militante comunista” del Febbraio 1953, che recita: “Voglio far parte del movimento, di cui accetto i testi e i documenti classici, che nel corso di un secolo hanno: – fissato la prospettiva e l’analisi del passaggio dall’ordinamento capitalista alla rivoluzione comunista, – discusso e schiacciato per sempre le innumerevoli deviazioni, – escluso ogni specie di imprevisti e di improvvisazioni. La sola garanzia reciproca è che ognuno si impegni a: – nulla rivedere, nulla aggiungere, nulla aggiornare; – tutto sostenere, difendere confermare e diffondere, come blocco monolitico e con tutte le sue forze” (1). Proprio perciò, dato che la dottrina condensata in quei “testi e documenti classici” e rappresentata dal materialismo storico e dialettico, include e impone il netto ripudio di ogni visione religiosa, al Partito non può aderire né il prete né il proletario che conserva la fede in dio, con buona pace di Lenin, le cui consegne (2) erano e non potevano che essere, anche in tale ambito, quelle dettate dalle esigenze di una doppia rivoluzione. La discriminante antireligiosa è del resto esplicitamente formulata nella “Piattaforma politica del Partito” del 1945, che afferma che la nostra organizzazione “dichiara incompatibile con l’appartenenza alle file rivoluzionarie quella ad associazioni e confessioni religiose di qualunque scuola” ( 3) ed è poi ribadita nel “Tracciato d’impostazione” del 1946, che apertamente propugna una posizione antireligiosa e anticristiana (4). Qualsiasi affermazione in senso contrario, da chiunque provenga, deve essere considerata nulla, e nessuna ubbidienza può e deve essere data agli organismi centrali qualora essi affermino, ad esempio, che al Partito si aderisce in forza del semplice fatto di sottoscriverne l’impostazione politica, e quindi che se un prete, spinto magari da una lettura radicale del Nuovo Testamento, si avvicina oggi al Partito non ci sarebbe niente di male in quanto egli, senza per questo cessare di essere un prete, apprenderebbe il materialismo dialettico e nel Partito si trasformerebbe radicalmente, giungendo infine a non essere più il prete che era entrato. Il nostro Partito, che nel 1966 aveva il coraggio di gridare sul muso ai preti del “dissenso” che i proletari non sono pecore e non hanno bisogno di pastori (5) non si può certo ridurre oggi a belare ai piedi dei pastori progressisti, ovvero di quei cristiani sociali o socialisteggianti nei quali noi abbiamo sempre riconosciuto dei nemici anche peggiori dei preti conservatori o reazionari in perfetto accordo, stavolta, anche con Lenin (6) perché predicano la possibilità di addolcire il capitalismo con la pappa calda della carità cristiana. Riguardo all’adesione al Partito: se sull’ultimo numero del giornale escono delle posizioni sulla religione incompatibili con il “Tracciato d’impostazione” e con la “Piattaforma politica del Partito” sono il “Tracciato” e la “Piattaforma” che decidono chi è sulla linea del Partito e chi non lo è, non certo l’articoletto o la circolare dell’ultima ora. Chi ricorda oggi la sciagurata Circolare del Settembre ’82, che siamo andati prima a riesumare? Gli articoli di giornale e le circolari passano, le Tesi restano. Se bastasse infatti la successione dei numeri del giornale a definire la linea del Partito, per quale motivo si sarebbe sentito il bisogno di scrivere delle Tesi? Se sul giornale non fossero comparse anche delle posizioni insufficienti o addirittura sbagliate e talora in contraddizione tra loro, non ci sarebbe stato evidentemente bisogno di scrivere delle Tesi. Se le Tesi sono state scritte è stato con l’obiettivo di condensare le posizioni essenziali, fondamentali, irrinunciabili, in una parola di fissare la linea del Partito, il corpo di direttive cui tutti debbono attenersi e sulla cui base esclusiva si aderisce o non si aderisce al Partito. Chi afferma il contrario, chi privilegia l’ultimo numero del giornale, sulla cui base giudica la “avvenuta assimilazione” dei testi e delle tesi del Comunismo da parte dei compagni, e svaluta di riflesso la dottrina fissata nelle Tesi ha già confessato di stare fuori dalla linea del Partito. “Gridino pure i venduti alla mania della purezza: era ed è per noi un’esigenza di difesa. Ai partiti «comunisti» di oggi chiunque può aderire, il prete come il massone; tutti fuorché il rivoluzionario!” (7). Quello che i nostri contraddittori hanno confessato, infatti, è che il Partito come lo concepiscono loro è diventato proprio come i “partiti «comunisti» di oggi”, a cui il prete può aderire ed il marxista rivoluzionario no; che il Partito come lo concepiscono loro è un Partito che invita i preti ad entrare ed espelle i comunisti. A questa svalutazione di ciò che è la sostanza dell’adesione al Partito corrisponde una simmetrica esaltazione di formalismi organizzativi che la Sinistra ha sempre respinto e deriso: l’adesione al Partito richiede, oltre al fatto di abbracciarne anti-scolasticamente la dottrina, le “doti che Lenin chiamò di coraggio, di abnegazione, eroismo e volontà di combattere” (8), ed è su questo duplice terreno che “si discrimina fra il simpatizzante o candidato ed il militante, il soldato attivo dell’esercito rivoluzionario; non certo perché il simpatizzante non «sa» ancora, mentre il militante possiede coscienza”, perché “se così fosse cadrebbe tutta la concezione marxista, perché il partito comunista è quel tale organismo che deve nei momenti di ripresa rivoluzionaria, organizzare nel suo seno forse milioni di uomini i quali non avranno né il tempo, né la necessità di fare corsi di marxismo neanche accelerati ed aderiranno a noi non perché sanno, ma perché sentono «in via istintiva e spontanea e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche»” (9). Dato che “la teoria marxista del verificarsi dei fenomeni non ha niente di gradualistico, ma parla di «ionizzazione della storia», di sviluppo catastrofico delle situazioni” e dato anche che “il partito non si sottrae a queste determinazioni” (10), la retta applicazione della nostra dottrina non solo esclude di ridurre il Partito Formale ad “un modellino che deve rispondere solo a precise regole di procedura organizzativa”, ma “manda nel regno del più puro idealismo lo schemetto gradualista del «metodo per incontrare, raggiungere e poi lavorare per il partito»” (11), che del tutto astrattamente e burocraticamente moltiplica senza alcun motivo razionale il numero dei passaggi necessari per entrare nel Partito, ben prestandosi a dimostrare che, come al solito, la rilassatezza sul terreno dei principi, quella che vorrebbe spalancare le porte ai preti, si coniuga volentieri con l’abuso dei formalismi (12).

1 “Schema di circolare”, Febbraio 1953.

2 Lenin, “L’atteggiamento del partito operaio verso la religione”, 26.5.1909 (Opere Complete, vol. XV, pag. 381), ripubblicato ne “il programma comunista” n° 3, 2000. In uno scritto coevo a quello sopra citato la Sinistra italiana, che, al contrario di Lenin, non aveva i problemi di una doppia rivoluzione da sbrogliare, affermava nitidamente l’incompatibilità tra fede religiosa ed appartenenza al Partito rivoluzionario: “Anche ammettendo la piena buona fede, chi ha opinioni filosofiche cristiane dovrebbe filosofare ove meglio crede, ma non mai nelle file del Partito Socialista” (“Socialismo cristiano?”, “L’Avanguardia” del 21 dicembre 1913).

3 “La piattaforma politica del partito”, 1945.

4 “Non è possibile condurre la lotta per spezzare i limiti di una economia a ditte private e a bilanci individuali, senza prendere in maniera aperta una posizione antireligiosa e anticristiana” (“Tracciato d’impostazione”, 1946, pag. 16). Tale posizione è del resto la stessa del Partito-Marx, che affermò senza mezzi termini che “i principi sociali del Cristianesimo hanno giustificato l’antica schiavitù, esaltata la servitù nel Medioevo, e acconsentono pure, in caso di bisogno, a propugnare l’oppressione del proletariato, anche se con una cera un po’ piagnucolosa” concludendo: “i principi sociali del Cristianesimo sono ipocriti e il proletariato è rivoluzionario” (“Il comunismo dell’Osservatore renano”, 1847).

5 “E invitiamo i proletari coscienti, che vogliono lottare per la distruzione del capitalismo e per il trionfo del comunismo nel mondo intero, a rispondere duramente sul viso dei preti progressisti, con o senza tonaca, con o senza colletto bianco: GLI OPERAI RIVOLUZIONARI NON HANNO BISOGNO DI PASTORI. UNA SOCIETA’ IN CUI VI SONO PASTORI, E’ UNA SOCIETA’ COMPOSTA DI PECORE. GLI OPERAI RAPPRESENTANO LA CLASSE PIU’ RIVOLUZIONARIA DELLA STORIA, E NON HANNO NESSUNA INTENZIONE DI ESSERE TRASFORMATI IN PECORE. IL PROLETARIATO RIVOLUZIONARIO LOTTA PER UNA SOCIETA’ IN CUI NON VI SARANNO PIU’ NE’ PECORE NE’ PASTORI: PER LA SOCIETA’ COMUNISTA” (“Preti o Pastori, sempre al servizio del Capitale”, il programma comunista, n° 15, 1966).

6 “Il prete cattolico che travia le ragazze (leggo casualmente questo fatto in un giornale tedesco), è proprio per la democrazia, molto meno pericoloso del prete senza sottana, del prete che non ha una religione grossolana, del pope idealista e democratico che predica l’edificazione e la creazione del buon dio. Perché è facile smascherare, condannare e cacciare il primo; ma non ci si potrebbe disfare del secondo con la stessa facilità ed è mille volte più difficile smascherarlo” (Lenin, Lettera a Massimo Gorki, 14.11.1913).

7 “La continuità di azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista, n° 3, 1967.

8 Note della Sezione di Schio per la Riunione Organizzativa di marzo 2003.

9 Ibidem.

10 Ibidem.

11 Ibidem.

12 L’assurdità di prevedere, ad esempio, ben 5 distinti scalini (contatto, lettura, lavoro con i militanti, candidatura, militanza), sfiora addirittura il ridicolo. Dove sta scritto, infatti, che necessariamente il contatto deve precedere la lettura? Si forse vuole negare al lettore che trova la nostra stampa in una libreria prima di aver preso contatto con chicchessia la possibilità di entrare nel Partito? E dove sta scritto che la lettura debba per forza precedere il lavoro con i militanti? Se un illetterato comincia a lavorare in fabbrica assieme ai nostri militanti e solo dopo si mette a leggere il giornale, gli saranno opposti dei veti? E il contatto, a sua volta, se non risponde a una curiosità sterile o sospetta, in che cosa si distingue dalla candidatura? Contattando il Partito, che cosa fa mai un proletario, se non avanzare nei fatti la sua candidatura ad entrarvi? O bisogna prima riempire un apposito modulo?

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