Punto 15: il ruolo storico della sinistra comunista italiana

Nota redazionale: Le righe della nota sono state estrapolate da un articolo pubblicato nel novembre 2018, sul nostro sito: ‘Partito comunista d’Italia, 1921/1926: parabola di una corrente marxista’.

 

Le vicende politiche sono la risultante dell’azione di uomini che operano dentro determinati contesti storici, e ne subiscono icondizionamenti.

Dopo un lungo travaglio durato quasi un decennio, nel gennaio 1921, a Livorno, i destini politici della maggioranza riformista e della minoranza rivoluzionaria del PSI, si scissero e presero strade diverse.

Socialisti massimalisti, ordinovisti gramsciani, e soprattutto la corrente comunista che vede in Amadeo Bordiga un suo esponente di rilievo, diedero vita al partito comunista d’Italia. Il programma politico del neo-partito sostanzialmente ricalcava la linea della corrente comunista.

Almeno fino al 1923, si può affermare che questa linea risulterà preponderante nella guida dell’organizzazione, mentre negli anni successivi essa sarà progressivamente emarginata.

La storiografia predominante, da quel momento in poi, oblitererà spesso il nome del principale artefice della fondazione del partito comunista avvenuta nel 1921. Ancora oggi sono frequenti gli studi in cui  viene ignorato il nome del fondatore principale (e del gruppo di rivoluzionari di cui era un elemento). Il suo destino, e quello della corrente, è stato in fondo la condanna all’oblio,  sotto la spinta dell’inestinguibile bisogno/malanimo della borghesia (e dei suoi epigoni stalinisti), vincitori di un drammatico confronto di classe.

Il partito comunista d’Italia nasce nel 1921 come alternativa politica al riformismo socialdemocratico, funzionale al sistema: questo partito raccoglie le migliori avanguardie operaie selezionate nel corso di lotte sociali precedenti, e si richiama esplicitamente agli insegnamenti della rivoluzione bolscevica. Di fronte alla verifica empirica del fallimento riformista, e in base alle lezioni storiche della comune di Parigi e della rivoluzione d’ottobre, il partito diventa la quintessenza politica di una elementare equazione socio-politica, prefigurativa di un percorso possibile (non inevitabile o fatale), tuttavia indispensabile per uscire dal film horror del capitalismo; 1) conflitto di classe, 2) partito comunista, 3) rottura del dominio di classe borghese, 4) stato proletario.

Questa equazione marxista è fondata sulle lezioni della storia, e quindi non è l’elucubrazione di una setta di rivoluzionari lontani dalla realtà. Al bivio storico in cui ci troviamo vale ancora oggi il vecchio motto ‘Socialismo o barbarie’, o meglio, ‘Socialismo o mineralizzazione del pianeta’.

Il partito, come si può ben arguire, non sorge come una setta dal progetto segreto di una cerchia di illuminati, esso sorge, sul piano organizzativo-formale, in quanto sono maturate determinate condizioni (necessarie ed adeguate al suo formarsi).
Esso è dunque diretta espressione della parte più avanzata della classe, che è maturata politicamente imparando le dure lezioni di realtà dalle sconfitte delle lotte guidate dal riformismo. Una base sociale operaia, che trova il proprio strumento politico di lotta in un nuovo contenitore politico.
La teoria e il programma di questo contenitore sono quelli della corrente comunista di sinistra del PSI, che da almeno un decennio  lavora sul piano politico e teorico, in coerenza con la teoria marxista, in quanto teoria storicamente verificata.
La strada indicata dalla rivoluzione d’ottobre, dunque gli insegnamenti tratti dalle vittorie, insieme alle lezioni tratte dalle sconfitte subite in Germania ed Ungheria, oltre che in Italia, confermano la decennale elaborazione teorica della corrente comunista.
Nata sul terreno sociale delle esperienze di lotta del proletariato italiano, e in modo particolare di quello dell’area metropolitana di Napoli e dei comuni limitrofi, la corrente esprime per questo motivo il massimo grado possibile di realismo politico.
Proprio nei territori dove maggiore è il degrado sociale capitalistico, e dove più virulenta è la complicità delle direzioni dei partiti operai con le forze politiche borghesi (pensiamo alla politica dei blocchi comunali dei socialisti con i partiti borghesi dalle mani pulite), proprio qui è possibile la risalita dal baratro, perché proprio qui il proletariato, almeno una sua parte notevole, vive in condizioni di sfruttamento estreme, e può vedere senza illusioni e abbellimenti la vera natura dell’oppressione capitalistica, e quindi i mezzi per superarla.
Buona lettura

 

Punto n°15: il ruolo storico della Sinistra Comunista d’Italia
LA SINISTRA COMUNISTA D’ITALIA, CONDENSANDO L’ESPERIENZA DEL CICLO RIVOLUZIONARIO DEGLI ANNI ’20 NELLE AREE DI RIVOLUZIONE
ANTI-CAPITALISTICA PURA, RAPPRESENTA IL PUNTO PIÙ’ ALTO STORICAMENTE RAGGIUNTO DALLA DOTTRINA CRITICA DEL PROLETARIATO. La Sinistra nulla aggiunse e nulla tolse alla dottrina che prese Il nome di Marx e che Lenin restaurò egregiamente all’inizio del secolo scorso, sgominando le interpretazioni deformi della socialdemocrazia. Proprio perciò è oggi obbligatorio, per poter leggere Marx e Lenin da rivoluzionari comunisti e non
da stalinisti o da anti-stalinisti democratici, passare attraverso la lettura che la Sinistra fece degli scritti di Marx, di Engels e di Lenin. La lente che la Sinistra ci ha lasciato non è il frutto di una lettura particolare, non è il parto di una interpretazione originale dei testi classici, ma è il risultato della dura opera di restauro della dottrina rivoluzionaria che la Sinistra ha svolto scontrandosi teoricamente ed anche fisicamente con la terza e peggiore ondata revisionista, quella che per comodità chiamiamo “stalinista”. Essa è il risultato dello sforzo costante dei nostri compagni della vecchia guardia di non essere originali, o, meglio, di respingere qualsiasi interpretazione particolare o “creativa” dei testi classici del marxismo. Ed è perciò che è indispensabile passare proprio attraverso quella lettura se si vuole accedere a quei testi senza cadere nelle interpretazioni particolari, originali, nelle elucubrazioni creative dei cervelli individuali affittati dapprima alle centrali imperialiste d’Occidente (anche Kautsky leggeva Marx a modo suo!) e poi a quelle di Mosca o di Pechino, dell’Avana o di Belgrado (ognuna di esse, non dimentichiamolo, ha sviluppato una “sua” lettura delle opere di Marx e di Lenin!) e senza scivolare nelle versioni altrettanto innovative del marxismo che si sono distillate nei tentativi infruttuosi di opporsi a quella deriva fuori solco di una rivendicata, voluta e ricercata ortodossia, come nel caso degli epigoni di Trotsky. Se l’opera di restauro effettuata dalla Sinistra si colloca per determinazione storica e non certo per meriti individuali su un livello superiore a quello su cui si trovarono ad operare i precedenti restauratori, ciò non dipende solo dal fatto che il terzo assalto del dubbio revisionista è stato il più devastante (1). Altri e rilevantissimi fattori concorsero a collocarla in quella posizione, e precisamente il fatto che la Sinistra Italiana fu l’unica corrente del movimento operaio internazionale a collocarsi su un terreno nitidamente marxista in Occidente, dove non erano all’ordine del giorno quei compiti di “doppia rivoluzione” che tanto pesarono (e pesarono sfavorevolmente) sul Partito bolscevico, e che resero necessariamente più limitata e, se si vuole, meno profonda e coerente in tutti i suoi aspetti tale opera, sebbene in Russia esso si trovasse allineato sulla stessa identica posizione dei sinistri italiani, intesa a
sconfiggere i revisionisti ed a ribadire dei vecchi chiodi marxisti. Una gerarchia quindi, all’interno di un marxismo che pure riconosciamo monolitico, esiste, e
colloca su piani diversi di un insieme coerente le successive opere di restauro della stessa dottrina. Essa non è certo da identificarsi in una banale e pettegola
gerarchia di valore, ossia in una presunta classifica di merito” , tale per cui, ad esempio “Vulcano della produzione…” sarebbe «meglio» dell’«Imperialismo», o i
“Fattori di razza e nazione…” sarebbero «meglio» dell’“Origine della famiglia” o in forza della quale i rappresentanti della Sinistra Italiana sarebbero stati «migliori» di quelli del Partito bolscevico. Si tratta piuttosto di identificare una gerarchia funzionale, che sorge dalla pressione di quelle determinazioni materiali che costrinsero la Sinistra Italiana ad essere più lungimirante di Lenin e dei bolscevichi non certo per il prevalere di capacità individuali nei rispettivi capi ma per l’effetto della diversa collocazione geo-storica in cui essi ebbero a muoversi. Tale collocazione non deve essere identificata solo nell’area o campo geo-storico in cui la Sinistra Comunista d’Italia nacque ed agì, che era quella del capitalismo avanzato, e quindi non delle “doppie rivoluzioni”, ma della rivoluzione proletaria
“pura”, ma deve includere anche l’apprezzamento del ruolo specifico di “laboratorio politico” svolto dal capitalismo in Italia (2), ruolo che da un lato  ha significato la continuazione dell’esperienza borghese d’avanguardia dei comuni e poi del Rinascimento, dall’altro si concretizzò a distanza di 5 secoli nel fatto che la penisola fosse spinta nuovamente all’avanguardia nell’esprimere sia la tendenza fascista, che sarà poi riprodotta su vasta scala in Germania e, dalla fine della Seconda Guerra imperialista in avanti, in tutto il mondo, sia la reazione proletaria contro tale tendenza, rappresentata, per l’appunto, dalla Sinistra
“italiana”, dove le virgolette stanno a dire “nata in Italia”, ma le cui fondamentali lezioni ne faranno una “pianta d’ogni clima”, ovvero la base dottrinale
indispensabile per la definizione di un’ideologia di Sinistra internazionale capace di superare i limiti oggettivi della III Internazionale, e quindi l’ossatura portante
del Partito Comunista Internazionale, Partito unitario e mondiale e non agglomerato federativo di partiti nazionali. Ciò significa in pratica che, laddove in
superficie appare una divergenza di valutazioni tra Lenin e la Sinistra (elezionismo, fronti unici, possibilità per i preti di aderire al Partito, valutazione
della socialdemocrazia, esistenza di diverse “fasi” di sviluppo del Partito con passaggi dall’una all’altra caratterizzati dall’insorgere di una necessaria lotta
politica, e quindi anche centralismo organico piuttosto che centralismo democratico), essa si deve sempre risolvere in linea di principio aderendo anzitutto senza discussioni ed esitazioni alle posizioni che storicamente caratterizzarono la Sinistra anche, ripetiamo, contro Lenin; e che va in prima istanza escluso ogni riferimento a testi di Marx, di Engels e di Lenin che evidenzino affermazioni con esse in apparenza contrastanti. Ed, in secondo luogo, ciò significa che le apparenti divergenze devono risolversi comprendendole alla luce del materialismo storico, e quindi superando realmente e non solo a parole, i limiti connaturati alla precedente esperienza storica del Partito bolscevico, il che significa ristabilire ogni volta con l’arma del nostro metodo dialettico la continuità sostanziale della linea che va da Marx a Lenin alla Sinistra al di là delle oscillazioni che possono talora in superficie affiorare. E’ purtroppo vero che, proprio come in nome di Lenin si fecero più cose cattive che cose buone, una sorte non dissimile è toccata anche alla Sinistra: lo sfascio completo della III Internazionale, la sua aperta degenerazione consumatasi nel nome di Stalin hanno fatto sì che chiunque voglia oggi con un minimo di coerenza e di rispettabilità teorica rifarsi a Lenin e alla III Internazionale, ad un Lenin ed a una III Internazionale, beninteso, con tutti i loro limiti e anche con i loro errori, per poterlo fare deve venire a casa nostra. Perché la Sinistra è l’unica corrente che ha saputo conservare ciò che è valido e imperituro della lezione di Lenin, dopo avere superato dialetticamente la parte caduca del suo lascito storico, anzi, proprio in forza del fatto di essere addivenuta a tale superamento. Come riflesso della catastrofe della controrivoluzione abbiamo quindi avuto, tra l’altro, anche l’afflusso di militanti schiettamente “terzinternazionalisti” nelle nostre file, di militanti cioè che non avrebbero avuto alcuna esitazione, ai tempi di Lenin, a scagliarsi contro l’”estremismo” della nostra corrente, e che infatti osano adesso affermare senza alcun pudore che leggere Lenin e Marx con la lente della Sinistra sarebbe profondamente controrivoluzionario, mostrando di essere andati in effetti anche un po’ più avanti rispetto all’invettiva contro l’estremismo, e cioè di essere ormai approdati alla bolscevizzazione. “Le considerazioni sulla dottrina, la natura e la funzione del Partito, che siamo venuti modestamente esponendo sulla traccia delle Tesi di Lione racchiudono in sé la risposta a una serie di deviazioni dalla giusta tattica rivoluzionaria che la III Internazionale compì dopo il monolitico triennio della sua nascita e della sua affermazione in un periodo ardente di offensiva proletaria; che la Sinistra denunziò con insistenza nel ’22-26, e la cui gravità appare oggi tanto maggiore, in quanto la storia ne ha dato la tragica conferma obiettiva, conferendo al nostro movimento, che per primo lanciò allora il grido d’allarme, il diritto di costruire sulla loro demolizione l’edificio unitario delle norme tattiche, e di consegnarlo alle generazioni chiamate a battersi nello scontro decisivo e finale fra le classi come un insieme di direttive valide per sempre e sotto tutti i cieli” (3). La questione della “lente” non è pertanto una discussione bizantina sul sesso degli angeli, ma è una questione di immediato interesse e valore politico, tanto è vero che i nostri contraddittori sono giunti in modo altrettanto spudorato a rivendicare la partecipazione del Partito alle sagre schedaiole della democrazia diretta (referendum), mettendosi sotto i piedi l’astensionismo, a rivendicare le espulsioni, facendo gettito del centralismo organico, a rivendicare i fronti unici politici, liquidando la basilare contrapposizione tra quelli ed il “fronte unico sindacale”, a rivendicare l’ingresso dei preti nel Partito, cui la Sinistra chiuse e porte fin dal 1913, e via scivolando sempre più velocemente lungo una china al termine della quale essi potranno trovare solo un nuovo 1982. Ben si comprende quindi per quali motivi essi vogliano sentirsi le mani libere e liquidino come … controrivoluzionaria l’esigenza di rifarsi alla lettura data dalla Sinistra dei testi classici del marxismo. Chiarire fino in fondo questo punto è diventato quindi essenziale per la nostra stessa sopravvivenza. Dobbiamo denunciare col
massimo vigore che è un’obiezione sofistica quella di chi dice: Lenin e la Sinistra nulla aggiunsero alla dottrina unica ed invariante, quindi si può prescindere dalla lettura da essi fornita delle originarie scritture e direttamente abbeverarsi a queste ultime senza bisogno di alcun filtro. Se così fosse, per quale motivo Lenin e la Sinistra avrebbero dovuto affannarsi a restaurare il dettato di Marx ed Engels? Sono stati così fessi da restaurare il marxismo per uno scrupolo estetico, letterario, insomma per quella propensione accademica che sempre gli avversari, gli innovatori, rimproverarono loro? Il fatto è che alle tre grandi ondate opportunistiche il proletariato ha risposto sul terreno dottrinario scolpendo sempre meglio i tratti del suo programma. Ciò significa che i postulati che prima di Lenin non erano sufficientemente chiari, le tesi che nonostante tutto lasciarono aperto il varco alla penetrazione snaturatrice dei Bernstein e dei Kautsky, divennero dopo Lenin molto più nette, essendo state eliminate e sradicate dal corpo dottrinario le incrostazioni posticce degli “aggiornatori” delle nostre
posizioni classiche a proposito, rispettivamente, del corso catastrofico dell’economia borghese e della teoria dello Stato (4) ed essendo stati posti in
miglior rilievo gli anticorpi precostituiti contro quelle deviazioni. Ciò significa inoltre che le proposizioni che prima della Sinistra non erano sufficientemente
esplicite, i punti programmatici che, nonostante tutto, lasciarono aperti altri spiragli alla penetrazione snaturatrice dei rappresentanti del nuovo opportunismo
“comunista” (Stalin) e, in parte, anche di coloro che vi si opposero in modo non sempre coerentemente marxista (Trotzky), ma che non per questo sono da
definire opportunisti, dopo la restaurazione della dottrina operata dalla Sinistra divennero ancora più nitidi e taglienti: grazie a quell’opera di restauro, infatti,
furono strappate dal corpo dottrinario di sempre delle altre e non meno perniciose incrostazioni, quelle del “socialismo in un solo paese” e delle false reazioni
democratiche ed anti-burocratiche contro di esso, e il risultato di tale opera fu, una volta di più, quello di rivitalizzare gli anticorpi che nel DNA del marxismo
erano già presenti e precostituiti per combattere contro quelle deviazioni. In questo processo a spirale noi dobbiamo leggere materialisticamente il riflesso
ideologico del processo di sviluppo delle forze produttive, che è il vero motore del delinearsi di contrasti di classe sempre più netti, che poi i capi del movimento
operaio si limitarono a registrare sul piano teorico, rendendo sempre più rigida e tagliente la nostra dottrina, e quindi rimettendo nuovamente “in fase” struttura e
sovrastruttura. Chi ha perso di vista questo fondamentale processo è stata purtroppo la nostra organizzazione contingente, che negli anni 1974-1982 si
allontanò sempre più dal Partito Storico, e che, dopo l’esplosione della rete organizzativa, giunse al punto di denunziare un presunto “vizio d’origine della
Sinistra” e di farsi beffe dei “fossili” che ancora si ostinavano a riferirvisi invitandoli a costituire un circolo culturale di “amici della Sinistra” all’interno del
Partito. Da ora in avanti perciò l’affermazione secondo cui dato che la Sinistra nulla pretese di innovare rispetto all’opera di Marx e Lenin, si può fare a meno di
passare attraverso la sua opera per accedere alla dottrina di sempre è affermazione che caratterizza e definisce la carogna. Precisiamo che per carogna intendiamo chi di fronte alla richiesta altrui di far gettito della tradizione della Sinistra comunista d’Italia, volgarmente nota come “bordighismo”
esattamente come la dottrina critica del proletariato è volgarmente nota come “marxismo”, per poter proseguire nei pourparler e nelle manovre di corridoio, si
affretta pretescamente a rassicurare i compagni di merende e i commensali dell’osteria del “partito da inventare” sul fatto che … il nostro DNA è il marxismo,
in una parola chi tradisce professando la massima fedeltà ai principi. Oltretutto è ridicolo che si accosti a distanza di poche righe l’affermazione sopra
riportata, che rivendica un “marxismo” che Marx steso ebbe a suo tempo giustamente a sconfessare, alla denunzia della aberrante costruzione del
«bordighismo». Se vogliamo essere rigorosi, siamolo allora fino in fondo, atteniamoci pedissequamente a Marx, che respingeva per sé l’epiteto di “marxista”, denunziamo tutte le aberranti costruzioni che pretendono di aggettivare con nomi di persona la dottrina rivoluzionaria del proletariato, e non parliamo allora né di marxismo né di leninismo né di bordighismo, evitando così di cadere nel tranello di stabilire un’eccezione per Carlo Marx con la mediocre scusa che “così fan tutti”. L’errore infatti non sta soltanto, come ritengono ottusamente i nostri contraddittori, nella pretesa di «aggettivare il marxismo», come già fece Stalin coniando il termine osceno di “marxismo-leninismo”, ma risiede ancor di più in quella di aggettivare la monolitica dottrina rivoluzionaria del proletariato affibbiandole dei nomi di persona, che, se per comodità possono talvolta anche tollerarsi, devono esserlo allora per tutti i grandi svolti in cui la dottrina fu prima definita e poi ribadita contro gli innovatori ad opera di cervelli che agivano non in quanto appannaggio di persone, individui singoli o, peggio, “pensatori solitari”, ma in quanto sonde appartenenti alla Specie. All’obiezione più insidiosa secondo cui la Sinistra non ha sottoposto alla sua indagine il corpo dottrinario che per comodità chiamiamo marxista in tutti i suoi aspetti, rispondiamo infine che non ci asterremo certo dall’attingere ad eventuali inediti di Marx o di Lenin o a testi non abbastanza compulsati dai compagni della Sinistra per lasciarcene una traccia, ma che vi attingeremo usando lo stesso metodo che essi utilizzarono: dove la lente non c’è la si fabbrica, ma usando le stesse norme di fabbricazione: mettere a tacere i pruriti intellettuali di rivedere, aggiungere ed aggiornare (5), escludendo “ogni lavoro dottrinale che tenda a fondare nuove teorie” (6). Una precisazione, infine , è opportuna rispetto alla logora accusa, che ci è stata
ripetuta di recente, di “ripetizione ossessiva e liturgica” dei testi della Sinistra: non è nuova, come accusa, è il solito rigurgito opportunista che è anti-liturgico
oggi quanto fu anti-talmudico in un non lontano passato, per cui quasi non varrebbe la pena di occuparsene. Se non fosse per un aspetto particolare: i nostri
contraddittori infatti nell’atto di lanciare l’accusa, parallela alla precedente, di aver trasformato la Sinistra in una nuova “icona inoffensiva”, hanno manifestato
la loro profonda insofferenza per la nostra mania di “infarcire” i nostri scritti di citazioni della Sinistra piuttosto che di Marx o di Lenin, quasi che i nostri testi
classici altro non siano se non un “serbatoio di citazioni”, mentre appare a lor-signori più elegante evitare questo sforzo e rimandare il “militante” alla
consultazione dei testi medesimi. Bene: è proprio quest’ultima la strada che conduce alla “imbalsamazione liturgica” dei sacri testi, che vengono invocati
esattamente come un prete biascica i nomi dei santi nelle sue litanie, ma che non vengono utilizzati come uno strumento vivo, come materiale di lavoro. Si è
mai visto un prete che conosce e soprattutto che trasmette ai fedeli il contenuto originale degli scritti di Paolo o di Agostino, di Tommaso o di Ignazio di Loyola?
Giammai. Basta la giaculatoria: virgo prudentissima, ora pro nobis, turris eburnea, ora pro nobis, fidelis arca, ora pro nobis, beato paolo, ora pro nobis … Che importa ciò che i beati paoli dissero e scrissero? Non dovremo mica prenderci questa inutile fatica –pensano i preti- quando abbiamo affari ben più importanti da sbrigare, come la questua, l’amministrazione dei lasciti dei fedeli e quant’altro. Correndo inoltre il rischio di dover rivelare urbi et orbi che di ciò che i beati paoli dissero non sappiamo in realtà un … beato corno. Per questi preti “marxisti”, quindi, ed a maggior gloria della loro dotta ignoranza, ciò che i beati paoli dissero può e deve restare sepolto nei libri. E allora, vien da aggiungere, … requiescant inpace.

 

 

1 “Nel periodo della seconda guerra mondiale, l’opportunismo che ha conquistato le file della III Internazionale –il cui processo storico va meglio indagato in ordine a quello svoltosi in Russia dal 1917 ad oggi- ha dato una parola più spinta in senso disfattista di quella del classico opportunismo
sbaragliato da Lenin. Secondo il piano dei nuovi opportunisti, la borghesia otterrà una tregua ad ogni lotta di classe, ed anzi una diretta collaborazione nei governi nazionali come nella costruzione di nuovi organismi internazionali, non solo per tutto il periodo della guerra e sino alla sconfitta del mostro nazista,  ma per tutto un periodo storico successivo, di cui non si intravede il termine, durante il quale il proletariato mondiale dovrebbe vigilare, in combutta con tutti gli organismi dell’ordine costituito, a che il pericolo fascista non risorga, e collaborare alla ricostruzione del mondo capitalistico devastato dalla guerra (e per  ciò si intende la guerra dell’Asse). Quindi l’opportunismo non promette neanche più di ritornare dopo la guerra alla autonomia dell’azione di classe dei lavoratori” (“Il corso storico del movimento di classe del proletariato. Guerre e crisi opportunistiche”, in “Per l’organica sistemazione dei principi comunisti”, pag.
88). “Lo stalinismo assomma i caratteri più deteriori delle due ondate precedenti dell’opportunismo” (“Tesi caratteristiche del partito – dicembre 1951” in “In difesa della continuità del programma comunista”,

2 Vedi in proposito quanto affermarono correttamente i compagni di “N+1” nel 1994: “Perché proprio la Sinistra italiana e non per esempio la Sinistra tedesca? Abbiamo cercato di individuarne le ragioni e abbiamo studiato le peculiarità di questo nostro paese dove passano tutte le correnti storiche (oltre agli eserciti occupanti e liberanti), dove esse fanno gli esperimenti sociali più arditi per poi abbandonare il terreno e andare ad applicare i risultati in situazioni che rappresentano terreno migliore per la coltura definitiva. Ecco perché, per esempio, ci siamo cimentati, nella Lettera ai compagni sul 18 brumaio del partito che non c’è, con la situazione attuale italiana, dove vediamo una borghesia bisognosa di una soluzione fascista ai propri problemi che cerca in tutti i modi di far morire il vecchio apparato erede del fascismo per farne nascere uno nuovo, quello che per ora chiamiamo “il partito che non c’è”. La Sinistra effettivamente scaturisce da un clima fecondo per la maturazione teorica: questo è il più antico paese capitalistico, dove la rivoluzione nazionale non dovette essere anti-feudale per la semplice ragione che il feudalesimo vi era sparito da troppi secoli se mai vi fu in pieno. Questo è anche, e proprio per le ragioni suddette, il primo paese in cui il capitalismo è stato portato alle sue estreme conseguenze con il fascismo, reazione alle difficoltà crescenti dell’economia finanziaria uscita dalla Prima Guerra Mondiale, ma anche contraltare borghese della Rivoluzione d’Ottobre. La rivoluzione russa era mistificabile perché doppia: “democratica” e proletaria. Troppe le parole d’ordine ancora a carattere democratico; troppe le influenze dell’antico sull’azione, sul linguaggio, sulla tattica. La rivoluzione tedesca non aveva bisogno di essere mistificata perché conteneva nei suoi programmi i germi della propria negazione: la democrazia realizzata invece che superata; l’autodisciplina e la spontaneità invece del partito centralizzato come organo della rivoluzione; i consigli decentrati invece dello Stato della dittatura
proletaria. Il Fascismo e la Sinistra furono la risposta concreta, mondiale da parte borghese e da parte proletaria. Il Fascismo diventò mondiale come modo di dominio, la Sinistra divenne l’espressione teorica coerente del superamento della III Internazionale: partito unico mondiale invece di federazione di partiti comunisti nazionali” (Dieci anni, Lettera ai compagni n° 30, 1994).

3 “La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista n° 4, 1967.
4 “Con Lenin venne restaurata la linea di principio demolendo i dati delle due «revisioni» socialdemocratica e social-patriottica” (“Riassunto delle tesi esposte nella riunione di Firenze, 8-9 settembre 1951”, Parte IV, punto 5, in “Per l’organica sistemazione dei principi comunisti”, pag. 17).

5 “Schema di circolare”, Febbraio 1953.
6 “Riassunto delle tesi esposte nella riunione di Firenze, 8-9 settembre 1951”, Parte IV, punto 6 (“Per l’organica sistemazione dei principi comunisti”, pag. 17). 70 Punto n°16: il ruolo storico della Seconda Internazionale.

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