Punto n.16: il ruolo storico della seconda internazionale

Nota redazionale: la seconda internazionale, qualcosa di lontano nel tempo, nomi forse sconosciuti a qualche lettore (Bernstein, Kautsky), collegati a perdute polemiche politiche e di principi teorici. Il ruolo storico della seconda internazionale è determinato da fattori oggettivi come l’imperialismo e la creazione e l’aumento di una aristocrazia operaia. Non sono state le alchimie dei congressi della seconda internazionale a determinare il suo ruolo di supporto al sistema, ma innanzitutto la potenza dei fattori oggettivi sopra citati. Chiaro, lampante nient’affatto astratto e cervellotico. Come dovrebbe sempre essere una lettura marxista della realtà. Eppure anche questa estrema chiarezza, ampiamente documentata nel punto 16 da continue citazioni, viene relativizzata, e convertita nel suo contrario dall’opera demolitrice del nuovo corso.

Il punto 16 restaura la corretta lettura del ruolo della seconda internazionale, alla luce della valutazione dei fatti compiuta dalla sinistra comunista prima dell’avvento del nuovo corso. Qualche nostro affezionato lettore continua a ricordarci che il nuovo corso è stato il prodotto di processi oggettivi, dunque…

La proposizione è evidentemente incompleta. Il nuovo corso, come tutti i fenomeni politici registrati nella storia, derivò innanzitutto da condizioni materiali specifiche (in questo caso la potenza della controrivoluzione), ma anche in secondo luogo da scelte, orientamenti, decisioni, non a caso fortemente osteggiate dalla sezione di Schio insieme a varie altre sezioni. Chi parla del nuovo corso come un fenomeno inevitabile, scambia il marxismo per un moderno fatalismo. Invece allora ci fu una lotta ( così come ci fu una opposizione al corso della seconda internazionale) perché non tutto il corpo militante della sinistra comunista aveva subito la ‘metamorfosi’ che il sistema induce regolarmente nella classe dominata sconfitta. Questo bisogna ricordarlo, almeno per evitare letture ulteriormente deformanti o ecumenicamente assolutrici delle vicende in questione. Qualcuno anche allora stava dalla parte sbagliata della storia, non certamente la sezione di Schio che con le proprie esigue forze fece tutto il possibile per invertire la rotta dissolutrice del nuovo corso.

La metamorfosi è un processo spiegabile sulla base di condizionamenti verificabili scientificamente. Il nuovo corso degli anni 70/80, e i nuovi corsi ancora oggi espressi da varie organizzazioni pseudo marxiste, sono un fenomeno derivato innanzitutto dalla metamorfosi. Riprendiamo dunque alcune righe dalla nota redazionale di Prometeo incatenato.

Il bombo è un insetto appartenente alla famiglia delle api, quando viene attaccato da una mosca conopide, è condannato. La mosca depone un uovo al suo interno e la larva, una volta cresciuta, lo divorerà vivo. La cosa strana è data dal comportamento dell’ape, infatti la larva induce l’ape a seppellirsi nel terreno, in questo modo il suolo fungerà da caldo ricovero durante lo sviluppo della larva.L’ape scava la sua stessa tomba, e alla fine muore sottoterra, a causa della mosca parassita, che impiega quasi due settimane per prelevare dei nutrienti dai fluidi corporei dell’ape, e infine mangiarla, sempre rimanendo dentro il corpo senza vita del suo ospite al fine di sopravvivere fino al suo pieno sviluppo.

Secondo recenti studi biologici e di entomologia agraria, la manipolazione è un fenomeno piuttosto comune tra i parassiti, molti dei quali controllano cervello e corpo dei propri ospiti al fine di assicurarsi la sopravvivenza. In certi casi, tuttavia, alcuni insetti presentano dei meccanismi di difesa, che rendono difficile a mosche e vespe parassite di deporre le uova, oppure, in caso contrario, una volta infettati, il sistema immunitario di questi insetti si rivela in grado di distruggere la larva in via di sviluppo, resistendo dunque alla manipolazione. In certi casi sono state osservate delle api che, resistendo alla manipolazione, non si scavano la tomba, e di conseguenza non risultano appetibili per le mosche parassite.

Tornando al campo delle considerazioni socio-politiche, ci conforta scoprire che in natura esistono e vengono studiate delle eccezioni alla dinamica di manipolazione e morte degli organismi parassitati. Potremmo quasi abbozzare un paragone fra questi organismi resistenti e immuni alla manipolazione, e l’avanguardia proletaria, che, diversamente dalla maggioranza della classe, vero e proprio Prometeo incatenato, invece lotta e si oppone al parassita/divoratore di vite capitalistico (Moloch).

Dunque la sezione di Schio, e qualche altra sezione furono in grado di resistere alla metamorfosi, proprio come in campo naturale viene documentato per certe api. Questo avvenne per la presenza di una serie di condizioni oggettive e soggettive ( base di militanza operaia selezionata da lotte politiche ultradecennali, capacità di stare come gruppo sulla dorsale del partito storico, quindi di vedere le cose con la lente marxista autentica. In definitiva contò il fatto di essere una sezione formata da una avanguardia operaia ultra determinata, rivestita  dalla classica pelle di rinoceronte, pronta ad affrontare il pericolo proveniente dal nemico di classe dichiarato,  e finanche da forze interne al proprio campo, vittime di una metamorfosi funzionale al sistema).

Alla fine, nonostante tutto, qualcuno allora  riuscì a stare dalla parte giusta della storia, proprio mentre la furia attivistica del nuovo corso si spegneva nella autodistruzione delle ambizioni dei suoi stessi artefici.

«Spegniti, spegniti breve candela.
La vita non è che un’ombra che cammina,
un povero attore che si agita e pavoneggia per un’ora sulla scena e poi nessuno più l’ascolta.
È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, che non significa nulla.»

Macbeth, Shakespeare

 

Punto n°16: il ruolo storico della Seconda Internazionale

LA LINEA DEL PARTITO STORICO NON PASSA ATTRAVERSO LA II INTERNAZIONALE.

Noi riconosciamo il Partito Storico nella “linea da Marx a Lenin, a Livorno 1921, alla lotta della sinistra contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei blocchi partigiani, la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco” (Distingue il nostro Partito). Prima, elementare considerazione: quella del Partito Storico è una linea che collega in modo diretto Marx-Engels a Lenin ed alla Sinistra. Risulta pertanto totalmente fuori luogo la rivendicazione delle battaglie della II Internazionale che si è voluta improvvisare in un opuscolo destinato a divulgare le nostre posizioni, secondo cui “il partito storico è l’insieme dell’elaborazione teorica, del programma, delle tesi, dell’esperienza storica del comunismo. Esso data ormai dal 1848, quando venne pubblicato il Manifesto del partito comunista, e comprende (in un tutto monolitico le cui parti si integrano organicamente le une alle altre) le opere di Marx, Engels e Lenin, le battaglie politiche della Prima, della Seconda, della Terza Internazionale, gli insegnamenti della Comune di Parigi del 1871, della Rivoluzione russa del 1905, della Rivoluzione dell’ottobre 1917, l’esperienza delle grandi lotte nell’Occidente capitalistico e nell’Oriente di colore tra 1917 e 1927, l’elaborazione teorico-politica prodotta dalla Sinistra Comunista sull’arco di più di mezzo secolo, le lezioni che essa ha saputo trarre dalle controrivoluzioni” (1). Ancor più rivoltante è l’apologia della II Internazionale che si volle celebrare in un precedente opuscolo sempre di tipo divulgativo, in cui addirittura si sosteneva che “nel 1889, a Parigi, fu proclamata l’Internazionale Socialista per coordinare e unificare l’azione delle diverse sezioni nazionali. La sua attività trascinò nel movimento di emancipazione della classe operaia nuove nazionalità. Essa ebbe una parte determinante nell’organizzazione della classe lavoratrice sul terreno sindacale, e fece della manifestazione internazionale del 1° Maggio, commemorazione delle vittime della repressione capitalistica e battaglia per la giornata lavorativa di 8 ore, un potente mezzo di lotta e educazione classista del proletariato. Questo vasto movimento di organizzazione operaia servì a sua volta di efficace trampolino al movimento politico della classe” (2). L’errore non è attenuato, ma aggravato dal fatto che si tratti di opuscoli divulgativi, in quanto essi, a questo modo, presentano il Partito e la sua storia in una luce completamente deformata proprio a chi ancora non ci conosce o si conosce poco, ed avrebbe quindi diritto ad un minimo di chiarezza. In seguito si tentò di riprendere la rotta poggiando direttamente sui testi di Engels, ma lo si fece nel contesto di un altro e più ampio lavoro di Partito, e quindi senza dare alla questione il dovuto rilievo sul piano della propaganda quotidiana. Si evidenziò in particolare che la fondazione della II Internazionale nel 1889 avvenne “fuori e contro la volontà di Engels, che vi ravvisava un atto di volontarismo e velleitarismo, essendo disomogenei e male orientati i partiti nazionali” (3), ovvero privi di quell’orientamento integralmente marxista, che Engels stesso 13 anni prima aveva invece posto come precondizione per la formazione di una nuova Internazionale: “Credo che la prossima Internazionale – dopo che le opere di Marx avranno esercitato la loro influenza per alcuni anni – sarà direttamente comunista e proclamerà apertamente i nostri principi” (4). Ne deriva una seconda altrettanto elementare considerazione: data la piega presa dagli avvenimenti, che purtroppo non fu quella auspicata, per il Partito-Engels era prevedibile, ancor prima della sua fondazione, che il nuovo organismo si sarebbe risolto in forme federaliste inconciliabili con l’orientamento marxista e con la prospettiva rivoluzionaria. E infatti, dopo aver precisato scherzosamente che “l’unico congresso che desidero, sarebbe con Nim attorno a una bottiglia di birra portata su dalla cantina fresca”, Engels esattamente un mese prima del Congresso di fondazione della II Internazionale paventava che vi fosse “da qualche parte la nostalgia di ricostituire l’Internazionale, sotto una forma o sotto un’altra, alla qual cosa i tedeschi si opporrebbero a giusto titolo e con tutte le forze” in quanto “i nostri e gli austriaci sono i soli a dover sostenere una vera battaglia e fare veri sacrifici, hanno un centinaio di uomini in prigione e non possono permettersi di giocare a creare organizzazioni internazionali, che al momento sono tanto impossibili quanto inutili” ( 5). E otto anni prima Lafargue, facendosi portavoce di Marx e di Engels, ne aveva sintetizzato in questi termini le posizioni in una lettera a Guesde del luglio 1881: “L’Internazionale ha giocato un grande ruolo, ha impresso alla classe operaia un movimento; noi dobbiamo rifare l’Internazionale. Ma invece di procedere come sotto l’Impero con una azione internazionale, dobbiamo procedere con organizzazioni nazionali che, quando saranno abbastanza forti” permetteranno di procedere alla creazione di una nuova Internazionale (6). La Sinistra poté pertanto giustamente affermare che “la II Internazionale (1889-1914), vissuta in un periodo di evoluzione del capitalismo, operò in realtà come una federazione di partiti, ciascuno dei quali restava autonomo nell’azione. Allo scoppio della prima guerra imperialista, tutti i partiti che ne facevano parte finirono ignominiosamente nella politica nazionale e democratica, che del resto avevano anche prima in buona parte praticata” (7). Terza considerazione: se è vero che quanto Engels aveva paventato si ebbe poi purtroppo ad avverare con un trionfo di forme federaliste in totale antitesi col centralismo della I Internazionale, va ribadito allora che la II Internazionale “si colloca per intiero fuori dal cammino storico del partito” ( 8) ovvero che è da considerare come un vero e proprio corpo estraneo rispetto alla linea del Partito Storico. I due fondamentali motivi che stanno alla base di tale valutazione sono espressi a chiare lettere nel testo di Partito del 1964 sopra richiamato: a) perché fu una federazione di partiti autonomi e non un vero partito internazionale, e cioè tutto fece fuorché “coordinare e unificare l’azione delle diverse sezioni nazionali”, come si desume invece dalla lettura dell’infelice “Manifesto del 1981”, che si ferma a considerare i buoni propositi con cui essa fu fondata senza analizzare se le intenzioni corrisposero poi a dei risultati reali; b) perché fece una politica nazionale e democratica in Europa e quindi servì gli interessi della borghesia già prima dell’ignominia del 4 agosto 1914. Il testo che abbiamo citato afferma che i partiti della II Internazionale praticarono tale politica “in buona parte”, ma lo fa solo per dire che al loro interno vi erano delle correnti di sinistra che, per quanto minoritarie (Luxemburg, K. Liebknecht, la Sinistra Italiana, Lenin, Pannekoek, …), si opposero in modo vigoroso a quell’andazzo, difendendo in tal modo l’onore del marxismo sia contro i revisionisti della destra (Bernstein, Auer, Turati, McDonald …) sia, anche se non sempre con la lucidità che sarebbe stata necessaria, contro gli esponenti di un centro solo sedicentemente ortodosso (Kautsky, Hilferding, Serrati, Plechanov …), in quanto, come vedremo meglio poi, si limitava in realtà a rivestire di una patina marxista la prassi riformista dei destri. Atteso però che l’apparato di quei partiti (sindacati, cooperative, gruppi parlamentari) era saldamente in mano ai destri, ne deriva che la prassi politica dei partiti della II Internazionale aderì ai postulati nazional-democratici non “in buona parte” ma integralmente e fin dall’inizio: le correnti e le frazioni che aderivano ai postulati del marxismo rivoluzionario erano infatti escluse dagli apparati che controllavano l’attività pratica quotidiana dei partiti socialdemocratici, ed il marxismo ci ha insegnato che non importa ciò che gli uomini ed i partiti pensano di se stessi, ma ciò che essi sono, e che questo a sua volta dipende da quello che fanno. “La Luxemburg [nella “Juniusbrochure” del 1915] osserva giustamente che l’inaudito voto del 4 agosto [1914] con tutto quello che ne seguì, non è certo uno scherzo del caso, ma ha «radici profonde e lontane». Nel ricercarne le cause, tuttavia, si ferma alla superficie, parla degli «errori della guida del proletariato, la socialdemocrazia, del venir meno della nostra volontà di combattere, del nostro coraggio, della fedeltà ai nostri convincimenti», senza avvedersi che per un materialista questa «spiegazione» rimanda a qualcos’altro, di cui il venir meno della coscienza socialista non può che essere il riflesso. La realtà è che il disastro, per il movimento operaio, era molto più grave, nel senso che da almeno un ventennio la socialdemocrazia, non alcuni capi esplicitamente revisionisti, ma l’intero apparato, si era completamente asservito alla borghesia, pur mantenendo una fraseologia marxista di copertura, e questo per fenomeni oggettivi, ossia a causa dell’impetuoso sviluppo imperialistico dell’economia tedesca negli anni ‘90, che a sua volta comportò la formazione di un’importante aristocrazia operaia, ossia del veicolo privilegiato attraverso il quale l’influenza della borghesia poté penetrare in seno al partito. […] La catastrofe era quindi una catastrofe annunciata, non certo dalle risoluzioni dei congressi, ma dalla prassi sindacal-parlamentare del partito. Altro che «tradimento»: si dovrebbe parlare invece di fedeltà della socialdemocrazia alle classi dominanti!” (9). “Anche prima del fatidico 1914, dalla sua nascita nel 1875 al congresso di Gotha, l’SPD nel suo insieme non è assolutamente un’organizzazione rivoluzionaria”, per cui “parlare di «tradimento» è assolutamente improprio” (10). Se possiamo infatti anche ammettere che la socialdemocrazia, in particolare tedesca, fu in grado “almeno nella prima fase della sua esistenza [coincidente in larga misura con il periodo delle leggi anti-socialiste] di coniugare la tenace lotta quotidiana, soprattutto sul terreno sindacale, la conquista di una vasta rappresentanza parlamentare e la crescente unità dei lavoratori con lo sviluppo della coscienza di classe e con la prospettiva rivoluzionaria” (11), dobbiamo tuttavia riconoscere, per evitare la retorica di una agiografia fuori luogo, da un lato che, se è vero che “la storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia, colle sue sole forze, è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionistica” (12), è evidente allora che lo sviluppo di una lotta quotidiana anche tenace sul terreno sindacale non richiede necessariamente la presenza di un partito rivoluzionario, il che vuol dire che i presunti “meriti storici” della socialdemocrazia si riducono al fatto di aver posto il proprio cappello politico su un patrimonio di lotte e su una rete di organizzazioni immediate che la classe operaia avrebbe comunque accumulato, il che è davvero una ben povera cosa. Dall’altro, dobbiamo, soprattutto, riconoscere che la “coscienza di classe” e la “prospettiva rivoluzionaria” rivendicate a parole dai capi socialdemocratici non trovarono nel breve periodo della apparente ortodossia, alcun serio ostacolo capace di metterne a nudo la reale natura, che era quella di vuote proclamazioni, che avevano “essenzialmente lo scopo di mantenere vivo l’entusiasmo delle masse”, funzionando come “una specie di surrogato del paradiso dei credenti” (13). Se la Sinistra ha affermato infatti che “nel 1889 si ricostituisce la II Internazionale, dopo la morte di Marx, ma sotto il controllo di Engels”, ha dovuto subito aggiungere “le cui indicazioni non sono però applicate” e precisare altresì che solo “per un momento” in seno alla II Internazionale “si tende ad avere di nuovo nel partito formale la continuazione del partito storico”, il che significa che quella continuazione del Partito Storico, di fatto, non la si ha neppure per un istante se non sotto la forma di un conato iniziale, di una spinta effimera verso il Partito Storico che non riesce tuttavia a raggiungerne l’altezza e in breve si esaurisce, dato che quel conato “è spezzato negli anni successivi dal tipo federalista e non centralista, dalle influenze della prassi parlamentare e del culto della democrazia e dalla visione nazionalista delle singole sezioni non concepite come eserciti di guerra contro il proprio stato, come avrebbe voluto il Manifesto del 1848” (14). Le parole dal suono marxista pronunziate da Kautsky e dai suoi restarono un semplice conato verso il Partito storico perché in quel breve periodo iniziale non furono messe alla prova da nessun evento in grado di fungere da cartina al tornasole. Quando invece, a partire dal 1890, quelle materiali pietre d’inciampo, che chiamiamo imperialismo e formazione di aristocrazie operaie, si manifestarono in tutta la loro virulenza anche sul suolo tedesco, il pilastro della II Internazionale (non solo la destra di Bernstein, dunque, ma anche il centro di Kautsky) fu costretto dalla loro pressione inesorabile a disvelare ben prima del 1914 la sua reale natura di partito operaio borghese. Afferma infatti la Sinistra in un altro Testo che “quello [l’opportunismo] della Seconda Internazionale ebbe come ciclo culminante il decennio 1912-1922”, ma “con origini e sviluppi più estesi” (15). “In realtà non esiste alcuna cesura tra prima e dopo il 1914” (16). L’intera socialdemocrazia tedesca (e non solo tedesca), in sintesi, fu ligia agli interessi della borghesia fin dall’inizio e prese a manifestare anche esteriormente tale devozione dal Congresso di Erfurt (1891), quando si stilò un programma che, lasciando nel vago le modalità della “conquista del potere”, rinunziava di fatto all’insurrezione. Se già quando l’organizzazione mosse i suoi primi passi, pertanto, l’ortodossia socialdemocratica era solo carta straccia, la II Internazionale rivelò tuttavia la sua reale ed originaria natura solo quando la storia gliene offrì l’occasione, e cioè non nel 1914 ma un ventennio prima, quindi nella prima metà degli anni ‘90. E a tale proposito giova riprendere quanto un vecchio compagno aveva molto giustamente ricordato in occasione dell’esposizione orale del Rapporto prima citato, e cioè che “la sottovalutazione della gravità della malattia opportunista che aveva colpito la II Internazionale non era una caratteristica che possiamo imputare alla sola sinistra tedesca, ma si tratta di un’incomprensione che purtroppo ha caratterizzato tutta la sinistra internazionale, tant’è che lo stesso Lenin fu colto alla sprovvista dal voto del Reichstag a favore dei crediti di guerra, e in un primo momento addirittura credette ad una montatura giornalistica” (17), e giova ancor più aggiungere che, se nel 1902 egli diede al fatto che “il partito tedesco [avesse] per ben due volte respinto il bernsteinismo” (18) una esagerata importanza, non commisurata al valore puramente diplomatico delle risoluzioni di Hannover (1899) e di Lubecca (1901), la prima delle quali fu infatti votata anche dai seguaci di Bernstein, egli anche in seguito non riuscì a comprendere fino in fondo il ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia, e lo dimostrerà a chiare lettere trattando ancora Kautsky da “rinnegato”. Non è un caso, quindi, che nella nostra “manchette”, riportata all’inizio di questo paragrafo, non si parli di una “linea da Marx a Kautsky a Lenin” e neppure di una “linea dalla I alla II Internazionale ed ai primi due Congressi della III Internazionale”, ma si identifichi invece il Partito Storico solo ed esclusivamente nella “linea da Marx a Lenin alla Sinistra”: non appena delle consistenti aristocrazie operaie si formarono, infatti, i partiti della II Internazionale lavorarono per smembrare la classe operaia e non per unificarla, per disorganizzarla anche sul terreno sindacale e non per organizzarla, come sostiene invece, sulla base di una grossolana falsificazione della realtà storica, il “Manifesto del 1981” sopra citato, in quanto quei partiti organizzarono e difesero gli operai qualificati (19), abbandonando la massa degli operai generici al loro destino e rivolgendo nello stesso tempo la loro attenzione ai contadini, in particolare in Baviera, dove Von Vollmar si fece promotore di un programma agrario che tenesse conto “degli interessi dei medi e grossi contadini” (20). Non appena iniziarono, inoltre, anche in Germania le imprese coloniali, la socialdemocrazia tedesca, ricalcando del resto le orme di quella francese e belga, se ne guardò bene dal chiamare alla lotta contro l’imperialismo i popoli di colore e i giovani nuclei operai di laggiù, propagandando la prospettiva marxista della “doppia rivoluzione” e quindi trascinando “nel movimento di emancipazione della classe operaia nuove nazionalità”, come afferma altrettanto falsamente il “Manifesto del 1981”: i revisionisti diventarono in quello svolto socialimperialisti, plaudendo spudoratamente al colonialismo, mentre gli “ortodossi” vilmente negarono valore ai movimenti nazionali anti-imperialisti nelle colonie. A un Von Vollmar che già nel 1891 presentò la Triplice Alleanza come uno strumento di pace, fece infatti da controcanto un Kautsky pontificante in tono “marxista” che “non è più il caso di aspettarsi in nessun posto una guerra per la difesa della libertà della nazione, nella quale potrebbero allearsi il patriottismo borghese e quello proletario” (21), un Kautsky dunque che, “nell’atto stesso in cui tollera[va] i patriottardi filo-imperialisti in casa sua, [anda]va a fare le pulci al nazional-rivoluzionario indiano o malese” (22). Che la II Internazionale sia stata fin dall’inizio fuori dal solco del marxismo rivoluzionario non lo diciamo noi adesso, ma lo confessarono già allora gli stessi esponenti socialdemocratici, e precisamente uno dei capi della destra, Ignazio Auer, quando scrisse a Bernstein: “Mio caro Ede, quel che tu chiedi, non si vota e neppure si dice, ma si fa. Tutta la nostra attività -persino quella svolta sotto la legge vergognosa- è stata l’attività di un partito socialdemocratico riformista” (23).

1 “Che cos’è il Partito Comunista Internazionale”, il programma comunista, Dicembre 1995.

2 “Dalla crisi della società borghese alla rivoluzione comunista mondiale – Manifesto del Partito Comunista Internazionale”, 1981.

3 “Come poniamo la Questione Nazionale e coloniale oggi”, il programma comunista, n° 5/6, 1998.

4 Lettera di Engels a Sorge, 12 e 17 settembre 1874.

5 F.Engels, Lettera a Laura Lafargue, 28 giugno 1889, in Marx-Engels, Opere Complete, vol. XLVIII, p. 256.

6 Francuzskij Ežegodnik, 1962, Moskva, Izd. Akademii Nauk SSSR, 1963, p. 478, cit. In G. Haupt, “La II Internazionale”, La Nuova Italia, 1973, pag. 9.

7 “Ad un secolo dalla fondazione della I Internazionale” il programma comunista, n. 18-21, 1964.

8 “Come poniamo la Questione Nazionale e coloniale oggi”, il programma comunista, n° 5/6, 1998.

9 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag. 18-19.

10 P.C. Internazionale, “La situazione economica in Germania durante la repubblica di Weimar e la politica della socialdemocrazia”, Materiale di lavoro, Vol. n° 15, pag. 7.

11 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag. 18.

12 Lenin, “Che fare?”.

13 Nota introduttiva a “Riforma sociale o rivoluzione?”, R. Luxemburg, Scritti scelti, Ed. Riuniti, pag. 134.

14 “Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione è storicamente sfavorevole” (1965), punto 13, In difesa della continuità del programma comunista, pag. 168.

15 “Appello per la riorganizzazione internazionale del movimento”, Opuscolo ciclostilato, 1949.

16 P.C. Internazionale, “La situazione economica in Germania durante la repubblica di Weimar e la politica della socialdemocrazia”, Materiale di lavoro, Vol. n° 15, pag. 7.

17 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. Del 1996.

18 Lenin, “Che fare?”, Ed. Riuniti,pag. 43.

19 “La figura sociale di operaio qualificato […] si trovava oggettivamente vicino ai quadri tecnici e dirigenziali con i quali spesso condivideva le concezioni sull’azienda e sul lavoro e con i quali, almeno fino ad un certo punto, difficilmente rompeva con azioni quali lo sciopero ma, allo stesso tempo, era detentore di un certo potere proprio in virtù delle sue conoscenze tecniche (come ben comprese Taylor); ed è proprio questa figura sociale che era al centro dell’azione del socialismo e del sindacalismo tedesco” (P.C. Internazionale, “La situazione economica in Germania durante la repubblica di Weimar e la politica della socialdemocrazia”, Materiale di lavoro, Vol. n° 15, pag. 4).

20 Nota introduttiva a “Riforma sociale o rivoluzione?”, R. Luxemburg, Scritti scelti, Ed. Riuniti, pag. 137.

21 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag. 25.

22 Ibidem.

23 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag. 10.

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