Aumento del debito pubblico e del prelievo fiscale come elementi funzionali al ciclo di valorizzazione del capitale (riproposta)

Nota redazionale: Agosto 2016, nell’articolo che ora riproponiamo, vengono riportati e commentati alcuni importanti dati del bilancio pubblico italiano, che allora sembravano nettamente prefigurare lo scenario della sconfitta del governo Renzi al referendum costituzionale del dicembre 2016, e infine la sconfitta alle elezioni politiche del marzo 2018 (governo Gentiloni). Il testo è molto attuale, perché in esso vengono spiegate le ragioni di sistema che si nascondono dietro l’apparentemente aborrito aumento del debito pubblico e del prelievo fiscale. Adesso cercheremo di presentare il quadro della situazione attuale, dimostrando come la persistenza dei due fenomeni anzidetti sia una vera e propria tendenza costante del capitalismo. Dunque nel febbraio 2017 il volume del debito pubblico è pari a 2241 miliardi euro, mentre alla fine del 2017 arriva a 2263, e alla fine del 2018 a 2317 miliardi. Nel marzo 2019, secondo il bollettino statistico di Bank Italia, il debito si è attestato a poco meno di 2359 miliardi. Le stime attuali prevedono per la fine dell’anno un arco di oscillazione compreso fra 2331 e 2362 miliardi. Cosa dire, il lettore può ben comprendere che i numeri confermano la nostra teoria: determinate economie capitalistiche ‘deboli’ sono il maggiore ricettacolo per gli investimenti finanziari (debito pubblico) provenienti dalle economie ‘forti’, e da settori finanziari della propria stessa economia.

Stando ai calcoli di una associazione professionale (commercialisti), nel 2019 ci saranno 12,4 miliardi di maggiori tasse, così ripartite: sulle banche e sulle assicurazioni (5,6 miliardi), sulle imprese commerciali e industriali (2,4 miliardi), mentre sul settore del gioco d’azzardo (2,1 miliardi), sul settore dei servizi relativo all’economia digitale (1,3 miliardi), sui consumi (0,6 miliardi) e sul settore non profit (0,4 miliardi). Ovviamente è prevedibile che tali aumenti saranno scaricati sui consumatori, sotto forma di aumento dei prezzi dei servizi. Nel quadro anzidetto non è calcolato il possibile aumento della tassazione locale, considerato che potrebbe anche verificarsi un aumento delle aliquote Irap, Imu, Tasi e addizionali regionali e comunali all’Irpef (da tre anni bloccate). Secondo un articolo pubblicato su un grosso quotidiano nazionale, sembra che ben 469 comuni abbiano aumentato l’IRPEF. i può dire che finora è andata benino, ma solo se ci si limita all’apparenza.

Si tratta di 469 municipi, su un totale di 3.700, che nel quadro delle nuove aliquote delle addizionali Irpef, hanno optato per un aumento. Si tratta di una parte di quei comuni (526) che avevano la possibilità legale di farlo, perché non avevano ancora adottato l’aliquota massima. E dunque quasi tutti quelli che potevano alzare le imposte locali, scongelate dalla Legge di Bilancio del 2019, dopo tre anni di blocco, hanno alzato le imposte. Inoltre bisogna considerare Imu e Tasi. In questo caso sono ancora pochi i comuni che hanno comunicato l’aumento delle aliquote, ma per questo c’è tempo fino al 31 ottobre. Quale correlazione esiste fra debito pubblico e fiscalità? La correlazione è molto semplice: se aumenta il capitale di debito allora aumenta in prospettiva anche il fabbisogno finanziario per pagare i maggiori interessi sul debito e i  maggiori  rimborsi di titoli pubblici giunti a scadenza. Questo aumento del fabbisogno finanziario viene generalmente soddisfatto con gli aumenti fiscali, un vero e proprio sfruttamento indiretto del povero pantalone proletario. 

Anche i dodicici e passa miliardi di aumenti fiscali, previsti per il 2019, sebbene imposti principalmente alle aziende di servizi, alla fine, trasformandosi in aumenti dei prezzi e carovita, peseranno sulle tasche dei proletari. Ma anche gli aumenti di Imu e tasi colpiranno innanzitutto i redditi bassi proletari. Negli anni cinquanta, una serie di articoli, raccolti nel testo ‘Imprese economiche di Pantalone’ analizzava il rapporto fra debito pubblico, fiscalità, e sfruttamento indiretto.  Come si vede un tema ancora attuale.

 

Aumento del debito pubblico e del prelievo fiscale come elementi funzionali al ciclo di valorizzazione del capitale

Vai a fidarti dei rottamatori e del nuovo che avanza, verrebbe da dire, leggendo i dati di bank italia sull’aumento del debito pubblico. In breve,dopo un aumento di quasi 77 miliardi, l’ammontare totale della massa debitoria pubblica è di 2249 miliardi di euro. Dunque, in termini percentuali, in soli sei mesi si è registrato un incremento del 4% (mentre l’economia, intesa come PIL, è ferma a una crescita dello zero%). Un bel risultato per il governo Renzi, non c’è che dire.
L’incremento debitorio va a coprire il fabbisogno di spesa dell’amministrazione (25 miliardi circa) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro, a fronte (si suppone) di emissioni di titoli di stato (57 miliardi circa). Il dato ufficiale appare ancora più grave anche alla luce delle maggiori entrate tributarie di giugno 2016, quattro miliardi di euro in più rispetto al mese di giugno 2015. In totale, le entrate tributarie nel mese di giugno 2016, sono state pari a 45,1 miliardi (41 miliardi, invece, nello stesso mese  del 2015). Anche questi sono dati ufficiali, dati che sottolineano, inoltre, come nei primi sei mesi del 2016 la voce ‘entrate tributarie’ sia stata pari a 197,4 miliardi, in netta crescita del 5,5% rispetto all’analogo semestre del 2015. Alcuni giornali nazionali parlano già della ‘renzinomics’ che non fa più girare la macchina Italia, o della benzina che l’esecutivo non riesce a versare nel motore dell’economia. Sic transit gloria mundi, verrebbe da scrivere; non è molto elegante, infatti, esprimere tanta delusione verso un governo fino a poco prima elogiato per le ‘riforme’ messe in cantiere come il jobs act, la buona scuola o quella della pubblica amministrazione. Noi che abbiamo sempre criticato il contenuto di queste ‘riforme’ come funzionale al processo di valorizzazione del capitale, possiamo permetterci di ricordare che gli attuali dati macroeconomici di bankitalia li abbiamo in un certo senso previsti. Nel maggio 2015 abbiamo pubblicato un articolo che, partendo dalla lettura marxista del debito pubblico e della fiscalità esercitata sui redditi dei proletari (Imprese economiche di Pantalone), individuava la importante funzione di questi due parametri macroeconomici anche nella situazione contemporanea. Ci chiediamo se alla luce delle esigenze reali dell’economia capitalistica, e quindi del correlato e derivato ‘buon governo’ dei suoi zelanti amministratori politici attuali, deve davvero essere considerato come un fallimento la maggior imposizione fiscale e l’aumento del debito pubblico registrato nel primo semestre del 2016. Se ci fermiamo alle belle favole dell’economia politica liberale la risposta è si, se invece valutiamo i due dati macroeconomici nell’ottica della valorizzazione del capitale, soprattutto il capitale di tipo finanziario, allora non possiamo che esprimere le nostre congratulazioni alla squadra del governo Renzi. Proviamo a spiegare il paradosso: una maggiore imposizione tributaria significa mediamente un aumento del costo della vita, innanzitutto della vita dei proletari, e quindi un maggiore grado indiretto di sfruttamento della classe operaia. In definitiva, questo incremento indiretto dello sfruttamento capitalistico, ottenuto attraverso i correlati aumenti fiscali e del costo della vita, non compensati da aumenti retributivi, svolge la funzione economica di una controtendenza alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Un aumento dell’imposizione fiscale sulle fasce di reddito nazionale proletario, pari ad esempio a tre miliardi in dodici mesi, significa (a parità di retribuzione) un uguale aumento del plus-lavoro /plusvalore estorto alla classe proletaria nello stesso arco di tempo. In realtà gli stati borghesi provvedono a pagare, a quella parte di capitale finanziario che compra i titoli di stato, cioè il debito pubblico, gli interessi sulle cedole (trimestralmente, ogni sei mesi, o annualmente), e in fondo le entrate tributarie servono in buona parte proprio a pagare gli interessi su quelle cedole. Poiché in una società divisa in classi lo stato è l’espressione della potenza della classe dominante, non bisogna stupirsi se uno dei suoi compiti è quello di convogliare i tributi incassati dai ceti popolari verso le tasche del capitale finanziario, in possesso dei titoli del debito pubblico: dunque l’aumento del debito è correlato agli aumenti tributari e fiscali (imposte sui redditi, sui consumi, tasse scolastiche e universitarie, tributi sui rifiuti e sulla casa). Gli aumenti congiunti dei parametri macroeconomici relativi al debito pubblico e all’imposizione tributaria sono un dato storico, mediamente, in crescita costante. Questo dato si spiega alla luce degli stessi processi dinamici dell’economia capitalistica, in cui il macchinario che sostituisce la forza lavoro umana, per ridurre i costi aziendali e fronteggiare la concorrenza, determina poi anche una caduta percentuale del saggio di profitto, soprattutto nei settori economici primario e secondario (agricoltura, miniere, industria). Inutile ripetere che essendo il profitto collegato al plus-lavoro non pagato, la riduzione percentuale della parte di capitale variabile (salari), a vantaggio del capitale costante (macchine), implica anche una riduzione tendenziale del saggio di profitto. Di fronte a questa tendenza immanente della sua economia, la classe parassitaria borghese ricerca nella sfera creditizia /finanziaria, nelle guerre distruttrici/rigenerative, nell’imperialismo predatore di risorse energetiche e capitali concorrenti, una soluzione temporanea alle contraddizioni del suo stesso sistema di parassitismo. Aumento della massa debitoria pubblica, e correlato aumento dello sfruttamento indiretto dei proletari con gli aumenti tributari e del costo della vita, sono dunque uno dei ‘rimedi’ storici, ancorché temporanei, che l’economia capitalistica persegue per risolvere le sue intrinseche contraddizioni. L’attributo di temporaneo, riferito al rimedio, è presto chiarito: il vulcano della produzione capitalistica trova origine anche nella volontà di conservare i profitti aziendali, infatti, se cala l’elemento umano – nella composizione organica del capitale – allora anche la parte di plusvalore contenuta nelle merci prodotte dovrà calare. Dunque, una maggiore produzione di merci dovrebbe compensare il calo quantitativo di plusvalore (se prima dovevo vendere cinque sedie per realizzare un plusvalore di venti euro, ora dovrò vendere otto sedie per realizzare lo stesso plusvalore). La crescita – tendenzialmente illimitata – dei quantitativi di merci prodotte ha lo scopo di conservare o aumentare il volume quantitativo di plusvalore realizzabile/monetizzabile nella successiva fase della circolazione /distribuzione (il saggio percentuale di plusvalore /profitto è invece storicamente, tendenzialmente, destinato a calare). Questo processo economico si incaglia ricorrentemente, tuttavia, nella palude del mercato. La circolazione/vendita delle merci diventa ora il problema principale, infatti dopo avere prodotto maggiori quantità di merci bisogna riuscire a venderle, ma per venderle ci devono essere dei compratori con la capacità di spendere la propria retribuzione, mentre la crescita della popolazione inoccupata (a causa della sostituzione del lavoro umano da parte del macchinario) compromette alla radice questa prospettiva. Dunque, la miseria crescente, determinata dalla crescita dell’esercito industriale di riserva disoccupato, ma anche dai periodici aumenti del costo della vita (collegati agli aumenti fiscali necessari a pagare gli interessi sul debito pubblico) insabbiano, nella palude del mercato, una parte della produzione merci, che , in relazione alla sua impossibilità di trovare una corrispettiva domanda di acquisto nella fase della circolazione /distribuzione si trasforma in sovrapproduzione di merci ( a cui è collegabile una corrispondente sovraccumulazione di capitale costante).

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