Punto n° 31: il metodo di lavoro

Completiamo con quest’ultimo punto la ripubblicazione di questo bilancio politico. Ieri come oggi, in un contesto di piena controrivoluzione, di totale dominio dell’ideologia borghese, deviazioni/rotture nella tradizione dottrinaria della Sinistra Comunista, si manifestano e si manifesteranno. Riteniamo che i punti pubblicati possano essere utili come filo rosso per rimanere nel solco dell’invarianza teorica marxista.

I cardini del nostro metodo sono dati da frequenti incontri, che non si risolvono in dibattiti democratici con interventi “a caldo” su tesi contrapposte, ma in precisi programmi di lavoro svolgentisi sulla base di rapporti e di commenti scritti ai nostri testi classici e dello scambio di opinioni e notizie tra tutti i compagni, ai quali nulla di cio’ che costituisce la vita del partito e’ statutariamente precluso, e meno che mai lo stato finanziario ed amministrativo dell’organizzazione. Il centro non ha il compito di esercitare un controllo di tipo burocratico, ma di favorire in ogni modo il necessario flusso di informazioni nel rispetto della massima trasparenza e di renderlo piu’ efficace grazie all’opera di coordinamento che esso puo’ e deve svolgere, sforzandosi non solo di armonizzare i vari contributi dei compagni e delle sezioni, ma di porre in rilievo il loro raccordo con il corpo della nostra invariante dottrina. Il metodo di lavoro a cui il partito si attiene non può che appesantirsi di inutili e farraginose norme burocratiche se e quando viene smarrito il significato del centralismo organico. Si può arrivare, procedendo su quella china, a prendere provvedimenti odiosi come quello di smembrare l’insieme dei compagni, di segregarli, una volta terminate le sedute, in compartimenti stagni, e addirittura a difendere e propugnare simili provvedimenti come un rimedio idoneo ad evitare il riproporsi fuori dal controllo centrale di polemiche ritenute “inutili” dai dirigenti stessi. Ben diverso ed opposto è il metodo di lavoro nella tradizione della sinistra, e con ben altro spirito venivano quindi vissuti gli incontri tra compagni quando il partito funzionava organicamente: “il giorno 6 settembre ebbe luogo una riunione del comitato centrale con l’intervento di alcuni altri compagni delle varie zone (…..). Non mancò un utile scambio di idee su problemi più generali dell’azione di partito nella presente situazione. […] si dimentica che in 48 ore di permanenza nella città di convegno i compagni, tutti o a gruppi, oltre le sei ore di seduta col relatore, svolgono uno scambio fervidissimo di opinioni, di notizie, di propositi e precisi programmi di lavoro; non dedicano le ore disponibili ai pettegolezzi e ai commenti sulla valentia dei capi, sui toni della loro voce o il colore delle loro chiome, ma ai seri problemi che possono interessare veri militanti”(1). La regressione al più vieto democratismo si manifesta non solo allorché si assiste all’esposizione di diversi rapporti sul medesimo tema in aperto contrasto tra loro, non solo quando i rapporti vengono presentati senza verificarne prima la reciproca coerenza, ma anche e soprattutto quando si tollera che da tali rapporti scaturisca poi un dibattito tra tesi contrapposte, con le sue inevitabili conseguenze sul terreno della ricaduta nel politicantismo, che significa dare spazio –tra l’altro- anche alla denigrazione personale dei relatori che non incontrano i gusti della parte più rumorosa della platea. Se poi il tutto si svolge con il silenzio-assenso del centro, che sull’andamento delle riunioni generali avrebbe il dovere di vigilare, significa solo che siamo ormai arrivati al capolinea. Simili dibattiti, infatti, sono totalmente estranei alla nostra tradizione: “la struttura di lavoro del nuovo movimento […] Si basò su incontri frequenti di inviati di tutta la periferia organizzata, nei quali non si 1 battaglia comunista, n° 16 1952. 194 pianificavano dibattiti, contraddittori e polemiche fra tesi in contrasto […] E nelle quali nulla vi era da votare e nulla da deliberare, ma vi era soltanto il grave lavoro di consegna storica delle lezioni feconde del passato alle generazioni presenti e future, alle nuove avanguardie che si andranno delineando nelle file delle masse proletarie […]. Queste tesi e relazioni, lige nella loro preparazione alle tradizioni marxiste di oltre un secolo, venivano riverberate da tutti i presenti […] In tutte le riunioni di periferia di gruppi locali e di convocazioni regionali ove tale materiale storico veniva trasportato a contatto di tutto il partito” (2). Quando gli organi centrali pertanto assistono inerti alle contumelie personali sorte da improvvisati dibattiti, significa che essi si sono di fatto schierati con la parte più rumorosa della platea, con la parte che dimostra nei fatti di non avere nulla assimilato del metodo di lavoro del partito rivoluzionario, rendendosi responsabili in tal modo di un atto gravissimo di indisciplina al programma e di frazionismo dall’alto. Indisciplina al programma perché secondo il nostro programma e la nostra dottrina le divergenze non si risolvono “scegliendo” d’autorità la posizione che si ritiene corretta sulla base delle elucubrazioni, delle simpatie e delle impressioni soggettive dei capi, in quanto nel partito comunista “non vi è dittatura del centro del partito sulla base” (3), ma si risolvono mettendo mano ai testi e coinvolgendo tutto il partito in tale lavoro. “si disse ad asti che non era possibile seguire nei dettagli la polemica contro spengler […]. La cosa è stata svolta nel testo scritto, e quindi di certo meglio approfondita dai lettori, anche per il sistema seguito di scambio di corrispondenza e di lavoro tra compagni presenti […]. Un tale procedimento è veramente adatto al partito marxista, e si stacca di netto da quelli democratici e scimmiottatori del fare borghese, in cui a caldo sulle relazioni e le conclusioni si vota, si approva e si disapprova. Nulla reca di utile un dibattito in cui a quanto è apportato da un relatore, fosse anche il meno scozzonato di tutti, dopo una preparazione di mesi, fanno seguito immediati “interventi” ad impressione, di chi ha per la prima volta udito e vagliato, giusta la prima parola di moda. Determinista è colui che non interviene mai, e di quelli che improvvisando quattro frasi credono veramente di plasmare decisioni più o meno storiche, si limita a sorridere. Noi contiamo per la via che abbiamo intrapresa di giungere veramente ad un metodo di lavoro impersonale, all’altezza della potente originalità storica della nostra dottrina, che dette agli analfabeti la prima parte. I nostri personaggi non hanno nome, non compaiono in effige, e dalla bocca di questa non esce il fumetto – caratteristico della agonizzante maniera borghese- con scritta dentro una qualunque fesseria o democratico intervento del soggetto” (4). Frazionismo dall’alto perché questa via comoda e facile di risolvere in modo burocratico le divergenze politiche, privilegiando immotivatamente e senza aver compulsato i nostri testi fondamentali una delle posizioni formulate uccide l’unitarietà con cui la compagine del partito deve procedere, compromettendone irrimediabilmente l’efficienza. Va da sé che la effettiva assimilazione degli elaborati presentati in occasione delle riunioni di partito passa attraverso il percorso obbligato del loro studio e dunque presuppone la distribuzione di testi scritti se possibile prima delle riunioni, in ogni caso dopo di esse. Ma se anche tale prassi tradizionale della sinistra viene abbandonata col misero pretesto che i  relatori si limitano a leggere e a commentare dei testi di partito già pubblicati, va rilevato allora che è proprio il commento che facciamo ai nostri testi che deve servire da filo conduttore e da guida per la loro corretta utilizzazione, e dunque che i commentari stesi dai compagni incaricati di svolgere le relazioni dovrebbero essere materiale prezioso da pubblicare sul giornale (5)  o almeno da distribuire ai compagni affinché lo studino e ne facciano tesoro nella loro attività quotidiana, oppure lo critichino, se presenta manchevolezze o errori. Sorge quindi il dubbio che i commentari, da sempre ritenuti meritevoli di ampia diffusione nel partito, siano in tali circostanze deliberatamente nascosti, come riteniamo sia accaduto recentemente, per il timore di esporsi alle critiche, che ogni compagno ha peraltro il dovere di esprimere se l’elaborato si discosta (platealmente o meno, non importa) dal solco del marxismo. Ciò sarebbe del resto totalmente coerente con la rilassatezza teorica e politica attualmente imperante. Giova infine ribadire che è corretta prassi e tradizione della sinistra far precedere le riunioni generali da un rapporto amministrativo che renda pubblica ragione dello stato finanziario del partito e che la più cristallina trasparenza deve tornare a regolare l’insieme della nostra attività.

 

1 Battaglia Comunista, n° 16 1952

2 tesi di napoli.

3 “marxismo e autorità”, 1956.

4 introduzione (intitolata, appunto, “metodo di lavoro”) a “russia e rivoluzione nella teoria marxista”, il programma comunista, n. 21, 1954.

5 i “commentarii a manoscritti economico-filosofici del 1844”, ad esempio, non furono solo distribuiti ai compagni, ma furono pubblicati sul giornale, eppure i testo di marx era noto e anche allora il relatore si era limitato a commentare, non avendo per certo avuto la pretesa di “innovare” o di “arricchire” il testo di marx … . Del resto, a rigor di termini, ogni rapporto e articolo altro non è che un commento, alla luce dei fatti che il partito scientificamente registra, ai nostri testi fondamentali.

 

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