Punto n°30: burocratismo, maschera della disomogeneita’ politica

“31 punti per la difesa della tradizione rivoluzionaria della sinistra”

Proseguiamo con la pubblicazione del “Punto n°30” già presente nella sezione Testi Marxisti.

Il sano funzionamento del partito esclude sia il centralismo “ferreo”, solita ricetta per assimilare materiali eterogenei, sia il ricorso ai provvedimenti disciplinari (espulsioni, sospensioni, radiazioni e scioglimenti dei gruppi locali) in quanto arnesi democratici e contrappone alla dittatura del centro sulla base il metodo di risolvere le divergenze ricorrendo solo alla autorità delle tesi di partito e dei testi fondamentali del marxismo. Quando il Partito ha affermato che il Centralismo Organico non è un modello organizzativo da applicare, l’ha fatto non per escludere che debba essere instaurato come meccanismo atto a regolare la sua vita interna, né per escludere che debba regolarla fin d’ora, accontentandosi di auspicare che possa regolarla in un indeterminato futuro. Lo ha fatto per escludere che dalla sua applicazione ci si possa attendere una garanzia contro l’insorgere di crisi che derivano dal premere di fattori oggettivi più grandi di noi, per evitare che esso venga inteso idealisticamente, come una ricetta in grado di scongiurare per sempre deviazioni ed errori. Il che è un corollario dell’assunto secondo cui la rivoluzione non è questione di forme di organizzazione. Lo affermano a chiare lettere le nostre “Tesi di Lione”: è “assurdo e sterile, nonché pericolosissimo, pretendere che il partito e l’Internazionale siano misteriosamente assicurati contro ogni ricaduta o tendenza alla ricaduta nell’opportunismo, che possono dipendere da mutamenti della situazione come dal gioco dei residui delle tradizioni socialdemocratiche, nella risoluzione dei nostri problemi” (1). E le “Tesi di Napoli” ribadiscono, a quarant’anni di distanza, che vana resta l’idea di “fabbricare un modello di partito perfetto” (2), magari attraverso metodi che risentono della debolezza decadente della classe borghese, che, impotente nella difesa del suo potere, “si rifugia in deformi tecnologismi da robot per ottenere in questi stupidi modelli formali automatici una sua sopravvivenza”. Una delle tesi fondamentali del marxismo, che la Sinistra con insistenza e fermezza ha sempre difeso, è infatti che “un rimedio alle alternative ed alle crisi storiche a cui il partito proletario non può non essere soggetto, non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica da salvarlo dalle degenerazioni” (3). Assodato quindi il concetto che il centralismo organico non è un metodo per immunizzare il Partito dalle crisi o almeno per immunizzarlo in modo definitivo ed assoluto, resta stabilito che esso deve funzionare fin d’ora anche allo scopo di consentire al Partito di affrontare meglio le crisi inevitabili e di superare più agevolmente gli inevitabili errori. Che il centralismo organico debba regolare la vita del Partito fin da adesso, che esso sia certo un obiettivo da raggiungere, ma da raggiungere oggi e non domani, e che, al contrario, attenersi oggi ai criteri organizzativi del passato bagaglio della III Internazionale sia un crimine contro il Partito e contro la Rivoluzione, rappresenta una verità limpidamente esposta dal Partito non l’altro ieri, ma quarant’anni fa, come risulta da quanto diremo qui di seguito. Ma, prima di attingere ai testi, dobbiamo fissare il concetto che se da quando tali affermazioni furono enunciate sono passati quarant’anni ed una crisi che ha letteralmente devastato il Partito, ciò significa che in questo momento della nostra storia l’instaurazione immediata del centralismo organico è diventata ormai una questione di vita o di morte. Così il Partito dopo la crisi del 1964, che portò alla separazione di coloro che diedero poi vita al gruppo “Rivoluzione Comunista”: “Non si è preso alcun provvedimento disciplinare (arnese democratico) da riferire […]. Il partito è sempre quello e lavora come sempre ha fatto. Cercare colpe di quanto è avvenuto è cosa fessa” (4). Già in precedenza era stato infatti riconosciuto che “una pratica burocratica di espulsione è cosa dei vecchi tempi. Caso mai dovrebbe essere per motivi non politici ma morali. E saremmo fuori posto perché il marxismo è amorale” (5). Le “Tesi di Napoli”, prima richiamate, non si limitarono in seguito a definire “ignobile bagaglio del democratismo politicantesco” il ricorso al metodo “delle radiazioni, delle espulsioni e degli scioglimenti dei gruppi locali” e a preconizzarne la definitiva “abolizione”, ribadendo che “questi provvedimenti disciplinari” devono “andare diventando sempre più eccezionali per avviarsi alla loro scomparsa”, ma lanciarono al Partito un avvertimento che si rivelerà poi, purtroppo, profetico. Le Tesi proseguono infatti preannunciando che “se il contrario avviene” e cioè se, anziché diventare sempre più eccezionali, i provvedimenti disciplinari tendono a diventare col tempo sempre più frequenti, ciò che nel nostro Partito dal 1973 in poi avvenne (1953-1973, ventennio del sano funzionamento del Partito: nessuna espulsione, le crisi si consumano e si risolvono senza provvedimenti disciplinari; 1973-1983, decennio della pedata: espulsione di Firenze nel 1973, ghiacciata diffida e inizio nel 1974 del “Nuovo Corso”; 1981: espulsione di torinoivrea; 1982: espulsione di Marsiglia e delle sezioni del Sud della Francia; 1983: allontanamento di Madrid, Schio, Benevento-Ariano Irpino e Torre Annunziata; 1984-2003, ventennio della sospensiva dei provvedimenti disciplinari per sopravvenuta mancanza di effettivi da espellere; 2003: sospensione della Sezione di Madrid), e soprattutto se, come noi riteniamo sia accaduto, quei provvedimenti “servono a salvare […] proprio le posizioni coscienti o incoscienti di un opportunismo nascente [Nuovo Corso!]”, ciò “significa soltanto che la funzione del centro è stata condotta in modo sbagliato e gli ha fatto perdere ogni reale influenza di disciplina della base verso di lui, tanto più, quanto più viene sguaiatamente decantato un fasullo rigore disciplinare” (6). Si deve ammettere infatti che “ogni differenziazione di opinione non riconducibile a casi di coscienza o di disfattismo personale [ecco gli “eccezionali casi patologici” di cui alla Premessa alle “Tesi caratteristiche del partito, 1951” !] Può svilupparsi in utile funzione di preservazione del partito e del proletariato in genere da gravi pericoli” e che “se questi [dissensi] si accentuassero, la differenziazione prenderebbe inevitabilmente ma utilmente la forma frazionistica, e questo potrebbe condurre a scissioni non per il bambinesco motivo di una mancanza di energia repressiva da parte dei dirigenti, [siamo stati frettolosi, non siamo stati abbastanza duri e severi con la Sezione x o y, bisogna concentrare nella mani del Centro tutto il lavoro del Partito ecc., parole in libertà che recentemente abbiamo ascoltato più di una volta] ma solo nella dannata ipotesi del fallimento del partito e del suo asservimento ed influenze controrivoluzionarie” (7). Il Partito aveva dunque saputo antivedere quindi persino la tesi infelice del “centralismo compatto” ed anche il tenore delle sguaiati scritti che lo hanno preconizzato. La storia del “fasullo rigore disciplinare”, regolarmente invocato dagli opportunisti, è in effetti cosa tutt’altro che nuova, se il Partito aveva constatato già nel 1921 che il disciplinarismo ad oltranza coincide con l’indifferenza per il programma, condannando con 80 anni di anticipo le attuali farneticazioni sul “centralismo compatto”: “[…] disons quelques mots sur le zèle improvisé des unitaires pour la discipline de fer, militaire, féroce, et sur leur thèse selon laquelle ils sont ainsi aussi extrémistes et orthodoxes que nous, et même davantage que nous. La résolution de leur sophisme contient, je crois, des éléments utiles de discussion pour les camarades de notre tendance, elle peut être utile et pas seulement pour la défense de la légitimité du comportement passé et présent des abstentionnistes. Les unitaires exagèrent formellement le concept de discipline afin de le déformer en substance. Ils en font un argument spécieux pour conserver dans le parti les anti-communistes en soutenant que grâce à la discipline envers la majorité et les organes centraux, il sera possible de les faire travailler dans un sens communiste et d’utiliser leur action pour les objectifs révolutionnaires auxquels ils ne croient pas subjectivement” (8). L’attualità della proposizione sopra riportata è evidentissima in quanto se oggi (2003) si pretende che il nostro movimento si presenti “inquadrato in maniera ferrea e centralizzata” (“discipline de fer, militare, féroce”…), lo si fa confessando esplicitamente che il centralismo ferreo è finalizzato proprio ad “«attrarre» fisicamente” spezzoni di partiti e quadri politico-sindacali, ovvero a far lavorare in senso comunista con lo knut della disciplina “bolscevica” delle “energie” che tutto sono fuori che comuniste. Nel 1921 il fasullo rigore disciplinare serviva per tenere dentro il Partito gli anticomunisti. Nel 2003 serve per attirarli nelle sue file. Ma il legame che connette dialetticamente il terrorismo disciplinare e la disomogeneità politica del Partito è sempre quello.

 

1 Tesi di Lione, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 105

2 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista – luglio 1965”, “in difesa della continuità del programma comunista”, pag. 181

3 Ibidem

4 Lettera del 18.11.1964

5 Lettera del 18.9.1960

6 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – 1965” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 179)

7 Tesi di Lione, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 105

8 “Les abstentionnistes et la fraction communiste: la valeur de la discipline” (Il Comunista n° 3, 1921)

 

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