Il patto Molotov-Ribbentrop

Ripubblichiamo il testo già apparso qualche anno fa nel nostro sito, in occasione dell’anniversario della firma dello sciagurato patto.

COMMEMORIAMO A MODO NOSTRO IL PATTO MOLOTOV-RIBBENTROP DEL 1939 E L’ALLEANZA STALINO-HITLERIANA PER LA SPARTIZIONE DELLA POLONIA E LO SCHIACCIAMENTO DEL PROLETARIATO POLACCO 

Premettiamo un inquadramento generale della questione, che stabilisce una stretta correlazione tra gli zig-zag tattici dei partiti “comunisti” di ubbidienza staliniana nel corso degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso ed in particolare durante la seconda guerra imperialista da un lato ed il disorientamento e la disorganizzazione della classe operaia europea che ne seguì dall’altro e che nello stesso tempo identifica nel patto militare con la Germania nazista del ‘39 una cartina al tornasole che vale a sbugiardare le tonnellate di retorica antifascista che furono rovesciate da Mosca prima e dopo sulla testa del proletariato internazionale all’insegna della necessità di combattere dei fantomatici rigurgiti feudali in Germania ed in Italia ed a chiarire che -a differenza dei loro predecessori della II Internazionale- i rinnegati del comunismo rivoluzionario ed i loro attuali eredi non possono rivendicare nemmeno lo straccio di una coerenza di tipo democratico, ma meritano di essere messi alla gogna in quanto venduti al miglior offerente:

 

“Anzitutto va rilevato che l’argomento di schierare tutta la forza politica internazionale comunista in quel campo nel quale agisce la Russia dei Soviet ha condotto ad attitudini contraddittorie, in quanto nel primo periodo della guerra, dal settembre 1939 al giugno del 1941, la Russia ha svolto una politica di intesa con la Germania hitleriana, e ha realizzato d’accordo con questa la spartizione della Polonia, la cui invasione da parte dei tedeschi era stata proprio il fatto determinante dell’intervento in guerra degli inglesi e dei loro alleati. L’enorme gravità di questa duplice politica è risultata nel fatto della crisi a cui ha condotto il movimento comunista in Francia ed in molti altri paesi, quando i partiti comunisti lavoravano apertamente al disfattismo della guerra antitedesca, provocando le repressioni delle borghesie democratiche per l’accusa di filo-fascismo, e non pochi dei loro capi giunsero a cercare solidale rifugio presso i nazisti. Con la nuova svolta della guerra, dopo lo scoppio delle ostilità fra Germania e Russia, i partiti comunisti furono costretti a invertire nel modo più brusco la loro politica, passando dal sabotaggio militare alla più smaccata propaganda patriottarda con la parola della guerra al nazismo, pericolo mondiale. Rovinose furono le conseguenze sull’organizzazione e l’orientamento del proletariato. E tale fase importantissima sarebbe più che sufficiente a revocare in dubbio la posizione politica che invoca l’unione nazionale con gli alleati borghesi dello Stato proletario […] ([1]).

Ma il disfattismo della guerra antitedesca praticato nel ’39-’41 dagli staliniani in particolare in Francia fu solo la parodia delle parole d’ordine leniniste, limitandosi a simulare un ritorno al disfattismo rivoluzionario che era in realtà distante anni-luce dalla linea politica del PCF. Vedremo poi perché.

“Nella seconda guerra di rivincita tedesca in una prima fase la Russia, oramai deviata dal marxismo rivoluzionario, per un momento fece il blocco con Hitler e simulò la tesi leninista che Francia e Inghilterra (poi America) lottassero per lo squisito movente imperialista, quello del 1914. Questa fu una prima vergogna, ma il secondo stadio fu peggiore. Tesa la mano a francesi inglesi ed americani, i russi si rigettarono al crociatismo democratico più criminale. La forza vitale del disfattismo di classe era spenta ovunque da due ondate di tradimento” ([2].

La seconda fase della politica staliniana, quella dell’alleanza con la costellazione democratica, fu peggiore della prima non perché la deviazione dai principi del marxismo fosse più grave, ma dal punto di vista della ricaduta disastrosa per le sorti della rivoluzione proletaria che derivò dalla vittoria anglo-americana sull’Asse: gli operai, cioè, furono affittati da Mosca come carne da cannone all’imperialismo più coriaceo e sperimentato, a quello la cui vittoria avrebbe suggellato un dopoguerra all’insegna della pace sociale sull’intero globo terracqueo.

“Ma qui noi facciamo stato dei motivi di pretesa «rivoluzione» antifeudale e borghese. Non si potrà negare di averne fatta una vera orgia nella propaganda contro l’Asse, sui dettami delle radio inglesi e americane. Se si fosse basata la propaganda anti-Asse sui motivi classisti, anzitutto non si sarebbe dovuto traversare la fase di alleanza Berlino-Mosca per la spartizione polacca” ([3]

Se la lotta al rinascente “feudalesimo” militarista hitleriano avesse avuto un minimo di fondamento classista ed una parvenza di giustificazione storica, dice la Sinistra, il patto Molotov-Ribbentrop non avrebbe mai dovuto essere sottoscritto, e ciò sta a significare non solo che lo stalinismo fece leva sui ricordi non ancora spenti della Rivoluzione d’Ottobre per utilizzare il proletariato internazionale come carne da cannone in funzione degli interessi contingenti dello Stato capitalista russo e delle mutevoli alleanze diplomatiche di cui la politica di grande potenza borghese di Mosca abbisognava, ma anche che quelle alleanze, cui il proletariato era chiamato di volta in volta ad aderire, non discendevano da alcun presupposto ideologico sia pur deforme, come l’ossequio a Madonna Democrazia , ma solo ed unicamente dalla pressione materiale dell’accumulazione capitalistica, che costringeva i sedicenti “capi del proletariato rivoluzionario” ad affittarsi alla costellazione imperialista in grado in quel momento di offrire le migliori chances allo sviluppo dell’economia borghese russa.

Passiamo ora ad una disamina più analitica del patto di non aggressione russo-tedesco del 23 agosto 1939, che meglio descrive le tragiche ripercussioni della brusca svolta tattica del Cremlino sui partiti “comunisti” e sul proletariato in particolare in Francia e che meglio evidenzia, inoltre, le radici economiche della stipulazione del trattato e della successiva rottura della provvisoria alleanza russo-tedesca, delle radici che mettono a nudo il carattere borghese ed imperialista del presunto “Stato operaio” russo e che svelano nello stesso tempo l’altra menzogna escogitata dalla propaganda staliniana, secondo cui quell’alleanza avrebbe rappresentato un geniale espediente escogitato dalla “patria del socialismo” per prender tempo e dare maggior slancio all’assalto finale contro il mostro nazista.

 “II patto russo-tedesco scoppiava improvviso sull’orizzonte politico internazionale. In Francia, in Polonia, in Inghilterra, i socialdemocratici perseverarono nella loro posizione sciovinista e guerrafondaia di «Unione sacra» con il capitalismo per la salvezza della Patria. Il vecchio Blum continuò a predicare e a benedire la crociata antitotalitaria, il laburismo appoggiò il governo conservatore, mentre il socialismo polacco si legava strettamente al regime reazionario dei «colonnelli»” ([4]).

 I ruderi della II Internazionale a suo tempo fustigati da Lenin si dimostrano alla prova dei fatti più coerenti dei presunti eredi di Lenin!

 “Ed i partiti stalinisti? Il brusco e cinico cambiamento di fronte dell’URSS impose loro una «capriola» tattica delle più sorprendenti. In soffitta il blocco antifascista e la guerra al fascismo. In Polonia il proletariato «comunista» non si opponeva all’avanzata tedesco-russa, in Francia la situazione per lo stalinismo è delle più critiche. Tutta la sua campagna nazionalista, tendente ad avvicinarsi alla destra radicale e guerrafondaia, crolla come un castello di carta, il partito è costretto a vivere nella semilegalità, e l’illogicità, la non chiarezza, il carattere controrivoluzionario della sua linea politica provocano non solo le dimissioni in massa di molti militanti, ma anche il completo disorientamento della classe operaia che, non guidata, confusa, non si oppone minimamente allo scatenamento della guerra. Così da una parte i regimi fascisti e dall’altra le borghesie democratiche ed i partiti operai giuocano il medesimo ruolo di becchini del proletariato condotto supinamente al macello.

Maurice Thorez il 21 novembre 1938 ad una riunione del Comitato Centrale del PCF affermava:

«I dittatori di Roma e di Berlino vogliono isolare la nostra Patria per annientarla. Coloro che gridano ‘piuttosto la rivoluzione che la guerra…’ oppure ‘sciopero generale e non mobilitazione generale’ sono completamente al di fuori del marxismo. Nelle presenti condizioni di minaccia hitleriana queste frasi rappresentano un crimine contro la classe operaia… Di quale impudenza sono armati i trotskisti spioni che pretendono di far riecheggiare la parola d’ordine di Liebknecht ‘il nemico è nel nostro paese’! Noi dobbiamo denunciare come appoggio diretto al fascismo le calunnie contro l’Unione Sovietica e la menzognera affermazione trotskista che tutti gli imperialismi si equivalgono ponendo così sullo stesso piano la dittatura fascista e le democrazie occidentali amanti della pace».

Il nazionalista Thorez ed il PCF avevano nei mesi seguenti assunto posizioni via via più decise riecheggiando perfino i concetti di «Unione sacra» e della vecchia révanche fin de siecle.

Di punto in bianco tutto questo armamentario ideologico crollò in pezzi. Il PCF scoprì (alfine) che la guerra non era altro che una lotta imperialistica e lanciò i suoi anatemi contro le «democrazie occidentali». Thorez edizione 1939 smentì di fatto tutte le sue precedenti affermazioni coprendosi così di ridicolo e di vergogna. E fu portato ad agire formalmente su un piano assai vicino a quello dei… «trotskisti spioni». […]. Se nel paese fosse invece esistito un movimento rivoluzionario, la sua azione sarebbe stata, condotta sul terreno della più decisa ed intransigente lotta di classe all’interno contro il governo borghese prima, sulla base del disfattismo rivoluzionario e della disgregazione dell’esercito occupante poi” ([5]).

 Qui la Sinistra chiarisce in modo assolutamente limpido in che cosa consiste la differenza tra la parola d’ordine leninista del disfattismo e la sua simulazione da parte del PCF nel periodo ’39-’41: il nostro disfattismo è simmetrico, e proprio perciò non rappresenta il travestimento di uno schieramento in favore di uno dei due briganti imperialisti, il che significa che se è ben vero che per il proletariato il nemico principale è nel proprio paese, almeno fino a che non viene occupato militarmente da truppe straniere, non è altrettanto vero che la borghesia nazionale rappresenta l’unico nemico per il proletariato di quel paese perché la borghesia della nazione occupante lo è allo stesso titolo. Niente intruppamento partigianesco contro lo “straniero”, dunque, ma nello stesso tempo disfattismo anche tra le truppe d’occupazione. Che è precisamente quello che fecero nei limiti delle loro forze i nostri compagni in Italia tra le truppe germaniche dopo il ’43 portando alcuni battaglioni tedeschi a disertare. Ma cionondimeno essi furono additati come … agenti della Gestapo da parte degli stessi sgherri staliniani che fino a due anni prima in Francia agirono e lavorarono sotto lo sguardo benevolo delle SS.

 “Quale fu invece l’atteggiamento dei partiti di «sinistra» dopo l’occupazione? Le correnti socialscioviniste continuarono blandamente nell’illegalità a predicare la lotta per la difesa nazionale in unione con l’Inghilterra, dove la «unione sacra» del laburismo e dei conservatori celebrava i suoi saturnali dopo la caduta del gabinetto di Chamberlain. Contemporaneamente si sviluppava in Francia una forte tendenza politica socialista al pacifismo più spinto e perfino alla collaborazione con il nazismo. Tale socialfascismo che faceva capo al Midi Socialiste considerava possibile la graduale «lotta» per gli interessi economici della classe operaia e per determinate riforme di struttura nell’ambito dello stato moderno totalitario. Era codesta la forma più… conseguente del socialriformismo il cui errore storico fu sostanzialmente quello di non avere identificato sé stesso nei movimenti riformisti del fascismo. Ed il Partito Comunista Francese? A Parigi occupata dai nazisti il PCF nel primo periodo dell’occupazione veniva tollerato dal comando tedesco, l’Humanité veniva venduta per le vie della capitale con il tacito consenso della Kommandantur presso la quale erano in corso trattative per la legalizzazione del giornale. Redattori comunisti collaboravano al settimanale France au Travail sindacalista collaborazionista. Questa condizionata libertà dello stalinismo era dovuta sia agli stretti vincoli che allora univano l’Unione Sovietica al III Reich, sia alla linea politica del partito, che aveva abbandonato tutte le sue parole d’ordine antinaziste. In sostanza l’atteggiamento dell’Humanité di quegli anni si presentava nettamente contrario al governo Pétain da un lato; a De Gaulle, all’emigrazione, e all’imperialismo britannico dall’altro. Pochissime e blande le critiche ai regimi fascisti. «Ni Pétain, ni De Gaulle» ma neppure disfattismo rivoluzionario in seno all’armate di Hitler, non sabotaggio della produzione, non ritorno alla lotta di classe. Il PCF assisterà assai spesso inerte alle prime deportazioni in massa di operai verso la Germania. Parve ad alcuni che il nuovo atteggiamento «intransigente» dello stalinismo preludesse ad un sostanziale ritorno alla lotta di classe ed all’azione leninista. In realtà, per comprendere appieno la linea politica del nazionalcomunismo non si deve assolutamente prescindere da una approfondita analisi dello Stato russo cui si ispirano i partiti stalinisti del mondo. È solo convincendosi del carattere non socialista dell’Unione Sovietica e della sua conseguente posizione imperialistica che risulterà possibile non alimentare pericolose illusioni e vane speranze. […]. Thorez e Duclos, gli intemerati campioni dell’antifascismo, parlavano dalla radio nazista di Stoccarda agli operai francesi mentre i loro sicari, tacitamente spalleggiati dal capitalismo mondiale, assassinavano il «provocatore» Trotsky, «spia del nazismo». […]. Dopo il patto tedesco-russo (Mosca 1939: Ribbentropp-Molotoff) i rapporti tra le due potenze si erano conservati cortesi nonostante la lenta marcia verso occidente delle armate di Stalin (occupazione della Lettonia, Estonia, Lituania, di regioni strategiche finlandesi, della Bessarabia e della Bucovina Rumena) ed il III Reich aveva ricevuto dall’URSS secondo il trattato commerciale stipulato forti quantitativi di merci necessari alla sua economia duramente impegnata nella guerra. Ma gli interessi dei due mastodontici mostri statali, nonostante le profonde collusioni, non potevano alla lunga non venire in conflitto. Per il capitalismo di stato russo erano di vitale importanza i giacimenti petroliferi della Rumenia, le miniere di Petsamo, i prodotti e le basi navali bulgare, trampolino di lancio per la marcia verso Occidente. La ferrea logica della storia assume spesso un carattere di tragica ironia. L’impero feudale-borghese degli Zar, durante la prima guerra mondiale, si batté per i medesimi obiettivi, per le stesse conquiste, che 25 anni dopo dovevano essere meta di un regime «socialista» che pur si vanta diretto erede di una rivoluzione (questa sì, veramente socialista ed operaia) affermatasi in netta antitesi con la politica brigantesca di tutte le nazioni. Anche la Germania non aveva fatto mistero delle sue mire imperialistiche verso i Baltici e il Mar Nero avendo lo stesso Hitler esplicitamente dichiarato nel suo Mein Kampf che i giacimenti ed il suolo ucraino rappresentavano delle necessità vitali per le industrie e la superpopolazione tedesca. I precedenti diplomatici gettano una chiara luce sulla natura del conflitto tedesco-russo. Durante l’ultimo viaggio di Molotoff a Berlino, fu palese che la Russia era pronta ad una strettissima collaborazione con le potenze dell’Asse, ed in ispecie con la Germania, se da parte tedesca si fosse acconsentito ad alcune sue fondamentali richieste. Molotoff ebbe in quell’occasione a dichiarare: «La Russia si sente di nuovo minacciata dalla Finlandia. Siamo decisi a non tollerare ciò. Inoltre è la Germania disposta ad acconsentire che la Russia invii truppe sovietiche in Bulgaria e in Romania, con l’esplicita garanzia che dette forze non detronizzeranno il re e non muteranno il regime interno del paese? La Russia ha bisogno di occupare importanti basi nei Dardanelli e sul Bosforo. La Germania è d’accordo?». II brigante nazista non poteva certamente «essere d’accordo» di fronte a tali esose pretese. Le frasi di Molotoff provano di quale natura sia stata la guerra scatenata ad Oriente. L’URSS come il suo ministro degli esteri ebbe esplicitamente a dichiarare, non avrebbe per nulla mutato gli stati e i governi delle nazioni occupateLa sua non sarebbe stata una marcia rivoluzionaria, bensì imperialista. Se una intesa fosse stata possibile, avremmo visto lo stalinismo internazionale accentuare la sua campagna di disgregazione e di tradimento tra la classe operaia in favore dell’Asse e del Tripartito!” ([6]).

La base della transitoria alleanza russo-tedesca era costituita dunque dal baratto tra le materie prime russe di cui l’economia di guerra tedesca abbisognava ed alcune concessioni tedesche all’espansionismo russo verso i paesi baltici ed il Mar Nero. Ma oltre un certo limite questa pressione entrava in conflitto con la spinta tedesca verso i medesimi obiettivi ed in particolare verso i Balcani, vera testa di ponte della tradizionale direttrice Berlino-Baghdad. Proprio perciò l’alleanza fu effimera ed i tedeschi furono portati dalle crescenti pretese di Mosca a decidere di andarsi a prendere le materie prime russe direttamente dal produttore e quindi ad optare per l’invasione dell’URSS anziché fare delle ulteriori e non tollerabili concessioni alla penetrazione russa in Bulgaria ed in Romania.

“La quarta spartizione della Polonia (le precedenti avvennero ad opera della Russia, Austria e Prussia rispettivamente il 5 agosto del 1772, 4 aprile 1773, 24 ottobre 1795) fu sanzionata dalla Germania Hitleriana e dalla Russia stalinista col patto di non aggressione russo-tedesco del 23 agosto 1939. Operando di conserva con le armate naziste già padrone di metà del territorio polacco, le truppe sovietiche attaccarono ed invasero dall’est la Polonia il 17 settembre 1939.

La spartizione diventava così un fatto storico. Applicando altre clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop le truppe russe occuparono altresì la Bucovina, la Bessarabia, gli stati baltici. Il patto russo-tedesco che la storiografia aulica del Cremlino ha tentato, a partire dal giugno 1941, di presentare come un espediente machiavellico adoperato per guadagnare tempo non fu limitato alla sistemazione territoriale della preda di guerra. In base ad esso furono concordati gli accordi commerciali, per cui la Russia fornì alla Germania forti quantitativi di petrolio, carbone, cotone grezzo e minerali necessari all’alimentazione della produzione di guerra nazista. Francia, Belgio, Olanda, Norvegia, Iugoslavia e Grecia successivamente piegate e sommerse dall’invasione nazista, lo furono anche per gli aiuti materiali offerti dalla Russia al governo di Hitler. Ben vero è che oggi il governo di Mosca si presenta come il governo protettore paterno dell’indipendenza di queste nazioni contro l’imperialismo americano ed ogni volta che al parlamento Francese è di scena il riarmo tedesco nell’ambito della ced, stalinisti e gollisti reclamano la rimessa in valore del patto franco-russo, firmato al Cremlino dal generale De Gaulle e da Bidault nel natale del 1944. Ma il fatto inoppugnabile resta: dal settembre 1939 al giugno del 1941, la coalizione Germania-Russia concordemente si spartì l’Europa, riservando solo a se stesso il diritto alla indipendenza nazionale. Di questo avviso non furono le borghesie nazionali spodestate e le nazionalità proscritte e oppresse dagli invasori. La reazione all’occupazione doveva effettuarsi però nelle forme e nei modi tipici della classe borghese, imposti dalle esigenze della dominazione di classe. Da una parte si lavorò a costituire governi di paglia, i cosiddetti governi «Quisling», volontariamente assoggettati al volere delle autorità militari occupanti; dall’altra si utilizzò scaltramente la disperazione e la rivolta degli strati inferiori delle popolazioni, delle classi lavoratrici affamate e dissanguate da una guerra feroce, ai fini della resistenza nazionale e nazionalista contro gli invasori. Le borghesie calcolando che una pace dettata dalla coalizione russo-tedesca era un’eventualità improbabile, per cui urgeva predisporre le condizioni per un loro futuro inserimento nella opposta coalizione Stati Uniti-Impero britannico, impiantarono audacemente un pericoloso doppio gioco; ma si guardarono bene dall’addossarsi il ruolo più pesante e sanguinoso che fu addossato alle classi lavoratrici, intrappolate nelle insidie pseudopopolari del partigianesimo. La repressione delle potenze occupanti si disfrenò con micidiale spietatezza. Alleati nella guerra, soci nello sfruttamento economico delle terre occupate, Germania e Russia ad onta delle pretese differenze ideologiche, condussero con altrettanta concordia la repressione della resistenza nazionale polacca ed in seguito schiacciarono l’insurrezione proletaria di Varsavia. Se gli Stati Maggiori russo e tedesco avevano, nel settembre del 1939, proceduto ad occupare e spartirsi la Polonia, secondo un piano preordinato, le polizie di stato non funzionarono con minore accordo. Nel marzo del 1940, funzionari della Gestapo (la famigerata polizia politica nazista, che in seguito Mosca doveva accusare dei peggiori delitti e fare severamente giudicare al processo di Norimberga) si incontrarono con una delegazione della NKVD (la polizia speciale di Beria) per concordare un piano di repressione comune diretto a schiacciare le organizzazioni clandestine polacche. Gli staliniani che dopo la rottura del patto russo-tedesco dovevano creare attorno a se stessi una meravigliosa mitologia partigiana, stettero assolutamente tranquilli durante l’occupazione russo-tedesca della Polonia. Un libro sulla resistenza polacca recentemente apparso L’historie d’une armée secrete di Bor-Komorowsky, ci fa conoscere che su 168 pubblicazioni antinaziste in Polonia, solo nel novembre 1941, cioè a cinque mesi dallo scoppio della guerra tra gli ex alleati Russia Germania e a 20 mesi dall’occupazione tedesca, apparve un foglietto clandestino staliniano. Lo scrittore del libro, un polacco rifugiato in Francia, deve essere nelle grazie dei ministeri degli esteri occidentali, ma ciò non toglie che quanto dice sull’atteggiamento degli staliniani polacchi all’epoca della occupazione russa della Polonia corrisponde alla verità. Accettando l’occupazione russa della Polonia orientale, gli staliniani non potevano opporsi all’annessione della parte occidentale di essa che i tedeschi avevano effettuato d’accordo con i russi. I risultati della collaborazione tra Gestapo e NKVD, si videro nella cruenta campagna antisemita, che culminò nella distruzione del ghetto (quartiere ebraico) di Varsavia, commessa dai nazisti, e nel massacro di Katyn che costò la vita a migliaia di ufficiali polacchi che i gendarmi del NKVD soppressero in una colossale esecuzione di massa. Ognuno nella sua zona di occupazione, e in vista di un obbiettivo comune, gli occupanti russi e tedeschi provvidero a sbarazzarsi del nemico interno, l’ebraismo e il nazionalismo militarista polacco” ([7]).

La tacita cooperazione tra Russia e Germania per liquidare la borghesia polacca nei suoi assi portanti (ebraismo e militarismo) si realizzò con il massacro degli ufficiali polacchi nelle fosse di Katyn effettuato dal NKVD russo nel 1940 durante la fase in cui Mosca e Berlino facevano ancora parte dello stesso fronte e con la distruzione del ghetto di Varsavia, eseguita nell’aprile-maggio nel 1943 dalle SS ma preparata in precedenza in accordo con la polizia russa. L’operazione di polizia congiunta russo-tedesca contro il proletariato di Varsavia insorto si sviluppò invece nel 1944 nonostante il fatto che URSS e Germania fossero ormai su fronti contrapposti, ad indicare che la Santa Alleanza di tutte le potenze borghesi contro la Rivoluzione proletaria è l’espressione di un’esigenza di conservazione sociale suprema, che va ben oltre i fronti che contingentemente separano ed oppongono tra loro le diverse borghesie nazionali.

Va anche ricordato che nazisti e stalinisti si accordarono per la consegna di comunisti tedeschi che erano fuggiti in Unione Sovietica  alla Gestapo.

“Nel 1944, nonostante lo stato di guerra, gli ex alleati dovevano condurre al di sopra del fronte, una terribile e sanguinosa operazione di polizia contro la Comune di Varsavia insorta contro l’occupante tedesco, ripetendo così i nefasti della politica dei Prussiani e Francesi federati contro la Comune di Parigi nel 1871 nonostante l’armistizio, nonostante la vergogna di Sédan.

[…]. La Santa Alleanza stalino-nazista sperimentata contro gli ebrei e i nazionalisti rivoltosi, doveva ripristinarsi, malgrado lo stato di guerra tra Russia e Germania, contro il proletariato di Varsavia insorto eroicamente contro i carnefici hitleriani. La Comune di Varsavia dell’agosto 1944 rappresentò, nella bestiale carneficina di popoli-armenti che fu la seconda guerra mondiale, l’unico esempio di eroismo collettivo. Infatti non fu lo scontro stritolatore di mostri meccanici trascinatisi dietro moltitudini inebetite e passive che caratterizzò la battaglia degli eserciti; fu l’eroica follia di una lotta di uomini armati di bottiglie incendiarie e di bombe a mano contro le colonne motorizzate e blindate della Werhrmacht resa furiosa per la vittoriosa offensiva del maresciallo Rokossowskj, le cui truppe avanzanti da giugno su un fronte di 400 chilometri erano giunte il 23 luglio alle porte di Varsavia, nello stesso tempo che gli americani allargavano la testa di ponte in Normandia. Tanto più infame doveva essere il comportamento dei russi, di fronte alla insurrezione proletaria scoppiata dentro Varsavia il 1° agosto, più vergognosa ancora della condotta dei nazisti, i quali potettero annegare nel sangue e quale sangue!, la rivolta solo per effetto della decisione del governo di Mosca di bloccare l’avanzata del maresciallo Rokossowskj. Si ha la scellerata associazione dell’epoca degli abboccamenti tra Gestapo e NKVD. La lotta entro Varsavia assume aspetti terribili. Rivoltosi indossanti uniformi di SS prelevate in un deposito conquistato assaltano di sorpresa le truppe naziste, catturano dei mezzi blindati. I tedeschi usano dei carri armati «Tigre», cannoneggiano incendiano interi quartieri, bruciando vivi gli abitanti, costringono uomini, donne e bambini a scendere nelle cantine e ivi li sterminano a colpi di granate. Ma perdono i depositi della posta centrale, dello stabilimento del gas, della stazione di filtraggio e della principale stazione ferroviaria. Interi quartieri vengono liberati dagli insorti in testa ai quali combatte il proletariato. Si attende l’arrivo dei russi, la ripresa dell’avanzata di Rokossowskj. Ma inspiegabilmente le truppe russe sono ferme. La BBC da notizia in lingua polacca dell’insurrezione; radio Mosca tace. La Luftwaffe bombarda e mitraglia i quartieri occupati dagli insorti. Non un solo aereo russo compare nel cielo della città. È chiaro che i russi si assunsero il compito di aiutanti del carnefice nazista.

Solo al quarto giorno della rivolta, il 4 agosto, il partito comunista dà ordine ai propri organizzati di partecipare alla rivolta mettendosi agli ordini del generale Bor. Lo stesso giorno i nazisti scatenano un’offensiva, mentre avviene uno scambio concitato di messaggi tra Churchill e Stalin. Il premier inglese desideroso di sfruttare ai fini della propria politica la sollevazione invita Stalin ad accorrere in aiuto degli insorti che ritiene impotenti a fronteggiare le quattro divisioni corazzate tedesche, tra le quali la «Hermann Goering» che difendono Varsavia. L’obbiettivo comune dei capi dei governi inglese [e] russo consiste nel, ripetiamo, neutralizzare l’insurrezione, utilizzandola ai propri fini imperialistici. Churchill propone ai russi da prenderla sotto tutela ordinando a Rokossowskj di conquistare Varsavia; Stalin fedele al principio che i nemico cessa di essere tale solo se morto, ordina a Rokossowskj di bivaccare lasciando ai nazisti di massacrare i rivoltosi. In Stalin parlava il Bismark dell’epoca della Comune di Parigi. Chiusa in una trappola gigantesca di cemento e acciaio, la Comune di Varsavia non si arrende. Tradita da coloro che credeva alleati sa trovare tanto eroismo da superare la delusione, nemico più terribile della stessa paura fisica. I tedeschi distruggono uomini e case con ferocia sistematica: attaccando le strade con bombe incendiarie ed esplosive, unendo il bombardamento aereo col fuoco dell’artiglieria. Fatto il deserto la fanteria avanza irrorando le macerie, crollate sui morti e feriti, con le vampate dei lanciafiamme. Scagliando contro gli stabili gli uebelw, bombe di fosforo ed esplosivo a scoppio multiplo; adoperando per la prima volta i «Goliaths», piccoli carri armati carichi di esplosivo guidati elettricamente. Sono ordigni formidabili, distruggono ogni cosa. Il 10 agosto aerei alleati tentano di paracadutare armi e munizioni agli insorti, ma i tedeschi convergono il fuoco nella zona nettamente individuata dai segnali luminosi a terra, scorrono torrenti di sangue. Il 13 agosto l’agenzia russa «Tass» diffonde un comunicato a cui si addebita agli esuli Polacchi a Londra la responsabilità della rivolta e si smentisce la notizia circa il collegamento tra partigiani di Varsavia e truppe russe. Ma se fosse vero quanto afferma Mosca, non sarebbe dovere del governo russo alleato di guerra dell’Inghilterra e protettore di un «comitato di liberazione nazionale» costituito di comunisti polacchi correre in aiuto della rivolta?

Il 17 la Comune entra in agonia. I tedeschi iniziano un infernale offensiva preparandola con cannoneggiamenti di obici da 600 millimetri i cui proiettili pesano una tonnellata e mezzo. Battuti ferocemente dall’artiglieria terrestre dai carri armati tigre, dai «Goliaths», dagli aerei, gli insorti continuano a lottare. 70.000 uomini della Werhmacht si scagliano contro i quartieri difesi dai comunisti che hanno con loro donne vecchi e bambini acquattati come bestie nelle cantine, tormentati dalla fame e dalla sete, continuamente minacciati di morire sotto le macerie dei fabbricati sbriciolati dalle bombe. Per tre giorni gli insorti costretti ad indietreggiare si rifugiano nelle fogne e nei passaggi sotterranei della città, i tedeschi lanciano nei cunicoli granate e bombe a gas, fucilano sul posto i prigionieri. Fino all’ultimo gli insorti attendevano l’arrivo delle truppe. Invano! Arrivarono tre mesi dopo il massacro ([8]). Il 29 settembre tedeschi sferrarono l’attacco generale contro la rivolta. Il 3 ottobre dopo 63 giorni di epici combattimenti gli ultimi difensori della Comune si arrendono ai tedeschi i quali in riconoscimento dell’eroico comportamento si impegnano di applicare la convenzione di Ginevra e trattare gli insorti come prigionieri di guerra ([9]).

Lo stesso boia è soffocato dal sangue. 150.000 morti giacciono nei quartieri distrutti. Apparentemente il rifiuto del governo di Mosca di portare aiuto agli insorti può attribuirsi all’interesse nazionalistico di sbarazzarsi delle forze politiche facenti capo al governo polacco in esilio costituito da profughi polacchi in Londra, notoriamente legati all’imperialismo britannico. La cosiddetta Guerra Fredda scoppiata tra i vincitori del conflitto e prima ancora i violenti contrasti scoppiati in Polonia tra gli stalinisti e i partiti filo occidentali parvero comprovare l’ipotesi. Ma il fatto stesso che l’occupazione militare russa della Polonia garantiva il controllo politico degli stalinisti, come la successiva evoluzione storica doveva confermare, sta a dimostrare che Mosca, lasciati intrappolare gli insorti, contava su ben altro scopo. Il governo di Stalin si prefiggeva di salvare di fronte al proletariato internazionale il suo falso prestigio di agente rivoluzionario. La Comune di Varsavia voluta e difesa da proletariato rivoluzionario doveva morire. Evitando di sporcarsi le mani, il governo russo passava l’infame compito all’esercito nazista. La fine gloriosa della Comune di Varsavia è una prova sanguinosa del gesuitismo politico del governo di Mosca, un’accusa provata del compito controrivoluzionario dello stalinismo mondiale. Esso sta a dimostrare che dovunque il proletariato dichiarerà e combatterà nell’avvenire la guerra civile rivoluzionaria contro il capitalismo, si troverà alle spalle, come a Varsavia nell’estate del 1944, o di fronte come a Berlino nel 1953, i gendarmi stalinisti della controrivoluzione. Ma la resa dei conti verrà. Allora lo stalinismo dovrà pagare anche i centocinquantamila caduti della Comune di Varsavia”.[10]

Quale lezione ne possiamo trarre? Una sola, e cioè che nonostante la cappa di piombo stesa dallo stalinismo e dalla socialdemocrazia sul corpo del proletariato internazionale prima e durante la seconda guerra imperialista ([11]) le capitali europee massacrate riuscirono nel corso stesso del conflitto a generare almeno una nuova, gloriosa Comune, destinata alla sconfitta come quella parigina del 1871 dal rapporto di forze esistente, ma che -al pari di quella- costituisce comunque la testimonianza vivente dell’insopprimibilità della lotte di classe, della vitalità della lotta di classe, che riesplode nella fase bellica di massima tensione delle energie del capitalismo per conseguire e mantenere l’affasciamento di tutte le classi sociali nell’unanimità guerrafondaia e quindi rappresenta una premessa ed un’anticipazione luminosa delle insurrezioni proletarie a venire in un futuro lontano ma certo. Le sconfitte sono un ponte di passaggio necessario verso la vittoria finale, e come tale Varsavia 1944 fu solo una prima tappa verso la libertà d’azione delle classi lavoratrici dell’Europa e del mondo intero” ([12]) che scaturirà dalla resa dei conti finale con le classi possidenti, anche se essa non era così vicina come alcuni nostri compagni allora immaginavano. Nello stesso cannibalismo della controrivoluzione stalino-hitleriana, che ripropose su scala allargata nella rossa Varsavia del 1944 la furia omicida di cui erano stati capaci i versagliesi nella Parigi rivoluzionaria del 1871, non dobbiamo quindi leggere null’altro se non la reazione feroce e subumana di una classe condannata a morte dalla storia.

“Quando i comunardi nel 1871 si levarono in piedi contro Thiers che voleva la capitolazione di Parigi e la consegna ai prussiani, e buttarono l’esercito nazionale fuori dalle mura, non si ebbe una reazione patriottica, ma il formarsi per la prima volta della situazione scolpita dalle parole di Marx: tutti gli eserciti nazionali sono ormai confederati contro il Proletariato. Tali situazioni non sono nuove alla storia. Nel 1945 ([13]) Varsavia si levò tremenda per scacciare i tedeschi: i russi si fermarono ad attendere che la repressione avesse il suo corso, con una inenarrabile strage e devastazione, in attitudine analoga a quella di Bismarck, che dettava nell’armistizio alla Repubblica di Thiers: sporcatevi voi le mani ad eseguire, ovvero entriamo noi!” ([14]).

[…] nel 1945 ([15]) davanti a Varsavia i russi attesero il tempo necessario perché le ultime forze di Hitler annegassero il ghetto nel sangue. Sapeva Mosca che ne avrebbe tratto vantaggio immenso. Varsavia non era in quel momento ebrea o non ebrea, non era meno contro Mosca che contro Berlino; cadeva per la rivoluzione proletaria senza razza e senza bandiera! Cadeva per un’altra gloriosa Comune” ([16]).

[1] “La Russia sovietica dalla rivoluzione a oggi”, Prometeo, n. 1 del 1946.

[2] “«Vae victis» Germania”,  il programma comunista n. 11 del 1960.

[3] “Guerra e rivoluzione”, Battaglia Comunista n. 10 del 1950.

[4] “Il proletariato e la seconda guerra mondiale”, Battaglia Comunista, nn. 28, 29, 31 e 32 del 1947 e nn. 2, 5 e 11 del 1948.

[5] Ibidem.

[6] “Il proletariato e la seconda guerra mondiale”, Battaglia Comunista, nn. 28, 29, 31 e 32 del 1947 e nn. 2, 5 e 11 del 1948.

[7] “Il ghetto di Varsavia”, Battaglia Comunista, 1953. Il titolo dell’articolo, per il resto splendido, è fuorviante in quanto porta il lettore a confondere la rivolta del ghetto di Varsavia del 1943 con la Comune di Varsavia, ossia con l’insurrezione del proletariato di Varsavia del 1944.

[8] “Solo il 17 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa e dell’Esercito Polacco entrarono alla città morta e completamente distrutta, i tedeschi già fecero in tempo a ritirarsi” (L’Associazione della memoria di Insurrezione di Varsavia 1944, “Insurrezione di Varsavia 1944”, Copyright © 2004 SPPW1944. Wszelkie prawa zastrzeżone).

[9] Vergognosa fino all’ultimo minuto ed ancor più rivoltante di quella tedesca fu l’attitudine dei russi: Basta leggere l’O.d.G. degli eroici difensori di Varsavia. «Dopo sessantatre giorni di aspra lotta, mancandoci gli aiuti necessari, la difesa non era più possibile. Avevamo due possibilità, o trattare con i tedeschi, oppure tentare aprirci un varco verso le truppe sovietiche. Le autorità sovietiche non ci hanno assicurato di considerarci come soldati regolari. Si trattava quindi o di arrenderci alle truppe tedesche che tali qualità promisero di riconoscerci o di affrontare perfino la deportazione in Siberia» (Viva la Comune di Varsavia”, La sinistra proletaria, ottobre 1944).

[10] “Il ghetto di Varsavia”, Battaglia Comunista, 1953.

[11] Avendo i partiti comunisti legati alla degenerazione russa capovolta l’intera strategia rivoluzionaria del proletariato, la classe operaia mondiale non solo si trovò nell’impossibilità di sfruttare le crisi cicliche del capitalismo pre e post seconda guerra imperialista, per assalire la borghesia attraverso la via insurrezionale e violenta e instaurare il proprio dominio, ma sacrificò milioni di suoi figli sull’altare dell’ideologia, e quindi degli interessi, borghesi, per consumare poi il disgregamento della sua avanguardia nel perseguire menzogneri obiettivi democratici e l’insensata parola d’ordine della restaurazione delle garanzie costituzionali!” (Dal «fronte unico» al fronte nazionale e patriottico”, il programma comunista n. 6, 1963).

[12] Viva la Comune di Varsavia”, La sinistra proletaria, ottobre 1944.

[13] Leggi: 1944.

[14] “La Comune di Berlino: dura e lunga la strada, meta grande e lontana”, il programma comunista, n. 14 del 1953.

[15] Leggi: 1944.

[16] “Torna la questione ebraica?”, il programma comunista, n. 3 del 1960.

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