A un secolo dal primo assalto del proletariato mondiale alle fortezze del capitale.

Le mancate rivoluzioni di Germania e Ungheria.

Premessa

E’ passato un secolo – alla scala storica, un attimo –  da quando il proletariato rivoluzionario (ed esso “0  è rivoluzionario o non è nulla”) tentò per la prima volta, alla scala mondiale, l’assalto alle roccaforti del capitale.  Scontri epici ci furono in ogni parte del pianeta ma l’epicentro dello scontro fu in Germania e in Ungheria e fu in quell’area –dopo la vittoria della rivoluzione in Russia e la successiva fondazione della III internazionale –  che si decisero le sorti della rivoluzione mondiale.  La rivoluzione comunista fu sconfitta, la rivoluzione russa rimase confinata ai suoi compiti antifeudali, la controrivoluzione fu feroce e le sue nefaste conseguenze si sono trascinate fino ad oggi: guerre, distruzioni,  centinaia di milioni di morti, devastazione del pianeta, controllo totale delle menti dei sottoposti.    Oggi il capitalismo comincia a manifestare visibilmente i segni inequivocabili di una grave crisi   – iniziata molto tempo fa-  che, inevitabilmente, costringerà il proletariato mondiale a riscoprire la sua teoria nascosta e ad ingaggiare una battaglia epocale contro il suo nemico storico: la borghesia mondiale. La posta in gioco sarà alta: “socialismo o barbarie” come scriveva Rosa Luxemburg prima di venire barbaramente assassinata, insieme a Karl Liebnekt, dagli scherani socialdemocratici.  O l’umanità sarà in grado di compiere il salto “dal regno della necessità a quello della libertà” o non avrà un’ulteriore possibilità e sarà messa in discussione la stessa sopravvivenza della specie umana. Il capitalismo mondiale è giunto alla sua fase terminale; ormai è incapace di riprodursi e se decenni fa era “un cadavere che ancora cammina”  oggi la sua condizione è molto peggiorata. Il suo crollo è inevitabile; si tratta di non precipitare nell’abisso insieme ad esso.La comprensione del passato è indispensabile all’azione futura. La comprensione delle cause delle sconfitte del  passato sono utili per la battaglia epocale che si profila all’orizzonte storico. Chi non conosce il passato non può, lavorando nel presente, preparare il futuro.

La Germania nel primo dopoguerra e la politica della socialdemocrazia: dal socialismo nazionale al nazionalsocialismo

Il prossimo assalto del proletariato internazionale alle fortezze del capitale  vedrà, per quanto riguarda  l’Europa, l’area centrale come fondamentale per l’esito finale dello scontro. Come negli anni  ’20,  il destino della rivoluzione comunista mondiale, indipendentemente da dove avrà origine l’incendio rivoluzionario, troverà in quest’area una zona determinante . Per questo motivo la nostra attenzione è rivolta all’analisi della situazione socio-economica dell’inizio del secolo scorso in Germania dove il movimento rivoluzionario  del proletariato fu sconfitto ad opera della reazione congiunta della borghesia, della socialdemocrazia e dello stalinismo nascente. Altrettanto importante è esaminare le caratteristiche dell’ideologia socialdemocratica; perché, come è invariante la teoria rivoluzionaria, così è invariante l’ideologia controrivoluzionaria al di là delle diverse forme con la quale essa si manifesta nel corso della storia.

La struttura economica.

I caratteri strutturali e sovrastrutturali della Germania dell’inizio del secolo  sono il risultato  della spinta capitalista all’industrializzazione ed alla generalizzazione dei rapporti di produzione capitalisti, della diffusione di un’organizzazione aziendale capace di un’alta produttività e dei tempi relativamente lenti del processo politico di unificazione nazionale, che aveva portato alla costituzione di uno stato monarchico ancora lontano da una profonda unità economico-produttiva e sociale. La  Germania,  sviluppando le premesse già presenti dal XIX secolo,  in quello successivo si colloca al primo posto tra le potenze industriali del continente con un primato indiscusso nel campo delle industrie chimiche e con notevoli capacità organizzative, che fanno del suo sistema industriale un autentico modello per quello delle altre nazioni.  Al di là di questa constatazione, occorre tuttavia evidenziare quelle che sono le caratteristiche peculiari del capitalismo tedesco che, materialisticamente,  non potevano non riflettersi anche sulle organizzazioni del proletariato.

La borghesia tedesca si era formata all’interno dei settori dell’artigianato e del commercio che avevano nei numerosi centri urbani degli antichi stati tedeschi i loro poli di sviluppo. Già nel  XVIII secolo erano fiorenti numerose banche la cui concentrazione finanaziaria permetterà, nel secolo successivo, la nascita di un’industria molto vitale , capace di un’alta produttività e che si poneva in modo egemone nei confronti dei vasti mercati orientali.  Tuttavia questa industria conserverà, fino alla prima guerra mondiale, una dimensione aziendale medio-piccola il cui  superamento sarà imposto dalla ristrutturazione post-bellica e dalla profonda crisi economica degli anni ’30. Al carattere di decentralizzazione  dell’impresa  si aggiungeva quello di una decentralizzazione  del capitale  che era  la  conseguenza  di  un  processo  storico  che ancora  vedeva presente una suddivisione politico-amministrativa facente capo alle antiche divisioni nobiliari.

Tutto ciò risulta ancora più chiaro osservando le caratteristiche delle aziende tedesche  e le loro trasformazioni,  proprio negli anni in cui sorgevano negli altri stati delle grandissime concentrazioni industriali; ci riferiamo in particolare alla grande industria che i capitali europei stavano fondando in Russia ed a quella degli Stati Uniti che aveva come vertici i giganteschi complessi metallurgici ed automobilistici raggruppanti migliaia di operai.Per quanto concerne la  Germania,  possiamo constatare l’esistenza di una situazione diversa.

Nel 1882 solo il 12% delle aziende impiega più di 200 salariati e, fino al 1905, esse aumenteranno di appena un 8%; nel 1925, nonostante la spinta produttiva dell’economia di guerra e la successiva centralizzazione, le grandi aziende saranno ancora il 23% del totale. Si dovrà attendere fino al 1933 perché le fabbriche con meno di 200 salariati scendano all’1% del totale. C’è anche da tenere presente il fatto che la maggior parte delle grandi industrie erano concentrate nelle attività estrattive, in particolare nella Ruhr, ed impiegavano una mano d’opera  scarsamente qualificata, mentre il resto dell’industria tedesca era diffuso in tutto il paese. Nei centri più importanti erano concentrate delle fabbriche meccaniche di alta precisione che impiegavano invece una mano d’opera altamente qualificata,  padrona  della tecnica e dell’uso del macchinario. La media industria tedesca era presente soprattutto in Renania, Westfalia, Wurttemberg, Oldenburg, Sassonia, Baviera e nella regione di Berlino ed Amburgo; raramente raggiungeva i mille dipendenti e produceva strumenti ottici, attrezzature scientifiche, componenti di meccanica fine e piccoli veicoli. E’ indicativo il fatto che gli accenti più sprezzanti verso questo tipo di struttura della media industria tedesca si trovino nelle pagine autobiografiche di Ford nelle cui gigantesche  fabbriche, come accennavamo prima, lavoravano alla catena di montaggio migliaia di operai dequalificati, facilmente intercambiabili  da reparto a reparto e da fabbrica a fabbrica.Nel 1907 la popolazione della Germania ammontava a 54.000.000 per arrivare nel 1933  a  65.218.000;  nel 1925  –anno che si pone al centro del periodo in esame-  la popolazione ammontava a 62.410.000 abitanti     (per i dati completi, concernenti vari parametri, cfr. i grafici allegati).

I tre anni che vengono presi in esame per l’analisi della stratificazione sociale, si collocano rispettivamente prima della “grande guerra”, al centro del periodo di Weimar ed alla fine della repubblica. Si constata chiaramente dai grafici la diminuzione (sia in valori assoluti che in valori percentuali)  della popolazione che vive nel  settore dell’agricoltura. L’andamento degli indici dell’industria e dell’artigianato mostra una tendenza iniziale alla crescita fino ad oltre il 1925 (con una punta massima nel 1928)  per poi ridiscendere durante la crisi che porta i valori assoluti sotto quelli del 1925 ed i valori percentuali a quelli del 1907. La parte della popolazione che lavora nel settore del commercio, dei trasporti e dei servizi in generale cresce in continuazione anche nel periodo di crisi. Questa crescita in realtà presenta degli aspetti patologici ed artificiosi in quanto il settore diventa rifugio di una quota di popolazione che altrimenti sarebbe disoccupata.  Per l’anno 1925 i senza professione ammontano a 5,6 milioni; con il termine si intende una quota di popolazione comprendente pensionati e sussidiati di vario tipo. Nel 1933 gli 8,8 milioni di senza professione  rivelano,  oltre  che il progressivo invecchiamento della popolazione  lavoratrice,  la chiusura del mercato del lavoro a fasce di lavoratori marginali  o ad anziani che in tempi di buona congiuntura economica sono invece assorbiti.   Accanto ad essi c’è l’esercito dei disoccupati veri e propri.

Analizziamo ora brevemente la situazione economica della Germania dei primi  decenni  del secolo scorso.

E’ possibile, osservando i dati economici, rilevare una tendenza che parte dalla guerra 1914-18 e si conclude con il 1936 quando, in linea di massima, è superata la fase acuta della  crisi iniziata nel 1929 e si profila all’orizzonte la seconda guerra mondiale. Si tratta di un andamento di sostanziale stagnazione rispetto sia al periodo precedente, che segna il decollo ed il rapido sviluppo industriale, sia al periodo successivo alla seconda guerra mondiale, caratterizzato da una ripresa ancora più sostenuta.  E’ una stagnazione che si verifica in tutte le economie dell’area occidentale. Gli anni 1927-28  rappresentano in Germania una punta in cui sono raggiunti i livelli produttivi del 1913 ma non i livelli corrispondenti di “benessere sociale”. La recessione, nel triennio successivo al 1929, precipita rovinosamente, tramutandosi in crisi aperta.   La prima guerra mondiale ha rappresentato per l’economia mondiale ed europea in particolare una cesura che ha inciso in modo irreversibile sullo sviluppo delle singole economie nazionali. Le necessità belliche e la radicale riduzione dell’esportazione europea durante la prima guerra mondiale provocano lo sviluppo accelerato del settore industriale in paesi prima legati tradizionalmente all’Europa (USA, Canada, Australia, Giappone, Argentina). Allo stesso modo,  il bisogno alimentare del vecchio continente stimolò la produzione agricola dei paesi oltreoceano sotto il controllo inglese e del Sudamerica, aumentando moltissimo la loro capacità produttiva in questo settore. Nella fase successiva alla guerra, l’esportazione europea si trovò sbarrata la strada ai suoi mercati  tradizionali come, viceversa, i paesi agricoli si trovarono in condizioni di sovrapproduzione con la conseguente caduta dei prezzi. La divisione del lavoro dell’economia internazionale prebellica era pregiudicata in maniera irrimediabile e con essa l’equilibrio commerciale. Le grandi nazioni europee non riuscirono a mantenere la loro quota di esportazione, venendo così a perdere i  tradizionali impulsi di crescita. Solo gli Stati Uniti migliorano costantemente la loro situazione. Soltanto nel 1970 la  Germania  raggiungerà valori simili a quelli del 1913.        Dal 1890 al 1913 l’esportazione tedesca è cresciuta dal 5% al 6% annuo. Dal 1913 al 1929 il tasso d’incremento è zero. Durante gli anni della crisi 1929-32 l’esportazione è caduta del 42%.  Occorre tuttavia notare che l’apparato industriale della repubblica di Weimar risulta, comparandolo  con quello inglese o francese, più efficiente. Ad esempio la produttività industriale della Ruhr raggiunge i livelli prebellici già nel 1925, mentre in Inghilterra ed in Francia sarà necessario aspettare il 1928 ed il 1929.  Inoltre,  la produttività inglese,  durante la crisi economica, ristagna attorno all’indice 101, mentre l’indice di produttività per uomo delle industrie della Ruhr tocca il valore 173 nel 1932 e il valore 187 nel 1933-34; l’indice dell’industria francese è fermo al valore 111 (1913=100).  Dunque, la crisi economica tedesca fu dovuta non tanto ad un’insufficienza dell’apparato produttivo ma ad una insufficienza di domanda esterna, essendo, inoltre, insufficiente anche la domanda interna.

Per quanto riguarda l’agricoltura, questa è divisa in due settori. Da un lato  la piccola produzione intensiva e di qualità delle zone occidentali e meridionali; la parcellizzazione della proprietà, la non economicità della gestione e la latente sottoccupazione, impediscono ogni sforzo di modernizzazione. Dall’altro ci sono i grandi latifondi orientali a coltura estensiva, che non riescono a raggiungere indici di produttività ed economicità dei costi che siano competitivi sul mercato mondiale.

Va notato un fatto importante: la guerra con le sue immani distruzioni  di lavoro morto e di lavoro vivo non era stata sufficiente ad assicurare quel bagno di giovinezza di cui il capitalismo aveva bisogno;  non era durata a sufficienza. La borghesia era stata costretta ad interrompere il macello imperialista a causa dell’agitazione rivoluzionaria in tutti i paesi e, naturalmente, a causa della vittoria della rivoluzione russa. Se il terrore che l’incendio rivoluzionario si estendesse rapidamente in tutta l’Europa, trasformando la guerra tra stati in guerra di classe, aveva spinto ovunque la borghesia sulla strada dell’interruzione del conflitto, la borghesia tedesca fu costretta a por fine alla guerra senza indugio in quanto nel crollo del fronte orientale si rese evidente uno  sciopero militare in cui prendeva finalmente corpo  – in conseguenza diretta dell’onda rossa che da Oriente investì duramente l’occidente – la tanto paventata disgregazione degli eserciti. Sarà solamente con la seconda guerra mondiale  –una volta sconfitta definitivamente la rivoluzione- che la borghesia potrà avere finalmente il suo bagno di giovinezza, quello che ha consentito al capitalismo di sopravvivere fino ad oggi.

 La struttura sociale

La figura sociale dell’operaio qualificato, di cui si parlava all’inizio, si trovava oggettivamente vicino ai quadri tecnici e dirigenziali con cui  spesso condivideva le concezioni sull’azienda e sul lavoro e con i quali, almeno fino ad un certo punto, difficilmente rompeva con azioni quali lo sciopero; inoltre, era detentore di un certo potere proprio in virtù delle sue conoscenze tecniche (come ben comprese Taylor). E’ proprio questa figura sociale che era al centro dell’azione del socialismo e del sindacalismo tedesco.  Karl Liegen, presidente della “Commissione Sindacale Tedesca”, si era pronunciato ripetutamente contro lo sciopero di massa -che evidentemente non poteva essere altro che uno sciopero politico-  ed aveva espresso la convinzione che i sindacati dovessero attenersi rigidamente al compito di far migliorare i salari e le condizioni di  lavoro  ed essere pronti per questo scopo a stabilire rapporti “amichevoli” con i capitalisti; sempre che questi fossero disposti a tenere un atteggiamento “ragionevole”. Il suo ideale era la cosiddetta     “fabbrica costituzionale” nella quale gli operai avrebbero dovuto condividere la direzione con i capitalisti, finché, ad uno stadio più avanzato,  sarebbero stati sostituiti dallo stato socialista.Va tuttavia notato come le organizzazioni sindacali avessero, in un primo tempo, una scarsa influenza sugli operai di mestiere i quali, inseriti in industrie a basso capitale costante, potevano  –in forza delle loro capacità tecniche e dell’intesa che avevano raggiunto con i quadri tecnici-  avanzare le proprie rivendicazioni su basi scarsamente conflittuali; questo naturalmente finché esistevano gli spazi economici adeguati. Tuttavia, fin dall’inizio del secolo si andò sviluppando un crescente movimento di scioperi:

Anno 1903: in 1347 scioperi scesero in lotta 86.000 operai,  furono interessate 10.000 aziende. Anno 1905: 2400 scioperi, 400.000 operai in agitazione, 14.000 aziende interessate.  Nel 1906, pur essendo cessate quasi del tutto le lotte dei 200.000 operai del settore della Ruhr, salì ulteriormente il numero delle fabbriche interessate alle agitazioni sindacali.  Gli scioperi di massa della Ruhr infatti avevano avuto un eco in quel tessuto di piccole e medie aziende disseminate nella Renania-Westfalia, Wurtenberg, regione di Berlino, Oldenburg, Sassonia, Baviera, i cui operai erano  raramente, fino ad allora, ricorsi allo sciopero. Il 1905 aveva unificato, attraverso le lotte, settori di classe operaia ritenuti eterogenei. In realtà vi era una caratteristica comune al settore minerario ed a quello della media industria meccanica: lo stesso tipo di composizione organica del capitale. Sia nelle miniere che nelle industrie meccaniche, nel rapporto tra capitale costante e capitale variabile, era quest’ultimo a giocare un ruolo di primo piano nella produzione.  La classe operaia tedesca si sentiva il fulcro del processo produttivo.

Notiamo (cfr. i grafici) che il numero delle aziende coinvolte nei conflitti di lavoro presenta un’evoluzione.  Nel 1919 sono 3893 e salgono con un incremento di 10.000 unità  annue fino al 1921 quando si registrano 57758 aziende interessate allo sciopero. Questo andamento sembrerebbe indicare più l’estendersi delle manifestazioni conflittuali che non il loro intensificarsi. Infatti, né il numero degli occupati in tali aziende, né il numero degli scioperanti segue lo stesso andamento. Prescindendo dal 1919, il trienno 1920-23 segna un livello costante di scioperi che interessa in maniera continuativa 50.000 aziende con la mobilitazione contemporanea di 1,6 milioni di lavoratori ed un crescendo di intensità di giornate di sciopero. Per quanto riguarda l’anno 1919,  si registrano 35,1 milioni di giornate di sciopero ed un numero di scioperanti contemporaneamente di  2.143.605;  questi valori non verranno più raggiunti.  Va notato che il numero di aziende interessate è più basso rispetto a quello degli anni successivi (38.933) anche se tali aziende hanno un numero di occupati notevolmente superiore. Ciò perché i conflitti del 1919 sono prevalentemente situati nei grandi centri industriali nevralgici (Ruhr, Berlino, Germania centrale). Un fatto, che in seguito non si è mai più ripetuto, è la partecipazione degli impiegati agli scioperi calcolati in oltre 180.000 unità con un totale di quasi 2.000.000 di giornate di sciopero. Negli anni successivi la partecipazione degli impiegati agli scioperi sarà molto ridotta, scendendo nel 1920  a 78.912 unità con 719.350 giornate perse;  nel 1922 saranno 89.114 unità con 692.394 giornate perse.

L’utopia socialdemocratica

Il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) è di gran lunga il più importante dell’epoca ed è  anche il primo partito politico tedesco. Come anno di fondazione viene spesso indicato il 1875 quando, in occasione del congresso di Gotha (2227 maggio), l’Associazione Generale degli Operai Tedeschi (Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein – ADAV) e il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Tedeschi (Sozialdemokratische  Arbeiterpartei  Deutschlands  –  SAD) si unirono per costituire il Partito Socialista dei Lavoratori Tedeschi (Sozialistischen Arbeiterpartei  Deutschlands  – SAP).  Il partito assunse la denominazione  di SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands)  nel 1890. Esso conta nel 1914 un milione di iscritti ed oltre 4 milioni di elettori. Il motivo principale di ciò risiede nella rilevanza numerica della classe operaia tedesca.   La percentuale operaia è molto alta in Germania, benchè inferiore a quella della Gran Bretagna.  La  Germania è un paese con presenza operaia superiore a quella  della Francia (in gran parte ancora agricola) e  degli Stati Uniti (dove il settore terziario si sviluppa con rapidità).  Il peso rilevante dell’SPD si spiega anche col fatto che il proletariato è parte integrante della lotta democratica ed  il partito socialdemocratico  è  uno strumento centrale per questa lotta.  Non va trascurato il fatto,  infine,  che in Germania non esiste un forte partito liberale come in Inghilterra o radicale come in Francia, a causa della debolezza della borghesia tedesca.  L’SPD viene inteso dai settori democratici non proletari come il solo partito che lotti effettivamente per la democrazia.  Non è un caso che Bismarck limitasse grandemente  l’attività del partito tra il 1878 e il 1890  con le Leggi antisocialiste” o Leggi socialiste” (Sozialistengesetze; ufficialmente Gesetz gegen die gemeingefährlichen Bestrebungen der Sozialdemokratie = “Legge contro le aspirazioni generalmente pericolose della Socialdemocrazia”);  esse   erano una serie di leggi , la prima delle quali fu approvata il 19 ottobre 1878 dal Reichstag.

Non va dimenticato, inoltre, che la Comune di Parigi era stata stroncata pochi anni prima e la borghesia temeva fortemente il ripetersi di eventi insurrezionali del genere.

La capacità di direzione del partito socialdemocratico, dunque, si esprimeva in un ambito prevalentemente di tipo parlamentare. Esso aspirava a diventare un partito popolare ed a conquistare una larga maggioranza elettorale e non doveva per nessuna ragione alienarsi le simpatie degli elementi democratici delle classi medie. Muovendosi in questa logica, nel 1912 l’ SPD raccolse l’ambito premio elettorale conquistando ben 110 seggi contro i 43 del 1907 ed ottenendo 4 milioni e 250 mila voti contro i 3 milioni e 250 mila precedenti grazie all’appoggio di un contingente di gran lunga più forte di elettori appartenenti alle classi non proletarie, che evidentemente si sentivano ben poco minacciate da un tal genere di “socialismo”.  I socialdemocratici seppero accantonare il loro internazionalismo, per quanto parolaio e limitato potesse essere, e condussero la loro campagna elettorale su questioni di politica interna, nelle quali si muovevano assai più agevolmente.

Anche ben prima del fatidico 1914,   fin dalla sua nascita nel 1875 al congresso di Gotha (come ben aveva visto Marx), l’SPD  nel suo insieme, non è assolutamente un’organizzazione rivoluzionaria. Parlare di “tradimento” è  assolutamente improprio ed è sorprendente che Lenin rimanesse stupito di ciò che avvenne  il 4 agosto 1914. In realtà non esiste alcuna cesura tra prima e dopo l’agosto 1914.

La concezione dell’ SPD del passaggio al socialismo consisteva nella convinzione  che il proletariato potesse gradualmente erodere alla borghesia i suoi margini di profitto mediante l’azione sindacale e parlamentare, fino al punto in cui la socialdemocrazia, legalmente rappresentata al Reichstag, sarebbe stata chiamata alla guida politica del paese. Era convinzione radicata che sarebbe stata sufficiente l’azione legale della classe  –in particolare degli strati più qualificati- perché il sistema capitalista portasse a maturazione le sue contraddizioni e giungesse al crollo. L’azione politica, dunque, poteva essere contenuta nell’ambito delle istituzioni e l’importante era soprattutto riuscire ad ottenere in fabbrica dei vantaggi ed un controllo sempre crescenti, esaltare le caratteristiche di professionalità e la coscienza di produttori degli operai, superare teoricamente e praticamente le posizioni parziali del proletariato per agire nella prospettiva della futura società socialista. Il partito in nome di questi obiettivi a lunga scadenza (il“programma massimo”), portava avanti un programma di riforme economiche e politiche (il “programma minimo”) che fosse accettabile da tutto il popolo e chiedeva un’unità interna che fosse superiore ad ogni controversia.

Il “marxismo” cosiddetto ortodosso della II internazionale non era altro che un’ideologia pseudo-scientifica positivista ed antidialettica del cammino verso il socialismo  che identificava ogni sua enunciazione con il processo oggettivo dell’economia capitalista         –del quale non era che un riflesso- e con il progressivo riconoscimento di questa necessità economica da parte della classe operaia educata dall’organizzazione. Si potrebbe dire che questa ideologia ritrovava la fiducia – tutta idealista ed educazionista –  nella dimostrazione pedagogica che aveva caratterizzato il socialismo utopistico delle origini, accompagnata però ad un riferimento passivo e contemplativo del corso della storia.           Il passaggio del socialismo “dall’utopia alla scienza” in realtà per la socialdemocrazia non era mai avvenuto.  Questa visione aveva perso completamente di vista il divenire storico ed anche la grandezza della visione  –seppur statica-  della critica sociale totale presente  nel socialismo utopistico, particolarmente in Fourier. Si potrebbe inoltre dire -come scrivevano ne  “La sacra famiglia” Marx ed Engels, riferendosi ad altro- che l’ideologia socialdemocratica è anche: “l’ espressione  speculativa del dogma cristiano-germanico dell’antagonismo di spirito e materia, di dio e il mondo. Quest’antagonismo si esprime nella  storia e nello stesso mondo umano, nella forma di pochi individui eletti che si contrappongono come spirito attivo alla restante umanità, considerata  come massa priva di spirito, come materia.”

 E’ da questo  atteggiamento  che  –  seppure in condizioni  oggettivamente  date –   discende l’incapacità di “fare” la storia e, se la si  fa, è la storia dell’economia, cioè del capitale. Hiferding nel suo scritto “Il capitale finanziario” non a caso può scrivere senza vergognarsene che riconoscere la necessità del socialismo non offre “alcuna indicazione sull’atteggiamento pratico da adottare. Perché una cosa è riconoscere una necessità, e un’altra è mettersi al servizio di questa necessità”.  I comunisti non possono scindere la teoria   – che illumina come un fascio di luce la realtà, disvelandola –   dalla pratica che deve essere adottata per trasformare quella realtà; la teoria rivoluzionaria non può essere separata dalla pratica rivoluzionaria. La socialdemocrazia, operando invece una scissione fra i due poli dialettici della questione, non poteva che rimanere vittima fatalmente della pratica riformista che aveva necessariamente adottato.  Questa pratica riformista era condotta in nome della illusione rivoluzionaria proiettata nel futuro, ma questa stridente dicotomia non poteva che portare all’esplosione dell’ideologia socialdemocratica proprio nel momento in cui questa aveva il maggior successo contingente. La pur elevata  quantità diveniva scadente qualità.

Così come la teoria comunista è scientifica,  l’ideologia socialdemocratica è volgarmente positivista; così come la teoria comunista è dialettica, l’ideologia socialdemocratica è totalmente antidialettica; così come la teoria comunista è materialista, l’ideologia socialdemocratica è idealista; infine, così come la teoria comunista è rivoluzionaria, l’ideologia socialdemocratica è conservatrice.

Bernstein, essendo il socialdemocratico più coerentemente aderente alla metodologia positivista borghese ed il più distante dall’ideologia politica socialdemocratica, aveva onestamente evidenziato la contraddizione di cui dicevamo prima: giustamente, dal suo punto di vista, affermava che “il movimento è tutto il fine è nulla” , risolvendo la dicotomia di cui dicevamo semplicemente eliminando uno dei due termini della questione.  Egli in “Socialismo teorico e Socialdemocrazia pratica” deplora le previsioni, a suo dire, poco scientifiche di Marx ed Engels espresse nel “Manifesto” del 1848 sull’imminenza della rivoluzione in  Germania: “Questa auto-suggestione storica, talmente erronea che un qualunque visionario politico non avrebbe quasi potuto trovare di meglio, sarebbe incomprensibile in un Marx che a quell’epoca aveva già studiato seriamente l’economia, se non si dovesse vedere in essa il prodotto di un residuo della dialettica antitetica hegeliana, di cui Marx, non più di Engels, non è mai riuscito a disfarsi completamente. In quei tempi di effervescenza generale, ciò gli è stato tanto più fatale”.

Marx ed Engels non avevano mai avuto nessuna intenzione di “disfarsi” della dialettica.  In realtà essi vedevano bene in quel periodo la possibilità oggettiva e  potenziale della rivoluzione; Bernstein, di fatto, la nega sempre a priori.  Va notato come gli opportunisti di ogni genere  -massimamente gli stalinisti ed i loro epigoni-   vedano la dialettica  sempre con orrore;   ciò non è un caso: dialettica e rivoluzione sono inseparabili ed essi invece rifuggono atterriti da tutto ciò che ha a che fare con la rivoluzione.

Non è un caso, quindi che i “marxisti ortodossi” della II Internazionale  –Bernstein in testa-  all’interno del dettato di Marx ed Engels aborrissero e volessero espungere proprio la dialettica, che è l’anima stessa della teoria rivoluzionaria in quanto nelle sue leggi si contempla il misterioso e rivoluzionario salto dalla quantità alla qualità, sprezzantemente qualificandola con il termine di “stregoneria hegeliana”.

Come una corrente negativa sotterranea critica verso l’esistente, il pensiero dialettico è presente in tutto il corso della storia, manifestandosi nelle forme più varie: nella filosofia antica, nelle filosofie orientali, in alcuni pensatori medievali, nell’alchimia, fino ad arrivare alla filosofia hegeliana che Marx  rimette    con   i piedi per terra, rovesciandola.

Il materialismo dialettico “comprende il mondo come un processo storico, rifiuta tutte le categorie immutabili e a priori, e cerca di cogliere i fenomeni naturali e umani nel loro divenire (“Marxismo e scienza borghese”, il programma comunista, n. 21-22 / 1968). E ancora :  “Dialettica significa collegamento, ossia relazione. Come vi è relazione tra cosa e cosa, tra evento ed evento del mondo reale, così vi è relazione tra i riflessi (più o meno imperfetti) di questo mondo reale nel nostro pensiero, e tra le formulazioni che noi adoperiamo per descriverlo e per immagazzinare e sfruttare praticamente la conoscenza di esso che abbiamo acquisita” (“Sul metodo dialettico”, I testi del partito comunista internazionale , edizioni il programma comunista).

Va notato inoltre, come  l’acquiescenza socialdemocratica alla politica coloniale della Germania fosse dovuta anche ad una visione antidialettica dello sviluppo sociale. Per cui la penetrazione del capitalismo in aree precapitaliste era visto come un fatto positivo. Ciò è vero se ci si riferisce alla scala storica ma non lo è se si fa riferimento a quella politica; soprattutto in momenti di crisi sociale.  Analogamente, il rifiuto della rivoluzione in Russia –dato il carattere prevalentemente feudale della società russa- vedendo in essa una forzatura storica (il saltare la fase capitalista) è dovuto sempre alla visione positivista del socialismo tedesco. Come ben sappiamo, la rivoluzione russa avrebbe potuto essere il primo atto della rivoluzione comunista in Europa prima e nel mondo dopo. Se questa fosse stata vittoriosa sarebbe stato possibile saltare una fase storica. Essendo stata sconfitta la rivoluzione nell’area centro-europea, la Russia ha dovuto fatalmente  percorrere tutto il suo calvario capitalista fino ad oggi.

Tornando a  Bernstein, egli giustamente  negava che una crisi  della produzione capitalista avrebbe forzato la mano alla socialdemocrazia, rendendola rivoluzionaria; infatti, ciò non poteva avvenire e non avvenne Essa dovette percorrere tutte le fasi di un’unica scelta coerentemente controrivoluzionaria derivante dalla sua natura oggettiva. Essa non commise errori.  Più semplicemente, fu costretta a seguire la strada  che la sua natura la costringeva a percorrere nelle varie condizioni date; come un treno che obbligatoriamente deve seguire un binario: il binario la cui stazione di arrivo era quella della controrivoluzione aperta. Essa non aveva educato gli operai tedeschi rivoluzionariamente, al contrario li aveva imbottiti di   illusioni democratiche e gradualiste; aveva appoggiato la guerra imperialista, mandando i proletari a scannarsi sui campi di battaglia, aveva organizzato la repressione più feroce una volta che il movimento insurrezionale gli era sfuggito di mano.  Noske non si sottrasse al compito di poliziotto perché, come ammise, “qualcuno doveva pur fare il cane da guardia”; Ebert credeva ancora nel peccato e confessava di odiare la rivoluzione appunto “come il peccato” e per lui “socialismo vuol dire lavorare molto” (stakhanovismo stalinista ante litteram).  L’utopia socialdemocratica non poteva reggere sotto i colpi degli scossoni deterministici.  Il bel sogno morì  il 4 agosto 1914, in occasione della votazione dei crediti di guerra,  quando l’SPD sostenne  la borghesia tedesca che si preparava a mandare al macello i propri  proletari .

E’ utile rimarcare la conseguente ed inevitabile facilità con cui la socialdemocrazia –di fronte alle esigenze della difesa, della mobilitazione generale e della guerra -accettò la collaborazione con il potere imperiale e l’analoga facilità con cui i centri di potere borghesi accettarono un partito che si proclamava socialista. Non vi è più chiara dimostrazione di quanto la socialdemocrazia perseguisse una politica accettabile per la borghesia e come il potere imperiale fosse sicuro, dato anche il carattere della guerra che stava per intraprendere, di poter usare la socialdemocrazia per ottenere un sicuro ordine sociale e sindacale.

Le conseguenze di questa convergenza non si fecero attendere: l’SPD, pur rimanendo anche in seguito il partito socialista maggioritario, vide allentarsi sempre di più i legami di partito tra il gruppo dirigente e la base; le sezioni locali come le centrali sindacali dei vari “Lander” svilupparono una sempre più complessa azione autonoma che nella Germania meridionale divenne  un’aperta collaborazione con i partiti borghesi, mentre in regioni quali la Sassonia e la Prussia rimase sensibile alle pressioni degli ambienti della sinistra;  le scelte dipesero dal carattere dei vari governi regionali e da quello del proletariato e delle sue lotte recenti.

Dopo l’inizio delle ostilità belliche, si verificò dunque una costante ed inarrestabile deriva controrivoluzionaria della maggioranza dell’SPD che, dopo aver accettato la guerra e le sue implicazioni ideologiche, pangermanesimo e russofobia, ne accettava anche, ovviamente, i presupposti capitalistici, rifiutandosi –e come avrebbe potuto fare altrimenti- di risolvere a livello internazionale, con gli altri partiti socialisti, le contraddizioni che l’intero movimento socialista  stava vivendo. Tale atteggiamento si accentuò nel corso del 1917 quando la “Commissione Sindacale Tedesca”, che faceva capo al partito, accettò la mobilitazione generale dell’industria secondo il “piano Hindemburg” e subì passivamente la ristrutturazione della stessa  che il capitale, sotto la pressione dell’economia di guerra, si avviava ad intraprendere, cominciando dai cantieri navali di Amburgo, Brema e Kiel.

A proposito della socialdemocrazia, riportiamo alcune considerazioni di Mehring tratte dalla “Storia della socialdemocrazia tedesca “.  Scrive Mehring: “Il marxismo non è la teoria di un individuo cui un altro individuo ne possa opporre un’altra superiore; esso è piuttosto la lotta di classe proletaria formulata in idee (…) Chi vuole andare oltre il marxismo come metodo scientifico e non tornare semplicemente al mondo borghese, cade o nell’eclettismo o nello scetticismo. Nell’eclettismo in quanto costruisca con materiale preso per ogni dove una nuova teoria che, quanto a solidità, non ha niente da invidiare ad un castello in aria. Oppure nello scetticismo in quanto ponga dietro ogni proposizione di Marx un punto interrogativo o forse, secondo il metodo già definito da Lessing, opponga ad ogni proposizione qualche cosa di plausibile per il cosiddetto buon senso  e tralasci tutto il resto con trionfante disprezzo.

Il revisionismo oscilla senza speranza tra la Scilla di quell’eclettismo e la Cariddi di questo scetticismo. La sua sostanza vera e propria è la mancanza di sostanza. Giacchè non intende neppure se stesso, non senza ragione si sente incompreso da tutti; giacchè è soltanto nebbia, in un certo senso ha ragione di dire che non è né carne né pesce. Esso rivede la teoria socialista non partendo dal terreno della teoria socialista, bensì da concezioni borghesi, di cui poi esso stesso ha paura e vorrebbe non aver detto niente. Ciò che per il marxismo è un mezzo per lo scopo, la critica costante con cui esso indaga di volta in volta la realtà, per il revisionismo è diventato scopo a se stesso; esso rivede per rivedere e per la paura di un dogma assoluto respinge ogni verità relativa. Esso non riesce a pensare fino in fondo ad una sola idea, e si lamenta della mancanza di ‘buon gusto’  se la logica delle cose lo colpisce nel vivo. Così esso dal niente attraverso il niente giunge al niente”.

 Si può dire,  mutatis mutandis,  la stessa cosa dello stalinismo  e di tutte le sue molteplici varianti. Esso  è un’ideologia ben peggiore di quella socialdemocratica, poiché questa riteneva possibile un giro lento della ruota della storia (la realtà confermò invece la visione “catastrofica” di Marx e di Engels) ma non cercava di farla girare al contrario come fecero gli stalinisti che portarono il proletariato a lottare per obiettivi che non erano nemmeno più “socialisti” a parole ma palesemente democratici. Del resto, l’ideologia socialdemocratica era comunque contemporanea, nella sua ultima fase, di un periodo rivoluzionario mentre l’ideologia stalinista era l’ideologia della controrivoluzione trionfante.

I consigli operai e i partiti socialisti

Per quanto riguarda i Consigli, divenne immediatamente chiaro che le tradizioni parlamentari e sindacali erano profondamente radicate nelle masse per poter essere sradicate a breve termine.  La borghesia, l’SPD ed i sindacati fecero appello a queste tradizioni per battere in breccia le nuove concezioni rivoluzionarie. Il partito si compiaceva a parole per questo nuovo strumento che le masse si erano date per imporsi nella vita sociale. Arrivava ad affermare che questa forma di governo venisse approvata e codificata da una legge. Ma se testimoniava ad essi la sua simpatia, il vecchio movimento operaio rimproverava ai Consigli di non rispettare la democrazia, giustificandoli però in parte a causa di una mancanza di esperienza dovuta alla loro nascita spontanea. In realtà le vecchie organizzazioni constatavano che i Consigli non lasciavano ad esse uno spazio abbastanza grande e vi vedevano degli organismi concorrenti in maniera alternativa. Pronunciandosi in favore della cosiddetta “democrazia operaia” i vecchi partiti ed i sindacati rivendicavano infatti per tutte le correnti del movimento operaio  il diritto di essere rappresentate nei consigli proporzionalmente alla consistenza numerica.

Gli operai tedeschi, anche i quadri politicamente più preparati, che erano stati educati più alla disciplina di partito che alla critica rivoluzionaria, non erano in grado di rigettare tali argomentazioni e quindi permisero che i Consigli si trasformassero in organi rappresentativi nei quali i delegati di fabbrica ed i rappresentanti dei socialisti di sinistra erano sopravanzati dai delegati delle cooperative di consumo e dai rappresentanti dei sindacati e dei partiti socialdemocratici. Nel 1902 Kautsky auspicava nel suo scritto “La rivoluzione sociale”  che in alcuni rami dell’industria gli operai elegessero “dei delegati che formassero una specie di parlamento che abbia come missione quella di regolare il lavoro e di controllare l’amministrazione burocratica”.  In “Democrazia  e Consigli Operai” Max Adler scrive: “Il diritto di voto per l’elezione dei Consigli operai deve basarsi sull’appartenenenza  ad un’organizzazione socialist

In effetti entrambi i partiti socialisti  – SPD e USPD (nato nell’aprile 1917 da una scissione dell’SPD) –  come i raggruppamenti dell’estrema sinistra avevano come obiettivo un controllo almeno parziale dei Consigli, ma i loro intenti erano estremamente diversi: l’ SPD  diceva di volere uno sviluppo in senso socialista e di voler cambiare i rapporti di produzione vigenti ma dopo aver formato il governo, in seno al quale era più forte; decise di  rimandare la soluzione di tali questioni ad una successiva Assemblea Costituente che li avrebbe risolti legalmente. Nel frattempo intendeva esercitare il potere per mezzo dell’esistente apparato statale e infatti mantenne ai loro posti tutti i vecchi burocrati, il sistema giudiziario e la struttura federale del paese, si riavvicinò dopo un po’ anche agli ambienti militari del vecchio regime ed ai centri economici borghesi.  Il controllo dei Consigli era loro necessario per potersi assicurare quella pace sociale che sola avrebbe garantito la soluzione dei problemi posti dalla guerra e dall’armistizio nonché la rinascita economica del paese . In effetti esso controllava i Consigli di quasi tutte le città minori, delle zone rurali e quelle militari, sia del fronte che delle retrovie.

Al congresso dell’SPD tenutosi a Weimar nel giugno  1919 Otto Wells poteva dire: “Non possiamo dire di aver ‘fatto’ la rivoluzione, ma non possiamo neppure dire di esserne stati gli oppositori.  L’abbiamo vista iniziare e non avremmo mai creduto che la ricerca storica si sarebbe dovuta occupare della ‘rivoluzione del 9 novembre’. La si chiamerà rivoluzione del capitalismo ed i suoi inizi verranno situati attorno al 1914. La guerra mondiale verrà considerata come una rivoluzione, una rivoluzione del capitalismo, le forme del quale non erano riuscite a contenerne lo sviluppo impetuoso (…). La rivoluzione non ebbe luogo a Berlino o almeno non iniziò in questa città (…). I documenti dimostrano come fummo noi a dare alla classe operaia giorno per giorno gli obiettivi della lotta”.

Questa dichiarazione presenta almeno tre punti estremamente interessanti:

il primo è quello che ci palesa  che, per l’SPD,  il significato capitalistico della guerra e della “rivoluzione” in questa accezione singolare era già esplicito quando il moto rivoluzionario era ancora lontano dall’essersi esaurito; l’SPD ammetteva implicitamente di aver fatta propria la fase di razionalizzazione strutturale ed aziendale che il capitalismo tedesco stava realizzando e tale operazione essi sostennero dal momento in cui arrivarono al governo. Il secondo punto, che in parte è conseguenza del primo, è quello in cui si nega, per quanto è possibile, la rivoluzione a Berlino, dove più chiara e decisiva era stata l’azione del proletariato, mentre la si fa risalire alle insurrezioni politicamente meno significative, seppure importanti, dei marinai. Il terzo è quello in cui si afferma la centralità dell’azione dell’SPD. Il partito socialdemocratico infatti riuscì a controllare, per ciò che era essenziale, il movimento dei Consigli.

Anche i socialdemocratici di “sinistra” dell’USPD avevano mandato i loro rappresentanti nella coalizione di governo ma, a parte il fatto che a tale livello i loro esponenti furono rapidamente emarginati e messi nelle condizione di poter solo protestare, essi erano dell’opinione che, nell’attesa di un’assemblea costituente, il potere si dovesse trasferire ai “Consigli degli operai e dei soldati” che avrebbero controllato sia il governo sia l’attuazione immediata di un piano di riforme economiche, politiche e sociali. Molti dei principali esponenti dei Consigli provenivano dalle fila dell’USPD ed il partito aveva nella Baviera, a Berlino ed in altri centri industriali i luoghi di maggior influenza. L’USPD, che comunque già si era dichiarato contrario a seguire “l’esempio russo”, forse fu l’unico partito che credette  veramente possibile la costituzione di una “democrazia consiliare” e di questo si ebbe anche conferma dal crollo elettorale del partito nelle elezioni del 1919, quando anche questa illusione riformista era crollata.

L’alternativa non poteva che essere una: o rivoluzione comunista o controrivoluzione comunque mascherata.

I gruppi di sinistra  –in primo luogo la “Lega Spartaco”–  erano decisamente contro la politica del governo socialdemocratico e respingevano anche l’Assemblea costituente in quanto vedevano in essa,  giustamente,  soltanto uno strumento della borghesia. La loro attività si era rivolta verso i Consigli sin dal periodo della guerra ma, pur avendo dalla loro parte il proletariato più combattivo e preparato delle città industriali, essi non erano riusciti a porsi alla testa di alcun Consiglio, neppure di quello di Berlino.

Il fatto era che anch’essi erano rimasti ancorati ai fondamenti ideologici della socialdemocrazia e, allorchè la forza delle cose pose loro imperiosamente il compito politico del potere, si trovarono divisi tra un gruppo che propendeva per l’assunzione del potere politico da parte di un partito rivoluzionario –che di fatto ancora non esisteva- e un altro che si pronunciò per una dittatura del proletariato su base consiliare così da evitare l’opzione bolscevica che era stata stigmatizzata dalla Luxemburg a suo tempo. Si può in generale affermare che era prevalso in un primo momento il secondo atteggiamento ma anche questo fu vanificato dalle risultanze del 1° Congresso Nazionale dei Consigli, tenutosi il 16-20 dicembre 1918 che vide affermarsi la netta maggioranza dell’SPD. Tra i partecipanti al congresso vi erano circa 300 appartenenti all’SPD, 100 all’USPD, i rimanenti delle correnti   borghesi-democratiche e dei senza partito. La proposta iniziale di inviare quali ospiti con voce consultiva Karl Liebkhnet e Rosa Luxemburg, che non avevano ottenuto nessun mandato,  venne respinta.

In conclusione, possiamo affermare che la socialdemocrazia riuscì a controllare, per ciò che era essenziale, il movimento consiliare e, superato il pericolo di una rivoluzione sociale, poteva organizzare, con l’aiuto della borghesia e dei militari, la controrivoluzione.

Dal socialismo nazionale al nazionalsocialismo

La conseguenza del nuovo rapporto di forze che si era venuto a creare nel paese fu che la lotta si spostò dal piano politico a quello economico, all’interno della fabbrica. La maggiore organizzazione che agiva a tale livello era quella dei “Sindacati Liberi” che faceva capo a Karl Liegen. I sindacati avevano appoggiato senza condizioni la guerra e le trasformazioni che questa aveva comportato, tanto per l’organizzazione industriale, quanto per le condizioni della classe operaia. Durante il periodo bellico i sindacati erano stati scavalcati nella direzione, in occasione degli scioperi e delle agitazioni politiche, dagli esponenti socialisti di sinistra ma, appena venne proclamata la repubblica ed i socialdemocratici ebbero formato il governo, i sindacati si mossero immediatamente per recuperare il terreno perduto: si affiancarono nominalmente alla rivoluzione ed avanzarono una serie di richieste che andavano dall’aumento dei salari alla giornata di otto ore ed alla possibilità di organizzarsi sindacalmente per qualsiasi categoria di lavoratori (si tenga presente  che, fino ad allora i ferrovieri non potevano associarsi in sindacato perché erano dipendenti statali). Gli effetti di tale politica sindacale si mostrarono evidenti nel giro di appena un anno: agli inizi del 1918 gli operai aderenti ai sindacati non erano più di 2 milioni. Nel 1920 i sindacati di obbedienza socialista raggruppavano quasi 8 milioni di iscritti in 52 associazioni sindacali e costituivano la più poderosa macchina per il controllo della classe operaia che si potesse allora organizzare; oltre a questi vi era un sindacato cristiano che aveva nella sola Baviera più di un milione di aderenti ed un sindacato “giallo” che controllava circa 300 mila unità.

L’effettivo carattere della politica rivendicativa, che i sindacati avevano intrapreso nei confronti del nuovo governo socialdemocratico e che quest’ultimo si affrettò a soddisfare pressochè completamente, si rese manifesto quando si trattò di scegliere tra immediato, anche se graduale, processo di socializzazione dell’industria –processo comunque completamente interno alla logica del capitale-  come era chiesto dai Consigli, oppure appoggio al governo che, in nome della ripresa economica  -cioè in nome dell’appoggio che era necessario fornire al capitale perché questo potesse trasformare la produzione di guerra in imprese altrettanto redditizie- chiedeva la posticipazione di qualunque trasformazione chiesta dal proletariato. In definitiva, per quanto concerne l’economia, la rivoluzione mancata permise alla borghesia tedesca di chiedere ad un governo “socialista” quanto non avrebbe mai potuto fare da sola all’indomani della guerra perduta: essa ottenne che le esigenze del capitale fossero assolutamente prioritarie rispetto a quelle dei lavoratori. I sindacati accettarono di collaborare con il governo e con i capitalisti ed infatti fu costituito dagli imprenditori e dalle organizzazioni sindacali un “Ufficio per la Smobilitazione”  alla testa del quale fu posto l’ex capo del “Dipartimento delle materie prime ad uso bellico” Koeth, tenente colonnello dell’esercito, che ebbe chiaramente a dire di essere deciso a difendere il sistema economico esistente e ad impedire decisioni premature per la realizzazione del cosiddetto “programma socialista”.

Già in precedenza (15 novembre 1918) i sindacati e le associazioni degli imprenditori erano arrivati ad un accordo per la fondazione dell’ “Associazione Centrale del Lavoro” (ZAG) ed ad uno statuto provvisorio dove si legge: “Con la coscienza e la responsabilità che la ricostruzione della nostra economia nazionale richiede l’unione di tutte le forze economiche e spirituali ed una collaborazione unanime, le organizzazioni dei datori di lavoro, dell’industria e del commercio ed i lavoratori si associano in una comunità di lavoro (“Arbeitsgemeinschaft”) ”.

Si può facilmente notare in questa significativa enunciazione la presenza dei temi del corporativismo fascista e dell’ideologia nazionalsocialista.

Questo a conferma della validità del determinismo economico, per cui le esigenze superiori dell’economia capitalista debbono deterministicamente trovare la loro soluzione, seguendo la via della minor resistenza; di lì a non molto infatti e sotto varie latitudini l’economia capitalista mondiale avrebbe adottato –al di là delle diverse forme politiche  (new deal,  fascismo, nazismo, stalinismo)- le medesime sostanziali soluzioni di massima.

La strategia attendista e legalitaria della socialdemocrazia scaturiva, come abbiamo già detto, da un’analisi dello sviluppo economico che vedeva in questo il veicolo del passaggio inarrestabile al socialismo, scambiato con un programma di controllo dell’economia da parte dello Stato, attuando dall’alto un piano di nazionalizzazione dei mezzi di produzione . La socialdemocrazia vedeva la necessità del superamento di un sistema produttivo imperniato sulla piccola industria, ormai giunto alla sua massima espressione ma sulla base di presupposti essenzialmente produttivistici, di semplice “sviluppo” economico, ancora, quindi, capitalistici. Il partito ed i sindacati socialdemocratici avrebbero sostituito la direzione politica ed economica della borghesia, incapace di sviluppare ulteriormente le forze produttive. Questo trasferimento avrebbe dovuto risolvere sia il rapporto di sfruttamento capitale-lavoro all’interno della società e della fabbrica, sia, soprattutto, le fondamentali esigenze di centralizzazione e razionalizzazione del sistema economico.  Si trattava banalmente, in   realtà,   di superare  i  limiti  angusti    della    struttura produttiva dell’epoca.

L’utopia socialdemocratica  avrebbe   trovato    la sua realizzazione nel progetto       politico-economico della nuova fase del capitalismo che si concretizzò in Germania nella forma  nazionalsocialista. Dal socialismo nazionale si passava, senza soluzione di continuità, al nazionalsocialismo.

La ristrutturazione capitalista

L’iniziativa capitalista, nel primo quindicennio del secolo, non aveva superato in Germania i limiti angusti della piccola-media industria; nel periodo bellico si era orientata verso una ristrutturazione completa dell’industria in generale e della fabbrica in particolare. Le necessità dell’economia di guerra avevano imposto un ammodernamento tecnico-amministrativo ed uno sviluppo dell’industria pesante che, essendo possibili solo sulla base di grandi complessi produttivi, avevano nettamente privilegiato il grande capitale e le concentrazioni finanziarie. La sconfitta militare e le sue conseguenze accentuarono la necessità di ristrutturazione del capitale e ben volentieri fu accolta la teoria economica socialdemocratica che si affiancò al capitale nel voler privilegiare la soluzione dei problemi concernenti la conversione della struttura produttiva.

Tale convergenza politica tra socialdemocrazia e centri economici borghesi, generò un processo di coalizioni orizzontali e verticali, cartelli, trust e fusioni di capitali, ed un piano di nazionalizzazione  delle aziende industriali ed estrattive deficitarie, che permisero al capitale –nel giro di un decennio- la costituzione di una nuova industria con composizione organica del capitale estremamente più alta.

Un’idea della profondità della trasformazione delle strutture produttive degli stati tedeschi e della innovazione tecnologica realizzata negli anni venti ci è data dal raffronto tra industrie vecchie e nuove –per ogni vecchia industria rimasta in attivo nel dopoguerra ne erano sorte circa venti nuove- e dal fatto che, in seguito alla meccanizzazione ed alla massificazione del lavoro nella grande industria, nel 1929 al centro del processo produttivo non vi era più l’operaio qualificato. La massificazione dell’organizzazione del lavoro, la massiccia introduzione del taylorismo, della catena di montaggio, del cottimo furono tutte fasi della riorganizzazione del processo produttivo che emarginarono ed esclusero da questo l’operaio qualificato di cui parlavamo all’inizio. Il nuovo operaio era espropriato anche del suo mestiere, delle sue conoscenze e capacità tecniche; il capitale lo rieducava alla nuova funzione lavorativa, quella di appendice della macchina nella quale era racchiuso tutto ciò che all’operaio era stato espropriato: non più solamente i suoi strumenti di lavoro ma le sue stesse conoscenze.

A proposito della diminuzione degli operai qualificati forniamo qualche dato. Considerando come anno di riferimento il 1925 ed analizzando il 1933, si nota nell’industria  e nell’artigianato  una complessiva diminuzione degli specializzati. I settori  maggiormente coinvolti nel processo sono quelli delle miniere e della lavorazione del legno. Colpita è anche l’industria tessile il cui numero di specializzati scende dal 44% del totale al 17% con l’aumento proporzionale delle altre categorie più basse (dal 56% al 83%), segno inequivocabile degli effetti della razionalizzazione avviata dalla seconda metà degli anni venti. Questi effetti sono meno evidenti nelle industrie meccaniche, automobilistiche ed in generale di apparecchiature come anche nei grandi complessi del ferro e dell’acciaio.

L’ideologia del lavoro, ruotante sulla figura dell’operaio qualificato,  legata ad una fase precedente del processo produttivo capitalista, da ideologia conservatrice diveniva un’ideologia reazionaria. Il movimento operaio tedesco, anche nelle sue formazioni di sinistra, rimase legato a questa impostazione con tutto il seguito di ideologie gestionarie più o meno radicali legate all’esaltazione del lavoro  (che troviamo anche in Italia con l’ Ordinovismo in forma decisamente peggiorativa).

Non è inutile rilevare come un aspetto delle varie ideologie gestionarie che pongono il fulcro ideologico del cambiamento sociale all’interno della fabbrica  – all’interno cioè della galera del lavoro salariato –  sia l’operaismo inteso nella sua accezione corretta.

Il termine “operaismo”, in Italia, viene comunemente usato per indicare una particolare corrente politica che trae origine dalla pubblicazione della rivista “I quaderni rossi” negli anni ’60 e che giunge fino ai nostri giorni attraverso varie metamorfosi di un’unica figura controrivoluzionaria. Questa concezione è quanto meno  riduttiva per non dire errata. L’operaismo, in realtà, è l’ideologia portante di tutte quelle correnti originatesi dal seno del movimento operaio che, non comprendendo l’ABC della teoria rivoluzionaria, non capiscono che il proletariato debba cessare di essere proletariato nel momento in cui si afferma come classe vittoriosa contro la borghesia.

Si immaginano invece il socialismo come la proletarizzazione completa della società. La condizione di proletario estesa a tutti.  L’operaismo dunque è parte integrante dell’ideologia della socialdemocrazia e, soprattutto, dello stalinismo in tutte le sue  varianti.  E’ l’ideologia della controrivoluzione.

L’esaltazione del lavoro o, peggio, del diritto al lavoro non è altro che l’esaltazione del capitale, l’esaltazione delle esigenze dell’economia.

Come scrive Marx:  “il diritto al lavoro è nel senso borghese un controsenso, un meschino, pio desiderio” ed è assurdo rivendicarlo come un momento del graduale passaggio al socialismo che può essere realizzato solo se si va al di là del diritto al lavoro dietro il quale “sta il potere del capitale, dietro il potere del capitale sta l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata, e quindi l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci”. (K. Marx, “Le lotte di classe in Francia”).   Quindi,  ”Se gli autori socialisti attribuiscono al proletariato un ruolo storico mondiale, non è perché considerino i proletari degli dei. E’ piuttosto il contrario. Proprio perché nel proletariato pienamente sviluppato è praticamente compiuta l’astrazione di ogni umanità, perfino dell’apparenza dell’umanità; proprio perché nelle condizioni di vita del proletariato si condensano nella forma più inumana tutte le condizioni di vita della società attuale; proprio perché in lui l’uomo si è perduto ma, nello stesso tempo, non solo ha acquisito la coscienza teorica di questa perdita, ma è anche direttamente costretto a ribellarsi contro questa inumanità dal bisogno ormai ineluttabile, insofferente di ogni palliativo, assolutamente imperiosa espressione pratica della necessità: proprio per ciò il proletariato può e deve liberarsi. Ma non può liberarsi senza sopprimere le sue condizioni di esistenza. Non può sopprimere le sue condizioni di esistenza senza sopprimere tutte le inumane condizioni di esistenza della società attuale, che si condensano nella sua situazione. Non si tratta di ciò che questo o quel proletario, o perfino l’intero proletariato s’immagina di volta in volta come il suo fine. Si tratta di ciò che esso è, e di ciò che sarà storicamente costretto a fare in conformità a questo essere” (Marx–Engels, La sacra famiglia, cap.IV).

Cronologia degli avvenimenti

 1917

2.8 Manifestazioni dei marinai della base di Kiel. L’ USPD prima appoggia il moto poi si ritira.

25.8 Fucilazione dei dirigenti dei marinai.

1918

3.11 Ammutinamento dei marinai di Kiel.

5-9.11 Generalizzazione dei consigli operai e dei soldati.

9-10.11 E’ dichiarata decaduta la monarchia: Ebert (SPD) cancelliere del Reich.

4.12 Formazione dei primi Freikorps (organizzazioni armate antiproletarie).

7.12 Manifestazione armata dei comunisti.

30.12 Congresso di fondazione del KPD(s).

1919

5.1 Manifestazioni a Berlino: occupati alcuni dei principali edifici pubblici.

6-11.1 I Freikorps, agli ordini di Noske, reprimono le manifestazioni popolari a Berlino.

15.1 Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg sono assassinati.

26.1 Elezione della Assemblea Costituente.

Febbraio: ondata di scioperi nel paese, i Corpi Franchi iniziano la repressione sistematica.

3.3 Sospeso dal governo la Rothe Fahne, quotidiano della KPD

3-8.3 “Settimana di sangue” a Berlino: lo sciopero generale è represso

31.3 Sciopero generale nella Ruhr

7.4 Proclamata la Repubblica dei Consigli in Baviera

1.5 I Corpi Franchi occupano Monaco.

20-24.10 Congresso di Heidelberg del KPD(s): la Zentrale espelle la sinistra del partito

5.11 E’ aperto il Bureau internazionale di Amsterdam

1920

13.1 Scontri di fronte al Reichstag: 43 morti fra i manifestanti

3.2 Conferenza internazionale organizzativa patrocinata dal BdA

13.3 Putsch di Kapp

14.3 Sciopero generale contro il putsch

17.3 Fuga di Kapp

23.3 Il KPD(s) dichiara la “opposizione legale”

4-5.4 Conferenza della sinistra comunista a Berlino: fondato il KAPD

24.4 Scoppia la guerra fra Polonia e Russia

15.5 La Commissione esecutiva della internazionale comunista scioglie il Bureau di Amsterdam

19.7 – 7.8 II congresso della IC: sono approvati i 21 punti per l’ammissione alla internazionale

12-17.10 Congresso di Halle della USPD che approva i 21 punti e la riunificazione con il KPD

4-7.12 Congresso di unificazione KPD-USPD: nasce il VKPD

 1921

2-17.3 Insurrezione dei marinai della base navale di Kronstadt

16-17-3 Offensiva del governo di Berlino contro le organizzazioni operaie della Germania centrale

18.3 Appello alle armi del VKPD

19.3 Attacco governativo alla regione di Mansfeld

21.3 Holz inizia la guerriglia

24.3 VKPD e KAPD proclamano lo sciopero generale

28.3 La polizia espugna le fabbriche chimiche di Leuma

30.3 Il VKPD revoca lo sciopero generale. Solo il KAPD appoggia il movimento che, lentamente, si spegne.

31.7 Scissione del KAPD

Lista delle organizzazioni politiche e sindacali

 

AAU       Allgemeine Arbeiter Union (Unione generale dei lavoratori)

AAUD    Allgeime Arbeiter Union Deutschland (Unione generale dei lavoratori di Germania)

AAU-E   Allgeime Arbeiter Union – Einheitorganisation (Unione generale dei                                                      lavoratori – Organizzazione Unitaria)

FAUD     Freie Arbeiter Union Deutschland (Unione Libera dei lavoratori di Germania –   anarcosindacalisti)

IKD         Internationale Kommunisten Deutschland (Comunisti Internazionalisti di Germania)

KAPD     Kommunistiche Arbeiter Partei Deutschland (Partito Comunista operaio di Germania)

KAI         Kommunistiche Arbeit Internationale (Internazionale Comunista Operaia)

KPD(s)   Kommunistiche Partei Deutschland – Spartakusbund (Partito Comunista Tedesco – lega  Spartaco)

SPD        Socialdemokratiche Partei Deutschland (Partito Socialdemocratico di Germania)

USPD      Unbhangige SPD (Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania – centristi tedeschi dopo il 1917)

VKPD      Verenigte Kommunistiche Partei Deutschland (Partito Comunista Unificato di Germania – dal 1920 al 1924)

Indice dei grafici

  1. Classi sociali alla metà degli anni ‘20  ripartite sulla popolazione attiva e su quella complessiva.
  2. Classi sociali alla metà degli anni ’20 (valori percentuali)
  3. Classi sociali alla metà degli anni ’20 (valori assoluti).
  4. Stratificazione sociale ripartita tra i settori produttivi (valori percentuali)
  5. Stratificazione sociale ripartita tra i settori produttivi (valori assoluti)
  6. Popolazione attiva e popolazione complessiva ripartita per anno
  7. Prodotto sociale lordo
  8. Conflitti di lavoro dal 1919 al 1926
  9. Quota d’esportazione mondiale (Europa ed Usa)
  10. Importazioni ed esportazioni in Germania
  11. Giornate di lavoro perdute dal 1919 al 1925
  12. Numero assoluto dei disoccupati

 

grafico 1

grafico 2

 

grafico 3

grafico 4

grafico 5


Scissioni all’interno delle organizzazioni del movimento operaio tedesco

 

 

La rivoluzione ungherese e il ruolo nefasto della Socialdemocrazia

Struttura economica

Bisogna sfatare il mito secondo cui l’Impero Austroungarico fosse arretrato economicamente rispetto alle altre potenze europee. Erano invece presenti forti diversità e disparità fra le province occidentali ( Boemia, Moravia Austria propriamente detta ) e quelle orientali (Ungheria, Galizia, Transilvania). Ad esempio il reddito pro-capite: 790 corone nelle regioni alpine, 630 corone nelle regioni ceche, 340 in quelle ungheresi, 270 in Dalmazia e solo 250 in Galizia. Ulteriori difficoltà erano rappresentate dalla topografia, che rendeva difficili e costosi i trasporti interni ed internazionali, e dalla localizzazione infelice delle risorse naturali. Ad inizio novecento l’area austriaca aveva conseguito in modo graduale uno sviluppo pari a quello medio dell’Europa occidentale mentre le terre ungheresi, seppure più arretrate, avevano i prodromi dell’industrializzazione, risultando così molto più avanzate della maggior parte dei paesi dell’Europa orientale. Le stime del tasso di crescita del prodotto industriale pro capite in Austria nella prima metà del XIX secolo spaziano fra l’1,7% e il 3,6% , con un incremento nella seconda metà del             secolo. In Ungheria la produzione industriale crebbe a ritmi ancora più elevati dopo il cosiddetto Compromesso del 1867 (Ausgleich  è un termine tedesco che significa, appunto, compromesso ed è stato utilizzato per indicare l’Österreichisch-Ungarischer Ausgleich (il compromesso austro-ungarico), la riforma costituzionale promulgata il 12 giugno 1867 dall’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, con la quale l’Ungheria otteneva una condizione di parità con l’Austria all’interno della monarchia asburgica, segnando il passaggio dall’Impero Austriaco all’Impero Austro-ungarico).

La nazione magiara in quel periodo era in parte dedita all’agricoltura, con una struttura economica-sociale d’ancien régime ed un buon settore commerciale, disponeva di alcune miniere ma di poche manifatture e subiva, pur traendone vantaggi, la sudditanza economica nei confronti delle terre austriache. Ebbero effetto positivo sull’industrializzazione l’afflusso di capitali da Vienna e l’esistenza di un vasto mercato per i prodotti agricoli. Nel 1900 il 41% della produzione industriale derivava dal settore alimentare: farina (nel 1870 Budapest era il secondo centro mondiale di macinazione dei cereali dopo Minneapolis), zucchero di barbabietola, frutta conservata, birra ed alcolici. Fra la fine XIX e l’inizio del XX secolo crebbero a tassi significativi il consumo di carbone, la produzione agricola, quella del ferro e dell’acciaio. Inoltre, in tutto il territorio dell’Impero Austro-Ungarico venne realizzata una capillare rete ferroviaria passando dai 144 Km del 1850 ai 22.981 del 1914.

Tutto questo portò ad una crescita del proletariato in  Ungheria, ed alla influenza su di esso del giovane partito comunista (fondato il 24 novembre 1918).

I 133 giorni della Repubblica Sovietica ungherese

Nel marzo del 1919 in Ungheria il proletariato proclamava la Repubblica Sovietica e la Dittatura del proletariato. A dirigerla  erano i comunisti,  per la gran parte  ex prigionieri di guerra in Russia (come lo stesso Béla Kun), che avevano combattuto a fianco dei bolscevichi durante la Rivoluzione del 1917. In seguito alla sconfitta dell’Ungheria nella guerra imperialista  ed  alla conseguente disgregazione dell’ esercito, il giovane partito comunista (MKP) promosse l’armamento degli operai. In poco tempo gli operai dell’industria occuparono con le armi in pugno le fabbriche e le grandi proprietà terriere. Come in Germania, la borghesia trovò la salvezza dalla rivoluzione nel Partito Socialdemocratico. Ma, a differenza della Germania, questo, non avendo il controllo delle masse, non poté svolgere apertamente la funzione del  Noske della situazione. Pertanto, i socialdemocratici  finsero di venire a patti con il MKP, fingendo di accettarne il programma.

Solamente quattro mesi prima, il 1° novembre 1918, quando ormai era palese il crollo dell’Impero Austro-Ungarico, i ministri designati dal PSDU,  Kunfi e Böhm, nella nuova coalizione “democratica” del governo borghese, avevano giurato fedeltà nelle mani dell’arciduca Giuseppe;  governo che,  per conquistare l’appoggio dell’Intesa vittoriosa nella guerra, aveva acconsentito che l’Ungheria servisse da base militare per l’intervento armato contro la Russia sovietica da parte dell’Intesa stessa. Kunfi nel suo discorso di giuramento aveva dichiarato: “È un pesante compito, a me convinto socialdemocratico, quello che mi tocca dire, ma tuttavia lo dico, che noi non vogliamo agire col metodo dell’odio di classe e della lotta di classe. Noi rivolgiamo appello a tutti affinché, eliminando gli interessi di classe, mettendo in seconda linea le vedute confessionali, ci vogliano aiutare nel grande compito”.  Lo stesso Kunfi, con la rivoluzione alle porte, nel marzo 1919 si recava nelle carceri dove erano imprigionati i comunisti, perseguitati dal suo stesso governo, per simulare di accettare il programma del Partito Comunista, che prevedeva la dittatura del proletariato.

Nonostante tutto, in Ungheria la rivoluzione è vittoriosa. La classe operaia in armi,   diretta di fatto dal solo partito comunista, prende tutto il potere nelle sue mani. La borghesia cede il potere senza resistere. Al posto dei ministri borghesi del governo, dimissionario, sono nominati dei Commissari del Popolo. Il 21 marzo si costituisce il Consiglio governativo rivoluzionario, che dichiara immediatamente la Repubblica dei Consigli e dà esecuzione con la massima determinazione al programma politico ed economico immediato del proletariato. In poco tempo venne attuato un potente, profondo ed esteso lavoro di espropriazione e riorganizzazione economica:

Distruzione immediata degli organi di rappresentanza politica della borghesia.

Istituzione degli organi per il controllo della produzione e della distribuzione, iniziando dalle grandi fabbriche e dalle banche.

Furono presi subito provvedimenti in difesa della classe operaia: giornata lavorativa di 8 ore, 6 per i giovani, unificazione dei salari, ferie pagate. Ville padronali assegnate ai Consigli contadini e nazionalizzazione delle terre. Per mezzo dell’espropriazione delle case in affitto decine di migliaia di operai e di famiglie proletarie ottennero abitazioni dignitose. Nei palazzi aristocratici furono ospitati asili per lavoratori invalidi e anziani e nelle dimore di lusso sul lago Balaton vennero ospitati migliaia di bambini malati o abbandonati.

Requisizioni energiche di derrate alimentari vennero effettuate dove i contadini ricchi avevano organizzato frequenti tentativi controrivoluzionari armati che furono facilmente repressi.

Ma i rapporti di forza istituzionali fra i due partiti, comunista e socialdemocratico, sono nettamente a favore del secondo. Si commise l’errore di non escludere dal potere i socialdemocratici, a cui vanno la presidenza del Consiglio di Governo (Sándor Garbai) e ben undici sui tredici Commissariati istituiti; ai comunisti vanno solo due Commissariati: quello degli Esteri (Béla Kun) e quello dell’Agricoltura (Károly Vántus) e la carica di vice-commissari. Ben presto il ruolo dei socialdemocratici si palesa chiaramente: agenti della borghesia all’interno del movimento operaio contro il potere dei Soviet. I borghesi espropriati, l’aristocrazia e il clero tramano per la controrivoluzione e si armano contro la Repubblica dei Soviet. Le forze dell’Intesa accerchiano militarmente l’Ungheria e la invadono. I borghesi  radunati a Versailles con il blocco economico, ne decretano la morte per fame. I socialdemocratici adottano una politica conciliante contro la classe aristocratica e borghese. Col pretesto di doversi ritenere la religione una questione privata, impediscono il controllo della vandea clericale;  i preti nei villaggi possono incitare indisturbati i contadini ad affamare le città ed alla controrivoluzione aperta. Gli aristocratici, gli ufficiali ed ogni borghese  reazionario possono circolare liberamente per il paese perché il Commissario alla giustizia, un socialdemocratico, si oppone ad ogni offesa della “libertà personale”. La mistificazione democratica regna indisturbata.

Conseguentemente elementi della borghesia e soprattutto della piccola borghesia s’infiltrano nelle istituzioni sovietiche. I socialdemocratici trovano troppo radicali anche le disposizioni economiche e le sabotano, dove è loro possibile, grazie anche alla massa di ex impiegati di Stato e di parassiti, lasciati nell’apparato dell’amministrazione. Provvedere di viveri la capitale diviene sempre più difficoltoso. Le superstizioni dell’ideologia democratica impediscono l’applicazione dei provvedimenti decisi contro il contadiname renitente. I socialdemocratici di destra e di centro tramano dall’interno per l’indebolimento della Repubblica dei Consigli e per il suo rovesciamento. Convocano riunioni segrete, spesso si recano a Vienna per trattare con le autorità socialdemocratiche austriache e con i diplomatici degli Stati dell’Intesa.

Sia Lenin sia Béla Kun ammetteranno successivamente che l’alleanza con la socialdemocrazia fu un  tragico e devastante errore.

Il 24 giugno con alcune corazzate fluviali sul Danubio circa 300 allievi ufficiali dell’ex-Accademia militare tentarono di prendere Budapest, e cominciarono a cannoneggiare l’Hotel Hungaria, quartier generale del Governo dei Consigli. La ribellione, preparata in grande stile con l’aiuto delle  forze dell’Intesa, venne respinta senza grossi sforzi. Ma la debole ritorsione ebbe per conseguenza una recrudescenza dell’agitazione controrivoluzionaria, specialmente in provincia: il Consiglio governante graziò i 300 allievi ufficiali ribelli; condannò a morte i tredici organizzatori della rivolta, ma anche questi furono graziati per la pressione esercitata dalle forze dell’Intesa.

Ormai la rivoluzione ungherese, isolata ed accerchiata da ogni lato e minata dall’interno, non poteva resistere. Ad agosto l’esercito romeno entrava a Budapest e occupava militarmente l’Ungheria. Tutti i provvedimenti economici della dittatura del proletariato furono revocati.

Se la rivoluzione era stata incruenta (circa duecento morti principalmente nel corso di scontri armati) per l’immediata capitolazione borghese, la controrivoluzione , come sempre, fu particolarmente feroce. Furono assassinati in poche settimane decine di migliaia di proletari e di militanti comunisti, altrettanti furono incarcerati, torturati e affamati fino alla morte in veri e propri campi di concentramento al pari di quelli nazisti.

Lenin trae la lezione (scontata, dispiace dirlo) della sconfitta della rivoluzione comunista in Ungheria:  “Una serie di articoli, nell’organo centrale del Partito comunista austriaco,  (Die Rote Fahne, di Vienna), ha rivelato una delle cause fondamentali di questo crollo [la caduta della dittatura del proletariato]: il tradimento dei “socialisti”, che a parole sono passati dalla parte di Béla Kun e si sono dichiarati comunisti, ma di fatto non hanno attuato una politica corrispondente alla dittatura del proletariato, ma hanno tentennato, esitato, sono ricorsi alla borghesia, e in parte hanno sabotato direttamente la rivoluzione proletaria e l’hanno tradita. I briganti dell’imperialismo (cioè i governi dell’Inghilterra, della Francia ecc.) che con la loro potenza mondiale avevano accerchiato la Repubblica sovietica ungherese, schiacciano selvaggiamente, per mezzo dei carnefici romeni, il governo sovietico ungherese approfittando naturalmente delle incertezze che si verificarono nel suo seno.

Anche in questo caso Lenin usa il termine improprio di   “tradimento”. Ma come si può pretendere una politica proletaria da un partito con un ideologia completamente interna all’ideologia borghese dominante? La mancanza di rigore teorico, che invece pochi raggruppamenti comunisti ebbero –tra i quali la nostra corrente- ed una serie di condizioni sfavorevoli, oltre, come già detto, la politica delle varie socialdemocrazie hanno condannato l’umanità ad un altro secolo di capitalismo.

Conclusioni

Le vicende della Germania e dell’Ungheria, che abbiamo esaminato, confermano il ruolo nefasto della socialdemocrazia in queste vicende. Nel caso della Germania la sua funzione controrivoluzionaria è evidente ma in alcuni suoi rappresentanti si può supporre una sorta di buonafede dovuta a carenze di natura teorica (pensiamo a Bernstein, Kautsky, Hilferding) anche se poi gli effetti finali sono gli stessi messi in opera dai Noske della situazione.

Nel caso dell’Ungheria il ruolo della socialdemocrazia è stato semplicemente quello di agenti della borghesia impegnati ad ingannare il proletariato ed i rappresentanti del partito comunista per difendere l’ordine costituito; degli sbirri a tutti gli effetti.  In entrambi i casi il loro ruolo oggettivo fu quello di impedire la rivoluzione comunista. Da parte dell’Internazionale e dei partiti comunisti certamente vennero commessi dei gravi errori. 

La rivoluzione ungherese e quella tedesca avrebbero potuto essere  il secondo atto della rivoluzione comunista mondiale (il primo atto era stato la rivoluzione russa). La loro sconfitta sarà invece il primo atto della controrivoluzione mondiale che si trascina fino ad oggi. Quello che queste vicende rendono evidente e che per la nostra corrente è molto chiaro è che:

“Lo Stato proletario non può essere animato che da un solo partito, e non ha alcun senso che vada oltre la congiuntura concreta la condizione ch’esso organizzi nei suoi ranghi e riceva nelle “consultazioni popolari”, vecchia trappola borghese, l’appoggio di una maggioranza statistica. Fra le possibilità storiche c’è l’esistenza di partiti politici che sembrano composti di proletari ma che subiscono l’influenza delle tradizioni controrivoluzionarie o dei capitalismi esterni (…) Sarà anche questa una crisi da liquidare sul terreno del rapporto di forza (…) Il partito comunista governerà solo, e non abbandonerà mai il potere senza combattere materialmente”.

(“Dittatura proletaria e partito di classe”, “Battaglia Comunista”, nn. 3, 4, 5 del 1951)

 

 

 

                                                                               

 

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