SCIOPERI IN FRANCIA

Lo sciopero ad oltranza dei lavoratori dei trasporti extraurbani parigini (RATP) e dei ferrovieri francesi (SNCF) è stato il più lungo da decenni. Ad essi si sono uniti i lavoratori di diverse categorie del pubblico impiego e, in misura minore, alcuni isolati settori del lavoro privato.

Questi lavoratori sono scesi in sciopero contro il governo Macron che ha minacciato di varare una nuova legge sul pensionamento che prevede (come già verificatosi in Italia) l’aumento dell’età pensionabile e un ricalcolo della rendita pensionistica sulla base della retribuzione dell’intera carriera lavorativa.

Nel modo di produzione capitalistico, la borghesia e il suo Stato sono obbligati a trovare soluzioni utili per contrastare la tendenziale caduta del saggio medio di profitto agendo sulla leva dell’aumento dell’estorsione di plus-valore dal lavoro umano. Nell’attuale fase di crisi economica gli strumenti utilizzati a questo scopo sono sempre gli stessi:

1) ristrutturazioni aziendali in cui il processo di innovazione tecnologica aumenta la composizione organica del capitale: Diminuisce la forza-lavoro impiegata per produrre un’eguale quantità di merce, aumenta la produttività del lavoro. Il salario dell’operaio rimane uguale, a volte viene abbassato. Il risultato è un aumento del plus-valore relativo.

2) allungamento della giornata lavorativa e allungamento della vita lavorativa: in questo caso parliamo di aumento del plus-valore assoluto.

Infatti, se definiamo la pensione come salario differito, vedremo che in considerazione della speranza di vita media di una certa popolazione, l’innalzamento dei limiti di età per la pensione si tradurrà (di fatto), mediamente, in mancata erogazione di un certo numero di assegni mensili pensionistici, cioè in plus-valore assoluto come il risultato della sottrazione/diminuzione del totale medio dei salari differiti, cioè le pensioni mensili, mediamente percepite dal lavoratore prima dell’innalzamento dei requisiti anagrafici).

In sintesi, le ricorrenti crisi capitalistiche sono la causa di un generalizzato impoverimento della classe proletaria e, ad ogni tentativo di attacco alle condizioni di vita del proletariato, corrisponde generalmente una reazione, lo scoppio di una lotta di difesa di cui è protagonista, in questi giorni, il proletariato francese.

L’organizzazione e la direzione della lotta è, purtroppo, saldamente nelle mani di sindacati di regime che, sulla spinta della loro base, hanno dovuto si prolungare lo sciopero fino a fine gennaio 2020 per quanto riguarda i lavoratori dei trasporti e proclamare ben 5 scioperi generali a partire dal 5 dicembre 2019, coinvolgendo altre categorie del pubblico impiego (medici, infermieri, personale aeroportuale, poliziotti) studenti e insegnanti, avvocati, lavoratori della cultura e lavoratori delle raffinerie di petrolio ma sono pronti a tradire accettando qualsiasi compromesso avendo scelto , da tempo, di schierarsi per il bene supremo della difesa degli interessi dell’economia nazionale, quella capitalistica.

Dopo le timide aperture del Governo, a dicembre, infatti i sindacati avrebbero volentieri abbandonato la lotta a favore della trattativa ma, nelle numerose assemblee generali, i lavoratori hanno deciso il proseguimento dello sciopero ad oltranza per i lavoratori dei trasporti (RATP) e delle ferrovie (SNCF) e gli scioperi generali allargati alle altre categorie del pubblico impiego.

Non sono mancate anche iniziative di carattere auto-organizzato come manifestazioni senza preavviso e scioperi spontanei e forti dissensi nelle categorie che, impegnate lungo tutto il 2019 in diverse vertenze (infermieri) hanno manifestato la volontà di unire le loro forze a quelle degli auto-ferrovieri.

La lotta era stata sospesa nonostante le proteste di tanti lavoratori, in previsione del Consiglio dei Ministri del 24 gennaio e successivamente, anziché riprendere la lotta visto il fallimento dei negoziati, si è aperto il dibattito parlamentare sull’intero progetto di riforma.

Il bilancio degli scioperi è ad oggi positivo – anche se lo scontro dovesse concludersi con una sconfitta –  per la grande disponibilità alla lotta manifestata da diverse categorie di lavoratori, per la radicalità espressa nella lotta e per le forme di sostegno economico create in favore degli scioperanti (casse di resistenza). Le lotte sono sempre la miglior palestra per le battaglie di domani.

La mobilitazione ha raccolto solo una minima solidarietà del movimento interclassista dei “gilet jeune” e raramente le manifestazioni si sono svolte in maniera unitaria. Il movimento dei gilet gialli rappresenta la protesta delle mezze classi, impoverite dall’andamento della crisi e terrorizzate di cadere nella proletarizzazione, cioè di perdere i privilegi (le briciole) che la grande borghesia elargisce (in misura sempre minore) per aggiogarle al proprio carro. Di fatto Il movimento dei gilet gialli non si è schierato apertamente con la classe operaia, i due movimenti sono rimasti separati, non ci sono state assemblee generali in comune e solo raramente azioni congiunte. Le basi sociali di questi movimenti appartengono a due classi sociali distinte, piccola borghesia e proletariato, che hanno in comune solo la reazione al generale peggioramento delle condizioni di vita.

Alcune categorie di lavoratori (infermieri, insegnanti), che si sono espresse nelle assemblee generali per l’unione allo sciopero dei ferrovieri e per dare continuità alla mobilitazione generale, hanno trovato la irremovibile contrarietà dei sindacati. Questi sindacati hanno finora gestito gli scioperi di categoria e generali con un obiettivo minimale, la conquista di una posizione di forza al tavolo di trattativa con il governo evitando accuratamente di estendere la lotta, racchiudendola nell’ambito di una democratica concertazione fra le parti, di fatto affossandola; mentre l’obiettivo della parte più avanzata dei lavoratori era quello del ritiro del progetto governativo sulle pensioni.

L’apertura del dibattito parlamentare, sostenuto dai sindacati, la presentazione di migliaia di emendamenti al progetto di riforma pensionistica da parte delle opposizioni di “sinistra”, il tentativo del governo Macron di non sottoporre al voto il testo di legge, stanno trasferendo la lotta sul piano istituzionale: questo è il risultato che i sindacati di regime e l’opposizione parlamentare auspicavano fin dall’inizio.

Ma non deve essere e non può essere questo l’esito della lotta.

Sabato 29 febbraio manifestazioni spontanee si sono radunate a Parigi e in altre città francesi in seguito alle quali dal 5 all’8 marzo sono state organizzate dai sindacati alcune giornate di mobilitazione contro la riforma delle pensioni.

I proletari non devono nuovamente farsi ingannare. La parola d’ordine deve essere il ritiro del progetto di legge di riforma delle pensioni.

Il metodo deve essere la lotta di classe, che deve essere estesa a tutti i settori di lavoro senza distinzioni. Solo lo sciopero generale senza limiti di tempo darà nuova linfa alla lotta per la difesa immediata delle condizioni di vita dei proletari.

Solo così il proletariato francese potrà spezzare la gabbia delle compatibilità del sistema entro cui i sindacati di regime racchiudono le lotte per farle fallire miseramente e per diffondere tra i proletari la convinzione che l’unica strategia vincente sia il gradualismo riformista e la democrazia parlamentare.

Ma cosa altro serve ai proletari per dare una prospettiva vittoriosa alle lotte economiche immediate, sempre necessarie a difendere le proprie condizioni di vita? Un partito di classe, il partito comunista della rivoluzione, che, forte della sua influenza all’interno degli organismi immediati di lotta (i sindacati o altri organismi operai che si determinano nel corso delle lotte) conferisca alle lotte stesse i contenuti del programma comunista.

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