L’idealismo socialista.

Pubblichiamo questo testo risalente al 1912. Lo consideriamo un testo di formazione, un’utile lettura per le giovani generazioni. Al tempo l’autore (A. Bordiga) aveva 23 anni.

L’insieme delle idee che rappresenta il moderno socialismo non è che il
riflesso nell’intelletto, da un lato della lotta di classe tra
proprietari e nulla-tenenti, tra borghesia e salariati, e dall’altro
del disordine che regna nella produzione. Sono le parole con cui F. Engels
apre l’esposizione del materialismo storico secondo le vedute di Carlo
Marx. Sottoponendo la storia delle società umane al più severo esame critico
della dialettica materialistica, portando cioè nelle indagini di ordine
sociologico la stessa obbiettività di metodo scevra di preconcetti che
caratterizza tutte le scienze positive, i due grandi maestri del
socialismo giunsero alla conclusione che tutti i grandi movimenti sociali
di ordine politico non sono che il riflesso e l’effetto dello sviluppo
dei modi di produzione economica e delle condizioni dello scambio. Essi
formularono la previsione che l’attuale società capitalistica, come è
l’erede della società feudale del medioevo, così è destinata a sparire
per cedere il posto ad una società comunista, il cui artefice non potrà
essere che il proletariato attuale, la massa immensa dei salariati che
tutto producono. Il proletariato è quindi nella concezione marxista l’artefice naturale
– spesso incosciente – della grande trasformazione. Ma perché questa avvenga nel più breve tempo possibile, vincendo gli ostacoli che si frappongono, non basta attendere l’effetto – certo inevitabile – di quelle antitesi economiche che determineranno la rovina del capitalismo, ma occorre che i proletari, rendendosi coscienti del loro
avvenire, lavorino solidamente ad affrettarla. Di qui il grande appello: lavoratori del mondo, unitevi! Questo non contraddice le premesse deterministe da cui noi partiamo, come vanamente i critici del marxismo hanno tentato di dimostrare. Io non
voglio qui riassumere questa vasta questione, ma solo sostenere che non è
contraria alle basi del materialismo storico l’affermazione di un
idealismo socialista, in quanto idealismo significhi coscienza di agire
non per una utilità personale e immediata, ma per una finalità collettiva
e lontana. Questo nostro idealismo materialista (l’antitesi non è che formale) si
differenzia enormemente e nettamente da tutte le forme di misticismo e di
ascetismo religioso, poiché la finalità ideale a cui noi ispiriamo la
nostra azione non ci viene da rivelazioni metafisiche né si sottrae alla
critica e alla discussione, ma pone le sue origini nell’esame positivo
dei fatti e non astrae affatto dalla realtà. Il proletariato che si agita inconsciamente contro lo sfruttamento che lo opprime, e il teorico che esamina freddamente le trasformazioni sociali e la lotta delle classi senza prendervi parte non sono né l’uno né
l’altro ancora socialisti. E’ necessario unire l’azione di classe alla coscienza dei suoi
risultati ultimi. Occorre coordinarle continuamente per essere nel vero
campo del socialismo, che è, secondo Marx, scienza e azione, teoria e
pratica nel tempo stesso. “I filosofi non han fatto che spiegare il mondo in diversi modi, ora occorre cambiarlo” (Marx). Non c’è propaganda senza una idealità. La nostra affermazione di idealismo significa questo: l’azione proletaria non è per se stessa,
in tutti i suoi momenti, azione socialista, se non l’accompagna e la
dirige la coscienza dello scopo ultimo a cui essa tende: la trasformazione
sociale. Noi crediamo alla rivoluzione, non come il cattolico crede in Cristo, ma
come il matematico ai risultati delle sue ricerche. Ho citato in principio quelle parole di Engels per provare questo: il riflesso intellettuale della lotta di classe non è solo un puro ragionamento, ma anche una idealità – una forma di entusiasmo – che è
appunto la più sana e la più duratura perché parte dall’esame logico
della realtà e non se ne allontana mai. E’ una forma di idealità che
può nascere spontanea nell’animo dell’operaio anche ignorante
qualora l’ambiente moralmente solidale dell’organizzazione
proletaria lo abitui e lo elevi a sentirla. Questa forma di sentimento non rinnega la dialettica marxista. Non esiste nel cervello umano processo logico che non abbia un riflesso sentimentale. Il sentimento socialista non ci trascinerà mai a degenerazioni mistiche e a dogmatismi falsi, perché noi accettiamo sempre di provarlo alla pietra di
paragone della logica positiva. Inoltre esso è indispensabile per cimentare il proletariato alla lotta di classe, e ottenerne a volte anche delle rinunzie e dei sacrifizi in vista di un vantaggio lontano. La borghesia è ormai marxista quanto noi. Essa combatte bravamente la sua lotta di classe, e noi dobbiamo sorvegliare
i suoi metodi. Allo scopo di prolungare la sua permanenza nella storia
essa lotta, con tutti i mezzi più insidiosi, contro di noi mentre fa
negare dalle cattedre ufficiali la realtà della lotta di classe. La nostra azione politica, lo stesso movimento sindacale possono diventare, se noi non li ispiriamo sempre alla nostra finalità ideale, armi potenti nelle sue mani. Concedendo oggi quello che dovrebbe cedere domani, predicando una collaborazione di classe – a cui essa non crede – sfruttando i rimasugli dell’ideologia religiosa, patriottica, democratica, la borghesia fa un lavoro colossale per adattare ai suoi fini il proletariato, e sagomarlo
come un pezzo che giri al suo posto senza stridere o cigolare dando
pazientemente il moto all’immensa macchina della società capitalistica. Questo scopo, che contraddice alle leggi inflessibili della storia non verrà mai raggiunto. Ma noi dobbiamo guardarci dall’insidia e seguitare, senza cedere ad allettamenti, la nostra azione di classe rivoluzionaria. Dobbiamo cioè tenerci sempre presente lo scopo ultimo di ogni fatto particolare del nostro movimento, abituarci all’idealismo socialista
che non è un sogno o una chimera o un motivo di retorica demagogica, ma
sarà la realtà luminosa del domani che ci risplende dinanzi dandoci la forza per la lotta incessante dell’oggi.

Da “L’Avanguardia” dell’11 agosto 1912.

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