LA LOTTA DI CLASSE OGGI, TEMPO DI CRISI ECONOMICA GLOBALE E PANDEMIA.

Cos’è la lotta di classe oggi? Come si è manifestata nell’ultimo decennio?

Rispondere a queste domande significa prima di tutto definire cos’è la classe.  Non è un’immagine statica quella che dobbiamo ricercare ma un’immagine dinamica, un flusso di immagini in movimento. La classe è un movimento sociale verso una direzione e con una finalità. La classe è una tendenza sociale che si muove per date finalità e presuppone l’esistenza del partito storico anche se non ancora del partito formale. Quando il proletariato (o parte di esso) mette in campo la propria volontà di non vivere più nelle condizioni date, lotta per la propria difesa, solo una minima parte di esso ha la coscienza della finalità di quell’azione e della direzione da prendere. A questa minoranza è chiaro l’obiettivo generale di quella lotta: il mutamento del regime sociale. Questa minoranza è il partito. Sono le avanguardie che assicurano, nel movimento storico, l’azione d’insieme della classe, animano il movimento, lo cementano, lo precedono, lo inquadrano. La classe intesa come movimento sociale che cambia lo stato di cose presente deve avere una dottrina critica della storia e una finalità da raggiungere in essa. Non si può avere azione di classe ove non ci sia un’azione di partito.

Dalla crisi del 2008, manifestatasi negli Stati Uniti con lo scoppio della bolla speculativa, la crisi dei titoli spazzatura e il crollo delle banche più esposte debitoriamente, cioè una profonda crisi del sistema di produzione capitalista a livello mondiale, si sono sviluppati nel mondo diversi e successivi movimenti sociali, di cui tentiamo di illustrare le caratteristiche.

2010 Primavere arabe

2011 Movimento Occupy Wall Street

2011 Movimento Indignados M-15

2016 Nuit debout

2018 Movimento dei Gilets Jaunes

Le primavere arabe. Sono state causate da fattori endogeni e esogeni. Da una parte la rivolta del proletariato arabo e della piccola borghesia impoverita spinti dalla legge della miseria crescente cioè dal peggioramento delle proprie condizioni di vita e dall’altra la resa dei conti, da parte dei paesi imperialisti concorrenti, nel controllo di risorse naturali (rendita petrolifera, profitti legati alle attività estrattive) e controllo della forza lavoro. Quindi una ridefinizione di alleanze con le classi dirigenti borghesi arabe e di un nuovo equilibrio di potenza tra moloch statali (Stati Uniti ed Europa da un lato e Russia dall’altro) nel controllo dei flussi di materie prime provenienti da quella zona del mondo (nord-africa, vicino oriente).

Movimento Occupy Wall Street. Sorto sull’ondata emotiva suscitata dalle Primavere arabe e sull’oggettivo peggioramento delle condizioni economiche del proletariato e delle mezze classi negli Stati Uniti, conseguenza della crisi del 2008 che aveva lasciato negli stati dell’est, un tempo fortemente industrializzati, il segno del suo passaggio nella famosa cintura della ruggine (aziende chiuse, delocalizzate nel sud del paese o all’estero per il minor costo della manodopera) è stato un movimento interclassista. L’obiettivo centrato su Wall Street è la critica al capitalismo “cattivo”, causa dell’impoverimento generale, della corruzione, dei disastri ambientali. Alcune componenti del movimento (formazioni anarchiche) si ponevano sul terreno anticapitalista, bandiera ideologica di un antagonismo sociale non conseguente. Il marxismo, con la critica dell’economia politica ha posto sulla scena sociale due classi antagoniste, la borghesia e il proletariato in un’antitesi che troverà la propria soluzionenell’abbattimento dello stato borghese e nell’instaurazione della dittatura del proletariato, rottura rivoluzionaria necessaria per la successiva instaurazione di una società socialista. La parabola del movimento OWS è stata quella classica dei movimenti interclassisti e, nella fase discendente, la forza borghese è entrata in azione disperdendo ciò che ne era rimasto (occupazione di suolo pubblico, assemblee permanenti, rete di social-network).

Indignados M-15. Il secondo governo Zapatero approva misure drastiche per far fronte alla crisi economica. Sorge un movimento di protesta che, a partire dagli appelli sui social network si raduna in Piazza Puerta del Sol e vi rimane per più di un mese. Richeste: più democrazia, slogan come “non siamo merce nelle mani dei politici e dei banchieri”, “meno corruzione”, “meno disuguaglianze economiche”. La composizione sociale: studenti, giovani disoccupati, mezze classi spaventate dall’imminente allargarsi della povertà sociale. Questo movimento sociale ha sedimentato la nascita di una diffusa rete di associazionismo solidale sui temi dell’aumento degli affitti, della precarietà del lavoro, della povertà nei quartieri più popolari. Da questo movimento nascerà un nuovo partito politico “Podemos” su una piattaforma politica social-democratica, no global, ecologista.

Nouit Debout. Movimento francese che occupa pacificamente Place de la Republique a Parigi e che si oppone alla precarietà, alle imposizioni dei mercati finanziari, alla distruzione dell’ambiente, alle guerre e al militarismo; in generale alla degradazione delle condizioni di vita. Un movimento eterogeneo che, dopo la presentazione da parte del governo della Loi Travail (una sorta di Jobs Act italiano – legge che precarizza il lavoro) e il susseguirsi di manifestazioni sindacali e scioperi, decide di scendere in campo. Il governo Holland chiude la partita in pochi giorni. Reprime con la forza il movimento Nouit Debout e soffoca la lotta operaia con l’aiuto dei sindacati istituzionali che organizzano scioperi e manifestazioni inconcludenti, facendo così rifluire l’opposizione sociale al progetto di precarizzazione ulteriore del lavoro.

Gilets Jaunes.  Nato in Francia su un appello dei social network ha portato avanti una protesta contro il caro-carburanti e in generale contro l’elevato costo della vita. Le richieste riguardavano la diminuzione della tassazione, l’aumento dei salari minimi, i referendum d’iniziativa popolare. Il movimento ha subito la violenta repressione del governo Macron e in seguito il tema centrale è diventato quello della denuncia morale della violenza dello stato. Alcune blande misure fiscali e l’apertura del Gran Debat National ha salvato la poltrona a Macron e svuotato il movimento, che non è riuscito a rianimarsi neanche l’anno successivo, quello del grande sciopero dei lavoratori dei trasporti pubblici contro la riforma del regime speciale pensionistico. Nessun terreno comune, nessuna alleanza si è prodotta tra il movimento sindacale e quello dei gilets jaunes.

La lista dei movimenti sociali non è completa nè esaustiva. L’obiettivo era analizzare questi movimenti e metterli in relazione alla lotta di classe. A questi movimenti sociali hanno partecipato sicuramente proletari, studenti, piccolo-borghesi accomunati da un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita e di lavoro, quindi spinti da fattori materiali. Il terreno scelto è quello interclassista, non va oltre le compatibilità del sistema capitalista, il metodo è quello democratico, cioè che non esercita la forza contro l’esercizio della forza della classe dominante borghese. In conclusione: l’egemonia politica di questi movimenti è stata esercitata da forze borghesi e non poteva che essere così nell’epoca storica controrivoluzionaria che dura da decenni e che vede le forze rivoluzionarie ridotte a brandelli.

La lotta di classe è un’altra cosa. Quando i proletari non potranno più vivere come in passato e non potranno più sopportare il peggioramento della propria condizione di vita, quando supereranno la concorrenza tra loro e si libereranno dal condizionamento ideologico borghese, lottando uniti per il comune obiettivo della rivoluzione proletaria, allora si potrà parlare di lotta di classe. E nello sviluppo delle energie rivoluzionarie il partito aumenterà la propria influenza nel proletariato, e in questa crescita tumultuosa si tramuterà in fattore dello sviluppo della lotta rivoluzionaria.

Noi non siamo indifferenti alle lotte immediate, alle lotte sindacali, circoscritte ad obiettivi di pura difesa della condizione sociale: gli scioperi sono pur sempre un’occasione di sviluppare tra i lavoratori la solidarietà di classe, contrapposta al regime di concorrenza individualistica borghese. E’ nella lotta che il proletariato acquista la capacità di organizzazione autonoma. Le semplici lotte salariali, le lotte operaie di fabbrica, posseggono una potenzialità antisistema, estranea ai movimenti del ceto medio. Tuttavia, senza una base di lotte sindacali estese a tutte le categorie, guidate da una forza politica comunista, non si pongono prospettive pratiche di cambiamento. E’ necessario che venga estesa oltre il limite possibile la rete delle associazioni di lotta dei lavoratori, oltre i raggruppamenti professionali, locali o nazionali affinchè i lavoratori uniscano i loro sforzi indirizzandoli verso il comune obiettivo dell’abbattimento del potere borghese. L’elemento cosciente è rappresentato dalle avanguardie che posseggono un patrimonio teorico marxista e un’attitudine alla disciplina, che agiscono all’interno delle lotte e ne indirizzano gli sforzi, che coordinano le azioni in modo razionale ed efficace, che si muovono come partito.

Il partito è l’organo che antivede il futuro ma proviene dal passato, conosce la strada per arrivare ad un traguardo. Il partito sostituisce le teste dei singoli individui, è il cervello sociale che ha acquisito un istinto, l’istinto è un piano di specie perché raccoglie migliaia e migliaia di anni di storia dell’uomo e delle società che si sono succedute.

La crescita del movimento sociale di classe non si presenterà lineare nel suo percorso e la sua composizione sociale non sarà omogenea e pura. Sarà compito dei comunisti osservare lo svolgimento delle dinamiche del movimento delle classi e, sulla scorta dell’invariante dottrina marxista e degli insegnamenti della storia del movimento operaio, nelle sue vittorie come nelle sue sconfitte, individuare spazi di intervento, metodi di lavoro politico, scelte tattiche. In una parola: dirigere il processo rivoluzionario.

QUAL’ E’ OGGI LA CONDIZIONE DEL PROLETARIATO?

I proletari nel mondo oggi sono 2/2,5 miliardi (dati Ca Foscari-Addio al lavoro-ricerca del 2015) ed erano appena 700.000 nel 1995 (dati Banca Mondiale). L’80% della forza lavoro industriale è collocata all’esterno del perimetro dei paesi occidentali, si trova quindi in prevalenza nei paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) di più recente sviluppo capitalistico. A livello globale sono in aumento i salariati impiegati nel settore terziario.

E’ aumentata la stratificazione dei settori di classe, cioè l’aumento della precarietà, marginalità, disoccupazione intermittente.

Si è intensificato lo sfruttamento del lavoro in seguito al progressivo inserimento di processi di automazione/informatizzazione della produzione (maggiore produttività, meno pause, niente tempi morti, organizzazione flessibile). In una formula: aumento del plus-lavoro, lavoro non pagato.

Ieri come oggi la composizione sociale vede contrapposte la classe operaia salariata e il capitale. Il moderno lavoratore è costretto a vendere la propria capacità di lavoro, alienandola per un salario. Il lavoratore mette, pro-tempore, a disposizione della classe borghese capitalista, personificata nei suoi diversi agenti, l’unica ricchezza che possiede: la sua forza-lavoro. In altre parole, il capitale esercita il suo comando sul lavoro. Il lavoratore è espropriato delle sue condizioni oggettive di lavoro (mezzi e oggetti della produzione, mezzi di sussistenza, conoscenze tecniche e scientifiche, capacità di organizzazione della produzione).

Nella moderna società capitalista borghese possiamo individuare diversi strati sociali: funzionari, intellighentsia, piccola borghesia, artigiani, contadini, sottoproletari, ma tra tutte le classi che stanno di fronte alla borghesia solo il proletariato è una classe rivoluzionaria mentre i ceti medi  sono conservatori, combattono la borghesia solo per salvare dalla rovina la loro esistenza e per conservare l’attuale sistema di produzione.

Vana quindi risulta la ricerca oggi di nuovi soggetti sociali “potenzialmente” rivoluzionari: solo i lavoratori salariati che subiscono il dominio del capitale sono proletari, soggetti allo sfruttamento del capitale, l’unica classe rivoluzionaria.

Inoltre, se per una minoranza di lavoratori le condizioni di vita migliorano con lo sviluppo del capitalismo (aristocrazia operaia), per la maggioranza di essi vige la legge della miseria crescente. Se consideriamo il salario come entità sociale reale relativa dobbiamo constatare che la parte di salario che spetta alla classe operaia (i mezzi di sussistenza che rendono possibile la sua riproduzione e quella della sua prole) diminuisce relativamente all’aumentare della ricchezza prodotta complessivamente, di cui si appropria un’esigua minoranza parassitaria borghese.

La pandemia e il conseguente rallentamento dell’economia a livello globale ha acuito la crisi economica in cui ci troviamo. I governi, nel tentativo di prevenire lo scoppio di rivolte sociali, stanno erogando sussidi di vario tipo (a debito nei bilanci degli stati) e usando la decretazione d’urgenza per limitare libertà personali e sociali. Ma questi interventi hanno il fiato corto. L’impossibilità da parte del sistema di fronteggiare la ripresa della diffusione pandemica da Covid-19 e l’acuirsi della crisi economica e finanziaria mondiale potrebbero causare nuovi e più profondi sommovimenti sociali.

11 ottobre 2020.

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