Gli scopi dei comunisti

La rivoluzione sociale avviene quando in seno alla società capitalistica si è ma­turato un conflitto intollerabile tra i produttori e i rapporti della produzione, ed esiste una tendenza a sistemare questi rapporti in modo diverso.

Questa tendenza viene a scontrarsi contro la forza con la quale la classe do­minante, interessata alla conservazione dei rapporti esistenti, impedisce che vengano modificati, forza rappresentata dalle difese armate alla cui organizzazione e funzione provvedono le istituzioni politiche accentrate nello Stato borghese.

È necessario, perché la rivoluzione possa esplicare i suoi sviluppi economici, sopraffare questo sistema politico che centralizza il potere, e l’unico mezzo di cui la classe oppressa dispone per ciò fare è la sua organizzazione ed unificazione in par­tito politico di classe.

Lo scopo storico dei comunisti è proprio la formazione di questo partito e la lotta per la conquista rivoluzionaria del potere.

Si tratta di porre in libertà le forze latenti che provvederanno alla formazio­ne, in base alle migliori risorse della tecnica produttiva, del nuovo sistema econo­mico; forze oggi compresse dall’impalcatura politica del mondo capitalistico.

L’opera politica che costituisce dunque le ragioni d’essere del partito comunista ha due caratteri sostanziali: la universalità, in quanto comprende il più gran numero di proletari, agisce in nome della classe e non per gli interessi di gruppi di lavora­tori limitati ad una professione o ad una località; e la finalità massima, in quanto mira ad un risultato non immediato e che non si può conseguire pezzo a pezzo.

Certo la società borghese nella sua evoluzione offre a particolari problemi altre soluzioni che non sia quella integrale e finale che persegue il partito comunista.

L’interesse stesso dei proletari, in quanto è interesse contingente e limitato a gruppi più o meno vasti, trova nel mondo borghese possibilità di certe soddisfazioni.

La conquista di queste soluzioni non è affare dei comunisti.

Tale compito si assumono spontaneamente altri organi proletari, come i sinda­cati, le cooperative, ecc.

In queste conquiste limitate il partito comunista interviene solo allo scopo di riportare l’attenzione delle masse sul problema massimo e generale: “Il vero risultato di queste lotte non è l’immediato successo, bensì l’organizzazione sempre più estesa dei lavoratori” – dice il Manifesto Comunista.

Dopo la conquista rivoluzionaria del potere si metteranno in libertà le latenti forze economiche produttive, che premevano contro le maglie delle catene capitalistiche.

Anche allora, la preoccupazione del Partito non sarà tanto l’opera di costru­zione economica a cui il meraviglioso germogliare di nuovi organismi porterà uno spontaneo contributo, – perché già esisteva, nel conflitto tra produttori e forme di produzione, questa energia costruttrice e innovatrice che la rivoluzione politica avrà messo in grado di svilupparsi – ma sarà ancora compito del partito la lotta politica contro la borghesia debellata ma che tenterà di riprendere il potere, e la lotta per l’unificazione dei proletari al di sopra degli interessi egoistici e corporativi.

Questa seconda azione acquisterà importanza maggiore in tale periodo.

Oggi l’esistenza del comune nemico borghese centralizzato nello Stato, del capi­talista sempre presente nell’azienda, costituisce il naturale cemento della solidarietà proletaria che sorge di contro alla formidabile solidarietà organizzata del padronato.

Domani, quando gruppi operai di un’azienda, di una località, di una professione, saranno stati liberati con la forza del potere proletario dalla minaccia del capitalista sfruttatore, prima di essere stati pervasi dalla coscienza politica comunista nella sua universalità, gli interessi locali potranno assumere aspetti di maggiore gravità e prepotenza.

Può forse ricercarsi qui la ragione di quel provvedimento dello Stato russo dei Soviet annunziato dalla stampa borghese come scioglimento dei comitati di fabbrica.

* * *

Il problema più difficile della tattica comunista è stato sempre quello di attenersi a quei caratteri di finalità e di generalità più sopra accennati.

Lo sforzo tormentoso di attenersi alla implacabile dialettica marxista del processo rivoluzionario ha spesso ceduto alle deviazioni attraverso le quali l’azione dei comunisti si è sperduta e sminuzzata in pretese realizzazioni concrete, nella sopravvalutazione di speciali attività o di speciali istituti, che venivano a costituire una più continua passerella di passaggio al comunismo che non fosse il salto pauroso nell’abisso della rivoluzione, la catastrofe marxista da cui doveva irrompere il rinnova­mento dell’umanità.

Il riformismo, il sindacalismo, il cooperativismo non hanno altro carattere.

Le tendenze odierne con cui certi massimalisti, dinanzi alle difficoltà dell’abbat­timento del potere borghese, cercano un terreno di realizzazione, di concretazione, di tecnicizzazione della loro attività, ed anche le iniziative che sopravalutano la crea­zione anticipata di organi dell’economia avvenire come i comitati di fabbrica, cadono negli stessi errori.

Il massimalismo [cioè il bolscevismo] avrà la sua prima vittoria con la con­quista di tutto il potere da parte del proletariato. Prima, esso non ha altro da realiz­zare che l’organizzazione sempre più vasta, cosciente ed omogenea della classe prole­taria sul terreno politico.

Da il “Soviet” del 29 novembre 1920.

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