Report conferenza sulla fondazione del Partito Comunista d’Italia Livorno 1921

Pubblichiamo qui di seguito l’introduzione (le ragioni che hanno determinato questo lavoro) e la relazione, che descrive i fatti salienti che condussero alla scissione durante il Congresso di Livorno nel 1921.

Introduzione

  1. Non una commemorazione di un fatto morto e sepolto nel passato ma la rievocazione di un fatto storico e politico che si pone sulla linea della tradizione del movimento proletario mondiale e comunista in specie, che va dal Manifesto del Partito Comunista del 1948 passando per l’Ottobre rosso del 1917, al Partito Comunista d’Italia-Livorno 1921, a Il Partito Comunista Internazionale “Il Programma Comunista” degli anni 50/60 e si proietta nel futuro dell’umanità proletaria e della sua necessaria emancipazione.
  2. L’opera di divulgazione della storia del movimento operaio ha lo scopo di trasmettere alle giovani generazioni una dottrina ancora viva e vitale, il marxismo scientifico, l’arma di battaglia e di vittoria che la classe proletaria userà nella sua lotta contro la borghesia: per prendere il potere, per instaurare la propria dittatura, per realizzare la società socialista.
  3. Le condizioni socio-economiche e politiche dei primi anni 20 del 1900 in Italia e in Europa, gli esiti della prima guerra mondiale, la Rivoluzione bolscevica, determinarono un fermento tale nella società da far emergere all’interno del Partito Socialista Italiano una frazione di sinistra, intransigente, internazionalista, originatasi già un decennio prima. Il Partito fu prodotto della storia, come quasi sempre è accaduto.
  4. Nel 21, in Italia, nel nuovo Partito Comunista si raccolsero quelle forze rivoluzionarie, quei proletari che, dopo varie sconfitte, ultima delle quali la sconfitta del movimento di occupazione delle fabbriche nel nord-Italia, avevano capito che bisognava andare oltre e che i traditori della classe operaia andavano individuati e combattuti, per non subire ulteriori sconfitte sul campo.
  5. La relazione della conferenza descriverà i passaggi salienti che portarono alla scissione della frazione intransigente dal Partito Socialista Italiano. La nascita del Partito Comunista d’Italia segna un passaggio cruciale della lotta dei marxisti rivoluzionari contro l’opportunismo dei riformisti e la loro collaborazione con la borghesia, contro il massimalismo rivoluzionario solo a parole e si collega al partito mondiale: il PCd’I nascerà come sezione italiana dell’Internazionale Comunista.
  6. Il Partito Comunista d’Italia, nato a Livorno nel 1921 si pone sulla linea del futuro, lascia un patrimonio teorico importante. La nascita del PCd’I non è un fatto contingente ma assurge a funzione storica, impugna l’arma rivoluzionaria e la trasmette. Raccoglie dall’Internazionale la necessità storica ineludibile della guida rivoluzionaria mondiale. Nell’attuale fase di controrivoluzione è indispensabile attingere al patrimonio dottrinario e di tradizione di lotta di classe che la sinistra marxista italiana ci ha lasciato: esse sono le armi che saranno impugnate nel prossimo assalto rivoluzionario.
  7. Negli anni 50 del secolo scorso, il Partito Comunista Internazionale “Il Programma Comunista”, svolge un bilancio dei tentativi rivoluzionari in Europa, dell’esperienza dell’Ottobre rosso, della degenerazione della società russa e attraverso quell’ immenso lavoro arriva a individuare le lezioni delle controrivoluzioni. Quel lavoro di sistemazione dei principi del marxismo (invarianza della dottrina marxista) e di bilancio degli insegnamenti che le sconfitte rivoluzionarie sul campo hanno prodotto è ancora oggi estremamente attuale ed è ciò che orienta la nostra attività quotidiana e ci proietta nel futuro della lotta della classe proletaria per la rivoluzione.

Febbraio 2021

Relazione

La Prima Guerra Mondiale e la fine dell’Internazionale

Con lo scoppio della guerra mondiale si compie il percorso riformista della II Internazionale Socialista: i suoi membri, dalla socialdemocrazia tedesca e quella olandese, ai socialisti francesi e ai menscevichi e laburisti, si sono allineati con le borghesie nazionali e hanno votato i crediti di guerra o hanno assunto posizioni ambigue, di fatto complici con la borghesia nazionale (vedi il né aderire, né sabotare adottato dal PSI alla vigilia dell’ingresso dell’Italia in guerra nel 1915).

Poche erano le correnti contrarie e che mantennero la linea di classe: nel PSI è forte la corrente intransigente, contraria alla guerra e favorevole all’insurrezione proletaria contro la propria borghesia. È la stessa linea adottata dai bolscevichi che sono per trasformare la guerra imperialistica in guerra civile. A questi si aggiungono gli spartachisti e qualche altro sparuto gruppo fra i quali alcuni dei partecipanti alle riunioni di Zimmerwald nell’autunno 1915 e di Kienthal nell’aprile successivo.

In Russia, lo scoppio della rivoluzione di febbraio apre una nuova dinamica nella lotta di classe: menscevichi e socialisti rivoluzionari si ritrovano al potere in Russia in un governo che decide di continuare lo sforzo bellico a fianco delle potenze dell’Intesa. Il proletariato è decisamente contro e nei mesi successivi i bolscevichi rafforzano la loro posizione in seno al proletariato fino alla presa di potere in ottobre.

Le lotte operaie e la formazione della sinistra in Italia

In Italia il proletariato si è mosso subito contro la guerra: già si era opposto alla propria borghesia in occasione delle guerre libiche (1911-1912). Poche settimane prima dello scoppio della guerra nel giugno 1914 dilaga una rivolta operaia in quelli che poi saranno noti come i moti della “settimana rossa”. La base del partito era fermamente antibellica e l’estrema sinistra e la federazione giovanile molto attive nella propaganda disfattista.

Anche nel corso della guerra e dopo l’ingresso dell’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa, il proletariato non era rimasto fermo: nel 1917 scoppiano dei moti a Torino di fronte ai quali la direzione del PSI, e in particolare l’ala riformista del partito, è del tutto insufficiente e viene criticata duramente dalla base.

La necessità di una separazione dai riformisti è sempre più grande: nel 1917 si costituisce il primo nucleo della Frazione Intransigente Rivoluzionaria, che si oppone alla direzione del partito e nella quale confluiscono oltre alla Sinistra anche altri gruppi compresi quelli che in seguito confluiranno nella corrente massimalista. La frazione “intransigente” non lo è poi tanto e al successivo congresso di Roma dell’autunno 1918 annacqua le proprie posizioni pur di mantenere l’unità del partito con i riformisti e il direttivo dei sindacati.

La sinistra vede la necessità sempre più impellente nella situazione del movimento in Italia di separarsi dai riformisti e abbandonare il terreno elettorale. Nelle sue tesi astensioniste, approvate dalla sezione di Napoli, dalla maggioranza delle sezioni campane e da una fetta crescente del partito nel meridione e in altre parti d’Italia. Nelle sue tesi, la Sinistra nota che in Italia non c’è più spazio per la lotta elettorale, anzi questa diviene un ostacolo per la preparazione rivoluzionaria. La tattica del partito deve abbandonare questo terreno minato per concentrarsi sulla lotta proletaria. Occorre astenersi dalla competizione elettorale del 1919, vista come un modo per la borghesia di riportare il partito all’interno del gioco democratico in un momento di intensificazione delle lotte proletarie. Di fronte al diniego della direzione massimalista, la Sinistra chiede di convocare un nuovo congresso che sancisca il taglio della destra opportunista.

La lotta di classe in Italia diviene sempre più rovente: dal 1919 le lotte operaie riprendono con forza dopo la fine della guerra. Operai metallurgici, ferrovieri e altre categorie chiedono le otto ore e un salario minimo. Il periodo “caldo” del dopoguerra va sotto il nome di “biennio rosso” (1919-1920) che culmina con l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920. Gli scioperi non sono soltanto economici: nel luglio 1919 viene indetto uno sciopero internazionale per fermare le operazioni militari contro la Russia e l’Ungheria. Lo sciopero fu boicottato in Francia e Inghilterra da sindacati socialisti e laburisti e ebbe un seguito importante anche non completo in Italia. Qualche cifra per chiarire la forza dirompente della lotta proletaria nel biennio rosso: nel 1919 vi furono oltre 1600 scioperi con 1.049.000 partecipanti (contro un paio di centinaia e meno di centomila scioperanti nel 1918); nel 1920 si arriva addirittura a 1900 scioperi e 1.268.000 scioperanti. La reazione della borghesia non mancò e, in perfetto stile italico, lasciò sul terreno i corpi di numerosi manifestanti.

Da notare come in questa fase Mussolini si atteggi a “rivoluzionario” appoggiando le lotte rivendicative contro Confindustria e contro i bonzi sindacali e riformisti.

A fronte dell’intensificarsi delle lotte operaie il contrasto interno al partito si acuisce: la direzione “massimalista” se da un lato si professa “intransigente” e “rivoluzionaria” e lancia parole d’ordine estreme, ma marxisticamente sbagliate, come quella dello “sciopero espropriatore”, dall’altro si preoccupa molto dell’esito delle elezioni e rifiutava qualsiasi rottura con la destra del partito che controllava i sindacati e il gruppo parlamentare e che denunciava ad ogni piè sospinto il disordine e le violenze delle agitazioni operaie istigate, secondo loro, da forze contrarie agli interessi delle masse operaie.

La Sinistra rafforza sempre di più la propria azione in seno al partito e raccoglie simpatie crescenti nell’organizzazione e nella federazione giovanile. Lo scontro in atto in Italia e in Europa impone una separazione netta dai riformisti. La battaglia della Sinistra porta nel luglio 1919 alla formazione della Frazione astensionista, che pone il dilemma o preparazione elettorale o preparazione rivoluzionaria. L’astensionismo della Sinistra non era una questione di principio, come lo era per i gruppi anarchici o sindacaliste-rivoluzionarie, ma una questione tattica: nei paesi occidentali il terreno elettorale era divenuto un ostacolo alle esigenze della preparazione della rivoluzione. Bisognava nel movimento proletario sgomberare il campo da qualsiasi tentazione legalistica di conquista del potere e combattere le teorie riformiste di una trasformazione graduale e pacifica del capitalismo.

Nel contesto internazionale della lotta proletaria la Sinistra sosteneva nell’articolo In difesa del programma comunista (L’Avanti, 2/9/1919):

“Noi affermiamo che è aperto il periodo rivoluzionario, internazionalmente considerato, perché la guerra mondiale, crisi terribile del regime borghese, ha messo il proletariato dinanzi alla formidabile antitesi storica: o democrazia borghese, ossia imperialismo e militarismo, o dittatura proletaria internazionale. È ingenuo dire che il periodo rivoluzionario in Italia non è aperto; se l’insurrezione fosse nelle vie, l’azione elettorale cadrebbe da sé. Ma noi parliamo di periodo rivoluzionario perché penetrati dal dilemma: o la dittatura proletaria diviene internazionale nell’attuale fase storica, o anche la Russia tornerà sotto le catene della democrazia capitalistica. “

In questa fase i comunisti dovevano preparare il proletariato allo scontro con la borghesia facendo piazza pulita delle ideologie socialdemocratiche. Comunque,

“In Italia non è ancora iniziata l’azione di fatto rivoluzionaria per la conquista del potere. In questo non vi è alcun dubbio. Se questa azione fosse iniziata, a quest’ora staremmo combattendo per le vie e avremmo ben poco da pensare al congresso e alle elezioni. Noi diciamo che non bisogna attendere il momento dell’azione per cambiare tattica, bisogna cambiare tattica per prepararsi all’azione. […] Non è il periodo storico della lotta fra proletariato e borghesia che si è ora aperto; questo è aperto da parecchio, ed esso è di sua natura internazionale.” (L’equivoco del massimalismo elettorale, Avanti!, 24-8-1919)

Nel pieno delle lotte operaie e delle battaglie interne, il partito si avvicina così a marce forzate al congresso di Bologna dell’ottobre 1919. A Bologna si presentarono le mozioni di tre gruppi: la Frazione comunista astensionista, la Frazione massimalista elezionista di Serrati e l’ala riformista del partito raccolta intorno alla mozione massimalista unitaria di Costantino Lazzari. La mozione serratiana fu la più votata al congresso, raccogliendo due terzi dei voti degli aderenti al partito. Il congresso non fece quindi che riaffermare la sostanziale ambivalenza della corrente massimalista che continuava a contrapporre proclami estremi a richiami all’unità del partito. Un equivoco che non durerà a lungo nell’assise internazionale.

In queste condizioni, e anche per la situazione oggettivamente non rivoluzionaria della lotta di classe in Italia, era impossibile per la Sinistra spingere immediatamente per una scissione estrema nel partito per separarsi oltre che dai riformisti anche dai massimalisti: non esistevano le condizioni che consentissero alla Frazione di porsi alla testa del movimento operaio e si sarebbe inoltre isolata rispetto ai bolscevichi e all’Internazionale.

Si negò quindi qualsiasi atto scissionista e poco dopo il congresso si formalizzò la Frazione astensionista, che ebbe la sua sede a Napoli. Essa rinunciò alla propaganda astensionista per disciplina con le decisioni del congresso.

Il dibattito nell’Internazionale

Nel marzo 1919 si tenne a Mosca il primo congresso della III Internazionale, sotto l’egida dei bolscevichi. I principi basilari del marxismo furono ribaditi nel programma dell’Internazionale. Il partito socialista diretto dai massimalisti aderì con entusiasmo alla nuova Internazionale creando così l’equivoco sulla realtà della loro adesione ai principi marxisti sui quali era nata la nuova Internazionale.

Dopo il congresso di Bologna, la Frazione astensionista moltiplicò i contatti con l’Internazionale con lo scopo di illustrare la reale situazione del partito in Italia, che grazie alla sua adesione all’IC manteneva nel suo seno una corrente chiaramente anticomunista e antirivoluzionaria. Fra il 1919 e il 1920 nei partiti aderenti all’Internazionale divampò il dibattitto sulla tattica da seguire per la presa del potere in Occidente. In Germania il tentativo insurrezionale dell’inverno 1918-19 era stato represso nel sangue dalla socialdemocrazia al potere. I spartachisti Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht ne furono le vittime più illustri. Il KPD si era formato nel pieno della crisi insurrezionale e poco dopo da esso si staccò il KAPD che evidenziò una tendenza politica sindacalista rivoluzionaria. La polemica interna all’IC indusse Lenin a intervenire molto criticamente nei confronti delle tendenze estreme dei partiti occidentali e in particolare la KAPD con il suo opuscolo pubblicato nell’aprile 1920 L’estremismo, malattia infantile del comunismo.

Si giunse così al II Congresso dell’Internazionale (luglio-agosto 1920) al quale partecipò anche un delegato della Sinistra. Uno dei nodi centrali della discussione al congresso fu quello della tattica: nel suo opuscolo, Lenin aveva lanciato strali contro le tattiche estremiste e settarie di alcuni partiti o gruppi occidentali insistendo, sulla scorta dell’esperienza russa, sulla esigenza di conquistare un’influenza predominante sul proletariato anche se questo voleva dire allearsi temporaneamente con i partiti socialdemocratici. Le elezioni dovevano essere uno dei terreni dell’alleanza con le altre frazioni del socialismo per unificare le masse in attesa di prenderne la direzione. L’analisi di Bordiga differiva su questo punto: lo stadio di sviluppo del capitalismo in Europa non era comparabile a quello russo; pertanto la rivoluzione russa assolvere ai compiti di una doppia rivoluzione, come fu quella della Germania nel 1848. Tuttavia, secondo la Sinistra, queste divergenze sul parlamentarismo non potevano giustificare una scissione nell’IC e la Sinistra si sarebbe adeguata alle decisioni del congresso sulla questione. Il congresso si concluse con l’approvazione di ventuno condizioni per l’ammissione all’Internazionale Comunista: fra queste, l’obbligo di cambiare il nome dei partiti da socialisti a comunisti e l’espulsione degli esponenti che non avessero aderito alle condizioni e alle tesi programmatiche dell’IC.

L’occupazione delle fabbriche

Nel frattempo le lotte in Italia si erano acuite ulteriormente: alle prime occupazioni delle fabbriche del febbraio 1920 seguì a marzo lo “sciopero delle lancette” che coinvolse in uno sciopero generale di dieci giorni la stragrande maggioranza degli operai piemontesi. Il movimento fu sconfitto e le rivendicazioni non furono esaudite. I sindacati diretti dai riformisti e la direzione del partito socialista in mano ai massimalisti, rinunziarono a favorire la maturazione del movimento perché, a loro detta, era troppo debole. Da qui gli inviti alla calma, a non estendere la lotta e lo sciopero generale rivolti dalla direzione massimalista. Per loro contava di più il gioco parlamentare, il PSI aveva conquistato il 32% dei voti nelle elezioni del 1919. Di fronte all’atteggiamento disfattista della direzione del movimento, la borghesia, coadiuvata dalle forze dell’ordine e dalle prime squadre fasciste, rafforza ulteriormente il dispositivo repressivo statale con il suo corollario di eccidi e assalti alle sedi del movimento operario. Lo scontro di classe ebbe poi il suo culmine nel settembre 1920 quando le maestranze del settore metalmeccanico e metallurgico occuparono le proprie fabbriche: il movimento coinvolse 500.000 operai in tutta Italia. I riformisti che controllavano il sindacato erano contrari ad un’estensione del movimento e volevano mantenerlo sul terreno puramente sindacale. I massimalisti che dirigevano il partito vollero intervenire per prendere la direzione del movimento. Il governo Giolitti dell’epoca ebbe l’accortezza di non far intervenire le forze dell’ordine per reprimere il movimento con il rischio che la lotta si tramutasse in insurrezione politica, preferendo invece mediare fra sindacato e Confindustria. Dopo l’occupazione delle fabbriche il movimento operaio scemò rapidamente segnalando così la fine del biennio rosso.

È da notare come intorno all’episodio dell’occupazione delle fabbriche si riveli la linea teorica e politica degli ordinovisti, intorno a Gramsci e Togliatti, che si richiamavano alle esperienze dei movimenti consigliari inglesi e americani. Per loro, il fatto che le forze operaie avessero continuato la produzione degli impianti occupati era segno della capacità e della opzione tattica della classe operaia di prendere possesso delle fabbriche per dirigere gradualmente il paese verso il socialismo. Questa concezione rinnegava la necessità della presa del potere politico, la necessità della formazione partito comunista, e affidava a organizzazioni frammentate e settoriali, i consigli di fabbrica, la funzione di trasformazione della società. Questa concezione di segno utopistico e riformista era decisamente contraria a quella marxista: come ribadì la Sinistra in diversi articoli apparsi ne “Il Soviet”, la conquista del potere era possibile solamente attraverso il partito e il suo programma. Non era una questione di forme, ma di sostanza di classe. Peraltro, l’organizzazione territoriale era superiore a quella consigliare perché riuniva le forze proletarie a prescindere dalla fabbrica di appartenenza, assicurando così una visione di maggior respiro alle esigenze della lotta rivoluzionaria.

Verso il Partito comunista

Sulla scorta delle condizioni di ammissione, le frazioni di sinistra del PSI si riunirono nell’ottobre 1920 in una conferenza a Milano per riaffermare le pregiudiziali ed elaborare il programma in dieci punti della Frazione comunista e una mozione da presentare al prossimo congresso del partito che chiedeva il cambiamento del nome del partito e l’espulsione dei riformisti. La successiva riunione di Imola a fine novembre ratificò il programma e la mozione della Frazione comunista al congresso del PSI. Pur confluendo nella Frazione Comunista, la Frazione astensionista mantenne la propria autonomia organizzativa fino alla conclusione del congresso.

Data la riluttanza dei massimalisti di Serrati ad espellere i riformisti, la scissione era inevitabile. In preparazione di ciò, dopo Imola fervono i preparativi per la creazione della nuova formazione. Il 15 gennaio 1921 a Livorno si aprirono i lavori del congresso socialista che si concluse con una votazione sulle tre mozioni, di sinistra, massimalista e unitaria. La mozione della Frazione comunista raccolse 34% dei voti, ovvero otre 58.000 voti. La direzione della frazione dichiarò il partito socialista fuori dall’Internazionale Comunista, lasciò la aula del congresso per recarsi al Teatro San Marco dove si formò ufficialmente il PCd’I.

Febbraio 2021

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