LOTTA DI CLASSE FEMMINISTA O LOTTA DI CLASSE DEL PROLETARIATO CONTRO LA BORGHESIA?

La società capitalista è divisa in due classi sociali contrapposte: la borghesia e il proletariato. Le donne, in quanto appartenenti al genere femminile dell’umanità, nella moderna società capitalista, si collocano nel proletariato oppure nella borghesia. A noi interessa parlare della questione femminile riferita alle donne della classe proletaria, ad esse è indirizzata la nostra propaganda, alle donne proletarie è rivolto il nostro appello alla lotta di classe per l’abbattimento del sistema borghese, causa prima della loro doppia oppressione.

Non ci interessano le lamentazioni sulle pari opportunità, sulle quote rosa o sulla necessità di rompere il soffitto di cristallo che impedisce alle donne di accedere a funzioni di direzione nella produzione e nelle istituzioni. Queste sono rivendicazioni che anelano a migliorare la società borghese e a perpetuare il sistema di produzione capitalistico.

La classe borghese e la classe proletaria sono antagoniste fra loro perché rappresentano gli interessi contrapposti tra chi produce la ricchezza cioè i proletari e coloro che si appropriano di questa ricchezza, cioè i borghesi, basandosi sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’appropriazione privata della ricchezza, del prodotto del lavoro (al salariato rimane soltanto ciò di cui ha bisogno per vivere e per riprodurre la propria esistenza) è la caratteristica del sistema di produzione capitalista.

Lo Stato rappresenta gli interessi di tutta la classe borghese, i suoi apparati sono strumenti per imporre e mantenere il suo potere di classe e tra questi strumenti l’ideologia è tra i più potenti, poiché condiziona il modo di pensare e di vivere anche dei proletari.

La violenza che si esprime nel rapporto di sfruttamento del lavoro salariato, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, permea tutta la società borghese. I rapporti sociali e quelli di coppia non si sottraggono a questa logica, una logica di potenza e sopraffazione violenta. Nella famiglia patriarcale, forma peculiare della società borghese, vengono riprodotti violenza e sopraffazione fino ad arrivare al femminicidio. Il principio della proprietà privata si traduce nell’ideologia del maschio che si ritiene “proprietario” della famiglia, pensa cioè che i componenti della famiglia siano sua proprietà: cosa che gli consente, portando il ragionamento alle estreme conseguenze, di disporre della loro vita. Solo in questo modo si possono spiegare le violenze che si manifestano nelle famiglie e che hanno come vittime le donne e i figli o più spesso le figlie femmine.

Gli attuali rapporti di produzione esprimono l’antagonismo di classe tra borghesia e proletariato e le donne in quanto tali non si collocano al di fuori di questo schema sociale. Anche tra le donne esiste questa contraddizione, che è una contraddizione di classe: le donne borghesi, pur vivendo a volte l’oppressione legata al loro ruolo familiare risolvono facilmente la questione avendo mezzi di sussistenza molto diversi dalle donne proletarie. Le donne proletarie subiscono una doppia oppressione in quanto salariate e in quanto donne, nella famiglia e nella società.

Questa condizione di doppia oppressione non sarà eliminata se non dopo l’eliminazione della proprietà privata individuale e della famiglia patriarcale (sia essa allargata, composta da genitori dello stesso sesso o di qualsiasi altra forma).

L’abolizione della famiglia borghese, l’educazione sociale dei figli, la socializzazione dei lavori di cura sono obiettivi che i comunisti perseguono. Nessuna società borghese, anche con il più avanzato sistema di welfare, potrà garantire tutto ciò.

“Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica”.

K. Marx Il Manifesto del Partito Comunista 1848.

Questa frase di Marx ci riporta indietro nella storia del XVIII secolo, quando lo sviluppo della grande industria attirò nella produzione anche le donne e i bambini: strappate al focolare domestico non ebbero più la possibilità di curarsi della casa, dell’alimentazione della famiglia, della cura adeguata dei figli, degli affetti familiari. L’istituto della famiglia conobbe allora una profonda disgregazione: tuttavia fu l’occasione per le donne di superare l’isolamento sociale vissuto in famiglia, partecipare al lavoro e alla vita sociale, partecipare alle lotte del movimento operaio prendendo tra le proprie mani l’iniziativa di difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro. Fu quindi un progresso sociale. In alcune società capitaliste si svilupparono le prime forme di socializzazione dei lavori di cura e servizi comuni. Lo sviluppo del capitalismo ha portato un progresso sociale rispetto ai precedenti modi di produzione (feudalesimo) ma il prezzo pagato è quello di livelli di sfruttamento indidicibili per i proletari e la mercificazione dell’intera società.

La partecipazione delle donne al movimento operaio rafforzò il movimento stesso, le donne nella storia hanno mostrato più volte di cosa sono capaci, pensiamo allo sciopero delle camiciaie a New York nel 1908 che, pur finito tragicamente, ebbe il merito di suscitare un forte movimento di rivendicazione e lo sviluppo di associazioni sindacali. Pensiamo allo sciopero delle tessitrici di Viborg (distretto industriale di Leningrado) nel 1917, allo sciopero contro il carovita a Torino, in Italia nel 1917.

Nel documento “Lucha feminista de clase” si descrive la condizione di pesante sfruttamento e di povertà diffusa di donne proletarie. Tra esse le immigrate vivono la condizione peggiore perché su di esse si sommano lo sfruttamento e la negazione di elementari diritti (esistenza legale, sostentamento, casa). Proprio la loro condizione le spinge ad organizzarsi, unirsi nella lotta per ottenere ciò di cui hanno bisogno. Ed è vero che l’unione e l’organizzazione di queste proletarie è il primo passo da compiere sulla strada dell’emancipazione sociale (lotte immediate, forme di organizzazione).

Lo slogan “organizzarsi è come cominciare a vincere” ha un suo fondamento nel fatto che la borghesia vuole i proletari divisi, in concorrenza gli uni con gli altri, uomini contro donne, nativi contro migranti, occupati contro disoccupati, quindi tutte le lotte dei proletari sviluppano la solidarietà di classe.

Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l’unione degli operai si estende sempre più.” K.Marx “Il Manifesto del Partito Comunista 1848”.

“Attraversare frontiere, costruire ponti”: sulla base di questo slogan il sindacalismo sociale si sviluppa nei quartieri poveri contro la fame, gli sfratti e la povertà. L’azione solidale e immediata tra gli sfruttati deve unire i proletari che vivono nei quartieri poveri a quelli che vengono sfruttati nelle galere aziendali.

La funzione di agenti della borghesia all’interno del proletariato dei sindacati sovvenzionati, istituzionali o di regime è entrata in crisi: il margine di profitto da distribuire al proletariato sotto forma di briciole è molto diminuito e non consente più ai quei sindacati la pratica della collaborazione di classe con risultati apprezzabili. In contrapposizione a questa pratica sono nati sindacati alternativi, non sovvenzionati, che fanno della lotta sindacale uno strumento per la conquista di migliori condizioni di vita e di lavoro per i proletari.  Tuttavia le lotte immediate, le lotte economiche, e quindi anche la lotta delle donne povere che rivendicano il diritto ad avere un alloggio dignitoso, organizzate da questi sindacati hanno un limite: possono trasformarsi in lotte politiche per l’emancipazione del proletariato solo a condizione che coinvolgano larghi strati di proletari senza riserve, che partecipino a questo movimento un gran numero di associazioni economiche del proletariato e che il partito di classe, rivoluzionario, nel quale militino una minoranza di lavoratori, sia in grado di estendere la sua influenza su tale movimento opposta all’influenza esercitata su di esso dalla borghesia.

Nel documento “Lucha feminista de clase” le femministe si interrogano su quale femminismo serve per cambiare radicalmente la vita della maggioranza delle donne. Non esiste femminismo reazionario o femminismo di classe. Esistono movimenti borghesi (anche radicali) che hanno come obiettivo il miglioramento della società borghese, tra questi troviamo il movimento femminista. Mentre la lotta di classe del proletariato, che comprende anche le lotte delle donne proletarie, ha come obiettivo l’abbattimento dell’attuale sistema borghese, della proprietà privata e dello Stato con un poderoso movimento rivoluzionario che instauri il proprio potere.

“L’emancipazione del sesso femminile non è una riforma raggiungibile nell’ambito delle presenti istituzioni, ma una conquista essenzialmente rivoluzionaria.” “Socialismo e femminismo -L’Avanguardia” del 27 ottobre 1912. 

I comunisti sostengono le lotte delle donne proletarie quando queste lotte si pongono sul terreno di classe, rivendicano la riduzione dell’orario di lavoro, aumenti salariali contro il carovita, la fine delle violenze sul posto di lavoro e nella società, il salario alle donne licenziate quando aspettano un figlio, l’accesso all’aborto sicuro e al divorzio. Tuttavia ogni conquista in regime borghese, ogni risultato delle lotte economiche è un risultato effimero, spesso è necessaria la lotta per difenderlo, non è conquistato una volta per tutte. Nemmeno la democrazia borghese più avanzata e liberale nella sua legislazione sui diritti delle donne può garantire la fine dell’oppressione e dello sfruttamento femminile nella famiglia e nella società.

In alcuni paesi occidentali la borghesia ha concesso maggiori diritti e tutele alle donne ma spesso è successo che questi diritti dati con una mano siano tolti con un’altra. La legge che ha consentito l’aborto in Italia è stata largamente inapplicata in tutti quei siti ospedalieri dove i medici “obiettori di coscienza” erano in maggioranza. Il divorzio è reso impossibile da praticare per le donne proletarie (e per i proletari) che non saprebbero di che risorse disporre per gestire una nuova organizzazione familiare.

E’ sicuro invece che lo stato proletario darà garanzia alle donne di una vera emancipazione, di una reale parità di ruoli nella società. Lo Stato sovietico sorto dopo da rivoluzione d’ottobre e i provvedimenti presi ne sono un esempio.

Ma per raggiungere quel risultato dobbiamo lavorare già da oggi tra i comunisti.

“Occorre nello stesso tempo rendere popolare tra i socialisti la questione femminile, inducendo i compagni e gli organizzati a svolgere in seno alle famiglie un’attiva propaganda, per distruggere nel proletariato socialista il pregiudizio borghese e conservatore dell’inferiorità femminile.” Da Socialismo e femminismo -L’Avanguardia” del 27 ottobre 1912.

Pertanto la domanda è: per cambiare radicalmente la vita della maggioranza dell’umanità (donne e uomini), quella sfruttata, quali mezzi abbiamo? La risposta è semplice e complicata allo stesso tempo.

La risposta semplicemente è nella teoria marxista: essa ha squarciato come un potente raggio di luce la storia dell’umanità più di un secolo e mezzo fa e ha posto la lotta di classe e la rivoluzione come unica via verso l’emancipazione dell’umanità intera (di donne e uomini). Teoria e azione sono le armi formidabili a disposizione dei comunisti. Nei passati tentativi rivoluzionari l’assalto al cielo è stato portato più volte, ma solo una fu la rivoluzione vittoriosa, quella bolscevica in Russia nel 1917: lì il proletariato vittorioso organizzò lo Stato proletario, che tra mille difficoltà dovute al violento attacco militare della borghesia internazionale, riuscì a porre le basi di una nuova organizzazione sociale che tenesse conto della socializzazione del lavoro domestico e della educazione dei bambini proprio per liberare le donne da quel carico opprimente. Gli eventi che seguirono, cioè la mancata estensione del processo rivoluzionario all’Europa occidentale, gettarono quel paese verso la deriva dello sviluppo di forze antirivoluzionarie, borghesi e all’avvio di un processo di sviluppo capitalistico che portò con sè l’inevitabile ritorno a principi borghesi e quindi anche allo sviluppo sociale basato sulla famiglia patriarcale.

Dall’altra parte, le complicazioni nella lotta di classe oggi, cioè il suo languire sotto la pesante coltre della controrivoluzione mondiale, sorgono dal fatto che l’ideologia borghese, la violenza dell’appropriazione privata, la mercificazione della vita, l’individualismo permeano tutti gli strati della società. La condizione della donna proletaria è segnata dalla controrivoluzione. Le lotte delle femministe, ponendosi su un terreno interclassista e di illusorio miglioramento dell’attuale organizzazione sociale sono una scorciatoia ingannevole e sbagliata.

La società del futuro, il comunismo, realizzerà l’eguaglianza fra uomo e donna perché l’obiettivo del socialismo e del comunismo è lo sviluppo integrale dell’uomo, inteso come essere, comprendente in sé sia l’uomo che la donna, quindi l’intera umanità.

Marzo 2021

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