Pacifismo, movimento reazionario piccolo borghese

Il supremo slancio di cui la vecchia società borghese fosse ancora capace, era la guerra nazionale: la quale ora si rivela come un raggiro di governi e niente più; che non ha altro scopo se non quello di provocare la lotta di classe e che si mette in agguato non appena la lotta di classe divampa in guerra civile. Il predominio di classe non è più in condizione di nascondersi sotto una uniforme nazionale: i governi nazionali sono tutti confederati contro il proletariato” (K. Marx, Indirizzo del 30 maggio 1871 al Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli Operai).

Quando le crisi precipitano, emergono dal fondo della palude sociale gli immancabili imbonitori del proletariato che si adoperano per sviarlo dalla sua missione storica e per indirizzarlo su strade senza via d’uscita. Questo avviene per ogni problematica che il sistema di produzione capitalista genera senza interruzione. Se si tratta di tematiche ambientali, questi signori, in veste di ecologi, producono soluzioni impossibili per la risoluzione del problema all’interno del sistema. Se si tratta di tematiche inerenti alla sopravvivenza immediata del proletariato, si attivano, illudendo lo stesso che sia possibile lottare contro i licenziamenti, i salari da fame, le condizioni di lavoro sempre più insostenibili con il solito armamentario fatto di inutili scioperi simbolici, tavole rotonde, processioni e così via.

E’ l’invariante prassi dell’opportunismo che trova sempre, appunto, un’opportunità all’interno del sistema che comunque escluda l’unica soluzione possibile: la distruzione del modo di produzione capitalista e la sostituzione di questo con la società di specie, il comunismo.

Il movimento operaio si è sempre trovato di fronte, nel corso della sua storia, a varie forme di opportunismo, tutte egualmente deleterie.

Quando la crisi economica si trasforma in crisi bellica, i nostri “sinistri” si ripartiscono il lavoro tra i sostenitori di una delle due borghesie in conflitto, discettando su chi sia l’aggredito e chi sia l’aggressore, sui “valori” propugnati dalle parti in lotta (amanti della pace contro militarismo, democrazia contro dittatura e così via) e pacifisti. Questi ultimi illudono le masse che l’alternativa sia guerra o pace e non l’unica alternativa possibile: guerra o rivoluzione.

Il capitalismo è guerra.

Facendo riferimento agli avvenimenti recenti: non si può essere sicuri che questa guerra veda gli Usa e la Russia così arcinemici come sembra. Gli USA hanno fatto di tutto per provocare la Russia e per spingerla alla guerra. Putin, che è espressione materiale di un gigantesco apparato militare, che da decenni coltiva il sogno del rilancio della Russia come potenza mondiale, si è gettato nell’avventura militare. Ora questa guerra ha vari effetti “collaterali” tutti estremamente importanti: 1) la Cina perde il terminale della Road and Belt Initiative in Europa; 2) la Germania perde l’occasione di comprare a buon mercato il petrolio e il gas russi indispensabili alla sua industria; 3) il controllo degli USA sull’Europa si rafforza. In buona sostanza, gli effetti immediati di questa guerra non possono dispiacere troppo agli Stati Uniti che in questo modo potrebbero frenare il processo di passaggio da un mondo unipolare a un mondo multipolare. In tal caso la Russia resterebbe una potenza di medio rango, con un territorio esteso, ma scarsamente popolato e sarebbe costretta a un gioco di sponda sulla scena internazionale. Ma la Russia può essere sempre utilissima agli Usa sia in funzione di contenimento anticinese che antigermanico. Rammentiamo che nelle due guerre mondiali la Russia è stata al fianco degli Usa e non certo per ragioni ideologiche. La Russia è un paese enorme dal punto di vista geografico ma inesistente sul piano economico. Ha un Pil minore di quello italiano, vive di esportazioni di materie prime e ciò gli ha precluso un adeguato sviluppo industriale. I suoi nemici sono, al momento, gli Usa, e poi, storicamente, la Cina, che sta valutando di investire nei colossi russi attraverso l’aumento di partecipazioni in società del settore energetico e delle materie prime. Pechino è nemica di Mosca, specialmente per quanto riguarda il controllo dell’Asia. Nella rivista di geopolitica Limes si sostiene da tempo che la Federazione Russa è a serio rischio di implosione (“Se crolla la Russia”, n. 6/21). Le maggiori agenzie di rating hanno declassato il debito del paese da B a C e alcune annunciano un imminente default. Il valore del rublo è crollato e le contrattazioni sulla Borsa di Mosca rimangono sospese dopo che i paesi occidentali hanno imposto sanzioni economiche. 

L’esercito russo sta cercando di neutralizzare i sistemi difensivi ucraini e di allargare la propria influenza nel sud del paese. L’Ucraina ha industrie e infrastrutture elettriche datate e le sue centrali nucleari sono un’eredità del passato sovietico. Da tempo l’America arma il paese e addestra i gruppi neonazisti, mentre l’Inghilterra l’ha assistito nell’ammodernamento dei porti sul Mar Nero. Ancora non è chiaro quale sia il reale obbiettivo della Russia e fino a che punto sia raggiungibile. Di sicuro non si tratta di un’operazione lampo, dato che muovere 180 mila soldati è un’operazione complessa e lo sforzo logistico per sostenerli enorme. Tra l’altro, pare che la famigerata colonna blindata lunga 65 km e diretta verso Kiev si sia messa in moto. Dalle immagini pubblicate su alcuni siti si vedono le quattro direttive seguite dell’esercito russo e le città interessate dai bombardamenti (particolarmente duri a Mariupol). In questo, come del resto in altri conflitti, le popolazioni sono usate come merce usa e getta. I cosiddetti corridoi umanitari per far evacuare i civili dalle aree più calde del conflitto sembrano più che altro forme di ricatto tra i paesi belligeranti, e lo stesso vale per i profughi che diventano strumento di pressione geopolitica. La guerra in corso è basata soprattutto sulla disinformazione: ci sono morti e feriti ma non ci sono numeri certi (la Russia ne denuncia 500 tra i suoi soldati, per l’Ucraina invece sono 5mila). Dopo dieci giorni dall’inizio dello scontro militare, il generale Fabio Mini si è spinto a dire che non si tratta ancora di una guerra, bensì di una battaglia di sola propaganda.

L’ideologia nelle guerre imperialiste non è altro che una foglia di fico. Dunque, si tratta di uno scenario complesso non facile da analizzare.

Naturalmente le varie borghesie hanno le idee molto chiare in proposito. Noi, supportati dalla nostra teoria scientifica, molto di più. Per quanto riguarda i nostri “sinistri”, nel passato tutto era più chiaro: si trattava di intruppare il proletariato sotto le bandiere della “difesa della civiltà” o contro il “militarismo prussiano” nella prima guerra interimperialista; sotto le bandiere della “difesa della democrazia” o contro le “plutocrazie” che affamavano la Germania nella seconda guerra mondiale; sotto le bandiere del “mondo libero”  contro il “totalitarismo comunista”  o contro “le potenze capitaliste per il socialismo” nelle varie guerre locali per la spartizione del mondo (Corea, Vietnam, Algeria, guerre di liberazione nazionali in Africa ecc. ecc.)

Oggi per questi signori è tutto più complicato. Abbiamo un “autocrate” che attacca un “indifeso paese democratico” sul campo militare. Quindi vediamo alcuni “sinistri” schierati col “fascista” Putin appoggiato da forze dichiaratamente fasciste come è avvenuto in Serbia. Altri “sinceramente democratici” schierati con l’Ucraina in barba alle milizie naziste del Battaglione Azov.                            

In una cosa sono coerenti senza tentennamenti: nello sviare il proletariato dalla sua strada maestra, cercando di intrupparlo sotto le bandiere delle due borghesie in lotta, facendo anche ricorso allo strumento deleterio delle partigianerie.

Non possiamo però escludere che, con l’aumento dei morti e con il drammatico peggioramento delle condizioni di vita, si manifestino delle reazioni proletarie. Non va dimenticato che nel passato si sono verificati movimenti operai significativi durante situazioni di guerra. Gli scioperi torinesi del 1943 si estesero alle principali fabbriche del Nord Italia e, seppur fatti passare come espressione della lotta resistenziale, furono in realtà episodi di lotta di classe, agitazioni di carattere economico e contro la continuazione del conflitto in corso. Negli Stati Uniti la guerra in Vietnam produsse decine di migliaia di renitenti alla leva e almeno 10.000 disertori.

Il miscuglio di tutte le classi, l’umanitarismo, la non violenza, la difesa dei diritti sono altra cosa dal disfattismo, dall’opposizione reale alla guerra. Negli ultimi giorni in Russia migliaia di manifestanti (si parla di 15.000) sono stati arrestati per aver partecipato a manifestazioni contro la guerra; in Polonia un sindacato operaio ha emesso un comunicato in cui si legge: “I conflitti militari servono élite finanziarie che si arricchiscono sul commercio di armi e lo sfruttamento delle risorse naturali, nonché i governi che costruiscono il loro capitale politico sulla minaccia della guerra. L’imperialismo – non importa chi ci sia dietro – è sempre contrario agli interessi dei lavoratori, a prescindere dalla loro nazionalità.

E’ facile essere pacifisti quando la guerra è altrove, è difficile esserlo quando il proprio paese sta combattendo.

Marx vide la futura guerra tra gli Stati nazionali, che il periodo precedente aveva definiti e sistemati, provocare la guerra di classe, e il proletariato raccogliere la sfida dei governi nazionali tutti: «le classi dominanti temono la rivoluzione proletaria come conseguenza di una guerra mondiale».
 

I rinnegatori del marxismo, durante la prima guerra mondiale, a Berlino e nelle  altre capitali, al raggiro della guerra nazionale seppero solo rispondere ammainando la bandiera rossa, dichiarando sospesa la lotta di classe, passando nelle file degli eserciti nazionali borghesi. Così avvenne anche nella seconda guerra mondiale. Così si cercherà di fare nella prossima.

Il pacifismo non evita la guerra ma la prepara e la prolunga.

“Il pacifismo come rinunzia generica all’impiego di mezzi violenti da stato a stato, da popolo a popolo e da uomo a uomo, è una delle tante vuote ideologie senza fondamento storico di cui il marxismo ha fatto giustizia. Le dottrine della non resistenza al male, oltre ad essere irreali e senza esempi storici, non possono servire che a distruggere nel seno della classe operaia la preparazione a insorgere con l’uso della forza per rovesciare il regime borghese, che i marxisti non ammettono possa altrimenti cadere, sono dunque dottrine antirivoluzionarie” (Battaglia Comunista n. 13, 1949)

A tutto ciò bisogna opporre il disfattismo rivoluzionario, la fraternizzazione tra i proletari, la trasformazione della guerra tra stati in guerra di classe.

Difficile? Certamente ma altre strade non ce ne sono.

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