“Ogni volta che scoppia una guerra, il problema che bisogna porsi non è «quali interessi sono in gioco», ma piuttosto «quali contrasti sociali vengono rovesciati nella guerra»” (“Bilan” n° 46).
La tendenza alla guerra è il grande fatto del nostro tempo. Per sapere qual è, e soprattutto sarà, il suo obbiettivo, dobbiamo sapere da dove essa arriva, conoscerne le forme, individuarne la dinamica. Siamo entrati in un periodo in cui i tempi storici stanno accelerando e intensificandosi, all’interno della guerra in Ucraina come di quella Medio-orientale , molteplici fattori hanno spinto verso il precipitare delle contraddizioni verso l’unica ipotesi possibile: il ricorso aperto alle armi, ma non ancora attraverso la rappresentazione di blocchi omogenei contrapposti, poiché le alleanze si sviluppano in modo discontinuo e caotico, senza un centro stabile per le difficoltà del Modo di Produzione Capitalistico di risolvere le proprie contraddizioni, ma una serie di reazioni scomposte ed imprevedibili che renderanno ancora più complicata e difficile la reazione contro la guerra capitalistica da parte del proletariato internazionale.
Le guerre mondiali del passato differiscono qualitativamente dallo scontro in atto sostanzialmente per alcuni motivi fondamentali.
Quelle del ‘900 furono il risultato del processo espansivo dell’accumulazione capitalista e del mercato mondiale, dove lo scontro militare generale si diede per accelerare il dissolvimento di quegli imperi già capitalisti, che però erano di intralcio al moto determinato del movimento dell’accumulazione mondiale: impero Ottomano, Austro Ungarico ed impero Zarista. La finanza mondiale e le forze concentrate del capitale imperialista già avevano agito abbondantemente colpendoli economicamente e determinando quell’insieme di moti nazionalisti nell’Europa centro orientale ed in Asia minore che indebolì la loro capacità di competere con le più avanzate economie della Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Giappone e Stati Uniti d’America. Ora si trattava di assestare il colpo di grazia attraverso il ricorso alle armi generalizzato.
Il risorgente nazionalismo sciovinista di fine ottocento ed inizio novecento, delle guerre di formazione nazionali, era marchiato da una adesione entusiastica su tutti i fronti (anche purtroppo nel campo dei partiti socialisti della Seconda Internazionale), perché di fatto era una guerra di caccia aperta e di conquista di quel posto al sole che l’espansione del mercato capitalistico consentiva. Non furono guerre determinate dalla crisi dell’accumulazione generale del capitalismo, bensì dalla sua ulteriore espansione. “Con il colossale sviluppo dei mezzi di comunicazione -transatlantici a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, il canale di Suez- il mercato mondiale è divenuto una realtà operante. Accanto all’Inghilterra, che precedentemente deteneva il monopolio dell’industria, troviamo una serie di paesi industriali che le fanno concorrenza; al capitale che si trova in eccedenza in Europa vengono offerti in tutte le parti del mondo campi di investimento infinitamente più vasti e più vari, di modo che esso si ridistribuisce in misura molto maggiore, mentre la superspeculazione locale viene superata con maggiore facilità. Tutti questi fatti hanno eliminato o fortemente indebolito gli antichi focolai delle crisi e le occasioni che le favorivano.” (da un nostro testo – “31 punti per la difesa della tradizione rivoluzionaria della sinistra”)
Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, gli Stati Uniti estesero il proprio dominio finanziario ed imperialista nel Centro America, in America Latina e fino alle sponde delle Filippine, attraverso un aumento vigoroso del proprio sviluppo industriale. La conquista del Far West, la schiavitù dei neri e il lungo periodo segregazionista del regime delle leggi di Jim Crow (leggi emanate nel1876 che di fatto sancivano la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici), il serbatoio immenso di forza lavoro immigrata di proletari e contadini poveri provenienti da tutto il continente Europeo, le guerre al Messico di metà ottocento, la guerra Ispanico-Americana del 1898 ed il canale di Panama che sottrasse definitivamente agli europei le rotte del commercio verso l’Asia, furono i caratteri distintivi e decisivi del processo espansivo dell’accumulazione capitalistica sulla scala mondiale nel periodo pre-bellico e sotto la spinta del capitalismo USA. Dopo la prima guerra mondiale e fino al 1928 la produzione degli Stati Uniti aumentò del 65% (i famosi ruggenti anni venti), le cui ricadute arrivarono nell’Europa nella difficoltà economica post bellica a partire dal 1923. La controrivoluzione che inchiodò al suo destino di sviluppo delle forze produttive capitalistiche la Rivoluzione bolscevica, il cui potere politico proletario dei soviet non ha potuto che ripiegare alla coda delle necessità dell’accumulazione, storicamente fu anche il frutto della capacità oggettiva dell’accumulazione capitalistica di riassorbire, alla sua maniera e per completare il quadro del mercato mondiale, i moti rivoluzionari di ampi settori del proletariato europeo e lo straordinario Ottobre 1917. Una capacità di riassorbimento che proprio negli Stati Uniti determinò la corporativizzazione del movimento operaio e sindacale nord americano alla coda dello stato (che ne riconobbe la legittimità politica) ed alla coda del capitalismo. Il sindacalismo radicale degli IWW fu ridotto ad un ricordo residuale mentre il movimento operaio generale si volgeva conflittualmente in una collocazione sempre più funzionale alle necessità dell’accumulazione del valore. Mentre in Europa il fascismo domina come forma politica controrivoluzionaria del capitale in risposta alla crisi degli anni ‘20. La Seconda Guerra Mondiale sancì la supremazia americana sul mercato mondiale completando lo “Spostamento del centro di gravità mondiale” [articolo di Marx del 1850] decisamente spostato tra la costa occidentale e quella orientale del pacifico ed il posizionamento subalterno dell’Europa a questo nuovo quadro del mercato mondiale. Le contraddizioni del capitale, temporaneamente attenuate dalla socializzazione del capitale prima e dalla Seconda Guerra Mondiale dopo, sono esplose definitivamente negli anni Settanta, e da allora i problemi di sovraccumulazione di capitale si sono intensificati. Il capitalismo ha proiettato i suoi problemi nel futuro, aggravando la portata e l’intensità della crisi che sta attraversando.
I cicli di accumulazione di valore comprendono una fase espansiva, in cui si diffondono nuove tecnologie e il capitale cresce, e una fase di graduale declino, in cui la generalizzazione di metodi di produzione più intensivi in termini di capitale fa diminuire il tasso medio di profitto e l’aumento di scala che questi metodi di produzione comportano porta a una sovraccapacità produttiva. Quanto più sviluppato è il capitale, tanto maggiore è il valore del plusvalore di lavoro passato che contiene, tanto più difficile diventa il processo di valorizzazione. Il capitale sociale deve o valorizzarsi – aumentare di valore – o perdere valore – svalutarsi. Si raggiunge un punto in cui non viene creato e realizzato abbastanza nuovo valore (plusvalore) per valorizzare tutto il capitale esistente. Una profonda distruzione del valore che il capitalismo ha accumulato nei decenni precedenti deve quindi verificarsi prima che sia possibile una nuova era di espansione. Dal XX secolo, l’entità del ricorrente squilibrio tra il valore del capitale esistente e il valore di nuova creazione è diventata tale che una crisi da sola non è sufficiente a realizzare la svalutazione necessaria. La distruzione militare organizzata a livello industriale è diventata parte integrante del processo di accumulazione. Una crisi globale rivela l’eccesso di capitale in tutte le sue forme: troppo capitale costante e variabile che non può essere utilizzato per generare profitti e rappresenta un peso morto per il sistema, troppo capitale finanziario che erode in misura sempre maggiore il nuovo plusvalore. Il passato divora il futuro. La guerra globale distrugge parte di quel passato, eliminando il capitale in eccesso in tutte le sue forme: demolendo massicciamente le infrastrutture (capitale costante), massacrando milioni di proletari (capitale variabile) ed eliminando debiti e altre proprietà (capitale finanziario). In questo modo, la guerra perpetua o sostituisce l’azione correttiva che la crisi economica intraprende per il sistema basato sul valore.
“Il fatto che dopo la guerra il capitalismo continui a oscillare ciclicamente significa che il capitalismo non è ancora morto, che non abbiamo a che fare con un cadavere. Sinché il capitalismo non sarà rovesciato dalla rivoluzione proletaria, continuerà a percorrere i suoi cicli, ascendenti e discendenti. Le crisi e i boom hanno caratterizzato il capitalismo sin dalla nascita e lo accompagneranno sino alla tomba. Ma per stabilire l’età del capitalismo e il suo stato generale, per stabilire se stia ancora sviluppandosi, se abbia raggiunto la sua maturità o se stia declinando, è necessario diagnosticare la natura dei cicli. Allo stesso modo lo stato di un organismo umano può essere diagnosticato verificando se il respiro è regolare o spasmodico, profondo o leggero ecc.
Il nocciolo della questione può essere descritto come segue. Consideriamo lo sviluppo del capitalismo – l’aumento della produzione del carbone, dei prodotti tessili, del ferro, dell’acciaio, del commercio estero, ecc. – e tracciamo una curva che rappresenti questo sviluppo. Se l’andamento della curva corrisponde al corso reale dello sviluppo economico, vediamo che la curva non sale in modo ininterrotto, ma a zig zag, con alti e bassi, che corrispondono rispettivamente ai boom e alle crisi. Così la curva dello sviluppo economico si compone di due movimenti: un movimento primario che esprime l’ascesa generale del capitalismo e un movimento secondario che consiste in continue oscillazioni periodiche in corrispondenza con i vari cicli industriali. “(da un nostro testo – “31 Punti per la difesa della tradizione rivoluzionaria della sinistra ”)
I tamburi di guerra di oggi rullano per mancanza di ossigeno, per la disperazione di un sistema generale dell’accumulazione che non riesce ad avviare se stesso, dentro un sistema caotico che si riproduce nel movimento altrettanto caotico e privo di strategie chiare, dei suoi attori statuali ed economici. In modo particolare i conflitti inter-imperialistici per il controllo di vaste risorse energetiche (rendita) e lo sfruttamento di forza-lavoro a buon mercato (il bottino di plus-valore) diventano molto virulenti in questa fase, e in presenza di processi di declino delle precedenti posizioni di forza di uno degli attori internazionali (USA) – blocchi economico-militari di interessi sovra-nazionali – si sviluppa il fenomeno reattivo della politica del caos. La guerra non si dà per spartirsi le ampie praterie e le vaste zone di caccia per il profitto (Il pianeta è piccolo, e qualcuno si sogna di colonizzare lo spazio), ma il tentativo è di cercare di mantenere lo status quo, a fronte di una anarchia produttiva ed economica propria del sistema capitalistico basato sulla riproduzione infinita di valore. La geopolitica non spiega nulla se ad essa non si affianca l’analisi dello stato dell’attuale modo di produzione. Nell’Imperialismo, Lenin descrive il passaggio, tra il XIX ed il XX secolo, dal capitalismo concorrenziale a capitalismo monopolistico, fino alla fusione tra capitale industriale e commerciale che ha dato origine al capitale finanziario, il quale si è progressivamente ingigantito fino a inglobare l’industria. L’attuale guerra mondiale ancora in gestazione, a differenze della Prima e della Seconda, non prevede la conquista di nuovi territori, bensì il controllo dei flussi di valore, ossia della rendita. Nel modo di produzione capitalistico, l’accumulazione avviene attraverso la valorizzazione del capitale, ovvero attraverso la produzione di merci sfruttando la forza lavoro e realizzandone il valore sul mercato. Pertanto, il capitalismo non ha bisogno di terra; ha bisogno di rotte commerciali, non ha bisogno di colonie, ma piuttosto di basi militari ed enclavi commerciali per garantire e controllare il flusso di merci via terra, mare e aria. La concezione del libero scambio e della “globalizzazione” è più in linea con la logica del capitale fortemente socializzato che con quella di un neo- colonialismo, come è emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’egemonia degli Stati Uniti e il loro “Imperialismo delle portaerei”. Si tratta, in altre parole, della lotta per l’accaparramento del plusvalore prodotto a livello globale, sia attraverso il controllo dei flussi petroliferi-energetici, sia attraverso la gestione dei flussi di dati (intelligenza artificiale) che vengono raccolti ed elaborati nei datacenter. E’ una crisi che dimostra il contrasto fra il grado di sviluppo delle forze produttive sociali e i rapporti di produzione borghesi esistenti, che il difetto più decisivo attuale è l’incapacità della società capitalistica di comprendere i limiti di un ordine che si è determinato attorno allo scambio di mercato , di capire che si tratta di un ordine in aperta concorrenza crescente in cui ormai la crescita economica di uno dei concorrenti in lotta sulla scena mondiale va a ridimensionare un altro concorrente capitalista e dunque foriero di scardinarne l’ordine interno. Il fondamento su cui si fonda il movimento del capitale, la produzione di valore, è minato dalla sostituzione del lavoro vivo (forza lavoro, proletariato) al lavoro morto (capitale costante, macchine). L’accentuarsi della crisi del capitalismo è accompagnato dal declino generale della potenza egemone emersa dalla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti, e dall’ascesa della Cina, che lungi dal mostrare una vigorosa tendenza al rialzo come gli Stati Uniti all’inizio del XX secolo, la Cina del XXI secolo sta già sperimentando i sintomi di un capitalismo già maturo, con problemi di debito, bolle immobiliari, alti tassi di disoccupazione giovanile e una redditività in netto calo. Due guerre mondiali non hanno scalfito la produttività degli Stati Uniti, anzi ne hanno aumentato il peso economico e politico per circa quasi mezzo secolo. La socializzazione delle forze produttive a guida americana (globalizzazione) degli ultimi settata anni, ha creato nello stesso tempo una situazione di debolezza del capitalismo americano. Oggi subisce contraccolpi economici ancor prima che il conflitto esploda su scala allargata, penalizzando il proletariato, le classi lavoratrici e soprattutto quel ceto medio che è la spina dorsale del nazionalismo targato USA e del suo mercato interno fino a qualche decennio fa, nonché base elettorale del movimento MAGA che ha espresso la nuova amministrazione Trump.
Le difficoltà della situazione internazionale sono evidenti. Le aree coinvolte in conflitti si allargano, gli interessi economici diventano ancor più imprescindibili, le lotte dei dazi, quelle finanziarie e di rifinanziamento bellico, Europa compresa, crescono geometricamente. Le menzogne pacifiste (diritto internazionale) si sgretolano di fronte alla barbarie delle guerre in atto. La crisi economica che è alla base di tutti questi fenomeni non tende a diminuire e, proprio per questo, gli unici investimenti che l’economia capitalista è in grado di fare vanno verso le industrie belliche. Siamo in presenza di una economia che, per sopravvivere, è costretta a tagliare le previdenze sociali, a mantenere i salari più bassi possibili, a contenere le spese per le pensioni e per la sanità. In altri termini questa economia in crisi ha bisogno di finanziare gli strumenti della guerra per conquistare spazi economici, aree di materie prime ed energetiche per acquisirne il plusvalore derivante. Ha altresì bisogno di controllare le vie di commercializzazione, di dominare i mari come i cieli, fino allo spazio da dove ricavarne rendita, e quindi altro valore prodotto da altri. Ha bisogno di distruggere per ricostruire e, soprattutto, ha bisogno che il proletariato internazionale continui ad essere una duttile strumento da sfruttare. Tutti questi elementi producono una polarizzazione sociale sempre più marcata che in parte si è manifestata sia con le guerre in atto, sia da un punto di vista proletario attraverso il susseguirsi di rivolte che hanno fatto il giro del mondo a partire dalle rivolte arabe del 2010-11. E’ possibile sbandare dietro alle reazioni scomposte degli sfruttati, che al momento rimangono attoniti e passivi, soprattutto quando settori consistenti dovessero transitoriamente essere attratti dai venti di guerra. Marx aveva sottolineato che un’era di rivoluzione sociale inizia quando i rapporti sociali di produzione diventano un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive, alla produzione di ricchezza sociale. Ebbene, stiamo entrando in quell’era, un’era cruciale tra la controrivoluzione passata e la rivoluzione futura. Ovviamente, Marx sapeva che un’era o un’epoca rivoluzionaria non è la stessa cosa delle situazioni rivoluzionarie o delle rivoluzioni. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo sviluppo di varie ribellioni e rivolte, molto confuse rispetto alle loro prospettive politiche e di classe (come non potrebbe essere altrimenti), ma che ci permettono di riaprire l’esperienza storica del proletariato, l’emergere di minoranze rivoluzionarie e l’intervento delle minoranze comuniste in questi processi. È in questo contesto che riteniamo molto importante intervenire, cercando di contribuire a chiarire programmi e posizioni politiche.
Contro il pacifismo
Come le prime due guerre mondiali, anche queste guerre in corso con punti di rottura particolari, la partita che si gioca, al di là della molteplicità delle motivazioni immediate degli scontri in atto, non è solo l’egemonia di uno o più stati, ma la sopravvivenza stessa del sistema ed il governo del lavoro vivo, cioè della forza lavoro proletaria, nel mercato mondiale. All’interno della dimensione imperialistica e transnazionale il governo del lavoro vivo (proletariato sempre più precarizzato, migranti e delocalizzazioni), dove la mobilità del lavoro e del capitale è la cifra costitutiva della riproduzione contemporanea del valore, ciò porta a forme di sfruttamento che mettono a valore le differenze e le gerarchie del mercato mondiale, questo genera disordine e caos generalizzato. Capitale e lavoro vivo si confrontano non nel campo della sovranità statale come per gran parte del novecento, né sullo spazio indeterminato e generico del “Globo” ma nell’arena del mercato mondiale composto da imperialismi sempre in concorrenza fra loro: i flussi della produzione e della riproduzione del valore pur attuandosi dentro una produzione mondializzata si intreccia continuamente tra sovranità nazionale (che non è mai scomparsa) e globalità imperialistica, dunque il transnazionale che non può in alcun caso “imporre un ordine globale stabile e continuativo” (super-imperialismo). In altre parole, si tratta della forma del rapporto sociale tra capitale e lavoro che si pone su scala globale, questo rapporto diviene sempre più difficile, ed è per questo che la guerra ed il militarismo ricompaiono come strumenti di comando necessari. La guerra in Medio-oriente ed in Ucraina, ma anche le tensioni evidenti all’interno degli stati Uniti e in Europa, così come in forma relativamente meno evidente in Russia o in Cina, mostrano con particolare chiarezza come esse siano oggi un tentativo comune di contenere le crepe che complessivamente attraversano i regimi di governo sociale di intere aree del pianeta. Il modo di produzione capitalistico ha una sua storicità che nell’ultimo secolo si è andata strutturando attorno al capitalismo più forte quello americano. L’emergere di altri centri di accumulazione e di potenza economica e militare mette in discussione questa funzione vitale per la stabilità interna americana e per il sistema internazionale in generale. La sfida all’ordine mondiale da parte di Russia e Cina sta frammentando i mercati e costringendo ad allocare una quota crescente della spesa pubblica, all’industria militare, mentre le materie prime e le risorse energetiche mantengono una quota crescente di tale spesa per la rendita fondiaria e aumentano di prezzo a ogni spostamento dell’equilibrio imperialista. Andando oltre i singoli aspetti delle guerre in corso, e volendo collocare la “funzione guerra” dentro una dinamica più generale che faccia a meno di aggrediti ed aggressori, il capitalismo ha in realtà un solo avversario ovvero: ogni espressione che sia sintomo della società futura. Quando affermiamo che la guerra è sempre contro il proletariato, anche quando essa assume forme di reciproca espropriazione fra stati capitalistici, senza mai superare i limiti immanenti del capitalismo e della sua riproduzione, limiti che si ripropongono ogni volta su una scala più vasta, e mostrano la necessità del superamento del modo di riproduzione esistente. Per il capitalismo ormai entrato in una fase di senescenza cronica, senza più programmi adeguati, incapace di rigenerazioni che non siano distruttive, l’avversario più pericoloso, quello a cui questa società da sempre ha dedicato più energia e violenza è la società futura, il comunismo e la sua espressione sociale rappresentata dalla classe proletaria. Lo scontro tra modi di produzione si manifesta con la guerra tra Stati, ma soprattutto tra classi (Manifesto del partito comunista). Gli esiti degli scontri internazionali sono difficili da prevedere, ma una cosa risulta chiara: ci troviamo in una terra di confine tra due forme sociali: il grandeggiare della controrivoluzione, affermava la Sinistra, testimonia che la rivoluzione è in marcia.
Le guerre in atto sono manifestazioni di un’unica guerra, quella che il Capitalismo/Imperialismo fa tutti i giorni all’umanità (a cominciare dalle classi sfruttate e oppresse). Si tratta della guerra sistemica (economica, tecno-scientifica, “geopolitica”, ideologica) mondiale che può essere fermata solo con la guerra sociale, con la lotta di classe: se si vuole realizzare una pace autentica, la quale presuppone l’esistenza di una comunità umana priva di classi e quindi di antagonismi sociali d’ogni genere, e che dunque la rivoluzione sociale anticapitalista è la sola strada realistica che l’umanità ha dinanzi. Tutto il resto è chiacchiera geopolitica (funzionale agli interessi degli Stati e delle classi dominanti) e impotenza politica e sociale travestita da pacifismo) di chi subisce la pessima realtà come se fosse un’ineluttabile destino.
Le motivazioni economiche, politiche e sociali della guerra non vengono cancellate dalla pace, poiché il confine ormai è sempre più sfumato (guerra ibrida- pace ibrida), dove tra pace e guerra non esiste un sottile confine, ma una vasta zona grigia, dove gli stati danno vita a quella che viene definita competizione strategica, utilizzando in diverse combinazioni i quattro elementi che formano il potere di uno stato: diplomatico, militare, economico e informativo. Guerra e pace convivono dentro un continuum, uno stato di guerra permanente: un regime di guerra in cui essa non è più un fatto eccezionale ma diventa un nuovo modo di produzione.
Non la guerra come eccezione, come rottura traumatica della normalità, bensì la guerra come condizione ordinaria del ciclo economico, come strumento strutturale attraverso cui il capitale industriale e finanziario, periodicamente soffocato dal proprio stesso eccesso, ricrea le condizioni della propria espansione demolendo il valore reale che non riesce più a valorizzare. La guerra assolve questa funzione con un’efficacia che nessun altro evento può eguagliare, poiché agisce simultaneamente su tutti i piani: interrompe le catene di approvvigionamento, provocando inflazione da offerta; distrugge infrastrutture fisiche, creando domanda futura di ricostruzione; genera panico sui mercati, consentendo le grandi operazioni speculative al ribasso. Soprattutto, produce quel combinato di inflazione e stagnazione produttiva che opera come un meccanismo di selezione brutale, nel quale sopravvivono e si rafforzano soltanto coloro che dispongono di riserve patrimoniali sufficienti ad attendere, mentre il tessuto delle imprese medio-piccole e dei redditi da lavoro viene polverizzato. La guerra israelo-americana all’Iran non fa eccezione: ne è, anzi, il caso esemplare, quello in cui la funzione economica della distruzione si rivela con una trasparenza che in altre circostanze sarebbe stata meno evidente. Il Board of Peace inaugurato a Davos nel gennaio 2026 con presidenza a vita e un seggio permanente al prezzo di un miliardo di dollari – un club di investitori, nella cui composizione siedono insieme Israele, artefice del genocidio a Gaza, e le monarchie del Golfo, unite solo in apparenza e attraversate da rivalità sempre più profonde – è il sintomo più eloquente di questa logica: la finanziarizzazione della ricostruzione, la conversione di ogni maceria in veicolo di investimento per quel capitale in eccesso che la bolla speculativa ha generato e che la guerra provvede a remunerare. Coloro che cercano la pace ad ogni costo, non si accorgono che in questo modo non fanno altro che perpetuare l’antica concezione della pace come mera assenza di guerra, senza neanche capire o domandarsi come dalla “pace” possa scaturire “la guerra”. O cercando spiegazioni nei vari personaggi di turno (Trump, Putin, Netanyahu), veri “battilocchi” interpreti in vario modo delle esigenze capitalistiche che li determina nel loro agire. A tutti questi pacifisti non interessa che la pace sia la “continuazione della guerra con altri mezzi”, una pace cioè asservita al potere dispotico del capitale che trova nelle potenze e negli stati nazionali le sue incarnazioni politiche. Per tutti costoro, se finissero di tuonare i cannoni cadere le bombe, i conflitti economici e sociali, le tensioni e le oppressioni quotidiane frutto dell’agire di questo sistema di produzione, troverebbero il modo di risolversi da sé. Per ogni “essere umano” degno di questo nome, niente appare più importante che impedire che la popolazione che subisce una guerra, cessi di morire massacrata dalle bombe, ma senza una critica ed una rottura rivoluzionaria che genera l’esistente e dunque le guerre, si finisce col collaborare al mantenimento e di un ordine e di un mondo che porrà di nuovo le condizioni di altri genocidi. L’esito politico di tale atteggiamento è il campismo o frontismo, una partigianeria, cioè una presa di posizione per un campo geo-politico determinato tra quelli in scontro.
Scegliere Hamas per “liberare” la Palestina può forse dire fermare il genocidio di Gaza, come tifare Iran o Russia contro lo strapotere dell’imperialismo anglo-americano per ridimensionarlo, significa stabilire una gerarchia della oppressione in cui il proletariato, mettendo da parte la sua lotta per liberarsi dall’oppressione del lavoro salariato, possa decidere di continuare la sua esistenza Cioè accettare da quale padrone farsi continuare a sfruttare ed opprimere. Dai magnati anglo –americani ed occidentali di New-York, Londra o Berlino o da quelli dell’“Asse della resistenza”, che va da Pechino a Teheran, passando per le ville degli oligarchi russi che sostengono Putin e i miliardari conti in banca dei leader di Hamas. E’ chiaro inoltre come tutto ciò mantiene intatte le condizioni che hanno portato alla guerra.
La pace non è assenza di guerra, ma fine delle condizioni che la riproducono, cioè delle condizioni in cui si riproduce il capitalismo come forma di produzione sociale ed economica. Pace (come fu per l’Ottobre del ’17) è dunque una rottura rivoluzionaria ed una trasformazione sociale in cui viviamo, una trasformazione che renda difficile il verificarsi di nuove guerre. Il militarismo pervade le nostre società in molti sensi: non solo “prepara alla guerra, ma abitua all’idea che essa sia in qualche modo necessaria”. Da questo punto di vista il frontismo e lo schierarsi su uno dei campi in lotta (partigianerie) è parte integrante del militarismo. Esso è quindi complice della restrizione dello spazio delle lotte proletarie, che saranno conseguenza dell’irrigidirsi dei fronti e della tolleranza verso le esigenze dei regimi nazionali in competizione, in nome della patria e di interessi superiori del campo che si è scelto. Ci si sacrifica, cioè, al proprio campo, esattamente come le istituzioni ed i partiti del movimento operaio nella Seconda Internazionale sacrificarono sé stesse sull’altare della grandezza nazionale nella guerra del 1914. La pace sociale è da sempre funzionale alla guerra reale.
Disfattismo
La possibilità di trasformare la guerra del capitale in guerra di classe e in rivoluzione non si darà per una volontà di un’azione politica declamata alle masse, in quanto queste sono risucchiate nel vortice della legge del mercato, la cui forza di coinvolgimento proviene da cinquecento anni di sviluppo e la cui perdita di capacità attrazione e lo sbriciolamento della sua forza sarà determinato dalla crisi stessa che è in marcia accelerata. Non potremmo evitare che settori di massa ne saranno trascinati in occidente come in oriente, che vanno alla guerra, capitalisticamente parlando, per non morire. Ma è necessario avvertire sin da ora le crepe oggettivamente antagoniste che si predispongono nel contesto attualmente dato, a volte con linguaggi immediatamente non comprensibili. Sarà proprio nell’attraversamento dell’occhio del ciclone dell’uragano capitalistico, che, se non ci si sbanderà e non ci si disperderà nel tentativo invano di far vincere il “libero arbitrio” della volontà, contro un universo deterministico, assisteremo al movimento reale che abolisce lo stato di cose presente finalmente scoperto! Rovesciamento della Prassi: è il frutto delle condizioni materiali che determinano gli uomini ad agire di conseguenza. Al nostro posto dunque, per mantenere e fornire le future armi del proletariato, dei senza riserva, degli sfruttati dal capitalismo ed oppressi dalle leggi impersonali del mercato mondiale. Basta dare un’occhiata ad alcuni degli scenari principali degli attuali combattimenti per capire chiaramente cosa sta succedendo.
La persistenza dei conflitti in Ucraina, Gaza e Sudan, la strana guerra tra Afghanistan e Pakistan insieme al recente attacco statunitense e israeliano all’Iran, sono focolai di tensione che generano gravi crisi umanitarie e mantengono una pressione costante sugli equilibri internazionali sempre più instabili. Di fronte a una minaccia militare credibile da parte di un importante avversario regionale come la Russia, gli Stati Uniti e la loro coalizione di stati europei all’interno della NATO hanno dimostrato la loro dedizione a indebolire le forze nemiche fornendo supporto tecnico, bellico e di intelligence all’Ucraina in un conflitto la cui conclusione appare sempre più inevitabile.
Mentre Israele, nel quasi silenzio totale dell’Occidente, ha portato a compimento la sua opera di genocidio e di pulizia etnica aGaza, coinvolgendo non solo il suo stato protettore, gli Stati Uniti, ma anche i suoi alleati europei, in un modo o nell’altro. Ha allargato la sua guerra anche su altri fronti: da brevi e limitati scambi di razzi con Hezbollah nel Libano meridionale, l’offensiva israeliana si è intensificata fino a bombardare a tappeto condomini, villaggi e altre aree di Beirut in Libano. Ha applicato le stesse tattiche di guerra totale che ha portato avanti a Gaza, senza una fine in vista.
Lo scontro aperto con l’Iran che vede il coinvolgimento strettissimo delle armi americane, ha avuto un suo prologo nella guerra dei “12 giorni”, ed ha trovato il prosieguo nei bombardamenti iniziati il 27 febbraio. Israele vede nell’ Iran il più grande ostacolo alla sua supremazia nel Medio Oriente. Lo scontro in atto sta coinvolgendo tutti i Paesi del Golfo e sta mettendo ulteriormente in crisi un’intera area geografico-politica, fondamentale per l’approvvigionamento energetico, con ripercussioni che possono innestare una crisi economica generale non ancora quantificabile. Un blocco petrolifero di lungo periodo porterebbe ad un aumento del greggio e quindi a un collasso globale dell’economia. A ciò si aggiungono gli sforzi americani per il “contenimento” della Cina, di cui i fatti venezuelani e medio-orientali sono episodi, che hanno portato gli Stati Uniti e i suoi alleati a firmare trattati di mutua difesa e di sostegno agli armamenti con India, Corea del Sud, Giappone, Indonesia, Filippine e Australia, lavorando instancabilmente per impedire alla Cina di raggiungere lo status di potenza continentale e di diventare un attore importante nella geopolitica globale. Nel frattempo Usa e Cina si confrontano con un enorme dispiegamento di forze navali nello Stretto di Taiwan. Si tratta, in generale, di una situazione globale che sta generando instabilità geo-politiche ed una vulnerabilità che non si vedeva dal 1945 e che oggi sta causando un aumento del rischio di crisi in tutti i settori: economico- finanziario, militare, sociale e climatico, sempre più diffuse.
Sopra tutto questo, sospeso sulla testa dell’intera umanità, incombe lo spettro di una guerra generalizzata, che minaccia di trasformarsi in un olocausto termonucleare da un momento all’altro. La situazione della nostra specie non è mai stata così disastrosa come lo è ora, e il mondo del capitale e delle merci ne è responsabile.
Il potere materiale dello sterminio di massa dei proletari nella competizione globale è organizzato in modo sempre più tecnologico (armamenti con intelligenza artificiale) e tende quindi a coinvolgere aree più vaste nelle sue dinamiche distruttive. Ci troviamo quindi di fronte a una dinamica che rappresenta la crisi dell’ordine capitalista mondiale che fa difficoltà a stabilire blocchi imperialisti definiti e tutti gli stati esistenti o emergenti tendono ad allinearsi in modo caotico a questa situazione generale. Di fronte ai miti borghesi, nessuna sovranità politica o economica è possibile nel mondo del capitale e tutte le forze si allineano attorno a un imperialismo più ampio.
La consegna oggi è nettissima ed è disfattismo tout court, ovvero rifiuto totale di farsi intruppare nei fronti borghesi. Non si può essere coerentemente contro la guerra senza essere anticapitalisti e viceversa.
A tutto questo il proletariato ed i senza riserva possono rispondere solo con: l’associazione di classe dei lavoratori al di fuori delle organizzazioni politiche e sindacali attuali. Il sindacalismo confederale è ormai apertamente uno strumento di controllo della lotta di classe e di gestione della forza-lavoro per conto del capitale, mentre quello di base, al di là delle intenzioni dei militanti, è per i lavoratori un’arma spuntata, perché avanza istanze economiche radicali senza mai mettere in discussione le gabbie giuridico-economiche imposte dallo stato borghese. Le organizzazioni statalizzate, nella migliore delle ipotesi, paralizzano politicamente la classe, riducono la sua azione alla ricerca di una posizione migliore all’interno di questa società e propagano slogan pacifisti. Mentre, nella peggiore, organizzano il processo attraverso il quale la classe operaia viene trascinata nella difesa delle nazioni attraverso massacri. Di fronte a ciò, il proletariato deve sostenere il rovesciamento dell’autorità borghese (indipendentemente dalla sua forma repubblicana o monarchica, dal suo partito al potere, di destra o di sinistra, dal suo rapporto con la religione, laica, islamica, cristiana, ebraica, ecc., dalle sue leggi e dai suoi diritti, ecc.) e la sua sostituzione con una dittatura proletaria, come fu la Comune di Parigi e la rivoluzione di Ottobre del 17. Il superamento del capitalismo è possibile solo attraverso una rivoluzione, ossia con la conquista del potere politico del proletariato, fuori e contro tutti i canali della pseudo-democrazia borghese (elezioni, riforme, ecc.), meccanismi creati apposta per evitare qualunque cambiamento radicale della società. Inizierà così un processo di dissoluzione di tutte le fonti di separazione nell’esistenza e nella produzione umana, ponendo fine alla proprietà privata, alle merci, agli stati, alle nazioni e alle classi sociali, e quindi alle guerre e agli eserciti.
La vecchia talpa, di fronte alla minaccia che incombe sul pianeta, sta rosicchiando le radici di questa civiltà che impedisce alla classe rivoluzionaria di riconoscersi e affermarsi. Una classe rivoluzionaria che si esprime come la forza che dissolverà questa società antiquata e trasformerà la guerra imperialista in guerra civile. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario che la classe operaia rompa la separazione tra economia e politica, tra la lotta per le proprie condizioni di vita e la lotta contro il potere collettivo della classe capitalista (lo Stato), e che gli scioperi corporativi cedano il passo allo sciopero di massa, una forma generalizzata di lotta che, nella sua estensione territoriale, le permetterà di costruire i propri organi rivoluzionari. L’autorganizzazione delle lotte, che devono partire spontaneamente dai lavoratori, contro il sindacalismo attuale, per scegliere autonomamente le forme di mobilitazione più efficaci, necessariamente al di là delle compatibilità del sistema. Le lotte per gli interessi immediati non devono però mai far dimenticare gli interessi generali della classe – il superamento del capitalismo – e a questi devono costantemente collegarsi. Ma tali organizzazioni non diventeranno mai veri organismi del potere proletario, senza l’adesione a un chiaro programma diretto all’abolizione dello sfruttamento e, quindi, all’eliminazione delle classi, per una società di “produttori liberamente associati” che lavorano per i bisogni umani. Solo se i settori più avanzati del proletariato si riconosceranno nella direzione politica del partito di classe, il percorso rivoluzionario si metterà sui binari della trasformazione sociale comunista. Fino ad allora, i comunisti organizzati nel partito rivoluzionario, il settore più prominente del proletariato, distinto dagli altri proletari solo perché in tutti i conflitti che affrontano, difendono sempre gli interessi generali e storici della nostra classe nel suo complesso (Manifesto 1848), devono rifiutare, anche controcorrente, ogni compromesso politico con i diversi blocchi nazionali e l’ideologia del male minore.
I comunisti devono lottare contro il militarismo per rallentare la preparazione bellica e rafforzare il fronte proletario. Se tuttavia la borghesia riuscirà a trascinare il proletariato nella guerra, la consegna che i comunisti devono dare alla massa dei proletari non deve essere quello della diserzione, ma della fraternizzazione con i proletari del fronte opposto per rivolgere le armi contro la propria borghesia e trasformare il massacro della guerra borghese in guerra civile rivoluzionaria. Ecco perché è importante difendere una prospettiva di disfattismo rivoluzionario che comprenda che il nemico non è solo nel nostro Paese, ma nell’intera borghesia mondiale, in tutte le sue diverse fazioni. Il capitalismo è un sistema in guerra con il pianeta, in guerra con la vita stessa. La controffensiva, la sconfitta dell’ordine capitalistico e di tutte le sue fazioni in lotta, è l’unica guerra che ha senso. Questo è il significato di “disfattismo rivoluzionario”.
Nel momento attuale, il nostro “Che fare” è sostenere il sabotaggio della guerra borghese, essere sempre e comunque contro il “nostro” Stato, la “nostra” Nazione ed i suoi alleati, provando a fare luce sul muro delle menzogne che ogni giorno viene ricostruito necessariamente da tutto un lunghissimo corso della storia dell’uomo capitalistico fondata sul dominio del mercato.
Marzo 2026
Letture di riferimento:
Marx- Engels “Lo spostamento del centro di gravità economico”, articolo 1850
Marx-Engels – Manifesto del Partito Comunista 1848
Prometeo n3 ottobre 1946: Le prospettive del dopoguerra in relazione alla Piattaforma del Partito
Fili del Tempo “Il pianeta è piccolo”1950, “Nel vortice della mercantile anarchia”1952, “L’imperialismo delle portaerei”1951
“Traiettoria e catastrofe” Programma comunista n19-20 del 1957
La Sinistra Comunista Internazionale-wordpress: “Chaos imperium” 2015, “L’apparato capitalistico Usa di fronte al rompicapo delle crisi locali” 2019
Lascia un commento