Il Primo Maggio, svilito oggi a farsesca ricorrenza festaiola, era stato originariamente elevato a giornata mondiale di lotta della classe proletaria in seguito ad un sanguinoso episodio avvenuto a Chicago nel 1886. Il I° maggio di quell’anno infatti, nel corso di uno sciopero per la riduzione ad 8 ore della giornata lavorativa, la polizia sparò sulla folla che assisteva al comizio provocando la morte di numerosi operai. Quel tragico fatto e il valore classista che da allora assunse questa giornata oggi non sono che un ricordo. La borghesia che fece quelle vittime e che successivamente represse nel sangue tante altre lotte del movimento operaio mondiale, in lunghi decenni di ubriacatura democratica, è riuscita ad impossessarsi di quest’occasione trasformandola in una sagra interclassista, in una sterile festività repubblicana di pacificazione sociale.
Eppure i lavoratori oggi non hanno proprio nulla da festeggiare: possono invece tornare a lottare contro un sistema sociale ed economico che oltre a provocare un’ininterrotta sequenza di crisi e guerre, li sottopone al continuo peggioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro.
Questo attacco generalizzato alle condizioni materiali dei lavoratori che Stati e governi -destri o sinistri che siano- stanno tutti attuando, è dettato dall’incalzare della crisi internazionale, che costringe così le varie borghesie nazionali a scaricare sulle spalle della classe operaia gli effetti della accresciuta competizione economica mondiale. Ed è proprio l’aggravarsi di questa crisi di sovrapproduzione capitalistica che acuisce la scontro commerciale e amplifica i contrasti economici e politici tra imperialismi concorrenti. Dalla guerra commerciale alla guerra guerreggiata il passo è breve: è infatti la dinamica stessa del capitalismo che conduce alla guerra, intesa come soluzione estrema alle sue crisi ricorrenti.
E così, dopo la prima e la seconda guerra del Golfo, dopo la Bosnia e il Kosovo, dopo l’Afghanistan, si è arrivati agli attuali conflitti bellici in Ucraina e in Medio Oriente, con massacri di masse proletarie inermi.
In Medio Oriente si sta consumando l’ennesimo scontro fra potenze capitalistiche concorrenti per il controllo e la gestione di un’area strategicamente importante per le riserve energetiche in essa presenti. Chi controlla quell’area, domina i flussi di petrolio e ne gode la rendita, guadagnando un vantaggio enorme sui propri avversari economici, diretti o potenziali.
Proletari, compagni!
Il solo fatto provocatore della guerra è l’esistenza stessa del sistema sociale capitalistico. Le inevitabili crisi di sovrapproduzione, vere decimatrici del saggio di profitto, finiscono col trasformarsi in guerre di rapina e distruzione, in guerre imperialiste per una nuova ripartizione dei mercati. Pertanto, capitalismo e pace sono incompatibili, e i conflitti che si stanno moltiplicando e acuendo ne sono una prova concreta. Ma il regime borghese, che vuole imporre la pace sociale a garanzia di diritti e della libertà, ci conferma invece che nella vita quotidiana la dignità della propria condizione e la possibilità di lottare si ottiene solo con l’esercizio della forza.
Proletari, Compagni!
La crisi economica attuale è un dissesto di fondo del sistema economico mondiale, una manifestazione su vasta scala della crisi generale del capitalismo, e data la sua profondità non presenta altra soluzione storica all’infuori dell’alternativa: o rivoluzione o guerra! La rivoluzione verrà se la guerra sarà bloccata sul suo scatto, e capovolta, ossia si impedirà che la guerra si sviluppi. Perché tanto sia possibile sarà necessario che un potente partito internazionale sia organizzato con la dottrina che solo abbattendo il capitalismo si impedisce la serie delle guerre.
Insomma, l’alternativa è questa: o passa la guerra, o passa la rivoluzione.
E’ ipocrita quindi voler credere, come fanno i pacifisti di diversa marca religiosa o laica, che si possano abolire le guerre, o la violenza in generale, con convegni, marce o fiaccolate. E’ ipocrita e, insieme, impotente qualsiasi rivendicazione basata sulla pretesa di un capitalismo senza guerre.
Per il proletariato internazionale non esistono “guerre giuste”, da difendere o da appoggiare! L’unica via per spezzare il circolo vizioso che periodicamente genera crisi e guerra, è quella del disfattismo rivoluzionario, della rottura della solidarietà nazionale con la propria borghesia, della solidarietà di classe e della lotta per i propri esclusivi obiettivi immediati e storici.
I sindacati istituzionali, rimangono saldi sulla linea della collaborazione: essi si preoccupano di tenere costantemente legato il proletariato al carro della borghesia. E così è da decenni, cedono su tutti i fronti, accettando sempre nuovi sacrifici e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro.
Di fronte ai licenziamenti, al taglio dei salari, all’incremento della flessibilità e del precariato che investono giorno dopo giorno tutti i settori produttivi, gli opportunisti sindacali con l’ausilio dei politicanti di sinistra, praticano la pace sociale e predicano la concordia nazionale. E tutto ciò trova la sua degna rappresentazione mondiale nella giornata del Primo maggio, che si è trasformata in una sagra democratica caratterizzata da musichette e sventolii di bandiere nazionali, quelle stesse bandiere sotto le quali, un domani non tanto lontano, i proletari verranno nuovamente schierati per la prossima guerra mondiale.
Compagni, operai!
Auspichiamo la ripresa della lotta dei lavoratori, per gli obiettivi immediati di difesa della propria condizione e per gli obiettivi storici di emancipazione della classe lavoratrice, per mezzo dell’arma della critica marxista:
- Per la ripresa della solidarietà classista al di sopra di ogni categoria produttiva, di ogni religione, razza e nazione;
- Per l’unità di tutte le lotte;
- Per la difesa intransigente degli interessi di classe;
- Per forti aumenti salariali e una consistente riduzione della giornata lavorativa a parità di salario.
È necessaria una ripresa della lotta politica di classe sotto la direzione del Partito Rivoluzionario, coerente con gli insegnamenti del “Manifesto del Partito Comunista” del 1848:
“I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono essere raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare”.
01/05/2026
Sinistra Comunista Internazionale – presso il Circolo operaio di Magrè. Via Cristoforo Magrè, 69, Schio (Vi)
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