La questione dell’energia, della cosiddetta transizione elettrica e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale viene posta, nel linguaggio corrente, come problema di organizzazione tecnica, di pianificazione insufficiente, di ritardo politico. Si parla di investimenti mancati, di coordinamento da rafforzare, di infrastrutture da adeguare. Si lascia intendere che esista una soluzione puramente gestionale, una migliore amministrazione del processo che permetterebbe di armonizzare sviluppo tecnologico e struttura economica.

Ma ciò che emerge è di tutt’altra natura. Non si tratta di un disallineamento momentaneo, ma della manifestazione di una contraddizione storica. Il sistema capitalistico ha sviluppato un apparato produttivo che esige unità, continuità, direzione complessiva, mentre la forma sociale che lo regge resta fondata sulla separazione delle unità produttive e sull’autonomia delle decisioni economiche. Questo scarto non è eliminabile all’interno del sistema, perché ne costituisce il principio stesso.

La borghesia, nel suo periodo ascendente, ha svolto una funzione rivoluzionaria. Essa ha dissolto i legami feudali, ha distrutto le particolarità locali, ha imposto l’unità del mercato, ha costruito lo Stato moderno come forma politica adeguata alla generalizzazione della produzione. In questo processo non vi era contrasto tra sviluppo delle forze produttive e forma sociale: la frammentazione veniva progressivamente superata, e l’unificazione economica corrispondeva a una reale trasformazione dei rapporti sociali.

Questo ciclo ha un limite storico preciso. Quando gli Stati nazionali si consolidano, quando i mercati sono integrati, quando il mondo è sostanzialmente unificato dal punto di vista economico, la funzione originaria della borghesia si esaurisce. La Prima guerra mondiale segna questo passaggio in modo inequivocabile. Non si tratta più di costruire unità, ma di contendersi una totalità già costituita. Il conflitto non espande il sistema, ma lo lacera nella sua saturazione. Lo stesso processo si verifica, con tempi diversi, nei paesi che completano — o tentano senza riuscirvi pienamente — la propria formazione nazionale, inserendosi comunque nel mercato mondiale già strutturato.

Da quel momento la borghesia continua a esistere e a dominare, ma lo fa senza più funzione progressiva generale. Essa non apre nuove forme sociali, non organizza lo sviluppo secondo una linea coerente, non guida il sistema verso una fase superiore. Permane come classe che amministra ciò che è stato costruito, difende equilibri raggiunti, interviene sulle tensioni senza eliminarle. La sua azione non è più costitutiva, ma gestionale.

Nel frattempo, lo sviluppo tecnico ha portato la produzione a un livello di integrazione che richiede, per funzionare efficacemente, una direzione unitaria. I grandi sistemi contemporanei — energetici, informatici, logistici — non esistono più come insiemi di elementi indipendenti, ma come strutture interconnesse, in cui ogni parte dipende dalle altre. La rete elettrica, in particolare, non è una somma di impianti, ma un sistema continuo che deve essere regolato globalmente, in tempo reale, secondo criteri di equilibrio complessivo. L’intelligenza artificiale, che concentra consumi e richiede continuità energetica, radicalizza ulteriormente questa esigenza.

Ma a questa integrazione materiale non corrisponde una forma sociale adeguata. La produzione resta organizzata attraverso imprese separate, ciascuna delle quali opera secondo il proprio interesse, senza avere né la possibilità né il compito di governare l’insieme. Il sistema esiste oggettivamente come totalità, ma non esiste come soggetto. Non vi è alcun centro che possa dirigerlo secondo una logica complessiva. Tutto avviene come risultato di decisioni parziali, che si combinano senza essere coordinate in un progetto unitario.

A maggior ragione la rete distributiva estremamente complessa ed interconnessa rifiuta una logica aziendale, gli investimenti in capitale non potranno essere valorizzati, se non dai produttori di energia o da chi realizza tale o tal altro appalto in una anarchia tipica di un capitalismo che ha ormai terminato il suo ciclo storico

L’intervento dello Stato non modifica questa struttura. È vero che il capitalismo tende, nel suo sviluppo, a forme sempre più concentrate, fino a coinvolgere direttamente lo Stato nella gestione di settori fondamentali. Ma questa tendenza, già individuata da Engels, non rappresenta una negazione del capitalismo, bensì una sua evoluzione. Lo Stato che interviene non è un soggetto esterno, ma la forma in cui il capitale complessivo si organizza per affrontare le proprie contraddizioni. Anche quando costruisce infrastrutture, regola i flussi, assume funzioni dirette nella produzione, esso agisce entro i limiti della valorizzazione e non rompe la struttura fondamentale del sistema.

Ne deriva che la centralizzazione statale non realizza una pianificazione razionale dell’insieme, ma introduce un livello aggiuntivo di coordinamento, necessariamente parziale, che si sovrappone alla frammentazione senza eliminarla. Il sistema continua a funzionare come interazione tra unità autonome, mentre lo Stato interviene a posteriori per contenere gli squilibri prodotti da questa stessa dinamica.

Il campo energetico rende evidente questa condizione. La crescita dei consumi legati all’elettrificazione del parco auto e alle tecnologie digitali non è accompagnata da una progettazione anticipata delle infrastrutture. La rete si sviluppa in ritardo rispetto alla domanda, gli investimenti si distribuiscono in modo disomogeneo, le soluzioni vengono introdotte per correggere problemi già emersi. La carenza è doppia, anche con il ricorso all’importazione non viene modificata la situazione, perché l’energia non è trasferibile indipendentemente dalle strutture che la trasportano e la distribuiscono. Senza una rete adeguata, la produzione esterna non risolve il vincolo interno.

La crisi che ne deriva non si presenta come interruzione generale, ma come moltiplicazione di punti di attrito: saturazioni locali, ritardi negli allacci, limitazioni alla crescita di nuovi insediamenti produttivi, tensioni sui costi. Il sistema non collassa, ma si irrigidisce. Funziona, ma sempre meno come totalità coerente.

In questo senso, la questione non riguarda la capacità o incapacità contingente della classe dirigente, ma il limite storico della forma sociale che dirige il processo. La borghesia ha unificato il mondo, ma non è in grado di governarne l’unità. Essa ha costruito un sistema che tende necessariamente alla coordinazione globale, ma continua a operare attraverso strumenti che producono frammentazione.

Il risultato è una tensione permanente tra ciò che il sistema richiede per funzionare e il modo in cui esso effettivamente funziona. Ed è in questa tensione che si manifesta il carattere storico ormai superato della funzione progressiva della classe borghese.

Non è tuttavia nel solo ambito tecnico o infrastrutturale che emerge questo limite. Alla base dell’intero processo resta la contraddizione fondamentale su cui poggia il sistema: quella tra capitale e lavoro salariato.

La produzione, divenuta sociale nei suoi mezzi e nei suoi risultati, resta appropriata in forma privata; il lavoro collettivo continua ad apparire come momento subordinato al processo di valorizzazione, e la distribuzione dei prodotti avviene attraverso la forma mercantile, che presuppone separazione, concorrenza, equivalenze astratte. Ma quanto più la produzione richiede continuità, integrazione e unità reale, tanto più questa forma di distribuzione si rivela inadeguata, perché spezza artificialmente ciò che il processo produttivo tende a unificare.

Lo scontro tra capitale e salario non si esprime quindi soltanto come conflitto per la ripartizione del prodotto, ma come manifestazione di una contraddizione più profonda: quella tra il carattere sociale della produzione e la forma privata della sua appropriazione. Ed è questa contraddizione che, riproducendosi su scala sempre più ampia e penetrando nei settori più avanzati del sistema, pone inevitabilmente il problema del suo superamento.

Non come esigenza morale o politica astratta, ma come necessità materiale: perché un sistema che ha costruito le condizioni dell’unità reale della produzione non può continuare indefinitamente a riprodursi nella forma della separazione mercantile.

È in questo senso che la crisi del coordinamento, la difficoltà crescente nella gestione delle grandi infrastrutture, e lo stesso sviluppo delle forze produttive non rappresentano anomalie correggibili, ma momenti di un processo più ampio, in cui viene posta storicamente — e non più soltanto teoricamente — la questione del superamento del modo di produzione capitalistico e della forma mercantile della distribuzione.

29 maggio 2026

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