A Genova, il 30 giugno non è una celebrazione innocua. Si commemorano i fatti del 1960 come una vittoria dell’antifascismo popolare contro il “tentativo” di riabilitazione dei neofascisti che avrebbero celebrato il loro congresso; si esaltano le mobilitazioni spontanee, l’unità del “popolo”, la difesa delle istituzioni repubblicane. Ma questa narrazione, tanto cara ai partiti e ai sindacati, manca il bersaglio essenziale: la natura di classe di quegli scontri e il loro significato nel quadro della lunga controrivoluzione capitalistica.

Il pretesto fu il congresso a Genova del Movimento Sociale Italiano. Ma ridurre tutto a una reazione “antifascista” significa ignorare deliberatamente la realtà materiale che agitava allora la società italiana. Alla fine degli anni ’50, il cosiddetto “miracolo economico” poggiava su uno sfruttamento intensificato del proletariato industriale. L’aumento della produttività non si traduceva in adeguamenti salariali proporzionati; al contrario, la compressione dei salari e la disciplina di fabbrica erano condizioni indispensabili per l’accumulazione. Il cottimo, le gabbie salariali: la classe operaia, lungi dall’essere integrata nello sviluppo, ne pagava il costo.

In questo contesto, il fascismo non era un anacronismo. Ieri come oggi è una delle possibili forme di gestione dell’ordine borghese. Storicamente, si è affermato come risposta aperta e brutale alla minaccia rivoluzionaria proletaria: distruzione delle organizzazioni di difesa, annientamento fisico del suo partito, inquadramento forzato della classe lavoratrice.

Quando la borghesia perde la capacità di assicurarsi consenso e quindi il controllo sociale, ricorre alla soluzione della violenza diretta, dittatoriale per schiacciare l’organizzazione autonoma della classe. Non è una deviazione patologica del capitalismo: è uno dei suoi strumenti.

Ma presentare il secondo dopoguerra come una rottura radicale con questa logica è altrettanto fuorviante. Lo Stato repubblicano non nacque come negazione totale del fascismo, ma come sua riorganizzazione in forme più adatte alla nuova fase dell’accumulazione capitalistica. La continuità non fu accidentale, ma profonda.

Sul piano degli apparati, larga parte dei funzionari del regime rimase al suo posto. Prefetti, questori, magistrati continuarono a esercitare le stesse funzioni sotto nuove insegne, garantendo la continuità dell’azione statale. Sul piano giuridico, il Codice Rocco, pilastro della legislazione penale fascista, non fu smantellato ma mantenuto, conservando un impianto repressivo pensato per il controllo sociale e politico.

Anche negli assetti istituzionali più ampi si ritrova questa continuità: il Concordato del 1929 fu pienamente recepito nel nuovo ordinamento repubblicano, sancendo la permanenza di un equilibrio tra Stato e Chiesa funzionale alla stabilità sociale. Sul terreno dei rapporti di classe, il modello di inquadramento non scomparve, ma si trasformò: al posto del sindacato unico fascista si affermò un sistema di sindacati integrati nei meccanismi di mediazione statale, interlocutori riconosciuti nella gestione dei conflitti e nella disciplina della forza-lavoro.

Se nel fascismo l’inquadramento del proletariato avveniva attraverso la coercizione diretta, nella democrazia repubblicana esso passava attraverso mediazione, contrattazione e rappresentanza. Cambiavano le forme, non la funzione: impedire lo sviluppo di un’autonomia di classe.

È in questo quadro che va letto ciò che accadde nel 1960. I fatti di Genova non furono un episodio isolato. La mobilitazione operaia e popolare fu reale, determinata, combattiva, e gli scontri con le forze dell’ordine non furono una semplice difesa della democrazia, ma l’espressione di una tensione sociale profonda, radicata nelle condizioni materiali di vita e di lavoro.

Pochi giorni dopo, la natura reale dello Stato cosiddetto democratico si manifestò con ancora maggiore evidenza. A Reggio Emilia, il 7 luglio 1960, la polizia aprì il fuoco su una manifestazione operaia, uccidendo cinque lavoratori. A Palermo, negli stessi giorni, le forze dell’ordine intervennero con cariche e sparatorie contro i manifestanti, provocando morti e feriti. Non si trattò di deviazioni o eccessi, ma dell’esercizio diretto della violenza statale contro il proletariato in lotta.

Mentre nelle piazze si contavano i morti, i partiti della sinistra istituzionale – in primo luogo il PCI – rilanciavano la parola d’ordine della difesa della democrazia contro il pericolo fascista. Ma proprio questi eventi mostravano l’inconsistenza di tale impostazione: a sparare non erano bande neofasciste, ma la polizia dello Stato repubblicano nato dalla Resistenza.

Il richiamo all’antifascismo serviva così a spostare il terreno dello scontro. Una mobilitazione nata dall’esasperazione materiale del proletariato – bassi salari, ritmi intensificati, disciplina di fabbrica – veniva reinterpretata come difesa dell’ordine democratico. Il problema non era più lo sfruttamento né la violenza dello Stato, ma il rischio di un ritorno del fascismo.

In questo modo, quella forza veniva rapidamente riassorbita. I partiti della sinistra parlamentare e i vertici sindacali trasformarono una spinta potenzialmente autonoma in una rivendicazione compatibile con l’ordine esistente. Ciò che avrebbe potuto aprire una fase di scontro contro il capitalismo fu deviato in una crisi interna al campo borghese, contribuendo alla sua stabilizzazione.

In questa prospettiva, la contrapposizione tra fascismo e antifascismo appare per quello che è: una polarità interna al dominio di classe. Il fascismo interviene quando serve la repressione aperta; l’antifascismo quando è possibile integrare e neutralizzare. In entrambi i casi, il risultato è la subordinazione del proletariato.

Celebrare il 30 giugno come vittoria dell’antifascismo significa dunque perpetuare un’illusione. Non fu una vittoria della classe operaia come tale, ma un momento in cui la sua forza venne deviata, contribuendo a risolvere una crisi politica interna alla borghesia. Il MSI non tenne il congresso a Genova, ma il capitalismo italiano uscì rafforzato, consolidando i propri equilibri.

Per chi si richiama al marxismo rivoluzionario, la lezione è opposta a quella ufficiale. Non si tratta di scegliere tra fascismo e antifascismo, tra dittatura e democrazia borghese, ma di riconoscere che entrambe sono forme del dominio della stessa classe. La linea di demarcazione reale non passa tra queste opzioni, ma tra proletariato e borghesia.

Ricordare Genova 1960 dovrebbe significare allora restituire centralità a ciò che emerse, anche solo per un momento: la possibilità di una rottura che non si esaurisca nella difesa dell’esistente. Ogni altra commemorazione, ogni retorica della democrazia salvata, non è che un ulteriore momento del disarmo politico del proletariato.

Perché, in ultima istanza, il fascismo serve a schiacciarlo quando si ribella; l’antifascismo, a impedirgli di comprendere contro chi dovrebbe davvero combattere.

Giugno 2026

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