Una delle deformazioni più caratteristiche del pensiero moderno consiste nel credere che esista soltanto ciò che può essere misurato. Il numero diventa il criterio dell’essere. Ciò che sfugge alla quantificazione viene relegato nel campo dell’opinione, della percezione soggettiva o delle costruzioni metafisiche.
Una simile concezione non ha nulla di materialista.
Il materialismo marxista afferma esattamente il contrario: la realtà esiste indipendentemente dall’uomo che la osserva e dagli strumenti che egli utilizza per descriverla. La misura è un rapporto tra l’uomo e un fenomeno, non la condizione dell’esistenza del fenomeno stesso.
Una montagna esisteva prima che qualcuno ne stabilisse l’altitudine. Le stelle esistevano prima che qualcuno ne calcolasse la massa. La materia non nasce con l’atto della misurazione; la misurazione è soltanto una tappa, sempre provvisoria, della conoscenza umana.
L’errore idealista consiste nel rovesciare questo rapporto e nel fare della conoscenza la condizione dell’essere.
Marxismo e idealismo si separano precisamente qui.
Per il materialismo la coscienza è un prodotto della realtà materiale. Per l’idealismo, in una delle sue molte varianti, la realtà dipende invece dalla coscienza, dall’osservazione o dalla rappresentazione.
La questione diventa particolarmente importante quando si passa dalla natura alla società.
Esiste la classe proletaria soltanto quando viene censita? Esiste soltanto quando viene definita da sociologi ed economisti? Esiste soltanto quando i suoi membri ne acquistano coscienza?
Per il marxismo la risposta è negativa.
La classe non è un fatto psicologico. Non nasce dalla volontà degli individui né dalla loro autocoscienza. Essa è una determinazione oggettiva dei rapporti di produzione. Gli uomini appartengono a una classe prima ancora di sapere di appartenervi.
Allo stesso modo la lotta di classe non incomincia quando viene proclamata da un partito o riconosciuta dalle masse. Essa è inscritta materialmente nei rapporti sociali stessi. Può assumere forme aperte o latenti, intense o deboli, ma continua ad esistere come espressione di contraddizioni oggettive.
La Sinistra Comunista ha sempre combattuto contro le concezioni volontaristiche che identificavano la realtà storica con la coscienza immediata degli individui. Il partito non inventa la classe. La coscienza non crea il processo storico. La rivoluzione non nasce da una decisione morale.
Il partito e il suo programma non sono il prodotto della volontà di singoli individui, ma l’espressione storica delle determinazioni materiali dello scontro tra proletariato e borghesia, tra salario e capitale.
Tutti questi elementi sono momenti di un movimento materiale più ampio che precede gli individui e sopravvive ad essi.
Da questo punto di vista, perfino fenomeni che non risultano immediatamente misurabili possono essere reali e materiali. La forza di una tradizione storica, l’influenza religiosa su intere popolazioni, la maturazione di una situazione rivoluzionaria o la decomposizione di una forma sociale non sono grandezze che si possano leggere direttamente su uno strumento.
Eppure agiscono.
Producono effetti.
Modificano il corso degli avvenimenti.
Il capitalismo stesso, nella sua fase di decadenza, manifesta tendenze che nessuna statistica può cogliere integralmente. Le cifre descrivono i fenomeni, ma non ne esauriscono il significato storico. La curva dell’incremento della produzione industriale e dei profitti, i livelli salariali o gli indici di produzione sono dati importanti, ma diventano intelligibili soltanto all’interno di una teoria che riconosce l’esistenza di processi oggettivi più profondi.
Per il marxismo rivoluzionario, dunque, la misura è uno strumento della conoscenza, non il fondamento dell’essere.
La materia non aspetta di essere misurata per esistere.
La classe non aspetta di essere censita per esistere.
La rivoluzione non aspetta di essere compresa per maturare.
La storia segue il proprio corso secondo determinazioni materiali oggettive. Gli uomini possono scoprirle, interpretarle correttamente oppure mistificarle. Ma non possono crearle con la loro coscienza né cancellarle ignorandole.
Questa è la posizione autenticamente materialista e, nel senso più rigoroso del termine, la posizione della Sinistra Comunista: il primato della realtà oggettiva sulle sue rappresentazioni, della specie sull’individuo, del processo storico sulla volontà dei singoli uomini.
L’equivoco dell’intelligenza artificiale
La discussione contemporanea sull’intelligenza artificiale ripropone, in forme nuove, una vecchia questione filosofica: il rapporto tra rappresentazione e realtà.
L’ideologia dominante tende a presentare l’IA come qualcosa che non si limita a descrivere il mondo, ma che potrebbe progressivamente sostituirsi ad esso. Si arriva così a immaginare che l’elaborazione di quantità immense di dati possa generare una conoscenza superiore all’esperienza storica e materiale degli uomini.
Ma qui emerge un limite invalicabile.
L’intelligenza artificiale opera su dati, informazioni, correlazioni e modelli. Essa non produce la realtà materiale che successivamente analizza. Così come una carta geografica non crea il territorio che rappresenta, l’IA non crea il mondo sociale che elabora.
Oggi la borghesia chiama intelligenza artificiale un’immensa carta geografica costruita non più su carta ma mediante un accumulo sterminato di dati. Illude sé stessa di poter fissare il presente una volta per tutte, trasformando il movimento reale della storia in una fotografia permanente. È il sogno di una conoscenza senza vita, senza contraddizioni e senza storia.
Ma il suo funzionamento dipende interamente da una materia preesistente: gli uomini che lavorano, le macchine che producono, le reti energetiche che la alimentano, i rapporti sociali che generano i dati su cui viene addestrata.
L’errore consiste nel confondere la rappresentazione con l’oggetto rappresentato.
Da un punto di vista marxista, l’intelligenza artificiale è una forza produttiva sviluppata dal capitalismo entro determinati rapporti sociali. Per quanto potente possa diventare, non può emanciparsi dalle basi materiali che ne consentono l’esistenza.
Un algoritmo può misurare milioni di comportamenti umani, ma non può sostituire gli uomini che li producono.
Può individuare tendenze statistiche, ma non genera le contraddizioni economiche che stanno alla base della storia.
Può registrare la lotta di classe, ma non può né crearla né abolirla.
Anzi, il culto contemporaneo dell’IA rappresenta spesso una forma di idealismo tecnologico. Si attribuisce alla macchina una capacità autonoma che essa non possiede, dimenticando che dietro ogni dato vi è un rapporto sociale, dietro ogni informazione vi è un processo produttivo, dietro ogni calcolo vi è lavoro umano accumulato.
La materia resta primaria.
L’intelligenza artificiale può misurare alcuni effetti della realtà sociale, può persino costruire modelli sofisticati delle sue manifestazioni. Ma nessuna elaborazione simbolica può sostituire il movimento reale della materia, così come nessuna statistica ha mai sostituito una classe sociale e nessuna teoria ha mai sostituito il processo storico.
L’IA, in ultima analisi, non è il superamento del materialismo. Al contrario, è una conferma della sua validità: quanto più cresce la potenza dei sistemi di elaborazione, tanto più appare evidente la loro totale dipendenza da una realtà materiale che essi non controllano e che non producono.
Non sono gli algoritmi a dirigere il corso della storia. Sono i rapporti tra le classi e la necessità incessante del capitale di valorizzarsi mediante l’estrazione di plusvalore a determinare il movimento reale della società.
Le macchine possono trattare informazioni; la storia continua invece a essere mossa dalle contraddizioni materiali del modo di produzione capitalistico e dalla lotta tra le classi che esso genera.
Il feticismo dell’Intelligenza Artificiale
Vi è inoltre un aspetto più profondo. L’intelligenza artificiale rappresenta una nuova manifestazione del feticismo capitalistico.
Marx mostrò come, nella società fondata sulla produzione di merci, i rapporti tra gli uomini tendano ad apparire come rapporti tra cose. Il lavoro umano scompare dietro il prodotto finito. Le relazioni sociali che danno origine alla ricchezza si presentano come proprietà naturali degli oggetti.
L’IA porta questa mistificazione a un livello superiore.
Agli occhi della società borghese, la macchina sembra produrre conoscenza da sé, prendere decisioni da sé, apprendere da sé. L’immensa massa di lavoro umano che ha costruito le infrastrutture informatiche, raccolto i dati, sviluppato gli algoritmi, alimentato le reti energetiche e prodotto i mezzi materiali della sua esistenza scompare dietro l’apparente autonomia del sistema.
Come il capitale appare capace di generare profitto da sé stesso, occultando lo sfruttamento del lavoro salariato, così l’intelligenza artificiale appare capace di generare sapere da sé stessa, occultando le basi materiali e sociali che la rendono possibile.
La borghesia contempla allora nelle proprie macchine un riflesso della propria ideologia: una potenza apparentemente autonoma, separata dagli uomini e dalla storia. Ma ciò che appare indipendente è in realtà il prodotto di determinazioni materiali ben precise.
Dietro ogni algoritmo vi è lavoro umano accumulato. Dietro ogni rete neurale vi è un apparato produttivo mondiale. Dietro ogni modello statistico vi sono rapporti sociali storicamente determinati.
L’intelligenza artificiale non è dunque la negazione del materialismo, bensì una delle sue conferme più evidenti. Quanto più essa sembra emanciparsi dalla materia, tanto più rivela la propria dipendenza da essa.
Una precisazione necessaria
Questa affermazione del primato della materia non deve però essere interpretata come un disprezzo per la misura.
Il marxismo rivoluzionario non ha nulla in comune con l’irrazionalismo. Esso ricerca nelle manifestazioni quantitative della società la conferma delle proprie determinazioni storiche.
Per questo la Sinistra Comunista ha sempre dedicato grande attenzione allo studio delle curve economiche, demografiche e produttive. Non perché i numeri possano spiegare da soli la storia, ma perché essi registrano gli effetti misurabili di rapporti materiali reali.
Le curve non creano il fenomeno che descrivono. Esse ne rappresentano l’andamento.
La produzione industriale, l’accumulazione del capitale, la composizione organica, la concentrazione delle imprese, il commercio mondiale, il movimento dei salari e l’evoluzione demografica sono, per il marxista rivoluzionario, tracciati che rendono visibile il corso storico del capitalismo.
In questo senso il partito segue con rigore tali curve, non per interrogare il futuro come un astrologo consulta gli astri, ma per individuare nel presente le linee di forza di un processo materiale oggettivo.
Le cifre non sostituiscono la teoria. È la teoria che conferisce significato alle cifre.
Una stessa statistica può apparire come una successione di numeri senza relazione oppure come la manifestazione quantitativa delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico.
Per questo il partito osserva costantemente il movimento della produzione, dell’accumulazione e della crisi mondiale. In quelle curve non cerca la causa degli avvenimenti, ma il riflesso misurabile di forze storiche più profonde.
Il rapporto tra il marxismo e le statistiche può essere paragonato a quello tra il medico e gli strumenti della diagnosi.
Il medico misura la temperatura, il battito cardiaco, la pressione sanguigna e decine di altri parametri. Ma sa bene che nessuno di questi numeri coincide con la vita dell’organismo. Essi non producono la malattia né la guarigione. Ne registrano soltanto alcune manifestazioni.
Allo stesso modo il partito rivoluzionario segue l’andamento della produzione industriale, dell’accumulazione del capitale, dei salari, del commercio mondiale e delle crisi economiche. Non perché le curve economiche contengano il segreto della storia, ma perché esse rivelano il movimento di processi materiali che esistono indipendentemente dalla loro misurazione.
Come il medico legge negli esami clinici le manifestazioni di uno stato patologico, così il marxismo legge nelle curve economiche le manifestazioni storiche delle contraddizioni del capitalismo.
Le statistiche non sono la società. Le curve non sono il capitale. I numeri non sono la lotta di classe.
Ma ignorarli sarebbe tanto insensato quanto pretendere di curare un malato senza osservarne i sintomi.
Per questo la Sinistra Comunista ha sempre dedicato grande attenzione allo studio quantitativo dei fenomeni economici. Non per adorare il dato, ma per verificare nelle manifestazioni misurabili della società le tendenze profonde individuate dalla teoria rivoluzionaria.
Le curve della produzione, dell’accumulazione e della crisi costituiscono il tracciato clinico di una formazione sociale giunta al termine della propria funzione storica. Esse registrano il battito sempre più irregolare di un organismo che continua a sopravvivere aggravando le contraddizioni che lo conducono verso il proprio superamento.
La misura non genera la materia, ma la materia lascia le proprie tracce nella misura. Il compito del partito non è adorare il dato, bensì riconoscere, dietro le cifre e le curve, il movimento storico del capitale e la necessità del suo abbattimento rivoluzionario.
Così come l’intelligenza artificiale non può sostituire la realtà materiale che pretende di rappresentare, allo stesso modo nessuna statistica può sostituire il processo storico reale. La materia precede la misura, ma la misura, letta alla luce della teoria rivoluzionaria, consente di cogliere le forme attraverso cui la materia stessa si manifesta nel suo incessante divenire storico.
Agosto 2026
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