Nel luglio del 1962, a Torino, la borghesia e i partiti che pretendevano di rappresentare i lavoratori scoprirono improvvisamente che la classe operaia poteva ancora ribellarsi. La chiamarono “teppa”. Definirono “provocatori” gli operai che rifiutavano di sottomettersi agli accordi conclusi sopra le loro teste. Trattarono come un problema di ordine pubblico ciò che nasceva nel cuore dei rapporti capitalistici di produzione.
La nostra corrente rispose con un titolo che non lasciava spazio all’equivoco:
“Evviva i teppisti della guerra di classe! Abbasso gli adoratori dell’ordine costituito!”
L’articolo apparve il 17 luglio 1962, su Programma Comunista pochi giorni dopo gli scontri di Piazza Statuto, e rivendicò apertamente il carattere sociale della battaglia, contrapponendo la lotta operaia agli apparati politici e sindacali impegnati a ricondurla entro i limiti della legalità democratica.
A più di sessant’anni di distanza, quel testo consente di formulare una domanda ancora attuale: che cosa distingue una lotta di classe da una generica esplosione di rabbia?
La risposta non si trova nel grado di violenza degli scontri, nel numero delle vetrine infrante, nella durezza della repressione o nell’età dei manifestanti. Si trova nel contenuto materiale del movimento, nella classe sociale che lo anima, negli interessi che esso difende e nella direzione verso cui tende.
Piazza Statuto non fu una rivolta dei giovani
Gli scontri torinesi si svolsero dal 7 al 9 luglio 1962, in un contesto di forte mobilitazione dei metalmeccanici. Il 5 luglio la UIL e il SIDA avevano concluso un accordo separato con la FIAT, rompendo il fronte sindacale. Il 7 luglio lo sciopero e i picchetti coinvolsero la FIAT, la Lancia, la RIV e altre fabbriche torinesi. Migliaia di operai si concentrarono quindi davanti alla sede della UIL in Piazza Statuto, dove ebbero inizio gli scontri con la polizia.
Il bilancio della repressione fu pesante: 1.215 fermati, 90 arrestati, circa cento denunciati a piede libero e centinaia di feriti. Nelle settimane successive la FIAT licenziò 88 lavoratori coinvolti nelle proteste.
Molti dei protagonisti erano giovani immigrati provenienti dal Mezzogiorno, inseriti nelle forme più dure della produzione industriale torinese. Vivevano direttamente l’intensificazione dei ritmi di lavoro, la disciplina di fabbrica, la compressione salariale, la carenza di abitazioni e la difficile integrazione nella città industriale.
Erano giovani, dunque, ma non lottavano in quanto giovani.
Non opponevano una generazione a un’altra. Non rivendicavano il diritto astratto a essere ascoltati dagli adulti. Non chiedevano riconoscimento per un’identità giovanile. Erano lavoratori salariati che reagivano contro un accordo sindacale, contro il comando dell’impresa e contro un sistema di relazioni industriali costruito per disciplinarne la forza.
La loro giovinezza descriveva un dato anagrafico e, insieme, la comparsa di una nuova leva operaia. Non era il fondamento politico della mobilitazione.
Non entrarono nella lotta perché giovani. Apparvero come giovani perché una nuova generazione proletaria stava entrando nella lotta.
Il significato politico della parola “teppisti”
La definizione di “teppisti” non provenne soltanto dalla stampa apertamente borghese. Anche la sinistra ufficiale prese le distanze dagli operai che non accettavano di abbandonare la piazza. Le ricostruzioni storiche riportano che l’Unità parlò di “tentativi teppistici e provocatori”, di “elementi incontrollati ed esasperati”, di “piccoli gruppi di irresponsabili” e di “giovani scalmanati”.
Il problema fondamentale non era la simpatia o l’antipatia verso gli scontri. Era la necessità, per gli apparati politici e sindacali, di separare il lavoratore rispettabile dal lavoratore ribelle, lo scioperante disciplinato dal proletario che oltrepassava i limiti stabiliti, la protesta autorizzata dalla lotta che sfuggiva al controllo.
L’articolo di Il Programma Comunista rovesciava polemicamente l’accusa. Sosteneva che lo sciopero non fosse un’innocua manifestazione aziendale, ma un’arma della guerra sociale. Il suo allargamento dalle fabbriche alle strade poteva abbattere le separazioni tra aziende e categorie, coinvolgendo l’insieme dei proletari e contrapponendo apertamente classe contro classe.
Riprendevamo così l’immagine della “santa canaglia”, trasformando l’insulto in un titolo d’onore. La “teppa” non veniva esaltata per un presunto culto della violenza, ma perché dietro quella definizione infamante si tentava di nascondere il ritorno della lotta proletaria.
Il disagio giovanile esiste, ma non costituisce una classe
Anche il disagio dei giovani contemporanei possiede basi materiali reali. Precarietà, bassi salari, difficoltà di accesso all’abitazione, impoverimento, deterioramento della scuola pubblica e impossibilità di costruire un’esistenza autonoma non sono invenzioni mediatiche.
Nel 2025, secondo i dati richiamati dalla stampa, la povertà assoluta interessava il 12,1% delle persone tra i 18 e i 34 anni, una percentuale quasi doppia rispetto a quella rilevata tra gli ultrasessantacinquenni. Le recenti mobilitazioni studentesche italiane hanno inoltre sollevato questioni relative alle condizioni degli edifici scolastici, ai finanziamenti destinati all’istruzione e alle prospettive economiche delle nuove generazioni.
Ma riconoscere l’esistenza del disagio non significa trasformare “i giovani” in una classe sociale.
La gioventù comprende: giovani operai e giovani proprietari; salariati precari e figli della borghesia; disoccupati e aspiranti imprenditori; studenti costretti a lavorare e studenti sostenuti dal patrimonio familiare; giovani destinati a vendere la propria forza-lavoro e giovani destinati a ereditare il capitale.
L’età non abolisce queste differenze. La comune appartenenza generazionale non elimina la contrapposizione fra chi vive del proprio lavoro e chi vive del lavoro altrui.
Presentare “i giovani” come un soggetto unitario significa quindi nascondere le divisioni di classe sotto una categoria biologica e sociologica. Significa sostituire allo scontro tra capitale e lavoro il conflitto indistinto tra generazioni. Il giovane proletario viene così invitato a riconoscersi nel giovane borghese anziché nel lavoratore salariato più anziano.
Il risultato è una rappresentazione interclassista del conflitto: il futuro contro il passato, i giovani contro gli adulti, il nuovo contro il vecchio. Ma il capitale può benissimo essere giovane, innovativo, digitale e anticonformista. Lo sfruttamento non diventa meno sfruttamento perché amministrato da una nuova generazione.
Non basta scendere in piazza
Il tratto maggiormente attuale dell’articolo del 1962 non consiste nella celebrazione indifferenziata dello scontro di strada. Consiste nell’individuazione del rapporto tra lotta immediata e conflitto di classe.
A Piazza Statuto la sequenza fu concreta:
condizioni di fabbrica → rivendicazioni operaie → sciopero → accordo separato → reazione dei lavoratori → repressione statale.
Il punto di partenza non era una generica insoddisfazione morale. Erano il salario, l’orario, i ritmi produttivi, la disciplina aziendale e il controllo sindacale sulla forza-lavoro. Gli scontri non crearono questi contenuti: ne furono una conseguenza.
Nelle mobilitazioni aclassiste contemporanee la sequenza può invece assumere una forma opposta:
disagio indistinto → identificazione generazionale → mobilitazione simbolica → scontro → celebrazione o condanna morale dello scontro.
In questo caso, la forma radicale può nascondere la debolezza del contenuto. Una protesta può apparire durissima e, nello stesso tempo, non mettere in discussione alcun rapporto fondamentale della società capitalistica.
Una vetrina infranta non rende proletario chi la infrange. Una carica della polizia non trasforma una folla interclassista in classe rivoluzionaria. La repressione rivela la funzione coercitiva dello Stato, ma non consegna automaticamente una coscienza di classe a chi la subisce.
Qualche manganellata può far comprendere a chi la riceve il valore effettivo delle libertà democratiche. Non può però sostituire il processo materiale e organizzativo attraverso cui i salariati imparano a riconoscersi come classe.
La lotta economica non è “soltanto economica”
La lotta per il salario, l’orario, la sicurezza e le condizioni di lavoro viene spesso liquidata come limitata, corporativa o arretrata rispetto alle grandi mobilitazioni politiche e morali.
È vero che una vertenza salariale non diventa automaticamente rivoluzionaria. I lavoratori possono lottare per un aumento e continuare a condividere tutte le idee dominanti della società borghese. Possono ottenere un risultato e tornare alla passività. Possono rimanere divisi per azienda, categoria, nazionalità e condizione contrattuale.
Ma è proprio nella difesa delle condizioni comuni che i salariati possono sperimentare concretamente la loro contrapposizione al capitale.
Nella lotta scoprono che l’interesse dell’impresa non coincide con il loro. Scoprono che il profitto aumenta comprimendo il salario, intensificando i ritmi e prolungando la disponibilità della forza-lavoro. Scoprono che la concorrenza tra lavoratori è uno strumento del capitale. Scoprono che l’isolamento indebolisce e che l’azione collettiva può modificare i rapporti di forza.
La coscienza di classe non nasce perciò da una semplice indignazione morale. Non nasce dall’età, dall’appartenenza culturale o dall’intensità emotiva della protesta. Può maturare attraverso l’esperienza organizzata dello scontro tra interessi materiali contrapposti.
È questo il passaggio che separa il disagio dalla lotta: il disagio viene vissuto individualmente; la lotta riconosce una condizione comune e cerca di trasformarla attraverso l’azione collettiva.
Gli studenti e giovani immigrati la prospettiva di classe
Tutto questo non significa che gli studenti e soprattutto i giovani immigrati siano necessariamente estranei alla lotta proletaria.
La maggioranza dei giovani scesi in piazza sono figli di lavoratori immigrati; alcuni lavorano già; moltissimi saranno costretti a vendere la propria forza-lavoro. Per i giovani studenti la selezione economica nell’accesso all’istruzione, il costo degli alloggi, la precarizzazione e il rapporto sempre più stretto tra formazione e mercato del lavoro rendono la condizione studentesca attraversata direttamente dalle divisioni sociali.
La questione, dunque, non è opporre meccanicamente operai, giovani immigrati o studenti. Il problema è stabilire su quale terreno si muove la mobilitazione.
Una lotta di giovani proletari figli di immigrati può assumere un orientamento di classe quando si collega alla difesa degli interessi di classe delle famiglie a cui appartengono, affiancano con determinazione la più generale lotta a difesa delle condizioni di vita dei salariati
Una lotta studentesca può assumere un orientamento di classe quando:
riconosce che il degrado dell’istruzione è parte dell’attacco complessivo al salario sociale e non corre dietro il “diritto alla studio” feticcio per un pezzo di carta in cui il possessore ha più diritto ad un posto di lavoro di chi ne è sprovvisto. Il diritto alla studio era il sogno socialdemocratico dell’operaio che sognava una vita diversa per i propri figli, non più in fabbrica (perché ci andava chi non aveva il pezzo di carta) ma dottore o altro ancora.
Nelle mobilitazioni dell’ottobre 2026 è stata annunciata, la convergenza tra studenti e lavoratori in occasione dello sciopero generale del 30 ottobre. Al momento non è dato vedere un movimento operaio reale. Anche la presenza nello stesso corteo di operai e studenti o “giovani” non realizza automaticamente un fronte di classe: occorre verificare se obiettivi, organizzazione e continuità della mobilitazione si radichino realmente nella condizione salariale.
Né condanna morale né culto della rivolta
Di fronte agli scontri, il discorso pubblico oscilla quasi sempre fra due posizioni speculari.
Da una parte vi è la condanna rituale della violenza, che rimuove le cause sociali della protesta e riduce ogni conflitto a una questione di ordine pubblico. Dall’altra vi è l’esaltazione della rivolta in quanto tale, come se ogni gesto illegale o violento contenesse necessariamente un significato rivoluzionario.
Entrambe le posizioni evitano la questione essenziale: quale classe agisce, sulla base di quali interessi e verso quale obiettivo?
L’articolo di Il Programma Comunista non difendeva una rivolta socialmente indeterminata. Difendeva operai in sciopero accusati di teppismo perché avevano oltrepassato i confini stabiliti dalla collaborazione sindacale e dalla legalità democratica. Il suo riferimento era la guerra di classe, non il gesto ribelle isolato.
Proprio per questo il testo non può essere utilizzato come giustificazione automatica di ogni sommossa contemporanea. Bisogna conservarne il criterio, non ripeterne meccanicamente lo slogan.
Non ogni teppista è un proletario in lotta.
Non ogni proletario in lotta viene definito teppista.
Non ogni protesta repressa diventa, per il solo fatto di essere repressa, una lotta di classe.
Quando il proletariato ritorna visibile
Piazza Statuto non fu un’insurrezione rivoluzionaria. Non produsse un’organizzazione politica autonoma della classe né pose immediatamente il problema della conquista del potere. Sarebbe sbagliato idealizzarla o trasformarla retrospettivamente in ciò che non fu.
Ma mostrò qualcosa che gli apparati politici e sindacali della collaborazione sociale credevano di avere sepolto: la possibilità che gli operai rompessero la disciplina, oltrepassassero le divisioni aziendali e riconoscessero nell’ordine pubblico non un arbitro neutrale, ma la difesa armata dell’ordine sociale esistente.
La mobilitazione coinvolse i principali stabilimenti industriali della città e si estese per tre giorni, resistendo ai tentativi di mediazione e alle operazioni di sgombero.
L’importanza di Piazza Statuto non risiedeva quindi soltanto nella durezza degli scontri. Risiedeva nel fatto che la contestazione nasceva dalle fabbriche e portava nelle strade una contraddizione che nessuna formula democratica poteva cancellare: quella fra capitale e lavoro salariato.
Gli operai non erano diventati protagonisti perché avevano occupato una piazza. Avevano occupato la piazza perché erano già protagonisti di uno scontro materiale nei luoghi della produzione.
Dal ribelle al proletario
Il giovane contemporaneo può avere mille ragioni per ribellarsi. Può non trovare un lavoro stabile, non potersi permettere una casa, vedere svalutati gli studi, vivere sotto il peso del debito familiare e percepire il futuro come una minaccia. Di fronte all’apoteosi cretina del consumismo sentirsi escluso.
Ma finché interpreta tutto questo soltanto come destino generazionale, rimane politicamente prigioniero della rappresentazione borghese della società.
Il suo avversario non è l’anziano che ha conservato una pensione, né genericamente l’adulto che non comprende la sua inquietudine. Il suo avversario è un sistema che trasforma la forza-lavoro in merce, subordina l’esistenza alla valorizzazione del capitale e mette in concorrenza giovani contro anziani, occupati contro disoccupati, italiani contro immigrati, lavoratori relativamente garantiti contro precari.
Il passaggio decisivo avviene quando il giovane smette di domandare riconoscimento in quanto giovane e comincia a organizzarsi in quanto salariato, disoccupato o futuro salariato.
Non gli si chiede di rappresentare una generazione. Gli si chiede di riconoscere la classe alla quale le sue condizioni materiali lo consegnano.
Evviva i teppisti della guerra di classe
I giovani operai di Piazza Statuto non entrarono nella storia perché erano giovani, né perché erano più arrabbiati, coraggiosi o violenti degli altri. Vi entrarono come proletari.
La borghesia e gli apparati della sinistra ufficiale li chiamarono “teppisti” perché, dietro le barricate improvvisate e le pietre divelte, avevano intravisto ciò che davvero temevano: non un disordine occasionale, ma la ricomparsa della classe operaia come forza non completamente addomesticata.
Nel presente il disagio giovanile è vasto, reale e materialmente fondato. Ma finché viene espresso come rivolta di una generazione, può essere raccontato, compatito, celebrato, criminalizzato e infine disperso.
Solo quando il giovane riconosce nella propria precarietà non una sventura generazionale, ma una forma della condizione proletaria, la rabbia può cessare di essere un’esplosione senza continuità e diventare lotta collettiva.
Non basta essere nelle strade.
Non basta affrontare la polizia.
Non basta essere definiti teppisti.
Non basta proclamarsi ribelli.
Occorre sapere quale rapporto sociale si combatte, insieme a quale classe e in quale direzione.
Nel 1962, dietro la parola “teppisti”, si cercava di nascondere la lotta dei salariati contro il capitale. Oggi, al contrario, la parola può essere utilizzata per attribuire artificialmente un contenuto rivoluzionario a qualsiasi esplosione di rabbia.
La lezione di Piazza Statuto resta precisamente questa: non è lo scontro a produrre il carattere di classe; è il carattere di classe del movimento a dare allo scontro il suo significato storico.
Per questo la formula originale conserva tutta la propria forza, purché non sia separata dal suo contenuto:
Evviva i teppisti della guerra di classe! Abbasso gli adoratori dell’ordine costituito!
Oggi a 60 anni di distanzi, la milizia comunista chiama i giovani a raggiungere le posizioni autenticamente rivoluzionarie e a lavorare per la causa del proletariato.
Ottobre 2026
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