Compagni, lavoratori,
che si torni a scioperare è un fatto positivo. In un periodo in cui il salario perde valore, il costo della vita aumenta e le condizioni di lavoro peggiorano, ogni sciopero rappresenta un momento di resistenza e di lotta. L’astensione dal lavoro rimane l’arma fondamentale di chi non possiede altro che la propria forza lavoro e decide collettivamente di far valere i propri interessi.
Per questo ogni mobilitazione che rompe la rassegnazione e riporta il conflitto sociale al centro della scena merita sostegno.
Ma sostenere uno sciopero non significa accettare supinamente le parole d’ordine che lo accompagnano.
Troppo spesso le difficoltà che colpiscono milioni di lavoratori vengono presentate come problemi che riguardano indistintamente tutti: il “Paese”, i “cittadini”, i “consumatori”, le “imprese”. In questa rappresentazione scompare, però, la realtà fondamentale della società capitalistica: l’esistenza di classi con interessi contrapposti.
I lavoratori non hanno gli stessi interessi di chi trae profitto dal loro lavoro e di tutto il codazzo di servi. Non appartengono allo stesso campo sociale coloro che vivono di salario e coloro che vivono del capitale. Per questo parlare genericamente di “interesse nazionale”, di “economia del Paese” o di “difesa dell’industria” rischia di confondere chi produce la ricchezza con chi se ne appropria.
La crisi che stiamo vivendo non è una calamità naturale che colpisce tutti allo stesso modo. Mentre salari, pensioni e condizioni di vita arretrano, profitti e rendite continuano a concentrarsi in poche mani. Il problema non è che i prezzi aumentano: questi aumentano per tutti, mentre i salari e il potere d’acquisto diminuiscono per i lavoratori. Rivendicare il blocco dei prezzi è demagogico e interclassista: mette sullo stesso piano lavoratori e chi vive sulle spalle dei lavoratori. Il problema è un sistema economico fondato sul profitto, che scarica sistematicamente sui lavoratori il costo delle proprie contraddizioni.
Per questo la risposta non può essere l’unità tra classi diverse.
Compagni, lavoratori,
La risposta deve essere l’organizzazione indipendente della classe lavoratrice. Le lotte che partono da rivendicazioni economiche devono affratellare i lavoratori di tutte le aziende, senza distinzione di sesso, di colore e di tutti gli indirizzi religiosi e politici. L’unità dei lavoratori è il frutto della convergenza sulle parole d’ordine, non dipendono dalle scelte dei sindacati o dalla bravura dell’oratore di turno:
- Salario indicizzato automaticamente ai prezzi. Se il costo della vita aumenta, devono aumentare automaticamente anche i salari. Nessun lavoratore deve pagare l’inflazione.
- Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. La produttività cresce grazie al lavoro collettivo. I benefici devono tradursi in più tempo di vita e non soltanto in maggiori profitti.
- Salario pieno ai disoccupati.
- No all’economia di guerra e al riarmo. Le immense risorse prodotte dal lavoro devono essere destinate a salari, sanità, scuola e servizi sociali, come salario differito.
- Difesa dei lavoratori, non delle aziende. Le imprese difendono i propri margini di profitto. I lavoratori devono difendere il proprio salario e le proprie condizioni di vita.
- Autonomia politica e organizzativa della classe lavoratrice – solo la lotta collettiva e l’organizzazione in partito di classe possono difendere gli interessi del proletariato.
Per questo scioperiamo!
Non per chiedere qualche correttivo a un sistema che continua ad arricchire pochi e impoverire molti. Non per difendere l’economia nazionale. Non per salvaguardare gli interessi delle imprese.
Scioperiamo perché il salario non basta più. Perché la ricchezza che produciamo ci viene sottratta al solo interesse del capitale. Non siamo un indistinto “popolo” nel quale convivono sfruttati e sfruttatori. Siamo una classe. Ed è come classe che dobbiamo riconoscerci, organizzarci e lottare.
Compagni, lavoratori,
I rottami del sindacalismo di regime, apertamente contrari agli interessi dei lavoratori, continuano a sabotare le lotte e non possono fare altro che nascondersi dietro un pietoso patronato. Gli scioperi generali nazionali indetti dai superstiti di una passata stagione di mobilitazione — ormai privi di una reale capacità di spinta di classe — non dimostrano forza, ma debolezza. I sindacati minori pur di ritagliarsi uno strapuntino di potere, scivolano verso i sindacati di regime avanzando rivendicazioni demagogiche, interclassiste, corporative o peggio ancora nazionaliste.
La strada che indicano i lavoratori della Sinistra Comunista Internazionale è di non disperdere le energie. La mobilitazione di oggi conferma che la classe esprime sempre la sua volontà di non sottomettersi quieta alle leggi del Capitale. Gli organismi, prodotto dello scontro economico, non devono perdere la bussola e unirsi sul terreno comune degli interessi di classe.
30 ottobre 2026
I lavoratori della Sinistra Comunista Internazionale
Per contatti : sinistracomunistaint@gmail.com
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Stampato in proprio presso Circolo Operaio di Magrè
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