Il caso Grecia: ovvero come rimettere il debito pubblico verso il capitale usuraio sulle spalle dei proletari greci

penelope

Abbiamo recentemente pubblicato un lavoro sulla crisi e sul debito pubblico, ora osserviamo senza meraviglia alcuna le prevedibili parole (provenienti da molte fonti autorevoli), sulla ‘scandalosa’ ipotesi di referendum prospettata dal governo greco.

Il referendum, se dovesse svolgersi realmente, avrebbe al centro il quesito da fine del mondo: euro o non euro? Si sono quindi moltiplicati gli appelli perché la crisi greca si risolva senza la divisione dell’Euro-zona, e non venga quindi intaccata l’unità della moneta europea. ‘Se l’euro fallisce, l’Europa fallisce”, ripropone oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel, che augura “un compromesso” tra il governo ellenico e i partner internazionali.

“La prospettiva resta quella di una Eurozona a 19 membri”, dichiara di rincalzo il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, escludendo a priori l’idea di un ritorno alla dracma per l’economia greca. Alexis Tsipras si spinge a domandare una dilazione del programma di aiuti fino al referendum del 5 luglio, in seguito al quale c’è l’ipotesi di riannodare i negoziati in base alla volontà espressa dal popolo greco.

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La dura e spietata lotta che si svolge all’interno della realtà capitalistica non ammette quasi mai deroghe, i debiti si pagano, ovvero i proletari pagano il debito pubblico, come ben descritto in ‘imprese economiche di pantalone’, con l’aumento dei tributi sui generi di prima necessità, e quindi subendo una svalutazione effettiva del valore del salario ricevuto (calcolato sulla base del prezzo dei beni necessari a garantire la riproduzione della forza-lavoro).

Sinceramente risibili appaiono le parole del presidente dell’Euro-gruppo, Jeroen Dijsselbloem, il quale afferma: “L’Euro-zona non è una partita di poker, si perde o vince tutti quanti”. Come dire, il capitalismo non è un ballo di gala, e i greci devono essere consapevoli delle regole del gioco. Poiché questo gioco è un vero e proprio patto con il diavolo, in cui alla fine qualcuno (i proletari greci) sarà dannato ancora una volta a lavorare per l’interesse del capitale usuraio.

Un capitalismo dal volto umano, questo è invece il messaggio del presidente dell’euro-gruppo, che ha voluto vantare l’assenza di tagli a retribuzioni o pensioni nel pacchetto dei creditori.Abbiamo lavorato a un pacchetto socialmente più equo e mi aspettavo che anche il governo greco lavorasse in questa direzione”, ha ricordato l’alta autorità europea a Syriza, concedendo perfino che “loro stessi potrebbero presentare altre misure, purché i conti tornino”. Quasi commosso si è poi rivolto direttamente al popolo greco, riaffermando che “nel nostro piano non c’era stupida austerità”. E infine, paradossalmente, che i greci “devono sapere che la porta è ancora aperta, devono sapere la verità”, ha spiegato invitando i “leader greci a prendersi le proprie responsabilità, come hanno fatto quelli irlandesi o portoghesi. Elemento comico finale è l’esternazione via Twitter del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ipotizza da par suo un “derby tra euro e dracma” nelle urne referendarie, in una visione vitalistica e agonistica da corriere dello sport degna del personaggio.

La politica di Syriza, nella presunzione di fare un patto con il diavolo capitalista, e di ingannare addirittura il grande ingannatore, ha scoperto ora tutti i limiti della propria impostazione socialdemocratica.

‘Ad memoriam’

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