Grecia, debito pubblico, capitale finanziario-usuraio: lo stato capitalista come ‘attrezzatura di oppressione’

Parte prima: Grecia, debito pubblico, capitale finanziario-usuraio

‘Ove vi è un debito di stato, a grande scala, a carattere permanente e così formidabilmente progressivo, non può non esserci il gioco di una totale passività a carico della massa che lavora, e di un grosso beneficio per una minoranza di privati non lavoratori. Capitalismo dunque in atto, e in corso di progressiva accumulazione. Marx definisce il debito pubblico come l’alienazione dello stato. Lo stato non può che alienarsi ad un gruppo privato’. Imprese economiche di Pantalone. Pag. 81.

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Fallimento, libri contabili portati in tribunale, insolvenza, debitori e creditori: la vicenda della Grecia ricalca, almeno nel linguaggio impiegato nei media, la normale quotidianità  borghese dell’economia aziendale. Un mondo (quello degli affari e della finanza) ben presto (già da bambini) percepito come strutturalmente infido e pericoloso, soggetto a sfavillanti successi oppure a catastrofiche cadute. L’azzardo imprenditoriale, il rischio mal calcolato, le lacrime di chi finisce sul lastrico, ecco alcuni elementi ricorrenti del sistema di vita borghese concorrenziale-aziendalista.
L’azzardo: pensiamo alla pervasività sociale di questa costante della concorrenza aziendale capitalistica, pensiamo ai milioni di ‘cittadini’ che frequentano le sale da gioco, oppure buttano fior di quattrini nelle tabaccherie puntando su lotterie e tombole varie. Un modo di produzione, un sistema economico, una concezione della vita sociale – potentemente pervasivi della mentalità di massa – si manifestano quotidianamente in atti di gioco e di azzardo, ossessivamente, fanaticamente, ripetuti da milioni e milioni di esseri umani.
Il caso Grecia: ovvero il referendum, i cittadini che approvano le scelte del governo Tsipras nei confronti dei creditori, il pagamento (non effettuato) di 1,6 miliardi al Fondo monetario internazionale con la susseguente dichiarazione di insolvenza da parte dei creditori europei, la prospettiva di uscita del Paese dalla zona euro (forse automatica e inesorabile dopo il mancato pagamento della rata di 1,6 miliardi).
Chiediamoci qualcosa sulla composizione del debito pubblico greco: i soggetti detentori del debito, cioè i creditori, sono soprattutto creditori istituzionali che posseggono oltre l’82% dei 281 miliardi di
euro di debito pubblico ellenico. Presentiamo un elenco di questi soggetti creditori in ordine di importanza numerica decrescente: 1) fondo salva Stati (European financial stability facility), ovvero il maggior creditore, detentore di una cifra di 131 miliardi di euro. 2) vari paesi europei che hanno concesso prestiti per 53 miliardi di euro nel biennio 2010-2011. 3) 49 miliardi di euro sono nelle mani di soggetti privati (fondi di investimento e altro). 4) Banca centrale europea, detentrice di 27 miliardi di titoli di Stato greci. 5) Il solito Fondo monetario internazionale che ha una posizione creditoria pari a 21 miliardi di euro.
In relazione alle scadenze di questa variegata massa di debiti, si prevede che entro la fine di luglio debba effettuarsi il pagamento di 7 miliardi di euro, mentre già il 20luglio dovrebbe diventare esigibile dalla BCE un credito di 3,5 miliardi di euro. Cosa significa, sul piano puramente legale contabile,una situazione di insolvenza di questo tipo? Innanzi tutto prefigura l’impossibilità di ricevere ulteriori finanziamenti da parte dei soggetti prima menzionati, almeno fino a quando non si verifichino delle condizioni politico-economiche risolutrici. In altre parole il problema Grecia potrebbe essere affrontato (prima o poi) dall’oligarchia politico-finanziaria euro-americana con una chiave di lettura, e quindi con strumenti di intervento, non meramente tecnico-bancari, ma prevalentemente politici. Quindi una chiave di lettura non meramente basata sul dare e avere della contabilità in partita doppia, ma che viceversa calcoli il rischio di scomposizione delle alleanze geo-storiche del traballante blocco imperiale ‘euro-americano’, ovvero una chiave di lettura che calcoli la possibilità che la Grecia aderisca ad alleanze militari-economiche rivali. Con l’effetto di produrre ulteriori fenomeni di scollamento anche in paesi come la Spagna, l’Italia e il Portogallo (paesi caratterizzati da elevati debiti pubblici e forti correnti di protesta sociale).
Normalmente anche nei rapporti fra imprese private i creditori che sono detentori di finanziamenti immobilizzati e in sofferenza, cioè non esigibili con successo da debitori potenzialmente insolventi, tentano sempre di contrattare le scadenze o i tassi di interesse, al fine di recuperare almeno una parte dell’esposizione creditizia esistente. Quindi non dobbiamo meravigliarci se in queste ore si sente parlare di ulteriori concessioni di dilazioni di pagamento alla Grecia, anche perché, oltretutto, se la Grecia dovesse davvero risultare completamente inadempiente come stato debitore, il fondo salva Stati (European financial stability facility), potrebbe far valere una delle clausole di adesione firmate dai paesi europei aderenti, cioè “le garanzie saranno richieste ai garanti”. In altre parole, la mancata restituzione dei finanziamenti ricevuti dalla Grecia, sarebbe coperta attraverso la richiesta ai vari Stati aderenti di ottemperare agli impegni di garanzia firmati in precedenza.
L’Italia, ad esempio, partecipa al fondo con una cifra che, in base ai documenti ufficiali, ammonterebbe a 139 miliardi di euro. Non ci vuole un genio della sociologia per comprendere che se l’Italia dovesse versare un importo proporzionale alla quota di competenza per la Grecia, in conseguenza del patto sottoscritto in cui si prevede che“le garanzie saranno richieste ai garanti”, potrebbero verificarsi non pochi problemi sociali e politici. Dopo il referendum che ha visto prevalere il no si aprono degli immediati scenari istituzionali, in primo luogo il ritorno al tavolo delle trattative cercando un nuovo accordo, probabilmente incentrato sulla ristrutturazione del debito.
L’ipotesi più estrema riguarda un ritorno immediato alla dracma, in questo caso la Banca Centrale Greca non dovrebbe più fare parte dell’Euro-sistema e il governo sarebbe spinto prevedibilmente a convertire nella nuova valuta i conti correnti e il debito pubblico (tranne quella parte soggetta a legislazione estera). Tuttavia quest’ipotesi potrebbe diventare realtà solo dopo una ulteriore
trattativa fra autorità comunitarie e istituzioni elleniche. Nella eventuale trattativa e nei suoi esiti giocherebbe, tuttavia, anche il livello geo-politico prima accennato, ovvero la dinamica di confronto-scontro fra i blocchi imperialisti che si contendono la supremazia dei mercati, e la valutazione dei rischi sociali di acutizzazione del conflitto di classe. Il debito pubblico, infatti, è uno strumento indispensabile per consentire la valorizzazione del capitale finanziario, sostitutivo della valorizzazione nell’economia reale produttrice di beni e servizi (soprattutto nelle fasi di crisi e di bassi tassi di profitto). Il peso di questa valorizzazione finanziaria, cioè il peso degli interessi da pagare sul debito pubblico detenuto dalla componente finanziaria-usuraia del capitale globale, ricade sempre sulla vita dei proletari (attraverso l’incremento dell’imposizione fiscale, l’aumento del costo dei servizi sociali, il taglio agli stipendi e alle pensioni…), e quindi è inevitabilmente collegata (questa valorizzazione finanziaria) a un peggioramento delle condizioni di vita operaie.
Scrivevamo, nel maggio 2015, alcune considerazioni sul debito pubblico che ci accingiamo a riprendere, inserendo alcuni passaggi salienti di quel lavoro: ‘Il plus-valore trova origine nel processo produttivo delle merci, tuttavia esso non resta nelle sole mani del capitalista industriale, leggiamo di nuovo il primo libro del capitale: ‘Il capitalista che produce il plusvalore, cioè estrae direttamente dagli operai lavoro non retribuito e lo fissa in merci, è sì il primo ad appropriarsi questo plusvalore, ma non è affatto l’ultimo suo proprietario. Deve in un secondo tempo spartirlo con capitalisti che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale, con i proprietari fondiari, ecc. Quindi il plusvalore si scinde in parti differenti. I suoi frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme differenti, autonome fra loro, come profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, eccetera’. Marx.
Il plus-lavoro determina il plus-valore, e da esso poi discendono variegate e differenti forme di appropriazione-spartizione rivolte a diverse categorie di persone che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale; queste funzioni indispensabili al mantenimento del complesso generale della produzione sociale sono soprattutto quella commerciale-distributiva e quella creditizio-finanziaria. L’interesse prodotto da un capitale concesso in prestito, quindi l’attività di finanziamento delle imprese condotta dagli istituti di credito bancari e parabancari, rientra a pieno titolo nel novero della spartizione del plus-lavoro/plus-valore descritta da Marx. Può essere importante ricordare queste parti dell’opera di Marx, soprattutto in momenti come quello attuale, caratterizzati dalla enorme crescita del capitale finanziario e usurario, e quindi da un abnorme debito pubblico e privato (certamente abnorme rispetto a periodi storico-economici precedenti), per chiarire teoricamente che gli interessi spettanti al capitale finanziario-usurario, mercantile e fondiario, sono solo l’altra faccia del parassitismo del capitale industriale, cosiddetto ‘produttivo’, che si appropria senza requie del plus-valore, per mezzo dell’orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro. L’impulso alla crescita della produzione capitalistica, determinato dalla concorrenza fra i diversi capitali presenti sul mercato, abbisogna anche di mezzi finanziari presi in prestito, definiti nel conto patrimoniale delle imprese variamente con il nome di capitale di debito o di terzi, oppure con il nome di passività correnti e consolidate (in relazione alla scadenza dei debiti). Questa massa di debiti diventa comunque indispensabile, nel contesto concorrenziale dell’economia borghese, per investire in nuovi fattori produttivi e realizzare maggiori quantitativi di prodotto, in modo da ottenere -successivamente- maggiori ricavi di vendita e quindi maggiori entrate di denaro (denaro che dovrà essere ulteriormente reinvestito nella crescita del capitale aziendale per fronteggiare la concorrenza degli altri capitali, in un circolo virtualmente senza fine).
Sarebbe arduo spiegare le motivazioni che spingono all’azzardo di investimenti ad alto rischio taluni risparmiatori, resta il fatto che il sistema creditizio-finanziario raccoglie il denaro dei risparmiatori per impiegarlo in successive operazioni, sia di tipo puramente finanziario-speculativo ( acquisto di titoli azionari, obbligazionari…), sia di tipo creditizio ( finanziamenti alle imprese e alle famiglie). L’utile d’esercizio di un istituto di credito è dato dalla differenza fra i costi e i ricavi di un anno, nella realtà dal saldo fra gli interessi attivi maturati sulle operazioni di impiego finanziario-speculative e creditizie, e gli interessi passivi da versare ai depositanti. Sappiamo, tuttavia, che il termine interesse, e quindi l’utile d’esercizio del settore bancario dell’economia derivato
fondamentalmente dal saldo fra interessi attivi e passivi, è solo un frammento del plus-valore che il capitale industriale divide con le altre branche del meccanismo economico borghese ‘il plusvalore
si scinde in parti differenti. I suoi frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme differenti, autonome fra loro, come profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, eccetera’.
Una parte cospicua dei depositi bancari viene impiegata nell’acquisto di titoli del debito pubblico, le obbligazioni, che in Italia assumono il nome di BTP, CCT, BOT. Esse si differenziano in base alla durata, e quindi al tasso di rendimento che è maggiore nei titoli dalla scadenza più lunga.
Naturalmente il livello di rischio è maggiore nei titoli azionari rispetto ai titoli di stato, anche se il recente default di alcuni stati (Argentina, Grecia…) dimostra che non esistono certezze assolute di recupero del capitale monetario del depositante anche nel caso di investimenti in titoli del debito pubblico. L’analisi del ruolo delle banche e del debito pubblico contenuta nel ‘Capitale’ vale la pena di essere riportata: ‘ Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente
trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna’.
L’analisi marxista evidenzia la funzione di servizio del debito pubblico rispetto all’accumulazione originaria, successivamente svela il collegamento fra la crescita del debito pubblico e l’aumento
dell’imposizione fiscale ‘il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte’. L’aumento delle imposte si traduce in uno strumento di ulteriore asservimento della forza-lavoro proletaria, in quanto l’aumento dell’imposizione fiscale riguardando soprattutto i mezzi di sussistenza, pensiamo agli ultimi aumenti dell’imposta sul valore aggiunto (L’IVA) in Italia, costringe i proletari salariati a lavorare per una durata di tempo giornaliero maggiore per procurarsi gli stessi mezzi di sussistenza: ‘Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque, il sovraccarico d’imposta non è un incidente, ma anzi è il principio. Questo sistema è stato inaugurato la prima volta in Olanda, e il gran patriota De Witt l’ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per render l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e… sovraccarico di lavoro’. Marx, primo volume del capitale.
Sovraccarico d’imposta uguale sovraccarico di lavoro, l’equazione marxista non consente equivoci, essa è collegata al debito pubblico, cioè all’azione del capitale finanziario ‘in realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti’ Marx. Questo combinato di debito pubblico e agenti finanziatori/ creditori dello Stato si manifesta all’origine dell’accumulazione, ‘ Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria’ scrive Marx, e in effetti si ripresenta potentemente nell’attuale fase putrescente del modo di produzione capitalistico. Le banche, la bancocrazia, sono un momento importante di questa espansione del debito pubblico, e quindi della conservazione della sua funzione di schiacciamento fiscale della vita dei proletari, costretti al sovraccarico di lavoro dal sovraccarico d’imposta sui mezzi di sussistenza. Marx usa dei termini inequivocabili per descrivere il ruolo delle banche: ‘ Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazionedella Banca d’Inghilterra (1694)’. Marx, primo volume del capitale.
Il capitale finanziario-speculativo accompagna dunque l’accumulazione originaria e gli sviluppi successivi del capitalismo, in modo particolare in questa fase putrescente, una fase in cui la valorizzazione del capitale, intralciata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto determinata dalla variazione della composizione tecnica del capitale, spinge i capitalisti a investire una parte della ricchezza estorta ai proletari nella sfera finanziaria.

‘Il capitalismo non poteva diffondersi ed ingrandirsi senza complicarsi, e separare sempre di più i vari elementi che concorrono al guadagno speculativo: finanza, tecnica, attrezzatura, amministrazione. La tendenza è che il massimo di margine, e di controllo sociale, si allontanano sempre di più dalle mani degli elementi positivi ed attivi e si concentrano in quelle degli speculatori,e del banditismo affaristico’.
Imprese economiche di Pantalone. Pagina 67.
‘Il debito pubblico del borghesissimo stato italiano è di circa cinquecento miliardi. Se davvero il debito fosse ripartito tra i cittadini…ogni italiano avrebbe (cartelle) per… diecimila (lire). Ma ciò che è molto poco sicuro è la ripartizione uniforme dei titoli, che sono nelle mani di pochi abbienti ed accumulatori interni ed esteri, mentre lo spaventoso passivo, quello si, grava non su tutti i cittadini, ma su tutti i lavoratori, e col loro lavoro viene pagato.(…)Nello stesso modo Marx descrive il debito pubblico come uno dei fattori decisivi dell’accumulazione’. Imprese economiche di Pantalone. Pag. 80

“Il sistema creditizio affretta quindi lo sviluppo delle forze produttive e la formazione del mercato mondiale, che il sistema capitalistico di produzione ha il compito storico di costituire, fino a un certo grado, come fondamento materiale della nuova forma di produzione. Il credito affretta al tempo stesso le eruzioni violente di questa contraddizione, ossia le crisi e quindi gli elementi di disfacimento del vecchio sistema di produzione”. Marx, il Capitale.
Fissiamo e riepiloghiamo brevemente i termini della questione: lo sviluppo storico delle società divise in classi di oppressori ed oppressi conduce all’attuale modo di produzione capitalistico. Agli inizi di questo modo di produzione gioca un ruolo importante ‘Il debito pubblico (che) diventa una delle leve più energiche della accumulazione originaria’. Nello sviluppo successivo, con la divisione del lavoro su scala superiore determinato dalla diffusione dell’industria capitalistica e dalla concorrenza fra singoli capitali aziendali, viene incrementata la produttività del lavoro sociale e il conseguente impiego massiccio di capitale costante nella produzione (a discapito del capitale variabile). Tale modificazione della composizione tecnica del capitale aziendale determina la caduta tendenziale del saggio medio di profitto, essendo il capitale variabile, cioè la forza-lavoro salariata, la vera fonte del plus-lavoro/plus-valore. Nel precedente lavoro dedicato alla guerra
abbiamo individuato il collegamento (presente nello stesso testo del ‘Capitale di Marx’), fra la modificazione della composizione tecnica del capitale aziendale, la caduta del saggio medio di profitto, i fenomeni di concentrazione e centralizzazione, la creazione di un esercito industriale di riserva abnorme, l’impoverimento di massa, e la successiva, potenziale, distruzione di forza-lavoro e capitale costante in eccesso. La stessa energia del lavoro sociale evocata dal capitalismo mette in essere le condizioni per un balzo nel progresso tecnico-scientifico, cristallizzato infine nell’attuale peso preponderante del capitale costante rispetto al lavoro umano. Dentro un quadro sociale senza classi di servi e di padroni, questa circostanza significherebbe la riduzione del tempo di lavoro medio, e quindi l’impiego dei mezzi di produzione per il soddisfacimento dei bisogni umani; all’interno di questo quadro sociale, invece, significa la pura follia del lavoro morto (il capitale costante) che divora la vita del lavoro vivo proletario, all’esclusivo servizio di una
minoranza sociale di parassiti.
I mezzi di produzione (il capitale costante), risultato dell’intera storia del progresso tecnico-scientifico umano, vengono impiegati contro la stessa vita della specie che li ha posti in essere, in un processo di alienazione apparentemente senza vie di uscita.
Nel precedente lavoro abbiamo approfondito gli aspetti relativi all’esigenza politico-economica borghese di sterminio e distruzione di forza-lavoro e capitale costante in eccesso, attività fondamentali per uscire dalla crisi di sovrapproduzione e far ripartire il ciclo di valorizzazione sulle ecatombi di morti e macerie post-belliche. Ora ci concentreremo sugli aspetti della guerra finanziaria e monetaria, in corso fra i vari attori economici presenti sulla scena globale del capitalismo, inoltre sulle conseguenti tendenze alla centralizzazione bancaria e finanziaria, e tenteremo di collegare queste manovre alla risposta che la borghesia mondiale è costretta a somministrare alla sempre incombente minaccia di rivolta delle moltitudini di servi salariati. In altre parole proveremo a leggere la guerra finanziario-monetaria contemporanea dei vari agglomerati capitalistici, come la fase necessaria di una generale lotta per l’accaparramento delle quote di plus-valore e l’ulteriore incremento dello sfruttamento e asservimento della classe sociale avversaria.
Datare al 15 settembre 2008 l’inizio della crisi economica attuale è una imprecisione, se non altro dal nostro punto di vista. Almeno dalla metà degli anni 70 infatti, si è sviluppata dentro il sistema una concatenazione di difficoltà economiche, cronicamente ineliminabili, per di più periodicamente soggette a picchi di recrudescenza. Quindi dal 2008 ad oggi si acutizza solo un percorso iniziato alla metà degli anni 70, ovvero alla fine del ciclo di espansione economica successivo alla seconda guerra mondiale. La centralizzazione e la crescita del capitale bancario-finanziario, dal nostro punto di vista (in questo senso discordante dalle previsioni di Hilferding), non ha significato la stabilizzazione del sistema, o addirittura la possibilità di un suo superamento indolore: infatti,
permanendo la tara congenita della caduta tendenziale del saggio di profitto – e in presenza di un calo della domanda determinato dalla lievitazione di un esercito industriale di riserva impoverito –
non poteva prodursi nessuna stabilizzazione economica reale (solo la guerra ha svolto, storicamente, una momentanea funzione di stabilizzazione sistemica ). I recenti contributi di studio di autori come Lapavitsas, sostengono d’altronde che la formazione di oligopoli – specialmente in campo bancario e finanziario- non comporta meccanicamente una riduzione della concorrenza.
(Ripetiamolo, la crescita del debito pubblico è storicamente collegata al fenomeno della centralizzazione e alla crescita del capitale finanziario, e rappresenta, in termini di scontro di classe, la risposta borghese alla caduta del saggio di profitto ( in quanto implica un aumento delle imposte sui beni primari, e quindi un successivo inasprimento del livello di sfruttamento della classe subordinata). Generalmente, l’aumento del costo della vita è determinato dalla crescita dei prezzi di merci e servizi, dall’aumento delle imposte sul reddito da lavoro dipendente e delle imposte sui consumi. Questo combinato di aumenti di prezzi e di imposte significa – in assenza di meccanismi di adeguamento salariale come il rinnovo dei contratti o la ormai estinta scala mobile non
solo un impoverimento della classe lavoratrice, ma anche un incremento del suo grado di sfruttamento. Infatti, ammettendo dimezzata la quantità di mezzi di sussistenza acquistabile con il tempo di lavoro corrispondente al salario giornaliero ricevuto (ad esempio un ora su otto), e permanendo invariato il tempo di lavoro non retribuito, cioè il plus-lavoro (ad esempio sette ore su otto), si ottiene l’effetto di lavorare adesso sette ore e mezzo per il capitale (plus-lavoro) e mezz’ora per se stessi (lavoro necessario come contropartita del salario ricevuto).
Nel corso degli ultimi decenni i governi borghesi hanno ripetutamente adottato delle politiche economiche e fiscali classiste miranti proprio ad incrementare il grado di sfruttamento dei lavoratori, nel vano e apparente tentativo di rilanciare gli investimenti e la crescita economica, cioè il ciclo di valorizzazione del capitale industriale-commerciale. Da un punto di vista effettuale hanno soprattutto ottenuto – con la crescita dell’imposizione fiscale- le entrate monetarie per pagare gli interessi sul debito pubblico ( garantendo e assicurando in questo modo una frazione di plusvalore a quella parte del capitale complessivo di tipo finanziario-usurario). Possiamo quindi definire a pieno titolo con il termine ‘dispotismo usurario’ l’azione di ulteriore asservimento fiscale delle masse proletarie (azione condotta dall’apparato statale borghese al servizio della oligarchia finanziaria-usuraria dominante).
Le cosiddette politiche di austerità e di rigore, il ‘fiscal compact’ (o pareggio di bilancio), diventato ormai un obbligo di legge, sono la dimostrazione di una precisa volontà di garantire al capitale
finanziario-usurario la quota di interessi (frammento del plus-valore) che gli spetta in quanto soggetto che svolge ‘altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale’.
Vediamo ora alcuni dati relativi ai numeri delle politiche monetarie e fiscali dei principali attori statali capitalistici. Queste politiche possono essere lette, se vogliamo fermarci alle apparenze, come delle semplici e normali operazioni di bilancio miranti a stabilizzare i conti pubblici, oppure, ed è il nostro caso, come un aspetto della guerra finanziaria infra-imperialistica connessa alla fase attuale della crisi capitalistica. Come avviene sempre in occasione delle crisi, cioè nel momento della acutizzazione delle contraddizioni interne al sistema, la lotta fra i fratelli coltelli borghesi (Marx) si inasprisce, determinando la sconfitta e il susseguente assorbimento degli attori più deboli – non solo singole imprese fallite ma anche stati ed economie nazionali – da parte degli attori più forti (in questo scenario si inserisce la possibilità della guerra come sterminio di forza-lavoro e capitale costante in eccesso, e il successivo rilancio su vasta scala del ciclo di valorizzazione).
Analizziamo ora alcune tabelle. Partiamo dall’Europa dove il debito pubblico ha mostrato mediamente una crescita rilevante, come ben evidenziato dai dati riportati in questa tabella ISTAT.

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La tabella elaborata dall’istat sulla base di dati eurostat, relativi al periodo 2007-2013, ci presenta le variazioni numeriche di alcuni parametri economici (spese, entrate, pressione fiscale, indebitamento e debito pubblico) delle amministrazioni pubbliche di alcuni paesi dell’unione europea. Al di là dei mutamenti percentuali presenti nella colonna dell’indebitamento, che sembrerebbero comunque evidenziare una minore diminuzione di questo parametro dal 2007 al 2013, colpisce molto la situazione presente nella colonna relativa al debito pubblico: in questo caso negli undici paesi considerati si passa da una media di 58,9 del 2007 a una media di 87,1 per il 2013. Anche la spesa pubblica media aumenta di 4 punti dal 2007 al 2013, mentre le entrate e la pressione fiscale in questo periodo aumentano quasi di un punto.
La lettura di questi dati numerici conferma la nostra teoria sull’aumento tendenziale del debito pubblico, espressione dei processi dissolutivi e riaggregativi del modo di produzione capitalistico in questa fase della crisi, e quindi evidenzia, in definitiva, il ruolo preponderante assunto in questi processi dall’oligarchia finanziario-usuraria contemporanea.
Possiamo ora rivolgere l’attenzione a un grafico Eurostat relativo all’andamento del debito pubblico, nel periodo 1995-2012, in sette importanti economie capitalistiche.

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Anche in questo caso si conferma la tendenza generale all’aumento del debito pubblico, il ‘consolidated gross debt’, che nel caso del Giappone presenta una curva di crescita quasi ininterrotta superiore a quella degli altri paesi, mentre nei restanti sei paesi decresce o resta stabile dal 1995 al 2001, e tende poi a crescere dal 2001 al 2007, subendo un impennata dal 2008 al2012.
Alcuni analisti economici, anche di area marxista, rimarcano la problematicità del rifinanziamento dei titoli rappresentativi del debito pubblico italiano, ma anche del debito di altri stati, denunciando un incombente rischio di default che potrebbe innescare ulteriori fenomeni di aggravamento della crisi. A costo di sembrare cinici vorremmo esprimere le nostre perplessità rispetto a siffatte previsioni, non ci sembra, infatti, che la cosiddetta ‘rischiosità sistemica incombente’ rappresenti oggi un problema serio per la sopravvivenza del sistema, ma significhi solo (in assenza di improbabili rivolte di massa dei proletari) una ulteriore fase del processo di disgregazione e ricomposizione del capitale globale: processo finalizzato al raggiungimento di nuovi equilibri di potere (per quanto temporanei) e quindi alla spartizione del plus-valore residuo, con il risvolto aggiuntivo di un maggiore carico di sfruttamento e dispotismo per la classe operaia.
Torniamo quindi a ribadire che nessuna previsione meccanicistica e nessun volontarismo attivistico può accelerare i processi di decomposizione del cadavere che ancora cammina, il capitalismo,
soprattutto quando il livello di maturità della lotta di classe è ancora debolissimo, e la potenza dei condizionamenti sistemici riesce a ridurre all’inerzia le masse anche in presenza di un peggioramento delle condizioni di vita come quello compreso nel periodo 2007-2015.
E’ anche vero che il rinnovamento dei titoli del debito pubblico non può procedere all’infinito, perché comprimendosi l’attività economica reale di produzione di beni e servizi dove si produce, fondamentalmente, anche il plus-valore – compressione causata dalla crisi da sovrapproduzione –ne soffre di conseguenza anche la frazione plus-valore destinata in veste di interesse al capitale finanziario-usurario. L’incremento dello sfruttamento realizzato con l’aumento del debito e il susseguente inasprimento del carico fiscale sui beni di prima necessità, non può compensare per lungo tempo il calo del saggio di profitto (determinato dalla variazione della composizione tecnica del capitale, e quindi dalla riduzione del plus-valore, prima percentuale e poi anche reale in seguito alla crisi), conseguentemente, solo la distruzione del capitale in eccesso e lo sterminio della forza-lavoro superflua può ristabilire adeguate condizioni di valorizzazione del capitale in tutte le sue fogge e mascherature (industriale, commerciale, finanziario-usurario…). A meno che il proletariato non giochi questa volta un ruolo diverso e riesca così a scompaginare la scacchiera invariante della dominazione borghese.

 

Seconda parte: forza, violenza, dominazione (lo stato capitalista come attrezzatura di oppressione)

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‘Ma questo fine, questa liberazione, è appunto ciò cui tende l’umanità intera; quindi la liberazione del proletariato è la liberazione dell’umanità (affermazione costante del marxismo). Il programma, nato dalla lotta, non potrà essere affermato che mediante la lotta. Ecco posto il problema delle condizioni della lotta contro il capitale, il problema del legame fra i proletari e il programma, quello dell’individuazione dei periodi di rivoluzione e controrivoluzione. I proletari rivendicano la loro missione solo quando sono veramente dei senza-riserve (integrazione nella dinamica della società, nella lotta delle classi: il capitalismo può mai assicurare una riserva, una sicurezza, al proletario? Questo problema si ricollega al problema delle crisi; il commento è reso esplicito nelle Tesi di Roma). Ne deriva una caratteristica importante del partito. Essendo la prefigurazione dell’Uomo e della società comunista, esso è la base mediatrice di ogni conoscenza per il proletario, cioè per l’uomo che rifiuta l’ordine borghese e accetta quello del proletariato, lotta per imporlo e, quindi, per imporre l’Essere umano. La conoscenza del partito integra quella di tutti i secoli passati (religione, arte, filosofia, scienza). Il marxismo non è dunque una pura e semplice teoria scientifica (fra le tante!); ma ingloba la scienza e si serve delle sue armi rivoluzionarie di previsione e di trasformazione per raggiungere il fine: la rivoluzione. Il partito è un organo di previsione; se non è questo si discredita’. Origine e funzione della forma partito

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Oggi…….
Le condizioni di esistenza del proletariato greco, ma in generale le condizioni di vita di ogni proletariato (la profonda alienazione che le caratterizza), sono la condizione in atto della contestazione sociale e del potenziale abbattimento dell’ordine borghese. Tuttavia, quando dal sottosuolo sociale erompe la rivolta della parte sfruttata dell’umanità, allora l’apparato di forza della classe borghese (lo stato) si toglie la mascheratura legalitario-democratica e scatena la sua forza sotto forma di repressione armata contro la classe avversaria, per poterla così piegare e condurre nuovamente nelle galere aziendali del suo orribile sistema di sfruttamento.
“Nella società moderna […] la distanza sociale tra il tenore di vita della grande maggioranza produttrice e quello dei membri delle classi abbienti è aumentata enormemente. Non è, infatti, la esistenza singola di uno o pochissimi grandi dominatori che vivano nel lusso quello che conta, ma la massa di ricchezze che una minoranza sociale riesce a destinare a scopi voluttuari di ogni genere quando la maggioranza riceve poco più dello stretto necessario alla vita[…]il quesito che dobbiamo porci nei confronti del regime di privilegio e di dominio capitalistico è quello della relazione tra l’uso della violenza bruta e quello della forza virtuale che piega i diseredati al rispetto dei canoni e delle leggi vigenti senza che si attui l’infrazione o la rivolta”. Prometeo, 1947.
Scrivevamo, nel mese di aprile 2015….
Una sottile linea separa la minaccia repressiva latente e potenziale, dall’uso esplicito della forza da parte dello strumento statale borghese, la relazione fra i due momenti è sempre di tipo dialettico; in altre parole, la risposta violenta all’aumento della conflittualità sociale dei soggetti dominati coincide con la diminuzione del camuffamento democratico del dominio capitalista. La maschera cade quando il ricorso alle maniere forti s’impone, come una extrema ratio, per conservare l’ordine borghese. Guerra alla guerra è il motto dei buoni borghesi quando si avvicina una minaccia reale al proprio regime sociale: basti ricordare, in tal senso, il dispiegamento e l’uso della forza militare che avvenne in Italia durante il biennio rosso all’inizio degli anni venti (batterie di cannoni posizionate ai crocevia delle maggiori città, cannoneggiamenti della marina sui quartieri in rivolta nella città di Bari). La cosiddetta civiltà borghese svela in questi episodi cruenti e sanguinosi il volto nascosto sotto la maschera della democrazia parlamentare. Il senso comune opera, in questi casi, come un potente narcotico in grado di anestetizzare lo sconcerto e l’orrore per la durezza dell’intervento repressivo statale. Degli esseri umani vengono feriti o uccisi dal nostro stato, lo stato in cui figuriamo come cittadini titolari di uguali diritti garantiti dalla costituzione, ma questo è avvenuto, ci raccontano, solo per preservare i diritti della maggioranza dai furori estremistici di una minoranza. Una semplice storia di delitto e castigo, come in una favola per bambini, in questo modo la propaganda borghese presenta le azioni repressive delle forze di polizia contro i propri cittadini in rivolta. Riprendiamo un passaggio dal testo del 1947, “Allorché il turbamento sociale brontola più minaccioso, lo stato borghese comincia a mostrare la sua potenza con le misure di tutela dell’ordine: una espressione tecnica della polizia di stato dà una felice idea dell’uso della violenza virtuale: ’la polizia e le truppe sono consegnate nelle caserme’. Ciò vuol dire che non si combatte ancora sulla piazza, ma se l’ordine borghese ed i diritti padronali fossero minacciati, le forze armate uscirebbero dalle loro sedi ed aprirebbero il fuoco”. La finta bonomia dello stato democratico, la indolente calma delle giornate capitalistiche che trascorrono monotone e sempre uguali, non deve trarre in inganno: sotto l’apparente maschera legalitaria vive e pulsa un cuore nero violento e feroce “ La critica rivoluzionaria, non lasciandosi incantare dalle apparenze di civiltà e di sereno equilibrio dell’ordine borghese, aveva da tempo stabilito che anche nella più democratica repubblica lo stato politico costituisce il comitato di interessi della classe dominante […]Lo stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nelle situazioni in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forma di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sottosuolo sociale si levano i fremiti rivoluzionari” (ibidem). Potenzialità e attualità delle energie di dominio della classe borghese sono dunque i due lati in cui si manifesta storicamente la dittatura di questa moderna classe di schiavisti, sono in altre parole le due risposte dialettiche del capitale alle fasi alterne di sottomissione o di ribellione dell’avversario di classe proletario. Citiamo ancora lo stesso testo ‘Quando i primi regimi fascisti sono apparsi e si sono presentati alla più immediata e banale interpretazione come una riduzione e una abolizione delle cosiddette garanzie parlamentari e legalitarie, si trattava in effetti puramente, in dati paesi, di un passaggio della energia politica di dominio della classe capitalistica dallo stato virtuale allo stato cinetico […] la classe borghese che aveva fino allora, nel pieno sviluppo del suo sfruttamento economico, mostrato di sonnecchiare dietro l’apparente bonomia e tolleranza delle sue istituzioni rappresentative e parlamentari […] ruppe gli indugi e prese l’iniziativa pensando che ad una suprema difesa del fortilizio dello stato contro l’assalto della rivoluzione […] fosse preferibile una sortita dai suoi bastioni ed una azione offensiva volta ad infrangere le posizioni di partenza della organizzazione proletaria”. La borghesia capitalistica dunque, in determinate fasi storiche del conflitto di classe rompe gli indugi, mette da parte le finzioni democratiche e attacca con violenza il proprio avversario di classe, mirando in tal modo a conservare il proprio sistema di dominazione.
“L’equivoco sostanziale sta nell’essersi meravigliati, nell’aver piagnucolato, nell’aver deplorato che la borghesia attuasse senza maschera la sua dittatura totalitaria, quando invece noi sapevamo
benissimo che questa dittatura era sempre esistita, che sempre l’apparato dello stato aveva avuto, in potenza se non in atto, la funzione specifica di attuare, di conservare, di difendere dalla rivoluzione il potere e il privilegio della minoranza borghese. L’equivoco è consistito nel preferire un’atmosfera borghese democratica ad un’atmosfera fascista, nello spostare il fronte della lotta dal postulato della conquista proletaria del potere a quello della illusoria restaurazione di un modo democratico di governare del capitalismo sostituito a quello fascista […] La potenza e l’energia di classe (della borghesia) è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto; il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore ed oppressore è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario”.

Oggi….
Chiediamoci cosa possiamo prevedere nello sviluppo delle dinamiche del conflitto sociale in Grecia, e quali relazioni sono ipotizzabili fra queste potenziali dinamiche e le altre dimensioni internazionali del conflitto. In effetti sarebbe da presumere che il conflitto di classe sia il ‘movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente’, e quindi potremmo declinare in questo modo la proposizione: il movimento reale del conflitto di classe, da cui sorge potente ‘Il programma, nato dalla lotta, (che) non potrà essere affermato che mediante la lotta’, trova nel partito rivoluzionario la sua espressione e il suo organo energetico. Il partito, inoltre, ‘essendo la prefigurazione dell’Uomo e della società comunista, (…) è la base mediatrice di ogni conoscenza per il proletario, cioè per l’uomo che rifiuta l’ordine borghese e accetta quello del proletariato, lotta per imporlo e, quindi, per imporre l’Essere umano’. Tuttavia l’ordine borghese, con rara sapienza, utilizza la socialdemocrazia ‘avanzata’ di tsipras per rallentare il conflitto di classe, in quanto conosce molti espedienti per togliere benzina alle minacce prodotte dal suo stesso sistema socio-economico. Quando anche la mascheratura socialdemocratica sarà stata consumata dai fatti, allora resterà solo spazio per l’extrema ratio capitalistica, poiché, ripetiamolo: ‘lo stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nelle situazioni in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forma di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sottosuolo sociale si levano i fremiti rivoluzionari”.

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