Danza di fantocci: dalla coscienza alla cultura

 

Nota redazionale: nella pagina del sito dal titolo ‘Chi siamo’ è stato inserito l’intero contenuto dell’articolo pubblicato nel numero 12  di «Il Programma Comunista», del 1953. Presentiamo inoltre, in anteprima, alcuni passaggi tratti dal suddetto testo ‘Danza di fantocci‘. Ci è sembrato importante evidenziare in anteprima una parte del testo, molto chiara e inequivocabile, in cui si scrive che la conoscenza è presente ‘prima del processo (rivoluzionario); ma non nella universalità, non nella massa, non in una maggioranza (termine privo di senso deterministico) della classe, ma in una sua minoranza anche piccola, in un dato tempo in un gruppo anche esiguo, ed anche – scandalizzatevi dunque o attivisti! – in uno scritto momentaneamente dimenticato’. Il partito ‘storico’ racchiude e conserva questa conoscenza del processo storico-sociale, infatti è ad esso che alludono le righe precedenti, apertamente esplicitate nel passo successivo: ‘Ma gruppi, scuole, movimenti, testi, tesi, in un lungo procedere di tempo, formano un continuo che altro non è che il partito, impersonale, organico, unico proprio di questa preesistente conoscenza dello sviluppo  rivoluzionario’.

 

‘Sorel negava la funzione del partito politico proletario e scorgeva la rivoluzione come un urto diretto tra i sindacati rossi e lo Stato borghese. Non vedeva il problema marxista del potere storico, del centralismo di classe: le lotte locali di categoria o di azienda gli bastavano, purché ne fosse tolto il veleno della collaborazione di classe, per arrivare al rovesciamento del potere borghese e alla espropriazione dei padroni. Questa visione illusoria dello sciopero generale espropriatore non solo non conteneva le necessarie fasi della trasformazione sociale, e riduceva la conquista della società alla conquista della fabbrica, ma soprattutto non scorgeva che se la peste della collaborazione tra le classi è sempre risorta, è proprio in quanto la lotta da rapporti in limiti aziendali, locali, nazionali, non ha potuto assurgere alla generale unità della lotta politica del proletariato mondiale, che ha come solo organo il partito comunista mondiale.
Sorel riduceva il determinismo dialettico ad un esasperato volontarismo attivo della classe, luogo per luogo, gruppo per gruppo; non poneva stadi diversi, né nell’individuo in lotta, né nei suoi aggruppamenti, tra l’interesse, la coscienza, la volontà. Puri proletari, operai salariati che si affiancano: ed altro non occorreva per dar loro volontà di combattere e conoscenza degli scopi. In fondo – come sempre notiamo – è l’azione che è fine a sé stessa senza bisogno di una generale direzione verso un lontano punto di arrivo storico; ed in questo non faceva che a sua volta ricadere in una filosofia premarxista, e come i suoi lontani successori di oggi speculava su una frase di Marx: val meglio un’oncia di azione
che un mucchio di programmi; laddove egli frusta programmatori di immediate e contingenti conquiste entro l’ordine costituito……

La forma della specifica rivoluzione del proletariato è politicamente la dittatura. Non dittatura personale, si intende, ma dittatura di classe. Questa si forma i propri organi originali e specifici, che sono organi di gestione del potere statale in fase di piena lotta. Ma se la dittatura di un ordine ben potrebbe identificarsi con una «democrazia interna all’ordine», la dittatura di una classe rivoluzionaria è qualcosa di assai meno banale, formalistico, e soggetto alle oscillazioni di stupide conte di voti. La dittatura è definita dalla forza e dalla direzione di questa forza: non si deve dire che essa costruisce il socialismo a condizione di essere la giusta dittatura, ma che essa è la vera dittatura proletaria quando
cammina verso il comunismo(……)

Analogamente avvenne per la rivoluzione capitalista contro il feudalesimo. Si trattava di trapasso al modo di produzione basato sul salariato, ma i postulati, da una non meno possente scuola filosofica e politica, furono presentati, ben altrimenti, come libertà dell’uomo o del cittadino… trionfo della ragione.
In questi trapassi e in molti altri una nuova classe dominante sorgeva dopo la caduta dell’antica. Ma nella rivoluzione socialista, che abolirà le classi si ha preventivamente una conoscenza abbastanza definita e chiara dei suoi obiettivi. Dove e da parte di chi? Ecco il punto. Attribuire a Trotzky che questa precedente conoscenza del processo debba formarsi in chiunque sia schierato a lottare per la rivoluzione e contro gli ostacoli che la strozzano, è cosa insensata. Per noi marxisti basta che la conoscenza ci sia prima del processo; ma non nella universalità, non nella massa, non in una maggioranza (termine privo di senso deterministico) della classe, ma in una sua minoranza anche piccola, in un dato tempo in un gruppo anche esiguo, ed anche – scandalizzatevi dunque o attivisti! – in uno scritto momentaneamente dimenticato. Ma gruppi, scuole, movimenti, testi, tesi, in un lungo procedere di tempo, formano un continuo che altro non è che il partito, impersonale, organico, unico proprio di questa preesistente conoscenza dello sviluppo rivoluzionario. Il capitalismo non ha presentato un simile fenomeno processo e sviluppo: ecco che disse Trotzky, e non altro.
Al solito, a dimostrare che Trotzky non era di quei baggiani che eruttano documenti nuovi, ma enunciava tesi che sono patrimonio comune del partito, inteso al di là di confini di popoli e generazioni, è ribattuta ancora la tesi centrale di Marx: le rivoluzioni sociali derivano da contrasti di materiali rapporti e in generale hanno una deformata coscienza di sé stesse; la coscienza giusta viene molto dopo gli scontri la lotta e la vittoria; ricorriamo al decisivo Engels. Mettete da parte la pisciata della statizzazione e della pianificazione di una economia mercantile, salariale e monetaria, e, una volta di più, sentite. Non redigete documenti, non
esercitate la suprema facoltà della libera critica: fate una cosa alla portata di tutti: spilateve ‘e recchie: rendete pervio il canale auditivo.
«Con la presa di possesso da parte della società dei mezzi di produzione è eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. L’anarchia insita oggi nella produzione sociale è rimpiazzata da una organizzazione cosciente e rispondente ad un piano determinato. La lotta individuale per l’esistenza finisce. Con ciò l’uomo per la prima volta si separa, in un certo senso, definitivamente dal regno animale e passa da condizioni animalesche a condizioni di esistenza umane… Le leggi della propria azione sociale che fino ad oggi stavano loro di contro come leggi naturali esterne, dominatrici, vengono dagli uomini con piena cognizione di causa applicate, e quindi dominate.
Lo stesso socializzarsi degli uomini che finora si opponeva ad essi come largito dalla natura e dalla storia, è ora un loro proprio libero atto. Le forze obiettive estranee che finora dominavano la storia passano sotto il controllo degli uomini medesimi. Per la prima volta da ora innanzi, gli uomini faranno da sé la loro storia con piena coscienza, per la prima volta da ora le cause sociali da essi poste in movimento avranno anche in misura prevalente e continua gli effetti da essi voluti. È il passaggio dell’umanità dal regno della necessità in quello della libertà.
Realizzare questo atto di redenzione è il compito storico del proletariato moderno.
Spiegarne le condizioni sociali e quindi la natura e portare così le classi oggi oppresse e chiamate all’azione, alla consapevolezza della propria azione, è il compito della espressione teoretica del movimento proletario, del socialismo scientifico».
Di che razza di altri documenti avete mai bisogno? Smettete di fare con materiali «tanto più ricchi» costruzioni tanto miserabili. L’ora dipinta nel potente squarcio di Engels è quella che verrà dopo la presa di possesso sociale dei mezzi di produzione, la fine della concorrenza economica e del mercantilismo: ossia verrà molto dopo la conquista del potere politico. Allora per la prima volta si avrà un’attività cosciente degli uomini, della collettività umana. Allora, in quanto non vi saranno più classi.
In ogni attività di classe quindi, per i marxisti, la coscienza non solo non è una condizione, e tanto meno essenziale, ma è assente, poiché verrà per la prima volta non come coscienza di classe, ma come coscienza della società umana, controllatrice finalmente del proprio processo di sviluppo, che fu determinato dall’esterno fin che vi erano classi oppresse.
La rivoluzione è il compito storico della classe proletaria chiamata all’azione da forze di cui è per ora inconsapevole. La consapevolezza dello sbocco non è nelle masse, ma solo nello specifico organo portatore della dottrina di classe: il partito. Rivoluzione, dittatura, partito sono processi inseparabili, e chiunque cerca la via opponendoli l’uno all’altro, non è che disfattista…..

«Il proletariato al più può assorbire la cultura borghese».
Ed anche: «finché il proletariato resta proletariato, esso non può assimilare altra cultura che quella borghese, e quando potrà essere creata una nuova cultura questa non sarà una cultura proletaria, perché il proletariato come classe avrà cessato di esistere».
Queste posizioni di Trotzky suscitano indignazione, ma non vale la pena di riportare la serie di scempiaggini che ad esse si contrappone. Esse infatti esprimono puramente il nocciolo del determinismo marxista. Sul terreno scuola, stampa, propaganda, chiesa, ecc., fin che la classe lavoratrice sarà sfruttata la diffusione della ideologia borghese avrà sempre un immenso vantaggio sulla diffusione del socialismo scientifico. La partita sarà perduta per la rivoluzione fino a che non si fa assegnamento su forti masse che lottano, senza presupporre nemmeno per sogno che siano uscite dalla influenza culturale ed economica borghese, ma per la ineluttabile spinta del contrasto delle forze produttive
materiali non ancora divenuto coscienza dei combattenti, e tanto meno poi scientifica cultura!

Vano sarebbe legare le unghie e gli artigli ai borghesi e ancora più al mostro tentacolare e impersonale del capitale, e poi rispettarne l’apologia verbale. Un vago ordine operaista potrebbe scendere a questo suicidio, ma la rivoluzione proletaria vincerà quando e in quanto il suo organo dottrinale, il partito, imporrà il bavaglio alla libertà di espressione delle lunghe a morire ideologie e culture tradizionali, proprie delle classi debellate.
Queste ricerche modernissime sulla dittatura del proletariato e sul programma socialista, non sono dunque che il completo svuotamento dell’una e dell’altra, per il ritorno ad una ipocrita gara di idee in nulla dissimile da quella decantata dalle peggiori propagande borghesi occidentali.
Il giro quindi si chiude come doveva: il sostenere una libertà ed una democrazia «interna alla classe» non serve che a ricadere in pieno nell’unica libertà e democrazia storicamente possibili prima della compiuta trasformazione comunistica della società: la democrazia e
libertà borghesi. Che coincidono con la dittatura borghese, e mentre non lasciano gracchiare che le cornacchie, stroncano nella organizzazione rivoluzionaria, in primis et ante omnia, proprio la libertà di espressione.
Corre epoca sfavorevole alla classe proletaria, alla rivoluzione, ed al partito rivoluzionario.
Ma le tre cose risorgeranno inseparabili, quando l’ora verrà. Urge per ora anche nel seno del piccolo movimento che noi siamo, stroncare le velleità e le nostalgie per questa dissolvitrice libertà di fesseria’.
«Il Programma Comunista», n. 12 del 1953

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