Aristocrazia operaia e caso Grecia : risposta a un lettore

Abbiamo di recente ricevuto delle osservazioni interessanti e garbate da un nostro lettore. Il perno centrale della sua critica è basato sulla nostra presunta sopravvalutazione del conflitto sociale, ovvero della sua attuale e potenziale qualità ed intensità antisistemica, che non terrebbe nella giusta considerazione la reale passività del proletariato, e la conseguente pace sociale ultrasettantennale. In altre parole ci viene obiettato di scambiare un alito di vento per una tempesta, poiché il gigante proletario occidentale, da almeno settanta anni integrato nel welfare capitalistico (in quanto beneficiario del sopraprofitto imperialista) si muoverebbe (forse) solo per difendere le condizioni privilegiate raggiunte nella passata fase economica espansiva. Potremmo rispondere ‘eppur si muove’, e ricordare che le crisi, qualunque significato si voglia attribuire a questa parola, sono di frequente accompagnate da un incremento della conflittualità sociale. In effetti nei vari articoli dedicati al caso Grecia, ci siamo limitati a ipotizzare un cedimento ( gia verificato e documentato) del governo Tsipras ai diktat del capitale finanziario-usuraio internazionale, e un conseguente aumento dello scontento sociale proletario (in via di sviluppo). Non abbiamo mai parlato di situazione esplosiva, prerivoluzionaria, o altro, limitandoci a constatare, invece, la presenza strutturale del conflitto di classe dentro, e questo sarebbe addirittura tautologico, una società divisa in classi di sfruttati e sfruttatori. La stessa sociologia funzionalista americana, realisticamente, prende atto della costante del conflitto sociale, interpretandolo (prevalentemente) come un aspetto funzionale all’equilibrio stesso di un qualsiasi sistema sociale, mentre altre correnti (diciamo di sinistra) del funzionalismo tendono a inserire il conflitto nel quadro di un mutamento storico, postulando dunque la possibilità che in una certa fase storica, il conflitto sfoci in un cambiamento dei precedenti paradigmi di forma ed equilibrio sociale (andando oltre, quindi, la semplice funzione di riequilibrio sistemico assegnatagli dai sociologi conservatori). Passiamo oltre, siamo ben consapevoli che una sezione della classe proletaria, definibile come aristocrazia operaia, esercita una ‘funzione’ di sostegno e puntello al sistema, condizionando con le sue scelte una parte consistente della classe, e rappresentando la base sociale dell’opportunismo politico e sindacale. Sappiamo, tuttavia, che esiste pure, reale e documentata, una avanguardia di lotta operaia, statisticamente una minoranza numerica rispetto alla maggioranza della classe,  integrata o semplicemente rassegnata. Questa minoranza rappresenta la base sociale materiale del partito comunista internazionale, che distinguiamo nella doppia veste di ricettacolo della conoscenza umana di specie (partito storico), e come organo di azione politica (partito formale). Gli inevitabili processi di mutamento sociale, innescati dalle interiori contraddizioni del modo di produzione capitalistico, per quanto lenti e impercettibili, sono un fatto reale, e non certo il delirio settario e apocalittico di pochi illusi, separati dalla vita reale. Anche noi siamo consapevoli delle difficoltà e dei condizionamenti che si frappongono a un mutamento di orizzonte di grande portata, tuttavia il modo di produzione capitalistico, in maniera invariante, nel tentativo di riequilibrare le sue interiori difficoltà e contraddizioni, mette in essere fenomeni distruttivi di lavoro vivo e capitale costante in eccesso (CRISI, GUERRE..). In queste circostanze, forse, è ipotizzabile un apertura di spiragli sociali, di possibilità di conflitto, potenzialmente superiori alle situazioni di routine. Ipotesi e possibilità non sottovalutate dai poteri ‘sistemici’, i quali si affrettano a prevenirle oliando e rafforzando lo stato borghese (attrezzatura di oppressione). La nostra analisi si basa su queste considerazioni di tipo materialistico, suffragate da ampie e documentabili evidenze storiche, e dalla conoscenza tratta dalle esperienze di lotta proletaria passate e presenti. I testi recentemente riproposti sul sito, pubblicati prevalentemente negli anni sessanta da ‘il programma comunista’, rimarcano e chiariscono senza alcun bisogno di ulteriori interpretazioni esegetiche, l’origine e la funzione del partito comunista, e in modo particolare il suo ruolo insostituibile nei processi di mutamento sociale. Sulla base di considerazioni dedotte dalle variegate esperienze storiche, vengono in quei testi formalizzate delle inequivocabili linee in ordine al problema politico del partito. In assenza di una modificazione della natura socio-economica del regime capitalista, non si comprende la preoccupazione di chi ritiene importante ulteriormente dissertare sul centralismo organico, o sul vero significato di una parola o di un presunto pensiero recondito dei compagni che negli anni passati hanno elaborato una coerente concezione del partito. Ferma restando la possibilità di scolpire e mostrare in tutti i suoi lati una determinata conoscenza, storicamente invariante, appare comunque superflua o addirittura fuorviante la pretesa di possedere, al di là delle inequivocabili pagine prodotte dalla corrente in tempi diversi, la giusta chiave di lettura per comprendere, oggigiorno, cosa pensava e cosa voleva davvero dire un certo compagno, quando ha contribuito alla stesura di determinati documenti politici. Documenti che, oltretutto, avevano anche lo scopo di mettere fine al balletto delle interpretazioni, degli aggiornamenti e delle revisioni innovative. Di fronte a questi sofismi, e ai sottintesi intenti  di rottamazione pratico-teorica della funzione e del ruolo della forma partito, anche a costo di apparire schematici e dogmatici, si ritiene, valido il motto latino ‘la carta canta’. Di conseguenza si ritiene che vada nettamente criticata la ulteriore interpretazione di concetti, presenti in documenti, chiari e inequivocabili, al fine di sostenere una certa linea politica nettamente dissonante con il contenuto di quegli stessi documenti. Non vogliamo qui addentrarci nel campo della semiotica, e della polemica sulla semiosi illimitata, cioè sulla possibilità di attribuire signicati illimitati a un certo significante (testo, opera d’arte, oggetto, azione e via dicendo). Infine proprio uno dei fondatori della semiologia, Peirce, oltre un secolo fa, sosteneva realisticamente che il processo di semiosi si inserisce in un contesto storico – culturale che orienta e limita le possibilità di lettura, e quindi di attribuzione di significati, rispetto a un certo ente significante. La semiosi illimitata è quindi valutata da Peirce come una pratica possibile, talvolta in ambiti ed esperienze particolari (arte, follia…..),  tuttavia da ritenersi impraticabile nella vita sociale reale. I limiti dell’interpretazione sono dunque dati dal contesto materiale, storico e socio-culturale, in cui si attualizza l’attività di semiosi. In altre parole una variazione del tema: l’essere sociale determina la coscienza. Centralismo organico e partito possono dunque essere letti con sfumature di significati lievemente diversi, accentuando il peso di un aspetto più di un altro, e tuttavia non è semiologicamente e politicamente ammissibile negare il complesso degli aspetti strutturali dei due concetti (centralismo organico e partito), o addirittura proporre interpretazioni in contraddizione con il senso attribuito a questi due concetti (che si implicano reciprocamente), rispetto alle letture prevalenti (politicamente e culturalmente) su base storico-sociale. Questa base storico-sociale (determinata dal livello raggiunto dal conflitto sociale di classe, e dagli insegnamenti passati e presenti ad esso collegati ) ci fornisce il dizionario e l’enciclopedia per comprendere il significato storicamente plausibile e accettato dei due concetti. Chi insiste pervicacemente in letture eccentriche rispetto al senso ben centrato sulla base reale dell’interpretazione politica prevalente, deve assumere su di sé i rischi di ricadere nel caos della semiosi illimitata, e quindi nella fuga da quella realtà determinatamente suscettibile di possedere certi significati (e non altri) all’interno di un certo contesto socio-culturale.

 

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