Genesi e caratteristiche dei fenomeni migratori

Assistiamo da almeno venti anni ad una crescita dei fenomeni migratori, con il corollario delle speculazioni politiche collegate alle proteste di alcune fasce di cittadini impauriti dalle ‘invasioni’ degli ‘stranieri’. In definitiva il fenomeno migratorio è direttamente collegato all’aumento di sentimenti xenofobi e razzisti, in una parte della popolazione. I flussi migratori, tuttavia, sono solo un effetto dei meccanismi di sistema del modo di produzione capitalistico. Il capitalismo, come sistema economico di produzione, distribuzione e organizzazione del lavoro, è totalmente finalizzato al conseguimento del massimo profitto del capitale investito. Nella realtà delle imprese che operano sul mercato, la singola impresa si trova costretta a lottare con la concorrenza di altri capitali aziendali, ed è quindi obbligata a innovare continuamente metodi e strumenti di lavoro (per battere le altre aziende, e non farsi estromettere dal mercato). In questa dinamica permanente di innovazione e concorrenza, il progresso tecnico consente di produrre lo stesso quantitativo di merci con un numero sempre minore di lavoratori salariati, che vengono sostituiti progressivamente dal macchinario. Capitale variabile è il nome che Marx utilizza per definire la forza-lavoro umana, il cui impiego orario varia in relazione alle esigenze della produzione basate sulla domanda presente nel mercato, e in secondo luogo varia anche in relazione alle possibilità di utilizzo residuo che il capitale costante, cioè il macchinario, gli concede. Sintetizzando il problema, possiamo affermare che il progresso tecnico – scientifico, spinto in essere dalla concorrenza fra imprese, rende tendenzialmente superflua una parte del lavoro umano, creando quindi le condizioni per l’esistenza di enormi masse di disoccupati, sottoccupati, precari, e via dicendo. Esercito industriale di riserva è il nome dato da Marx a queste moltitudini, perché il suo scopo, nella logica capitalistica, è quello di essere una forza-lavoro tenuta di riserva, e da impiegare nella produzione solo quando il suo impiego dovesse ritornare utile e necessario al profitto aziendale. Come forza di riserva inoccupata, essa è ugualmente utile al sistema capitalistico, poiché la sua stessa esistenza ha l’effetto di esercitare una pressione al ribasso sulle richieste di miglioramenti salariali e normativi degli operai occupati (per l’ovvio motivo che alle spalle degli occupati ci sono gli inoccupati, disposti ad accettare anche paghe e condizioni di lavoro peggiori di chi ha già un lavoro).
Come ben descritto nel capitale di Marx, l’origine del modo di produzione capitalistico trova un momento fondamentale nella modernizzazione dell’economia agraria. Le varie piccole aziende a conduzione familiare, cioè le aziende di autoconsumo (quindi non le imprese commerciali o industriali volte allo scambio e al profitto, ma le famiglie contadine che coltivano la terra per il proprio fabbisogno) vengono spinte ad indebitarsi e infine ad essere assorbite in aziende agricole di più ampie dimensioni. In queste nuove aziende prevale l’elemento della produzione su vasta scala, tecnologicamente avanzata. Il salto produttivo in questo settore determina generalmente una maggiore possibilità di reperimento dei beni alimentari primari, insieme a un corrispettivo e tendenziale calo dei loro prezzi. Una volta ampliate le possibilità di acquisto dei generi alimentari fondamentali a prezzi accessibili, può quindi svilupparsi il mercato secondario dei prodotti industriali, e decollare ulteriormente l’economia capitalistica. Cosa c’entra tutto questo con l’emigrazione? Il nesso lo ritroviamo nel fatto, storicamente accertato, della presenza di uno sviluppo capitalistico (iniziale) nei paesi di provenienza dei migranti. In altri termini accade che il capitalismo si diffonda da un po’ di tempo anche nei paesi che fino a qualche decennio fa presentavano economie prevalentemente agricolo-primarie: economie che consentivano a molti dei genitori degli attuali migranti di soddisfare almeno il bisogno primario del cibo (con le anzidette attività agricole di autoconsumo). Una volta espropriati dei propri piccoli poderi dalle multinazionali del settore alimentare, questi ex contadini sono di fatto incamminati verso la proletarizzazione (cioè il lavoro di operaio o il diretto inserimento nell’esercito industriale di riserva (la disoccupazione). Questi nuovi proletari (come d’altronde tutti i proletari) sono dunque spinti a spostarsi, come vere e proprie mandrie umane, incessantemente, nei verdi e rigogliosi pascoli del capitale, cioè nelle realtà economiche, nei distretti industriali, nelle aziende, dove la classe borghese ha più bisogno della loro forza-lavoro.

Il fenomeno dei movimenti migratori nasce come effetto derivato e collaterale del modo di produzione capitalistico, e quindi troverà soluzione solo dopo la scomparsa di tale realtà socio-economica. Intendiamo affermare che solo in una società comunista, diffusa in tutto il mondo, non si porrà più il problema della forza-lavoro che in un certo tempo, e in una certa area, risulti disoccupata, e quindi costretta ad emigrare per sopravvivere. Chiarito questo aspetto basico, vediamo meglio quali dinamiche vengono oggigiorno determinate dai fenomeni migratori (fortemente cresciuti negli ultimi quindici anni in Italia e in Europa). Due sono le dinamiche principali, l’utilizzo economico della presenza migrante (da parte delle imprese al fine di ottenere forza-lavoro a buon mercato) e l’utilizzo politico della paura e della xenofobia determinate dalla presenza migrante (da parte di forze politiche spesso direttamente collegate al mondo imprenditoriale, quel mondo che tendenzialmente utilizza a buon mercato la forza-lavoro migrante). In una logica di sistema è quindi il classico caso del prendere due piccioni con una fava, cioè, a pensarci bene, il vantaggio di avere manodopera sottopagata, meno tutelata e più ricattabile, e in seconda battuta la possibilità politica di dirottare lo scontento popolare verso lo spauracchio dello straniero violento, stupratore e ladro di posti di lavoro. In definitiva, si può ben comprendere perché tale fenomeno rivesta, in tutti i casi, una funzione di riequilibrio e consolidamento sistemico (almeno fino a quando la forza-lavoro migrante non inizia a fare blocco con le lotte del resto del proletariato, sulla spinta dei comuni interessi di classe).

Appurate le cause socio-economiche dei fenomeni migratori, e inserendo in esse anche la fuga dalle guerre e dalle persecuzioni religiose, etniche e politiche, resta da chiarire il punto sul ruolo giocato dall’apparato statale. La nostra ipotesi consiste nel ritenere che l’attrezzatura di dominio della classe sociale borghese svolga il compito di inquadrare i nuovi arrivati dentro i centri di accoglienza (come preludio del regime lavorativo che attende questa forza-lavoro disponibile). Dietro la burbera e occhiuta accoglienza iniziale, si nasconde il compiacimento di avere un ulteriore massa umana, proficuamente impiegabile (a salari stracciati) nei processi economico-aziendali di sfruttamento capitalistico. Un esercito industriale di riserva, già in loco, pronto a sostituire immediatamente quella parte di classe operaia occupata che dovesse protestare per le paghe troppo basse, o per ottenere migliori condizioni di lavoro. Quindi, torniamo a ripeterlo, la massa umana dei migranti, va intesa, nell’orizzonte sistemico capitalista, innanzitutto come arma di ricatto verso la forza-lavoro occupata.
Tuttavia, in certe occasioni, pensiamo alla rivolta di Rosarno o agli scontri in provincia di Caserta, questa massa di braccia a buon mercato, può trasformarsi in problema di ordine pubblico. Cioè può accadere che il mix di super sfruttamento, problemi di alloggio, xenofobia, e regolarizzazione amministrativa, si trasformi in rivolta contro una condizione di vita insostenibile. Fuochi sporadici di contestazione, che tuttavia vengono prontamente gestiti e soffocati dall’attrezzatura statale di oppressione, incaricata di rimuovere tutti gli intoppi alla regolare estorsione di plus lavoro (l’estorsione che costituisce il cuore segreto della produzione capitalistica). Una bella espulsione, un bel rimpatrio, et voilà il problema delle teste calde è risolto, e le imprese tornano a produrre nella pace sociale, con una nuova infornata di migranti disposti a sostituire i lavoratori teste calde. Queste dinamiche di inglobamento e successivo allontanamento dal ciclo di valorizzazione del capitale, non sono comunque generalizzate alla totalità dei migranti, poiché una parte di questi soggetti riesce a ‘fare fortuna’, e addirittura, in certi casi a mettere su una impresa aziendale. Nulla di nuovo sotto il sole – del modo di produzione capitalista – basti ricordare le migliaia di aziende sorte dall’iniziativa di ex operai che si sono ‘messi in proprio’. Fenomeno, quest’ultimo, che sembra quasi una attualizzazione economica del passo scritto da Nietzsche nello Zarathustra ‘e infine anche nella mente dello schiavo trovai la volontà di diventare padrone’. Al di là di questo aspetto, che comunque conferma i processi sociali ascensionali di una minoranza, resta la realtà dell’impoverimento (relativo) della maggioranza del proletariato (nativo e migrante). Nessuna ripresa economica, dati gli assetti strutturali del sistema capitalistico globale, potrà mai invertire la tendenza alla pauperizzazione relativa della popolazione.

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