Crisi del capitale ( espansione e contrazione del credito, come meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale. Marx )

‘le condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate’. Manifesto dei Comunisti(1848)

‘al di là di un certo punto, lo sviluppo delle forze produttive diventa un ostacolo per il capitale, e dunque il rapporto del capitale diventa un ostacolo per il capitale, e dunque il rapporto del capitale diventa un ostacolo per [lo] sviluppo delle forze produttive del lavoro’

Lineamenti della critica dell’economia politica (1858), Marx

‘La superficialità dell’economia politica risulta fra l’altro nel fatto che essa fa dell’espansione e della contrazione del credito, che sono meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di quei periodi’(Il Capitale, libro I, cap.23)

‘ll sistema creditizio accelera pertanto lo sviluppo delle forze produttive e la creazione del mercato mondiale, che il modo di produzione capitalistico ha il compito storico di creare, sino ad un certo livello, quale base materiale del nuovo modo di produzione. Al tempo stesso, il sistema creditizio accelera le crisi, le violente eruzioni di questa contraddizione e quindi gli elementi della dissoluzione del vecchio modo di produzione’(Il Capitale, libro III,cap.5)

‘La distruzione violenta di capitale, non in seguito a circostanze esterne ad esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più evidente in cui gli si rende noto che ha fatto il proprio tempo e che deve far posto a un livello superiore di produzione sociale'(Grundisse)

In certi ambienti continua ancora a circolare l’idea della crisi del capitale come prodotto della crisi finanziaria, tale visione delle cause determinanti della crisi è fuorviante e mistificatrice. Una delle conseguenze politiche di questa visione è infatti l’esaltazione della buona economia industriale capitalistica contro la cattiva finanza e le banche ad essa collegate. Noi invece sappiamo che il plus-valore che viene prodotto nell’economia ‘reale’ industriale viene poi ripartito fra i vari rami del capitale globale sotto forma di profitto, interesse e rendita. Il credito, la finanza, il debito pubblico sono semplici fattori propulsivi del modo di produzione borghese e della riproduzione allargata del capitaleil sistema creditizio accelera pertanto lo sviluppo delle forze produttive e la creazione del mercato mondiale (Marx)’.

La finanza, il credito e il debito pubblico accelerano i processi di concentrazione e centralizzazione dell’economia capitalistica, permettendo l’ampliamento delle dimensioni aziendali delle imprese operanti sul mercato dei beni e dei servizi (produzione e distribuzione), ma anche l’ampliamento delle imprese operanti nel settore primario (agricoltura, estrazione di risorse energetiche e materie prime). Tuttavia la molla che spinge un determinato capitale monetario a riversarsi nel settore della finanza è solo la maggiore redditività dell’impiego in questo settore, e non certo un ragionamento di tipo prospettico sugli effetti della finanza, del credito e del debito pubblico sullo sviluppo dei fenomeni di concentrazione e centralizzazione del capitale ‘produttivo‘.

La caduta del rendimento medio degli strumenti di investimento finanziario (fondi comuni, titoli di stato come BOT,CCT,BTP, obbligazioni di S.P.A ) è una conseguenza della caduta del saggio medio di profitto nelle attività produttive di beni e servizi, e dunque esso è un effetto e non certo una causa della crisi. La caduta del saggio medio di profitto è a sua volta una conseguenza dell’aumento della parte costante del capitale rispetto a quella variabile, all’interno della composizione organica del capitale, effetto diretto del progresso tecnologico. Il progresso tecnico è collegato all’esigenza di un impiego maggiore di capitale costante nel processo produttivo da parte dell’impresa, allo scopo di produrre e vendere più merci, e quindi ottenere una maggiore quantità di profitti e arginare la concorrenza (tuttavia il tasso percentuale di profitto è destinato a calare, poiché il plus-valore che ne forma la base è diretta conseguenza del plus-lavoro estorto al capitale variabile, cioè alla forza-lavoro umana, e quindi riducendosi il suo peso nella composizione organica del capitale si riduce pure il saggio medio di profitto). Come un cane che si morde la coda, cause ed effetti si intrecciano senza apparenti vie di uscita dentro l’economia capitalistica, dirigendosi inevitabilmente verso l’orizzonte della distruzione di capitale costante e variabile in eccesso in relazione alla valorizzazione (redditività) adeguate ai bisogni parassitari della classe sociale borghese. La finanziarizzazione non è quindi una sorta di mutazione della natura di fondo del sistema economico borghese, bensì solo un effetto della decrescente redditività del capitale impiegato nei settori dell’economia industriale, determinato dalle cause prima accennate.

L’aumento del credito significa anche, di converso, l’aumento del debito. Infatti, se da qualche parte c’è una massa di investitori-creditori smaniosi di garantire un buon interesse al proprio capitale, vuol dire che da qualche altra parte ci sarà una massa di debitori alla ricerca di capitale di debito per fare girare meglio o far sopravvivere la propria attività economica ‘reale’. Consideriamo la massa debitoria degli stati, delle maggiori imprese (anche multinazionali) e delle famiglie, e avremo un quadro del castello di carta su cui continua a reggersi il sistema. Come l’attuale sovrapproduzione di merci (non certo di prodotti necessari ai bisogni reali dell’umanità) è il segnalatore di una crisi economica, il cui primo effetto è l’impossibilità di vendere sul mercato a prezzi adeguati le merci prodotte, anche l’attuale aumento del credito è un segnale anticipatore delle crisi finanziarie. Ma come la sovrapproduzione di merci è tale solo in relazione al fatto che la loro vendita non sarebbe adeguatamente redditizia per il capitale investito, così pure la sovrabbondanza di capitale fittizio e di credito è tale solo in relazione a una crescita percentuale negativa dell’interesse sugli impieghi finanziari, in altre parole a una diminuzione reale dei profitti realizzabili nella sfera (alternativa) finanziaria. Seguendo la lezione di Marx , poiché i profitti realizzati nella sfera finanziaria derivano in ultima istanza dalla ripartizione/appropriazione del plusvalore/plus-lavoro estratto nei settori produttivi, attraverso lo sfruttamento della classe oppressa, la causa basilare delle crisi finanziarie non può che risiedere nella caduta del saggio di profitto nei settori produttivi economici ‘reali’.

Possiamo individuare allora i cicli decrescenti della produzione economica reale e i collegamenti con le crisi finanziarie a partire, ad esempio, dagli inizi degli anni settanta. Ipotizziamo dunque una correlazione significativa fra l’apice nella decrescita del plus-valore realizzato nei settori produttivi di beni e servizi, il susseguente punto limite di caduta di questa decrescita del plus-valore realizzato nei settori produttivi di beni e servizi, e le crisi finanziarie concomitanti con la caduta del ciclo produttivo economico ‘reale’. Gli anni compresi fra il 1973 e il 1975 coincidono con la crisi economica e con la correlata crisi finanziaria, ma anche il periodo di decrescita economica del 1994/2002 è collegabile alla crisi finanziaria 1998/2000. Infine il ciclo di decrescita del saggio di profitto nel periodo 2004/2009 si accompagna alla crisi finanziaria del periodo 2007/2008. La persistenza delle condizioni di decrescita del saggio medio di profitto nell’economia capitalistica globale, in altre parole le stesse leggi immanenti del modo di produzione capitalistico, fanno prevedere che l’attuale aumento del credito e del capitale fittizio siano il segnale all’orizzonte di una nuova crisi finanziaria. Al di là delle previsioni di nuove crisi, il collegamento determinato fra crisi economica ‘reale’ e crisi finanziaria, toglie argomenti ai soggetti che predicano (anche a sinistra) la lotta alla speculazione finanziaria sfrenata e alla corruzione come rimedio ultimo per i mali del capitalismo, suggerendo una regolamentazione statale internazionale dei mercati finanziari come utile strumento per arginare le crisi cicliche del capitale. Tali ricette mistificano i dati reali della questione, proponendo degli interventi ‘correttivi’ a un sistema socio-economico considerato nel complesso positivo e riformabile in meglio. Si tratta naturalmente di pure illusioni, funzionali all’intorpidimento della conoscenza della violenza e della barbarie del modo di produzione capitalistico. 

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