Chaos Imperium

Chaos Imperium

‘Che i cartelli eliminino le crisi è una leggenda degli economisti borghesi, desiderosi di giustificare ad ogni costo il capitalismo. Al contrario, il monopolio, sorto in alcuni rami d’industria, accresce e intensifica il caos, che è proprio dell’intera produzione capitalistica nella sua quasi totalità’. Lenin

Prefazione

Il presente lavoro continua ad approfondire l’analisi delle dinamiche capitalistiche iniziata soprattutto nei due testi ‘Is,stato islamico e politica americana del caos’ e ‘Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso’. Dopo la pubblicazione di questi due testi, nel 2014, abbiamo saltuariamente ripreso a scrivere sull’argomento, sotto la spinta di vicende a tutti note (Ucraina, Siria…), tentando di cogliere gli elementi di causa invariante nel divenire dei fenomeni osservati. Ad una prima lettura i conflitti armati fra frazioni territoriali e le correlate disgregazioni di stati nazionali sono riconducibili a dinamiche interne ed esterne alle aree socio-economiche in cui si svolgono, cioè sono imputabili a lotte economiche interne alle singole borghesie nazionali, e anche, in modo non secondario, all’intervento di centri capitalistici internazionali per la difesa e l’ampliamento dei propri interessi. La fase congiunturale attraversata dall’economia capitalistica globale intensifica gli attriti fra i ‘fratelli coltelli’ borghesi, e di conseguenza incrementa le tendenze allo scontro armato diretto fra le bande di parassiti che si contendono il bottino di plus-valore prodotto dai servi salariati. Nulla di nuovo sotto il sole si dirà, già Lenin nel 1916 aveva affrontato queste tematiche nel testo ‘Imperialismo fase suprema del capitalismo’. Ebbene ci accingiamo proprio a rileggere il testo di Lenin, confrontando i dati numerici in esso contenuti con le statistiche relative alle maggiori aziende multinazionali dei nostri giorni. Vedremo come i processi di centralizzazione del capitale nel settore industriale, commerciale e bancario-finanziario sono proseguiti senza sosta, pur smentendo le previsioni di Hilferding sulla fine della concorrenza fra capitali, e a maggior ragione le teorie sul super-imperialismo di Kautsky. A proposito di questo ultimo argomento dobbiamo constatare che nonostante tutto, cioè nonostante le controprove fattuali storicamente documentabili, una certa parte di marxisti ‘creativi’ dei nostri giorni continua a baloccarsi con le teorie dell’imperialismo unico egemone (alias impero americano et similia). Anche per confutare tali visioni distorte del divenire del modo di produzione capitalistico cercheremo di riprendere i contenuti della polemica di Lenin con Kautsky, mostrando come i dati geopolitici ed economici contemporanei smentiscano più di prima l’ipotesi del cosiddetto super-imperialismo, e in definitiva, quindi, smentiscano l’ipotesi correlata di un passaggio graduale e automatico da un certo sistema socio-economico (capitalista) al suo opposto (socialista). Quando parliamo di imperialismo non dobbiamo pensare a un fenomeno distaccato dalle vicende generali della dinamica dei rapporti fra struttura economica e sovrastruttura politica capitalistiche, viceversa andremo a verificare, nel corso della nostra trattazione, proprio le concrete interconnessione fra i due piani. La politica degli stati borghesi, o meglio ancora, delle alleanze di stati espressione di blocchi convergenti di interessi geo-economici, sono lo strumento attraverso cui si realizza la spartizione conflittuale del bottino di plusvalore e la correlata penetrazione degli investimenti di capitale delle imprese multinazionali sui mercati globali.

Nel corso della trattazione affronteremo anche il problema dei nuovi strumenti di intervento economico-monetario messi in cantiere da Russia e Cina, il peso dello YUAN, e il rimescolamento delle alleanze fra i vari attori/giocatori presenti sullo scacchiere internazionale. L’imperialismo dei nostri giorni è una modalità di realizzazione dell’economia capitalistica che a un certo grado di sviluppo e di centralizzazione dei capitali investiti, per ottenere la valorizzazione del capitale (principalmente nel settore finanziario-bancario e industriale) è costretta a cercare sbocchi di rapina di risorse energetiche e forza-lavoro al di fuori delle aree economiche di crescita ‘native’. Tuttavia, come dimostrato nel testo ‘Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso’, la caduta storica, tendenziale, del saggio di profitto, determinata dalla variazione nella composizione tecnica del capitale aziendale (variazione a favore della parte costante, e a discapito della parte variabile) produce infine le condizioni potenziali per alcuni successivi sviluppi che dovremo inevitabilmente affrontare ( crisi economiche, esigenza di distruzione di capitale tecnico e umano in eccesso, conflitti inter-imperialistici, distruzione quotidiana di ‘capitale vivo’ attraverso le malattie, la fame e in generale le nocive condizioni di vita derivate dal capitalismo). In modo particolare i conflitti inter-imperialistici per il controllo di vaste risorse energetiche e lo sfruttamento di forza-lavoro a buon mercato (il bottino di plus-valore) diventano molto virulenti in questa fase, e in presenza di processi di declino delle precedenti posizioni di forza di uno degli attori internazionali – blocchi economico-militari di interessi sovra-nazionali – si sviluppa il fenomeno reattivo della politica del caos.

Abbiamo già descritto questo fenomeno (ad esempio in ‘ISIS e politica americana del caos’), individuando nella strategia della ‘terra bruciata’, tipica degli eserciti in ritirata, il tratto saliente dell’azione politico-militare del blocco capitalistico che ruota intorno al colosso americano, mirante innanzitutto a rallentare e danneggiare l’avanzata del blocco avversario. In medio oriente (Siria,Iraq, Libia…) osserviamo gli sviluppi di questa politica in termini di partecipazione alla disgregazione degli stati nazionali/centrali preesistenti, e nei successivi tentativi di condizionamento delle milizie territoriali (generalmente caratterizzate da una ideologia religioso/fondamentalista) in cui si frammenta e riversa, più o meno intatta, l’energia di dominio (politico-militare) delle rispettive borghesie arabe. Un Chaos Imperium, da intendere come finanziamento, addestramento e utilizzazione dissimulata di una parte delle forze emerse dai precedenti processi disgregativi degli stati centrali/nazionali, al fine principale di preservare in qualche modo il controllo delle risorse energetiche e delle loro vie di trasferimento e commercializzazione.

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Parte prima: leggi tendenziali di sviluppo dell’economia capitalistica e slancio imperiale

‘Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall’immenso incremento dell’industria e dal rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie. Quasi la metà dell’intera produzione di tutte le imprese del paese (America) è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende! E queste 3 mila aziende gigantesche lavorano in 268 rami dell’industria. Da ciò risulta che la concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti riesce facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, d’altro lato, sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio. Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei fenomeni più importanti – forse anzi il più importante nella economia del capitalismo moderno e noi non possiamo fare a meno di esaminarla ampiamente’.

Lenin, Imperialismo…

Abbiamo in precedenza accennato ai fenomeni economici definiti concentrazione e centralizzazione, i quali indicano rispettivamente l’aumento di grandezza di un singolo capitale aziendale, e nel secondo caso l’unione/attrazione di capitali aziendali differenti.

I due fenomeni economico-aziendali suddetti sono generalmente collegati al passaggio dalla riproduzione semplice del capitale investito alla sua riproduzione allargata (in altre parole alla transizione che si verifica quando dal semplice valore del capitale aziendale iniziale, attraverso il processo produttivo-gestionale aziendale, si passa a un valore superiore/allargato, cioè gli utili/profitti ottenuti vengono reinvestiti nel processo produttivo e determinano – diversamente dalla riproduzione semplice – anche un aumento di valore del capitale iniziale).

Sotto la spinta della concorrenza e della caduta del saggio di profitto i fenomeni di riproduzione allargata e concentrazione/centralizzazione ( e tendenza al monopolio) vengono potentemente acutizzati. Riportiamo una lunga citazione dello scritto di Lenin che riassume le dinamiche economiche dell’imperialismo: ‘ L’imperialismo, particolare stadio del capitalismo. Dobbiamo ormai tentare di sintetizzare quanto sin qui abbiamo detto intorno all’imperialismo e di concludere. L’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza. La libera concorrenza è l’elemento essenziale del capitalismo e della produzione mercantile in generale; il monopolio è il diretto contrapposto della libera concorrenza. Ma fu proprio quest’ultima che cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale, che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo, di una decina di banche che manovrano miliardi. Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma coesistono, originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di attriti e conflitti. Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a un ordinamento superiore nella economia. Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo. Tale definizione conterrebbe l’essenziale, giacché da un lato il capitale finanziario è il capitale bancario delle poche grandi banche monopolistiche fuso col capitale delle unioni monopolistiche industriali, e d’altro lato la ripartizione del mondo significa passaggio dalla politica coloniale, estendentesi senza ostacoli ai territori non ancor dominati da nessuna potenza capitalistica, alla politica coloniale del possesso monopolistico della superficie terrestre definitivamente ripartita. Ma tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che compendiano l’essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del fenomeno da definire. Quindi noi -senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo- dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè: 1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di’ sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici’. Il capitale, la sua evoluzione dalla concorrenza al monopolio, alla conquista del mondo, con l’aiuto del fidato amico stato, un vero e proprio angelo custode: l’apparato militare-industriale e la funzionale scienza-tecnologia. Anche lo stato, d’altronde, almeno nell’alveo delle dottrine socio-giuridiche ( Weber, Kelsen…) viene definito come l’organizzazione che rivendica per se stessa il monopolio dell’uso legittimo della forza ( e in fondo quando stati come Siria, Libia e Iraq subiscono processi disgregativi più o meno diffusi, osserviamo il formarsi sul campo politico di nuove aggregazioni militari pronte a rivendicare per se stesse il monopolio legittimo della violenza su una porzione del vecchio territorio statale, spesso in feroce contesa con altre organizzazioni aventi le stesse pretese). Torniamo al contenuto della citazione di Lenin, in modo particolare al passo in cui afferma che uno dei contrassegni dell’imperialismo è ‘la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria’. In questo passaggio ritroviamo ribadita tutta l’importanza delle società per azioni, già ben sostenuta in precedenza nei testi di Marx, infatti è attraverso lo strumento azionario che l’impresa industriale può accedere al mercato borsistico (con l’attiva intermediazione bancaria che veicola parte del risparmio privato verso il capitale di rischio azionario delle SPA industriali). Il mercato di borsa consente a quella frazione di SPA ivi quotate di rendere negoziabili e trasferibili i titoli azionari che formano il suo capitale sociale, almeno più velocemente delle SPA non quotate. Inoltre la quotazione e l’ingresso in borsa permette ai soci, soprattutto a quelli che posseggono quote consistenti di capitale sociale, di speculare, di esercitare il diritto di opzione in caso di emissione di nuove azioni, e infine di liberarsi del proprio pacchetto di azioni nel momento più conveniente. La responsabilità dell’azionista verso le obbligazioni sociali (creditori commerciali, clienti, banche) inoltre è limitata alla sola quota di capitale sociale conferita sotto forma di azioni, e quindi in caso di dissesto aziendale il socio perde solo il denaro speso per acquistare quel certo numero di azioni di cui è proprietario (mentre nelle aziende individuali e nelle società di persone la responsabilità è solidale e illimitata, cioè non esiste una netta separazione fra il patrimonio aziendale e quello personale, con tutto ciò che comporta dal punto di vista legale ed economico in caso di fallimento dell’azienda). Dunque attraverso la quotazione in borsa, e poi a mezzo della fusione di capitale bancario e industriale (con la partecipazione di fatto della banca creditrice e finanziatrice alla gestione dell’azienda industriale in termini di scelte strategiche, piani e budget) si forma un capitale finanziario, solido progenitore dell’attuale oligarchia finanziaria-parassitaria. Su questa base economica il mondo intero diventa la preda ‘di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo’. Lo strumento statale , o meglio ancora l’attrezzatura statale di oppressione, favorisce e supporta la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche… la ripartizione del mondo tra i trust internazionali … la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici’. Poco è cambiato nei meccanismi di funzionamento del mostro capitalista dai tempi in cui sono state scritte queste righe, quando la concorrenza ‘cominciò, sotto i nostri occhi, a trasformarsi in monopolio, creando la grande produzione, eliminando la piccola industria, sostituendo alle grandi fabbriche altre ancor più grandi, e spingendo tanto oltre la concentrazione della produzione e del capitale, che da essa sorgeva e sorge il monopolio, cioè i cartelli, i sindacati, i trust, fusi con il capitale di un piccolo gruppo, di una decina di banche che manovrano miliardi’. Tuttavia Lenin tiene a precisare, immediatamente dopo queste righe, ‘Nello stesso tempo i monopoli, sorgendo dalla libera concorrenza, non la eliminano, ma coesistono, originando così una serie di aspre e improvvise contraddizioni, di attriti e conflitti’. La concentrazione monopolistico-finanziaria del capitale non elimina la concorrenza perché si limita a spostarla su un piano economico superiore, in cui pochi colossi aziendali internazionali, conglomerati di attività economiche variegate ( industria, energia, materie prime, agricoltura, commercio e soprattutto finanza) utilizzano l’apparato militare-industriale statale come arma e scudo personale del proprio slancio imperiale, entrando così in conflitto e attrito (per usare le parole di Lenin) con blocchi capitalistici avversari. In definitiva la concorrenza economica ( e la sua consequenziale proiezione nei conflitti fra apparati statali-militari) non può essere eliminata dalla centralizzazione monopolistica del capitale, in quanto essa, allo stato delle cose, esprime proprio la tendenza al dominio globale, lo slancio imperiale, di frazioni sociali diverse di classe sociale borghese (inevitabilmente in conflitto per la spartizione del residuo pasto di plus-valore derivato dalla caduta tendenziale del saggio di profitto). D’altronde sono proprio i processi economici derivanti dalla variazione del rapporto fra parte costante e parte variabile nella composizione organica del capitale che spingono verso la concentrazione di valore in un singolo capitale, e poi verso la centralizzazione, cioè verso l’attrazione/inglobamento di capitali aziendali differenti in un unico centro di capitale aziendale (processi di centralizzazione che convergono poi verso la fusione di capitale industriale e bancario, ponente a sua volta in essere l’attuale predominanza economica del capitale finanziario e anche la corrispettiva predominanza socio-politica di un oligarchia finanziaria). Per concludere questa prima parte ripetiamo che le leggi tendenziali di sviluppo dell’economia capitalistica hanno posto in essere ‘ L’imperialismo ( esso, infatti, secondo Lenin ) sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale (1).

(1) Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione di merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli è diventata caratteristica l’esportazione di capitale. Il capitalismo è la produzione mercantile al suo massimo grado di sviluppo, quando anche la forza-lavoro è diventata una merce. Segno caratteristico del capitalismo è l’aumento dello scambio delle merci così all’interno del paese come, specialmente, sul mercato internazionale. Nel capitalismo sono inevitabili la disuguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi.

Sul limitare del secolo XX troviamo la formazione di nuovi tipi di monopolio; in primo luogo i sindacati monopolistici dei capitalisti in tutti i paesi a capitalismo progredito, in secondo luogo la posizione monopolistica dei pochi paesi più ricchi, nei quali l’accumulazione del capitale ha raggiunto dimensioni gigantesche. Si determinò nei paesi più progrediti un’enorme “eccedenza di capitale” Senza dubbio se il capitalismo fosse in grado di sviluppare l’agricoltura, che attualmente è rimasta dappertutto assai indietro rispetto all’industria, e potesse elevare il tenore di vita delle masse popolari che, nonostante i vertiginosi progressi tecnici, vivacchiano dappertutto nella miseria e quasi nella fame, non si potrebbe parlare di un’eccedenza di capitale. E questo appunto è l'”argomento” sollevato di solito dai critici piccolo-borghesi del capitalismo. Ma in tal caso il capitalismo non sarebbe più tale, perché tanto la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di semi-affamamento delle masse sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse di questo sistema della produzione. Finché il capitalismo resta tale, l’eccedenza dei capitali non sarà impiegata a elevare il tenore di vita delle masse del rispettivo paese, perché ciò importerebbe diminuzione dei profitti dei capitalisti, ma ad elevare tali profitti mediante l’esportazione all’estero, nei paesi meno progrediti. In questi ultimi il profitto ordinariamente è assai alto, poiché colà vi sono pochi capitali, il terreno vi è relativamente a buon mercato, i salari bassi e le materie prime a poco prezzo. La possibilità dell’esportazione di capitali è assicurata dal fatto che una serie di paesi arretrati è già attratta nell’orbita del capitalismo mondiale, che in essi sono già state aperte le principali linee ferroviarie, o ne è almeno iniziata la costruzione, sono assicurate le condizioni elementari per lo sviluppo dell’industria, ecc. La necessità dell’esportazione del capitale è creata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato “più che maturo” e al capitale (data l’arretratezza dell’agricoltura e la povertà delle masse) non rimane più campo per un investimento “redditizio”. Lenin , Imperialismo…

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Seconda parte: Quadri numerici relativi al peso delle imprese multinazionali nel contesto dell’economia capitalistica

Una semplice definizione di multinazionale, reperibile nei testi scolastici di economia aziendale è la seguente: una impresa può essere definita multinazionale quando ha una o più unità operative (filiali) in aree economiche extra-nazionali. Secondo l‘OCSE le imprese multinazionali includono società ed altre entità formate da capitale privato, pubblico o misto, con sede legale/operativa in stati diversi, con collegamenti funzionali finalizzati allo scopo di dividere risorse e conoscenze. A questo punto possiamo dedurre alcune importanti caratteristiche delle multinazionali: in primo luogo la molteplicità di unità operative in paesi diversi deve essere comunque riconducibile a un unica strategia internazionale, quindi le differenti politiche di gestione delle varie unità operative sono subordinate a un piano strategico comune. Quindi una società madre controllerà direttamente le gestione operativa delle società figlie (ad esempio attraverso un azione di coordinamento dei diversi consigli di amministrazione). In secondo luogo si deve ipotizzare che tali colossi finanziari-industriali abbiano la possibilità di influenzare e condizionare in un certo grado le politiche degli stati, senza troppa distinzione fra stato nazionale di origine e stati esteri. Non diciamo certo un eresia sostenendo che la struttura economica del capitalismo monopolista ha bisogno di una sovrastruttura politico-statale – internazionale e nazionale – adeguatamente funzionale al suo slancio imperiale, e quindi, fermo restando il carattere conflittuale dei blocchi capitalistici esistenti, si deve supporre che entro un certo aggregato di economie e stati borghesi con interessi comuni ( che noi definiamo blocchi capitalistici), il capitale multinazionale più forte riesca a manipolare e condizionare (con sistemi palesi e occulti) le politiche dei diversi stati che formano il blocco economico-militare.

Secondo uno studio recente dell’istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo ‘La rete globale del controllo societario’ un piccolo nucleo di aziende (in totale 147) sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario. Uno studio pubblicato da ‘NEWS SCIENTIST’, parallelamente, prende in esame le connessioni economico-legali fra oltre 43.000 multinazionali, mostrando come un gruppo limitato di poco superiore al numero di 1300 riesca ad esercitare un potere sproporzionato sull’economia mondiale. Selezionando ulteriormente per ordine di influenza si giunge alle 147 multinazionali dello studio Svizzero, al cui interno è possibile stilare una ulteriore classifica delle prime venti, quasi tutte prevalentemente finanziarie (Goldman Sachs, Barclays Bank, JP Morgan…).

Una vera e propria ‘mappa del tesoro’ e dei suoi fortunati proprietari. Lo studio dell’istituito svizzero si basa su dati statistici, e utilizza modelli matematici avanzati intrecciati con i dati forniti da un database delle aziende mondiali, dal nome Orbis 2007. Gli intrecci e le reti di relazioni e partecipazioni societarie emergono dalla pura analisi matematico-statistica, e non sono quindi ascrivibili alla ennesima congettura ‘complottista’. Queste relazioni societarie di partecipazione azionaria evidenziano dei ‘nodi di potere’ oggettivi e documentati sui ‘mercati globali’ (verificabili attraverso la semplice lettura dei bilanci aziendali e degli statuti di queste SPA). La preoccupazione degli autori della ricerca, bontà loro, è incentrata sull’ipotesi che in una fase di crisi come quella attuale queste connessioni fra compagnie multinazionali poterebbero risultare alla fine dannose per la stabilità del sistema economico globale ( in base all’idea che il collasso di una compagnia potrebbe avere ripercussioni negative sul resto delle compagnie collegate e quindi sull’intera economia mondiale). Ecco come lo studio Svizzero espone la preoccupazione anzidetta: “Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà, perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l’angolo”.

Presentiamo qualche altro dato numerico: in un periodo compreso tra il 1980 e il 2005 il numero complessivo delle imprese multinazionali è cresciuto da 17.000 ad oltre 70.000. Oggigiorno le prime aziende del mondo (circa 500) controllano pressappoco il 70% del mercato economico-finanziario mondiale. In termini di prodotto interno lordo mondiale, Il loro fatturato nel 2005 ammontava a più del 37%, a dieci anni di distanza esso supera il 40%. Nel gruppo delle prime 500, le aziende statunitensi sono scese in dodici anni da 197 a 128, mentre le aziende cinesi sono passate da 19 a 92 nello stesso periodo. Se la matematica non è un opinione…

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Terza parte: Chaos Imperium e determinanti causali

Nello sviluppo delle dinamiche di politica internazionale dei blocchi concorrenti giocano un ruolo importante le divisioni interne alle classi dominanti, cioè le lotte per l’affermazione di interessi divergenti (abbiamo osservato queste lotte anche all’interno delle borghesie arabe). In certi casi queste lotte possono avere delle ripercussioni sull’unitarietà della linea di comando politico-militare, e quindi sulla efficacia dello slancio imperiale dei blocchi concorrenti. Pensiamo alle differenze emerse fra paesi come la Francia, la Germania e l’America in merito alla gestione della crisi Ucraina, o anche ai diversi approcci politico-militari fra questi paesi europei e il grande fratello d’oltre oceano nello scacchiere medio-orientale. L’ingresso della Cina nel club delle grandi economie capitalistiche sta producendo degli effetti anche sulla solidità dell’alleanza a guida americana, come abbiamo di recente evidenziato nell’articolo ‘Caccia russi nei cieli siriani e Yuan cinesi nei cieli della city di Londra’. Tuttavia l’esportazione di capitali e il giogo finanziario hanno finora convogliato una parte del plus-valore estratto dal proletariato dei paesi emergenti (Cina, India…) verso il blocco capitalistico a guida americana. La Cina è diventata negli ultimi dieci anni uno dei principali creditori dello stato americano, in quanto detentrice di grosse quote del suo debito pubblico. Non diciamo certo una cosa nuova ricordando che in questo modo la Cina ha indirettamente finanziato le guerre americane in Afghanistan e Iraq, e perfino i costi dell’attuale strategia della terra bruciata (in Siria,Iraq, Libia e Ucraina). Come abbiamo sostenuto in vari articoli dedicati all’argomento, pubblicati soprattutto dalla fine di Agosto ad oggi, gli USA hanno ottenuto un sicuro vantaggio da queste guerre, infatti mentre la precedente egemonia americana era basata sul trinomio ‘produzione, finanza, potenza militare’, oggi solo l’ultimo aspetto del trinomio appare intatto, mentre i primi due sono in fase declinante. Attraverso le guerre, e quindi anche attraverso la strategia della terra bruciata davanti all’avversario avanzante, l’America tenta, in certi casi disperatamente, di mantenere una posizione di forza sullo scacchiere mondiale ( controllando il rubinetto petrolifero globale e le sue reti di trasferimento). Paradossalmente la Cina, seguendo una pura logica economica di investimento del capitale sovra-accumulato nell’acquisto di debito pubblico americano, ha dunque lavorato contro il proprio interesse strategico di accelerare il declino dell’avversario. Oppure, se proprio volessimo ad ogni costo trovare una ratio nelle politiche economiche delle classi borghesi, potremmo ipotizzare che in questo caso la Cina ha sacrificato coscientemente l’obiettivo strategico dell’indebolimento del concorrente americano, per perseguire l’obiettivo, altrettanto importante, del proprio rafforzamento economico attraverso l’investimento di capitale sovra-accumulato in titoli del debito pubblico americano (ben sapendo che in prospettiva la stessa forza della sovrastruttura statale-militare dipende dalla forza della struttura economica esistente).

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Quarta parte: Chaos Imperium e determinanti causali (ulteriori analisi)

In ogni caso gli Stati Uniti sono attualmente presenti in Asia con le loro basi militari, supportati da intrecci di accordi economico-militari con alcune potenze regionali, pensiamo ad esempio al Giappone, alla Corea del sud, a Taiwan, allo stesso Vietnam e via dicendo. Inoltre gli Stati Uniti stanno rafforzando un sistema di basi navali sulle isole e sugli arcipelaghi allo scopo di intralciare (in prospettiva) il commercio estero della Cina, tale sistema si allunga dal Giappone alle coste americane. La risposta attuale della Cina, con il supporto della tecnologia russa, è a sua volta il potenziamento di una flotta di enormi cargo volanti adatti a trasportare grossi quantitativi di merci e quindi a travalicare un eventuale blocco navale americano. Affrontiamo adesso alcuni elementi economici relativi agli scambi commerciali internazionali. Abbiamo sostenuto in precedenza che l’eccesso di capitale costante rispetto alla parte variabile, caratteristica ineliminabile dello sviluppo dell’economia capitalistica, determina una caduta tendenziale del saggio medio di profitto (nazionale/internazionale). Ora uno dei modi specifici per limitare temporaneamente suddetta tendenza è il commercio internazionale. Esso, in altre parole, viene impiegato come un ricorrente espediente per compensare la svalutazione del capitale (dovuta alla sua sovra-accumulazione) nei paesi a più alto sviluppo tecnologico (una sorta di contromisura ai limiti dell’accumulazione). Infatti, tramite il commercio estero, le merci prodotte in un paese capitalista avanzato, cioè ad alto tasso di capitale costante investito nella produzione aziendale e quindi con un plus-valore inferiore, vengono vendute al prezzo medio di equilibrio internazionale, ottenuto aggiungendo ( al calcolo del prezzo medio) anche la massa di merci prodotte in paesi capitalistici con basso tasso (per ora) di capitale costante investito nella produzione. Quindi le merci realizzate nei paesi capitalistici ad alto impiego di mezzi tecnici nell’economia, venderanno i propri prodotti a un prezzo superiore al plus-lavoro mediamente incorporato (proprio perché il prezzo medio internazionale di una certa merce deriva dalla media ottenuta sommando i diversi prezzi di vendita circolanti, diviso per il totale numerico di queste merci presenti sul mercato, ivi incluse quelle ad alto contenuto di capitale variabile e basso contenuto di capitale costante). In questa situazione di mercato globale, le imprese che producono con livelli di intensità e produttività del lavoro superiori alla media internazionale, riescono a realizzare delle modifiche positive ai propri tassi di profitto risicati, ottenendo un profitto extra, penalizzando le imprese che producono nello stesso mercato internazionale con livelli mediamente inferiori di intensità e produttività del lavoro (anche se con un tasso percentuale maggiore di plus-valore e di profitto). L’imperialismo italiano (o meglio il sub-imperialismo, nel senso di essere uno dei vassalli politici del Chaos Imperium a stelle e strisce) presenta dimensioni aziendali, soprattutto nel settore secondario dell’economia, l’industria per intenderci, inferiori a quelle di economie nazionali con caratteristiche analoghe di altro tipo (popolazione, commercio, consumi, pil..). Questo aspetto significa che le aziende sono generalmente di dimensioni medio-piccole, sia in relazione al capitale costante investito, sia in relazione alla forza lavoro occupata. Il capitale costante, contabilmente, corrisponde grosso modo alle immobilizzazioni presenti nella parte delle attività dello stato patrimoniale, infatti questa parte del bilancio contabile aziendale, le cosiddette attività, si suddivide in capitale fisso – costante – e capitale circolante. Le multinazionali più grosse sono tuttora la FIAT, ENEL ed ENI. Il sottodimensionamento relativo degli investimenti in capitale costante ha indebolito nel corso del tempo il capitalismo italiano nei confronti di altri paesi capitalistici, esponendolo a maggiori difficoltà di recupero nei periodi di crisi. Le conseguenze di questa situazione di relativa ristrettezza della parte costante del capitale nella sua composizione organica, sono dunque innanzitutto la parziale impossibilità di sfruttare il meccanismo di compensazione prima descritto ( quando le merci realizzate nei paesi capitalistici ad alto impiego di mezzi tecnici nell’economia, vengono vendute sul mercato internazionale a un prezzo superiore al plus-lavoro mediamente incorporato in esse). La conseguenza successiva di questa parziale incapacità di recuperare il plus-valore con il meccanismo dei prezzi medi internazionali, si trasforma nella necessità di incrementare il tasso di sfruttamento del proprio proletariato per ottenere in qualche modo una compensazione alla caduta tendenziale del saggio di profitto (ampliata dalla crisi). Pensiamo al Jobs Act, alla riforma della pubblica amministrazione, alla riforma della scuola, all’innalzamento dell’età pensionabile a 67anni, ma anche all’incremento delle imposte sui beni fondamentali per la vita degli strati popolari (casa, gas, energia elettrica, cibo, salute) e avremo un quadro delle misure che il governo borghese di Renzi mette in atto senza sosta per recuperare plus-valore per la minoranza sociale borghese. La società capitalistica italiana in questa fase senile (cadavere che ancora cammina) ha quindi anche inferiori possibilità di distribuire sopraprofitti allo strato di lavoro salariato definito con il termine ‘aristocrazia operaia’ (1), se questo aspetto dovesse in prospettiva preludere a una maggiore intensità del conflitto fra le classi ci sembra scontato (il problema è il grado di misura di questa intensificazione).

(1). Precisamente nel parassitismo e nella putrefazione del capitalismo che sono propri della sua fase storica culminante: l’imperialismo. Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno (meno di un decimo della popolazione complessiva del globo, e – a voler essere “prodighi”, ed esagerando – sempre meno di un quinto) di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice “taglio delle cedole”. L’esportazione dei capitali fa realizzare un lucro che si aggira annualmente sugli 8-10 miliardi di franchi, secondo i prezzi prebellici e le statistiche borghesi di anteguerra. Ora esso è senza dubbio incomparabilmente maggiore. Ben si comprende che da questo gigantesco soprapprofitto -così chiamato perché si realizza all’infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del “proprio” paese – c’è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell’aristocrazia operaia. E i capitalisti dei paesi “più progrediti” operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati. E questo strato di operai imborghesiti, di “aristocrazia operaia”, completamente piccolo borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia della vita, costituisce il puntello principale della Il Internazionale; e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia .nel movimento operaio, veri e propri commessi della classe capitalista nel campo operaio (labour lieutenants ol the capitalist class), veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente, e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei “versagliesi” contro i “comunardi”. Se non si comprendono le radici economiche del fenomeno, se non se ne valuta l’importanza politica e sociale, non è possibile fare nemmeno un passo verso la soluzione dei problemi pratici del movimento comunista e della futura rivoluzione sociale. L’imperialismo è la vigilia della rivoluzione sociale del proletariato. A partire dal 1917 se ne è avuta la conferma in tutto il mondo. 6 luglio 1920. N. LENIN

Quinta parte: socializzazione della produzione e aumento dell’oppressione

Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa. Viene socializzata la produzione, ma l’appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l’oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile. Lenin, Imperialismo…

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Possiamo iniziare a ribadire la nostra lettura dell’imperialismo, correlando i suoi due piani fondamentali, cioè l’economia e la politica, e sostenere che è attraverso la sovrastruttura statale di oppressione che si mettono in atto i necessari interventi politici nazionali e internazionali (militari e diplomatici) funzionali alla valorizzazione capitale, cioè allo sviluppo della struttura economica capitalistica. La socializzazione della produzione non significa, dentro il quadro sociale della divisione in classi e in presenza di di enormi attrezzature statali, niente altro che l’oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile’.

Socializzazione della produzione: a un certo punto del testo sull’imperialismo, Lenin descrive le dinamiche economico-aziendali che accompagnano questo fenomeno, evidenziando inoltre il rischio di putrefazione che si manifesta quando ‘in presenza di una socializzazione della produzione’ la permanenza di ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l’eliminazione’.

Citiamo l’intero passaggio ‘Quando una grande azienda assume dimensioni gigantesche e diventa rigorosamente sistematizzata e, sulla base di un’esatta valutazione di dati innumerevoli, organizza metodicamente la fornitura della materia prima originaria nella proporzione di due terzi o di tre quarti dell’intero fabbisogno di una popolazione di più decine di milioni; quando è organizzato sistematicamente il trasporto di questa materia prima nei più opportuni centri di produzione, talora separati l’uno dall’altro da centinaia e migliaia di chilometri; quando un unico centro dirige tutti i successivi stadi di elaborazione della materia prima, fino alla produzione dei più svariati fabbricati; quando la ripartizione di tali prodotti, tra le centinaia di milioni di consumatori, avviene secondo un preciso piano (spaccio del petrolio in America e Germania da parte del “trust del petrolio” americano), allora diventa chiaro che si è in presenza di una socializzazione della produzione e non già di un semplice “intreccio”; che i rapporti di economia privata e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l’eliminazione, e in stato di putrefazione potrà magari durare per un tempo relativamente lungo (nella peggiore ipotesi, nella ipotesi che per la guarigione… del bubbone opportunistico occorra molto tempo!), ma infine sarà fatalmente eliminato’. Lenin, Imperialismo…

Lenin afferma che l’involucro dei rapporti di ‘economia privata e di proprietà privata’ prima o poi ‘sarà fatalmente eliminato’. Come ben sa il lettore attento delle nostre posizioni, questa ultima previsione ci vede leggermente più cauti e dubbiosi. In un testo pubblicato di recente sul sito abbiamo ricordato che nel ‘Manifesto’ del 1848 si parla esplicitamente di ‘possibilità’ di comune rovina delle classi in lotta ( ci sono esempi storici in cui le classi dominanti hanno resistito oltre ogni limite socio-economico alla prospettiva di perdere potere e privilegi, provocando l’autodistruzione dell’intera società). Non è questa l’occasione per riaffrontare tali tematiche, a noi interessa invece evidenziare il realismo dell’analisi contenuta nel testo di Lenin, e soprattutto la sua decisa negazione che il coordinamento e la pianificazione aziendale su larga scala, caratteristiche del capitalismo monopolistico e imperialista, implichino la fine o l’indebolimento dell’oppressione di classe.

Così come gli stati borghesi non si indeboliscono (1) a causa della socializzazione della produzione monopolistica (che qualcuno anche ai giorni nostri scambia, bontà sua, per esistenza de facto di una struttura economica comunista), così lo sfruttamento economico e l’oppressione politica del proletariato non possono indebolirsi, ma anzi devono aumentare: il primo a causa della legge tendenziale della caduta del saggio di profitto (che obbliga il sistema delle imprese a cercare senza sosta di aumentare al produttività del lavoro, cioè il suo grado di sfruttamento), e la seconda a causa delle leggi immanenti e consequenziali della economia capitalistica, come la variazione della parte costante a discapito della parte variabile del capitale, il susseguente incremento della forza lavoro in eccesso e l’aumento della sovrappopolazione e della povertà. Questa seconda serie di circostanze (disoccupazione, sovrappopolazione e povertà), in sinergia con la prima circostanza (l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro salariato) prelude sempre a un certo costante incremento della conflittualità sociale, e quindi impone alla classe borghese non certo l’indebolimento ma di sicuro il rafforzamento dell’apparato statale di oppressione (il vero serbatoio che conserva, nella duplice forma/manifestazione – potenziale/latente o attuale/cinetica – l’energia di dominazione di una qualsivoglia classe sociale sfruttatrice).
(1) Ammettiamo che questi Stati imperialisti concludano delle alleanze, gli uni contro gli altri, per tutelare o ampliare nei menzionati paesi asiatici i loro possedimenti, i loro interessi e le loro “sfere d’influenza”. Queste sarebbero alleanze “inter-imperialiste” o “ultra-imperialiste”. Ammesso che tutte le potenze imperialiste formino un’unica lega allo scopo di ripartirsi “pacificamente” i summenzionati paesi asiatici, si avrà allora “il capitale finanziario internazionalmente unito”. In realtà la storia del XX secolo offre esempi di una lega di questo genere, per esempio nei rapporti delle potenze con la Cina. Si domanda ora se, permanendo il capitalismo (e Kautsky parte appunto da questa supposizione), possa “immaginarsi” che tali leghe sarebbero di lunga durata, che esse escluderebbero attriti, conflitti e lotte nelle forme più svariate…

Basta porre nettamente tale questione perché non si possa rispondere che negativamente. Infatti in regime capitalista non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interessi e d’influenza, delle colonie, ecc., che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica finanziaria, militare, ecc. Ma i rapporti di potenza si modificano, nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalista non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc. Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell’Inghilterra d’allora: e così il Giappone rispetto alla Russia. Si può “immaginare” che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialiste rimangono immutati? Assolutamente no. Pertanto, nella realtà capitalista, e non nella volgare fantasia filistea dei preti inglesi o del “marxista” tedesco Kautsky, le alleanze “inter-imperialistiche” o “ultra-imperialiste” non sono altro che un “momento di respiro” tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su di un unico e identico terreno, dei nessi imperialistici e dei rapporti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta’.Lenin, Imperialismo…

Parte sesta: Apparati statali, imperialismo, aumento del quantum di oppressione burocratico-poliziesca

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Ci sembra inevitabile fare una breve ricognizione teorica sull’argomento ‘ apparati statali, imperialismo, aumento dell’oppressione’, ripresentando anche alcuni scritti della nostra corrente riferibili al secondo dopoguerra (anni 40 e 50), in modo da dimostrare la loro sostanziale continuità con le tesi sostenute da Lenin (principalmente in merito al cosiddetto super-imperialismo). Iniziamo con alcuni passaggi tratti dalla rivista ‘Prometeo’ dell’ottobre 1946. Questi passi sono stati recentemente inseriti in una Postilla dal titolo: Duumvirato concorde/discorde (l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta, Lenin) fra potenti attrezzature statali di oppressione o super-imperialismo?Il lavoro in cui è presente la postilla è ‘Caccia russi nei cieli siriani e yuan cinesi nei cieli monetari-finanziario della city di Londra’ .

Prometeo, ottobre 1946.

‘…alla situazione di guerra è succeduta, per ora, una situazione di dittatura mondiale della classe capitalistica, assicurata da un organismo di collegamento dei grandissimi stati che hanno privato di ogni autonomia e di ogni sovranità gli stati minori ed anche molti di quelli che venivano prima annoverati fra le grandi potenze. Questa grande forza politica mondiale esprime il tentativo di organizzare in un piano unitario l’inesorabile dittatura della borghesia…’ (Prometeo) L’organismo di collegamento a cui si allude nel testo è, almeno a livello di incontri e consultazioni formali, la risorgente organizzazione delle nazioni unite.

Nel testo contenuto in Prometeo c’è una valutazione in termini di tendenze, e infatti viene usata non a caso la parola ‘tentativo’ in riferimento al piano unitario della inesorabile dittatura della borghesia. Non ritroviamo dunque nessuna adesione al cosiddetto teorema del super-imperialismo. Andando avanti nella lettura, emerge pienamente il contesto storico-economico in cui trova sostanza e giustificazione l’ipotesi relativa alla possibile manifestazione di determinate tendenze di sviluppo capitalistico sul piano politico-sovrastrutturale.

La possibilità di questa prospettiva più o meno lunga di governo internazionale totalitario del capitale è in relazione alle opportunità economiche che si presentano alle impalcature pressoché intatte dei vincitori – primissima quella americana – di attuare per lunghi anni proficui investimenti nell’accumulazione capitalista follemente progressiva nei deserti creati dalla guerra e nei paesi che le distruzioni di essa hanno ripiombato dai più alti gradi dello sviluppo capitalistico ad un livello coloniale’.(Prometeo) Dunque il testo in questione si limita a sostenere che la ricostruzione post-guerra, ovvero le opportunità economiche di ‘attuare per lunghi anni proficui investimenti nell’accumulazione capitalista’, sono, in modo materialistico, in relazione con ‘La possibilità di questa prospettiva’.

Dunque ancora una volta si esprime solo una cauta lettura delle potenzialità (possibilità)di sviluppo del divenire storico della società capitalistica, evitando ogni affermazione slegata dai dati oggettivi del contesto di riferimento socio-economico.

Riportiamo ora un passo di Prometeo in cui si dirada anticipatamente ogni eventuale dubbio sul piano unitario di organizzazione borghese, quindi sul super-imperialismo ( d’altronde già liquidato da Lenin), e sul reale significato delle enunciazioni circa ‘La possibilità di questa prospettiva’(di vita di un piano unitario, o di governo internazionale totalitario del capitale). ‘La prospettiva fondamentale dei marxisti rivoluzionari è che questo piano unitario di organizzazione borghese non può riuscire ad avere vita definitiva, perché lo stesso ritmo vertiginoso che esso imprimerà alla amministrazione delle risorse e delle attività umane, con lo spietato asservimento delle masse produttrici, ricondurrà a nuovi contrasti e a nuove crisi, agli urti fra le opposte classi sociali e, nel seno della sfera dittatoriale borghese, a nuovi urti interimperialistici tra i grandi colossi statali’. (Prometeo)

Quindi è lo stesso ritmo vertiginoso di amministrazione delle risorse e delle attività umane, cioè è la stessa dinamica economica immanente al modo di produzione capitalistico che, nel testo appena riportato, inficia in partenza la vita di ‘questo piano unitario di organizzazione borghese’, togliendogli ogni carattere di definitività. Ribadiamo ulteriormente questi concetti per chiarire che la lettura del confronto/scontro fra i blocchi capitalistici concorrenti si innesta proprio sulla constatazione del carattere conflittuale della società borghese (conflitto fra classi diverse, intese come sfruttati e sfruttatori, e conflitto all’interno delle stesse classi). Conflitto di classe e ‘urti interimperialistici tra i grandi colossi statali’ vanno dunque riconosciuti come un dato immanente, cioè come una caratteristica ineliminabile della società borghese. La nostra lettura delle vicende belliche in corso in Ucraina e in Siria ha tentato e tenta proprio di analizzare le forme concrete che assumono gli urti (interimperialistici) fra i grandi colossi statali contemporanei, mostrandone le sottostanti determinazioni socio-economiche, e anche gli attuali limiti (gli arsenali nucleari posseduti da Russi e Americani) verso una possibile conflagrazione bellica totale. Tuttavia abbiamo anche mostrato come l’esigenza comune (ai vari fratelli coltelli borghesi) di una distruzione di capitale costante e variabile in eccesso, cioè di mezzi di produzione tecnici e forza lavoro umana, ottenibile anche con una guerra totale, trovi comunque una sua realizzazione attraverso gli effetti derivati della stessa economia capitalistica (non ci dilunghiamo su questi effetti, abbondantemente decritti nel lavoro dal titolo ‘Dalla guerra come difesa e offesa alla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso’)’.

Finita la lettura della postilla ci concentriamo ora su un testo di poco successivo al ‘Prometeo’ dell’ottobre 1946: Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe.

‘D’altra parte l’equivalente delle tesi marxiste sul crescere della miseria, sulla accumulazione e la concentrazione del capitale, nella sfera di fatti politici, non poteva essere altro che il concentrarsi, che il potenziarsi dell’energia racchiusa nella impalcatura statale. Ed infatti, chiusa con lo scoppio della guerra del 1914 l’ingannevole fase pacifista dell’era capitalista, mentre le caratteristiche economiche volgevano nel senso del monopolio, dell’attivo intervento dello stato nell’economia e nelle lotte sociali, fu evidente, soprattutto nella classica analisi di Lenin, che lo stato politico dei regimi borghesi assumeva forme sempre più decise di stretta dominazione e di oppressione poliziesca. In altre elaborazioni è stato stabilito in questa rivista che la terza e più moderna fase del capitalismo si definisce in economia come monopolistica e pianificatrice, in politica come totalitaria e fascista….Siamo in mano a pochissimi grandi Mostri di classe, ai massimi stati della terra, macchine di dominio la cui strapotenza pesa su tutti e su tutto, il cui accumulare senza mistero energie potenziali prelude, da tutti i lati dell’orizzonte, e quando la conservazione degli istituti presenti lo richieda, allo spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, senza la minima esitazione, da nessuna parte, innanzi a scrupoli civili morali e legali, ai principi ideali di cui gracchia da mane a sera l’ipocrisia infame e venduta delle propagande…Per una chiara presentazione si è applicata la fondamentale distinzione tra energia allo stato potenziale o virtuale, ossia suscettibile di entrare in azione ma non ancora esplicantesi, ed energia allo stato attuale o cinetico, ossia posta già in movimento e determinante i suoi svariati effetti, ricordandone il senso nel mondo fisico, ed estendendo la distinzione in modo assai semplice ai fatti della vita organica e della società umana. ….Il tipo capitalistico di economia e di società è per Marx il più antagonistico che la storia abbia fin qui presentato; nel formarsi, nello svilupparsi, nel resistere alla sua sparizione esso determina un massimo prima ignorato di sfruttamento, di persecuzione, di sofferenza umana. Il massimo è tale in qualità e in quantità, in potenziale e in massa, in acutezza e in estensione, e, per tradurre nei termini etico-letterari che non sono i nostri, in ferocia e in vastità di applicazione, che ha raggiunto le masse i popoli le razze di ogni angolo della terra. ….il confronto tra le forme liberal-democratiche e quelle fasciste-totalitarie del dominio borghese, mostrando l’illusione che le prime abbiano carattere meno oppressivo e più tollerante. Quando alla considerazione banale della violenza palesemente in atto si sostituisce quella dell’effettivo potenziale dei moderni apparati di stato, ossia della loro attitudine e capacità a resistere ad ogni assalto rivoluzionario antagonista, è facile sostituire alla cieca volgare opinione odierna che tripudia poiché due guerre mondiali avrebbero respinte indietro forze di reazione e tirannia, la constatazione evidente che il sistema capitalistico ha più che raddoppiata la sua possanza, concentrata nei grandi mostri statali e nella costruzione in corso del Leviathan mondiale del dominio di classe.

Constatazione che si deve chiedere non all’esame degli istrionismi giuridici pennaioleschi od oratori, più rivoltanti ora che presso i battuti regimi del Tripartito, ma alla calcolazione scientifica delle forze finanziarie, militari, di polizia, alla misura della accumulazione e concentrazione vertiginosa del capitale privato o pubblico, sempre borghese’.

Nel testo appena riportato ritroviamo alcune valide e inequivocabili conferme alla nostra lettura dell’attuale confronto/scontro fra blocchi capitalistici concorrenti, e anche alla correlata valutazione dell’aspetto totalitario-fascista della forma politica di dominio borghese. Inoltre emerge la piena assonanza fra il testo del 1947 e l’imperialismo di Lenin: ‘fu evidente, soprattutto nella classica analisi di Lenin, che lo stato politico dei regimi borghesi assumeva forme sempre più decise di stretta dominazione e di oppressione poliziesca’. Anche a palese smentita delle tesi che asseriscono l’invarianza di energia impiegata dalla borghesia nel proprio apparato statale, il testo del 1947 afferma ‘ il sistema capitalistico ha più che raddoppiata la sua possanza, concentrata nei grandi mostri statali’.

TANK 'ARMATA'

Tale tesi viene ribadita poco più avanti con parole riferite non più all’aumento di possanza concentrata nei grandi mostri statali, ma all’aumento di peso che esso fa gravare sulle vite degli oppressi: ‘Rispetto al 1914, al 1919, al 1922, al 1933, al 1943, il regime capitalistico del 1947 è più pesante, sempre più pesante, nello sfruttamento economico e nella oppressione politica sulle masse che lavorano e su chiunque e qualunque cosa gli traversi la strada’.

Qualcuno potrebbe obiettare che queste analisi sono datate (un testo del 1916, un articolo del 1946, un saggio del 1947), e quindi non più adeguate alla comprensione efficace del contemporaneo divenire socio-economico. Molto spesso tali rilievi critici si accompagnano all’utilizzo di termini come ‘luogo-comunisti’ per definire la dipendenza dai luoghi comuni da parte di chi, come noi, continua a utilizzare le presunte analisi ‘datate’. La nostra risposta a tali critiche è tutta nel ribadire l’utilità scientifica di queste analisi ‘datate’. Esse sono parte del corpo invariante della conoscenza delle leggi di funzionamento e di sviluppo del capitalismo (raggiunta nei periodi di massima intensità della lotta di classe), sono il cosiddetto partito storico, a cui il partito formale si ricollega per tentare di ‘lumeggiare’ l’oscurità e la complessità del divenire storico. Non sono una verità assoluta, ma di certo sono una efficace approssimazione conoscitiva ai fenomeni socio-economici e alle loro cause correlate. La validità scientifica di queste analisi ‘datate, come strumento di conoscenza e di previsione al servizio del partito formale (cioè noi poveri luogo-comunisti), risiede proprio nella documentata verificabilità pratica dei suoi assunti anche nell’attuale campo di fenomeni socio-economici. Ma torniamo a questi testi ‘datati’ per mostrare altre interessanti analisi, non proprio collimanti con l’idea di un indebolimento degli stati borghesi: ‘ La concentrazione dei capitali e delle unità geografico-demografiche di potenza ci dà la marcia storica verso il totalitarismo imperialista…il capitalismo e il mercantilismo non saranno mai super-statali: il socialismo, uccidendoli, distruggerà la costellazione degli stati, attaccando i suoi astri di prima grandezza’ . Economia marxista ed economia controrivoluzionaria. Pag.175.

In questo passo viene smontata in anticipo l’idea ricorrente di uno sviluppo sovrastrutturale del capitalismo mondiale verso una forma politica di super-stato, nelle righe riportate si obietta che se anche questa tendenza storica dovesse aumentare ( tendenza definita come la marcia storica verso il totalitarismo imperialista ) sarà poi il socialismo che

‘distruggerà la costellazione degli stati, attaccando i suoi astri di prima grandezza’.

Dunque in queste righe si oppone alla teoria del super-stato la prospettiva della rottura degli involucri definiti da Lenin ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata’ che fanno da contraltare alla socializzazione della produzione.

‘Non occorrono armi nuove a smascherare e a battere in breccia le gesta ultimissime dell’epoca capitalistica; il controllo, il dirigismo, il totalitarismo dei grandi centri imperiali del mondo, il loro ostentato pilotaggio dei processi economici, che è soltanto un folle ‘driving’ verso l’abisso e la rovina‘. Imprese economiche di pantalone. Pag.48.

Anche in questo passaggio il ‘il controllo, il dirigismo, il totalitarismo dei grandi centri imperiali del mondo, il loro ostentato pilotaggio dei processi economici’ vengono valutati come ‘un folle ‘driving’ (corsa o guida) verso l’abisso e la rovina‘.

‘Lo schema classico del marxismo contiene la previsione del tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato borghese e della classe borghese secondo ‘piani’, e contiene la previsione del ‘totalitarismo fascista’, che è appunto il metodo di stretta organizzazione di classe della borghesia, che al tempo stesso dirompe il movimento operaio ed impone date autolimitazioni, con cui, a fini appunto di classe, tenta di frenare entro dati limiti l’impulso di ogni singolo capitalista e di ogni singola azienda verso il suo isolato vantaggio’. Imprese economiche di pantalone. Pag.51.

Anche queste righe accennano alle previsioni marxiste in merito al tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato. Riepiloghiamo: le leggi tendenziali di sviluppo dell’economia capitalistica dimostrano la predominanza della riproduzione allargata del capitale su quella semplice (che caratterizza invece anche altri modi di produzione). Concentrazione e centralizzazione dei processi di produzione e distribuzione di merci e servizi vanno di pari passo con l’aumento di peso del ruolo delle banche e della finanza, che sono intermediari fondamentali dei movimenti del capitale monetario fra le varie SPA, movimenti intesi come acquisto e vendita di azioni da parte di privati o addirittura come partecipazioni azionarie da parte della SPA (XX Tizio), nei confronti del capitale sociale azionario della SPA (YY Caio). Questi intrecci di capitale avvengono con l’intermediazione delle banche e sono uno dei segni della centralizzazione verso cui tende l’economia capitalistica (le imprese sono costrette ad aumentare le dimensioni aziendali per contrastare la caduta percentuale del saggio di profitto medio, determinata dall’incremento della parte costante del capitale a detrimento di quella variabile). Ora i suddetti processi economico-aziendali confluiscono verso un quadro generale di interdipendenza e connessione della gestione delle varie imprese, che configura gli sviluppi monopolistici che sono descritti da Lenin e infine anche ‘la previsione del tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato borghese e della classe borghese secondo ‘piani’, ma il tentativo di direzione è per l’appunto un tentativo ( e si scontra con gli involucri definiti da Lenin ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata’ che fanno da contraltare alla socializzazione della produzione e al tentativo di direzione dell’economia secondo piani). In altre parole il grado di sviluppo delle forze produttive (inteso come interdipendenza e connessione delle attività economiche e quindi come conseguente aumento della potenza produttiva) si scontra con i rapporti sociali di produzione esistenti( ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata’ ). La storia reale dimostra che l’involucro putrescente di questi rapporti (di dominazione di classe) non è stato ancora rimosso ( e sulle cause di questa circostanza si rinvia, fra l’altro, alle analisi di Lenin sull’aristocrazia operaia, i sopraprofitti e l’opportunismo).

‘Non è il ritorno alla barbarie, ma l’avvio alla super-civiltà che ci sta fregando in tutti i territori, cui sovrastano i mostri delle super-organizzazioni statali contemporanee’.

Imprese economiche di pantalone’. Pag.62.

‘Le grandi imprese controllano la produzione mondiale e gli stati del mondo. La classe proletaria deve assaltare le grandi imprese: non perché ‘gruppi monopolistici’ ma proprio perché grandi imprese. Che non saranno battute se non sono battuti i grandi stati politici.Imprese economiche di pantalone’. Pag.108.

Il complesso di significati contenuto nelle citazioni riportate, a nostro avviso, richiama in modo inequivocabile due concetti: in primo luogo la fase di sviluppo del capitalismo contemporaneo dimostra il rafforzamento totalitario degli apparati di oppressione statali (in quanto necessario e inevitabile aspetto funzionale alla conservazione del dominio di classe borghese), e in secondo luogo la considerazione che le imprese multinazionali e la società capitalistica ‘non saranno battute se non sono battuti i grandi stati politici ‘.

Parte settima: Aspetti della centralizzazione bancaria e confutazione del teorema kautskiano

L’attività bancaria viene fatta generalmente ricadere nel settore terziario dell’economia (quello dei servizi), infatti le imprese bancarie non svolgono una produzione diretta di beni materiali d’uso come l’industria (settore secondario), o di estrazione di materie prime, allevamento, agricoltura (settore primario), ma insieme al commercio, ai trasporti, all’istruzione e alla sanità essa è categorizzata come attività di servizi.

I servizi bancari sono oggigiorno molteplici, tuttavia la base essenziale dell’attività bancaria rimane la raccolta e l’impiego di valore monetario. Il principale strumento di raccolta del capitale monetario dalla platea variegata di risparmiatori desiderosi di ottenere la custodia, e un certo interesse, dal deposito dei propri risparmi, è il conto corrente di corrispondenza.

I depositi di risparmio ordinari e vincolati sono ormai in via di declino, anche se non ancora del tutto scomparsi, a causa della limitatezza delle operazioni eseguibili (versamento-prelevamento). Il conto corrente consente di utilizzare il libretto di assegni o il bancomat per operazioni prelievo diretto o di pagamento di terzi, inoltre si consideri che l’attività di pagamento e di riscossione di crediti e debiti commerciali, avviene raramente con denaro contante, ma si realizza invece tramite bonifici bancari che si appoggiano sui conti correnti

dei soggetti coinvolti nella compra-vendita. Inoltre, aspetto questo molto importante, sono gli istituti di credito a favorire la circolazione e la negoziazione del capitale azionario attraverso le offerte di investimento in capitale di rischio (azionario) a quella parte di clientela che non si accontenta del semplice servizio di custodia e del magro interesse offerto dal conto corrente. Il pagamento degli stipendi e dei salari, il pagamento delle utenze (acqua, luce, gas), si basa normalmente su accrediti e addebiti in conto corrente.

Riportiamo un passaggio tratto dal testo di Lenin:La fondamentale e originaria funzione delle banche consiste nel servire da intermediario nei pagamenti; quindi le banche trasformano il capitale liquido inattivo in capitale attivo, cioè produttore di profitto, raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione dei capitalisti. Ma, a mano a mano che le banche si sviluppano e si concentrano in poche istituzioni, si trasformano da modeste mediatrici in potenti monopoliste, che dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli industriali, e così pure della massima parte dei mezzi di produzione e delle sorgenti di materie prime di un dato paese e di tutta una serie di paesi. Questa trasformazione di numerosi piccoli intermediari in un gruppetto di monopolisti costituisce uno dei processi fondamentali della trasformazione del capitalismo in imperialismo capitalista. Dobbiamo quindi, anzitutto, rivolgere il nostro esame alla concentrazione delle banche (…) Abbiamo rilevato in modo speciale l’accenno alle banche “annesse” perché esso si riferisce a una delle più importanti caratteristiche della più recente concentrazione del capitale. Le grandi aziende, e specialmente le banche, non si limitano a ingoiare le piccole banche, ma se le “annettono”, le assoggettano, le includono nel “loro” gruppo, nel loro “consorzio” (Konzern è l’espressione tecnica tedesca) mediante la “partecipazione” ai loro capitali, comprando o scambiando azioni, creando un sistema di rapporti di debiti, ecc. ecc. Lenin, Imperialismo…

Lenin sottolinea bene la funzione di intermediazione creditizia originaria delle banche ‘le banche trasformano il capitale liquido inattivo in capitale attivo, cioè produttore di profitto, raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione dei capitalisti’. Questa funzione ‘storica’ è tuttora importante e fondamentale, tuttavia si osservi che ‘a mano a mano che le banche si sviluppano e si concentrano in poche istituzioni, si trasformano da modeste mediatrici in potenti monopoliste, che dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli industriali, e così pure della massima parte dei mezzi di produzione e delle sorgenti di materie prime di un dato paese e di tutta una serie di paesi’. Ecco fatto, il processo di centralizzazione tipico dell’economia capitalistica, si afferma anche nel settore terziario in cui è inserita l’attività creditizia, principalmente quella di tipo bancario (ricordiamo che anche le poste svolgono attività parzialmente analoghe a quelle delle banche).

Il fenomeno della centralizzazione bancaria va di apri passo con la centralizzazione di tutti i rami (primario, secondario e terziario) dell’economia capitalistica:’Si vede con quanta rapidità si formi una fitta rete di canali che abbracciano tutto il paese, centralizzano tutti i capitali ed entrate in denaro e trasformano migliaia e migliaia di aziende economiche sparpagliate in un’unica azienda capitalistica nazionale e poi in un’azienda capitalistica mondiale. Quel “decentramento” di cui nel surriferito passo paria Schulze-Gaevernitz, a nome della economia politica borghese dei ‘nostri giorni, in realtà non è altro che la sottomissione ad un unico centro di un numero sempre maggiore di unità economiche, prima relativamente “indipendenti” o, meglio, localmente circoscritte. Pertanto in realtà esso rappresenta una centralizzazione, un elevamento della funzione dell’importanza, della potenza dei giganti monopolistici’. Lenin, Imperialismo…

A questo punto della trattazione Lenin affronta il problema dell’oligarchia finanziaria collegandolo alla concentrazione e ai monopoli: In generale il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale dall’impiego del medesimo nella produzione, di staccare il capitale liquido dal capitale industriale e produttivo, di separare il rentier, che vive soltanto del profitto tratto dal capitale liquido, dall’imprenditore e da tutti coloro che partecipano direttamente all’impiego del capitale. L’imperialismo, vale a dire l’egemonia del capitale finanziario, è quello stadio supremo del capitalismo, in cui tale separazione raggiunge dimensioni enormi. La prevalenza del capitale finanziario su tutte le rimanenti forme del capitale importa una posizione predominante del rentier e dell’oligarchia finanziaria, e la selezione di pochi Stati finanziariamente più “forti” degli altri (…) La spartizione del mondo tra i complessi capitalistici Le associazioni monopolistiche dei capitalisti -cartelli, sindacati, trust- anzitutto spartiscono tra di loro il mercato interno e si impadroniscono della produzione del paese. Ma in regime capitalista il mercato interno è inevitabilmente connesso col mercato esterno. Da lungo tempo il capitalismo ha creato un mercato mondiale. E a misura che cresceva la esportazione dei capitali, si allargavano le relazioni estere e coloniali e le “sfere d’influenza” delle grandi associazioni monopolistiche, “naturalmente” si procedeva sempre più verso accordi internazionali tra di esse e verso la creazione di cartelli mondiali. Questo è un nuovo gradino della concentrazione mondiale del capitale e della produzione, un gradino molto più elevato del precedente’. Lenin, Imperialismo…

Concentrazione, internazionalizzazione, monopoli: abbiamo già tentato di sfatare nel capitolo sesto l’illusoria tesi che vede in questi processi solo una prova della socializzazione della produzione, una tesi che dimentica di considerare la permanenza dell’involucro putrefatto dei rapporti sociali di proprietà (cioè di dominazione politica e di sfruttamento) della classe borghese. Uno dei primi teorici e alfieri di questa lettura parziale dei meccanismi di sviluppo del modo di produzione capitalistico è K.Kautsky. Riproponiamo, da veri luogo-comunisti incalliti quali siamo, le sferzanti considerazioni di Lenin. Alcuni scrittori borghesi (a cui si è unito K. Kautsky che ha completamente tradita la propria posizione marxista del 1909, per esempio) sostengono che i cartelli internazionali, poiché sono la manifestazione più evidente dell’internazionalizzazione del capitale, possono dare speranza di pace tra i popoli in regime capitalista. Quest’opinione teoricamente è un assurdo, e praticamente un sofisma, una disonesta difesa del peggiore opportunismo. I cartelli internazionali mostrano sino a qual punto si siano sviluppati i monopoli capitalistici, e quale sia il motivo della lotta tra i complessi capitalistici. Quest’ultima circostanza è particolarmente importante, giacché essa soltanto ci illumina sul vero senso storico-economico degli avvenimenti. Infatti può mutare, e di fatto muta continuamente, la forma della lotta, a seconda delle differenti condizioni parziali e temporanee; ma finché esistono classi non muta mai assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di classe. Certamente interessa, per esempio, alla borghesia tedesca (a cui si è unito in sostanza Kautsky coi suoi ragionamenti teorici [e di questo diremo dopo]) di nascondere il contenuto dell’odierna lotta economica (cioè la spartizione del mondo) e di mettere in evidenza ora una, ora l’altra forma della lotta. Lo stesso errore commette Kautsky. Né si tratta solo della borghesia tedesca, ma di quella di tutto il mondo. I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie “proporzionalmente al capitale”, “in proporzione alla forza”, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni siano risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura “puramente”economica, oppure extra-economica (per esempio militare), ciò, in sé, è questione secondaria, che non può mutar nulla nella fondamentale concezione del più recente periodo del capitalismo. Sostituire la questione del contenuto della lotta e delle stipulazioni tra le leghe capitalistiche con quella della forma di tale lotta e di tali stipulazioni (che oggi può essere pacifica, domani bellica, dopodomani nuovamente pacifica), significa cadere al livello del sofista. L’età del più recente capitalismo ci dimostra come tra le leghe capitalistiche si formino determinati rapporti sul terreno della spartizione economica del mondo, e, di pari passo con tale fenomeno e in connessione con esso, si formino anche tra le leghe politiche, cioè gli Stati, determinati rapporti sul terreno della spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie, della “lotta per il territorio economico”. Lenin, Imperialismo…

Ancora una volta si ripete che in una società divisa in classi non è nemmeno ipotizzabile seriamente che ‘l’internazionalizzazione del capitale, (possa) dare speranza di pace tra i popoli in regime capitalista (cioè in una società divisa in classi)‘. Si tratta di prospettive in contraddizione con la natura stessa del regime capitalista, queste prospettive illusorie e assurde sono caratteristiche, tuttavia, dell’armamentario mistificatorio dell’opportunismo. Quindi Lenin affronta la natura e l’origine della teoria dell’ultra-imperialismo proprio alla luce del di-svelamento della funzione politica in essa racchiusa. Dovremo occuparci più avanti di questa “teoria dell’ultra-imperialismo” per dimostrare esattamente sino a qual punto, come decisamente e irrimediabilmente, essa sia in contrasto con il marxismo. Per rimanere fedeli a tutta l’impostazione del presente saggio, anzitutto vogliamo esporre i precisi dati economici della questione. E’ possibile un “ultra-imperialismo” dal “punto di vista strettamente economico”, oppure esso non rappresenta che un’ultra-stupidità? Se con l’espressione “puramente economico” s’intende una “pura” astrazione, allora tutto ciò che si può dire si riduce alla tesi seguente: l’evoluzione si muove nella direzione dei monopoli, e quindi verso un unico monopolio mondiale, un unico trust mondiale. Ciò è indubbiamente esatto, ma senza significato, come sarebbe l’affermazione che “l’evoluzione procede” verso la produzione delle derrate alimentari nei laboratori. In questo senso, la “teoria”dell’ultra-imperialismo è una sciocchezza come sarebbe quella dell’ultra-agricoltura. Se invece si parla delle condizioni “puramente economiche” dell’epoca del capitale finanziario come epoca storicamente concreta, che coincide cogli inizi del secolo XX, allora si ottiene la migliore risposta alla morta astrazione dell’ultra-imperialismo” (la quale serve soltanto allo scopo reazionario di distogliere l’attenzione dalla gravità delle contraddizioni esistenti), contrapponendole la concreta realtà economica dell’economia mondiale contemporanea. Le chiacchiere di Kautsky sull’ultra-imperialismo favoriscono, tra l’altro, una idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell’imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno all’economia mondiale, mentre, in realtà, le acuisce(…) I cartelli internazionali, considerati da Kautsky come germi dell’ultra-imperialismo” (così come la produzione delle pastiglie nutritive nei laboratori può essere proclamata il germe dell’ultra-agricoltura!), non ci offrono forse l’esempio della spartizione e nuova ripartizione del mondo, del passaggio dalla ripartizione pacifica alla non pacifica e viceversa? Forse il capitale finanziario americano e d’altra nazionalità, che ripartì già il mondo in via pacifica con la partecipazione della Germania -per esempio col sindacato internazionale delle rotaie e col trust internazionale della marina mercantile- non ripartisce ora di bel nuovo il mondo intero sulla base di nuovi rapporti di forza che vanno modificandosi in maniera nient’affatto pacifica? Il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell’economia mondiale . Ma non appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalistico si possono risolvere i contrasti se non con la forza? Lenin, Imperialismo…

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Parte ottava: Rinascita del teorema kautskiano in forme differenti (il governo occulto mondiale)

Un recente articolo  sostiene che il capitalismo mondiale, visto come sostanzialmente indifferenziato nella sua dimensione sovra-strutturale politica e statale, tende a distruggere capitale variabile e costante in eccesso per rilanciare il ciclo d’accumulazione/valorizzazione (tendenza anche da noi riconosciuta, mentre non ci appartiene l’idea del super-apparato statale mondiale, che fa rima nel caso specifico dell’articolo , con l’ipotesi del governo occulto mondiale di una minoranza di dominatori segreti). In questo slancio distruttivo il capitalismo mondiale, coscientemente indirizzato verso la meta sterminatrice dalle cospirazioni delle millenarie minoranze segrete dominatrici (vedasi rettiliani e bestiacce similari), avrebbe bisogno di mezzi come le catastrofi ‘naturali’, i terremoti, i cicloni, le inondazioni, e via dicendo. L’articolo riporta una lunga mole di documentazione sui sistemi in dotazione alla borghesia e al governo occulto mondiale per realizzare le catastrofi, criticando severamente coloro che come noi non ritengono completamente soddisfacente, allo stato attuale delle conoscenze, il materiale documentario presentato (tuttavia noi non escludiamo a priori l’esistenza di questi sistemi, come ben detto nel saggio sulla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso, ci limitiamo invece a constatare che allo stato delle cose bastano la fame, le malattie, l’inquinamento, le guerre locali e le condizioni in cui si svolge il lavoro nelle galere aziendali, a distruggere ogni anno oltre settanta milioni di vite). Non viene invece colta nell’articolo la nostra obiezione effettiva, che non riguarda la produzione di catastrofi, ma la cosiddetta cospirazione mondiale in essa sottintesa. Rifiutare di accettare a scatola chiusa una tesi priva (a nostro avviso) di materiale documentario adeguato (la cospirazione mondiale), fondata su pure elucubrazioni para-logiche, viene condannato come una nostra dipendenza dalla scienza borghese. Ma qui non si tratta di scienza borghese o di scienza marxista, perché il problema è che con i sofismi e gli artifici retorico/discorsivi si può sostenere anche l’irreale in forma apparentemente persuasiva, ma l’essere persuasi dell’irreale non pone in essere ciò che nondimeno resta non esistente. Il super-imperialismo ritorna, in questo articolo,nella forma potenziata della congiura/cospirazione della borghesia internazionale (diretta da un governo segreto unitario). Ancora una volta sfugge agli attuali eredi di Kautsky l’assunto basico del marxismo sulla natura della società capitalistica: la società capitalistica è attraversata da conflitti ineludibili non solo fra borghesia e proletariato, ma anche da conflitti interni alla classe borghese. Se questo è vero, allora come si fa a sostenere il piano unico del capitale, o ancora meglio il governo segreto mondiale, senza negare la stessa analisi marxista ? Complottismo e anti-complottismo sono entrambi sbagliati, dal nostro punto di vista congiure, segreto e dissimulazione esistono e svolgono un ruolo specifico nella storia in quanto elemento politico- sovrastrutturale dialetticamente interrelato alla struttura economico-sociale esistente. Il lavoro analitico ha il compito di chiarire il ruolo e il peso della politica e dell’economia nel divenire storico della lotta di classe, senza sottovalutazioni o sopravvalutazioni di nessuno dei fattori agenti. Noi riteniamo che il conflitto di classe sia il motore ultimo del mutamento storico-sociale, questo conflitto si sviluppa nella forma specifica dell’urto fra il grado di sviluppo raggiunto dalle forze produttive di una certa società, e i rapporti sociali giuridici e politici in cui queste forze produttive sono racchiuse. I rapporti borghesi di proprietà e di potere considerati come un involucro putrescente, questa è l’immagine usata da Lenin per definire l’impedimento alla trasformazione, della attuale centralizzazione e socializzazione dell’economia, in qualcosa di compiutamente socialista. Il piano dell’agire politico gioca certamente un ruolo (anche con i complotti e il segreto) nel rallentamento generale dei processi dissolutivi della dominazione sociale borghese, così come gioca un ruolo nella realizzazione della distruzione di forza-lavoro e capitali in eccesso funzionali al rilancio del ciclo di accumulazione e valorizzazione, ma si tratta solo di un ruolo adeguato al rapporto dialettico esistente fra la struttura e la sovrastruttura.Invece non appare convincente e scientifico postulare, sulla base di argomentazioni astratte, slegate da ogni evidenza reale documentata, e riducibili quindi a puri sofismi, l’esistenza di segrete cospirazioni mondiali super-imperialistiche. Il vecchio Kautsky si era limitato a immaginare solo una incipiente età dell’oro sull’onda della centralizzazione capitalistica mondiale, i nuovi epigoni, decisamente meno ottimisti, intravedono la mano di una cospirazione segreta universale ultra-imperialista in sella ai destini distruttivi (di capitale costante e variabile) della società capitalistica. Le due visioni sono entrambe un segno dei rapporti di forza esistenti fra le classi, sfavorevoli al proletariato, e in modo particolare indicano la tuttora intatta potenza mistificatrice della classe borghese, capace di adulterare e rendere inutile la carica rivoluzionaria del marxismo contaminandolo con contenuti aberranti e distorsivi. A ragion veduta diciamo questo, in quanto una delle due visioni distorce in senso parossistico il ruolo e la funzione di un processo meramente economico come la centralizzazione (Kautsky) scambiandolo per socialismo, l’altra, invece, trasferisce nell’alveo segreto di una minoranza (umana/non umana), operante da millenni dietro le quinte della storia in veste di guida effettiva, il quotidiano, costante, faticoso scontro di classe fra oppressi e oppressori ( che invece noi luogo-comunisti incalliti continuiamo a ritenere fondamentale).

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Parte nona: Rinascita del teorema kautskiano in forme differenti ( ipostasi del lato economico-strutturale e postulazione di un imperialismo globale)

 

Sotto il termine imperialismo globale, reperibile in varie e recenti pubblicazioni, si nasconde il vecchio teorema kautskiano del super-imperialismo. Sfogliando alcune di queste pubblicazioni si può leggere che fra le cinque condizioni basiche postulate da Lenin per inquadrare l’imperialismo, le prime tre si sono rivelate storicamente vere, mentre le ultime due non sono al momento confermate (in parte o del tutto) dal divenire storico empiricamente verificabile. Per inciso le due condizioni suddette sono le seguenti: ‘4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di’ sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici’.Lenin, Imperialismo…

La critica si fonda sui seguenti ragionamenti; il capitale monopolistico multinazionale ha ormai raggiunto una tale ‘possanza’ e concentrazione economico-aziendale che riesce a utilizzare gli stati, secondo le contingenze e le opportunità, come semplici terminali dei propri input di comando, svuotando quindi i suddetti stati della loro residua apparenza di sovranità e autonomia rispetto alla struttura economica capitalistica. Inoltre anche le attuali diatribe geo-politiche fra gli attori statali imperiali e nazionali, per l’accaparramento di risorse e plus-valore, sarebbero in effetti una pura forma di auto-inganno e di auto-rappresentazione delle direzioni politiche, in realtà tutte eterodirette dal capitale mondiale unificato, che proprio per questo motivo è definito ‘imperialismo globale’. Lo stesso concetto di grandi potenze capitaliste, declinato da Lenin al plurale, viene soppresso dalla potenza unica e accentrata dell’imperialismo globale. Quindi anche le lotte reali fra apparati militari-industriali capitalistici, gli scontri fra fratelli coltelli borghesi, il quotidiano sterminio di capitale vivo in eccesso ad essi sotteso, diventano un orpello accessorio, o meglio una pura apparenza che nasconde la gloria eterna dell’impero globale del capitale unificato. Ritroviamo potenti echi teologici in questa concezione, infatti il capitale globale che si appropria di volta in volta degli stati borghesi per farne l’uso che vuole, ricorda da vicino l’anima (atma) eterna che si incarna di volta in volta nei corpi mortali attraverso il ciclo delle morti e delle rinascite. Nel Mahabaratta il principe Arjuna si duole per la morte e la sofferenza che ha inferto a tanti nobili guerrieri, e allora sorge il dio Krisna per rassicurarlo, svelandogli che egli ha colpito solo dei corpi, che sono il temporaneo veicolo dell’anima, mentre quest’anima è sempre salva e non può essere raggiunta da nessun colpo sferrato dalla mano dell’uomo. Anche il presunto imperialismo globale, in queste recenti letture (ma anche in Kautsky), è assimilabile analogicamente alla  super-dimensione animica, in questo caso ad una illusoria e mistificatrice sfera estranea al divenire storico dialettico reale, in cui al posto del rapporto dialettico (e concretamente determinato) fra struttura economica capitalistica e sovrastruttura statale borghese, si postula una ipostasi antistorica del solo lato economico-strutturale del rapporto. Tentando di utilizzare in modo parziale talune citazioni di Marx, queste letture mirano di fatto a negare il carattere contraddittorio e conflittuale del modo di produzione capitalistico, presentando come lotte di facciata le lotte reali e feroci fra fratelli coltelli borghesi. Immaginando un imperialismo globale, e quindi una presunta cessazione delle lotte fra capitali e borghesie concorrenti, viene inoltre svalutato, di conseguenza, il ruolo specifico delle sovrastrutture statali nazionali nella difesa degli interessi delle proprie borghesie di riferimento. Inoltre, non si comprende il rapporto di azione e reazione fra struttura e sovrastruttura, sottovalutando la circostanza che la forza di un apparato statale, pur dipendendo dalla potenza della base economica, è a sua volta, in quanto forza, un fattore in grado di condizionare la stessa base economica. Si comprende, tuttavia, il sottinteso politico di questa lettura della realtà, lo scopo consiste nel fornire, in certi casi, a una certa ‘sinistra’, le motivazioni teoriche per continuare ad invocare la nascita di un vero super-stato europeo, in grado di esorcizzare quest’anima vagante dell’imperialismo globale, ristabilendo welfare per i ceti ‘sfortunati’ e sovranità statale sui mercati finanziari e sulle banche; in altri casi, lo scopo è quello di immaginare, sulla scorta di Kautsky, un età dell’oro imminente, semplicemente sull’onda della socializzazione della produzione realizzata dall’imperialismo globale. Considerazioni finali: il capitalismo produce a ciclo continuo merci inutili, lontane dai bisogni reali umani, esercitando in questo campo notevoli doti di fantasia, ma anche nel campo della sua produzione ‘scientifica’ non sono rari gli esempi di racconti veramente notevoli per la intrinseca potenza fantastica.

Parte decima: Crisi del capitale ( espansione e contrazione del credito, come meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale). Marx

 

‘le condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate’. Manifesto dei Comunisti(1848)

‘al di là di un certo punto, lo sviluppo delle forze produttive diventa un ostacolo per il capitale, e dunque il rapporto del capitale diventa un ostacolo per il capitale, e dunque il rapporto del capitale diventa un ostacolo per [lo] sviluppo delle forze produttive del lavoro’

Lineamenti della critica dell’economia politica (1858), Marx

‘La superficialità dell’economia politica risulta fra l’altro nel fatto che essa fa dell’espansione e della contrazione del credito, che sono meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di quei periodi’(Il Capitale, libro I, cap.23)

‘ll sistema creditizio accelera pertanto lo sviluppo delle forze produttive e la creazione del mercato mondiale, che il modo di produzione capitalistico ha il compito storico di creare, sino ad un certo livello, quale base materiale del nuovo modo di produzione. Al tempo stesso, il sistema creditizio accelera le crisi, le violente eruzioni di questa contraddizione e quindi gli elementi della dissoluzione del vecchio modo di produzione'(Il Capitale, libro III,cap.5)

‘La distruzione violenta di capitale, non in seguito a circostanze esterne ad esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è la forma più evidente in cui gli si rende noto che ha fatto il proprio tempo e che deve far posto a un livello superiore di produzione sociale'(Grundisse)

 

In certi ambienti continua ancora a circolare l’idea della crisi del capitale come prodotto della crisi finanziaria, tale visione delle cause determinanti della crisi è fuorviante e mistificatrice. Una delle conseguenze politiche di questa visione è infatti l’esaltazione della buona economia industriale capitalistica contro la cattiva finanza e le banche ad essa collegate. Noi invece sappiamo che il plus-valore che viene prodotto nell’economia ‘reale’ industriale viene poi ripartito fra i vari rami del capitale globale sotto forma di profitto, interesse e rendita. Il credito, la finanza, il debito pubblico sono semplici fattori propulsivi del modo di produzione borghese e della riproduzione allargata del capitale il sistema creditizio accelera pertanto lo sviluppo delle forze produttive e la creazione del mercato mondiale (Marx)’.

La finanza, il credito e il debito pubblico accelerano i processi di concentrazione e centralizzazione dell’economia capitalistica, permettendo l’ampliamento delle dimensioni aziendali delle imprese operanti sul mercato dei beni e dei servizi (produzione e distribuzione), ma anche l’ampliamento delle imprese operanti nel settore primario (agricoltura, estrazione di risorse energetiche e materie prime). Tuttavia la molla che spinge un determinato capitale monetario a riversarsi nel settore della finanza è solo la maggiore redditività dell’impiego in questo settore, e non certo un ragionamento di tipo prospettico sugli effetti della finanza, del credito e del debito pubblico sullo sviluppo dei fenomeni di concentrazione e centralizzazione del capitale ‘produttivo‘.

La caduta del rendimento medio degli strumenti di investimento finanziario (fondi comuni, titoli di stato come BOT,CCT, BTP, obbligazioni di S.P.A ) è una conseguenza della caduta del saggio medio di profitto nelle attività produttive di beni e servizi, e dunque esso è un effetto e non certo una causa della crisi. La caduta del saggio medio di profitto è a sua volta una conseguenza dell’aumento della parte costante del capitale rispetto a quella variabile, all’interno della composizione organica del capitale, effetto diretto del progresso tecnologico. Il progresso tecnico è collegato all’esigenza di un impiego maggiore di capitale costante nel processo produttivo da parte dell’impresa, allo scopo di produrre e vendere più merci, e quindi ottenere una maggiore quantità di profitti e arginare la concorrenza (tuttavia il tasso percentuale di profitto è destinato a calare, poiché il plus-valore che ne forma la base è diretta conseguenza del plus-valore estorto al capitale variabile, cioè alla forza-lavoro umana,e quindi riducendosi il suo peso nella composizione organica del capitale si riduce pure il saggio medio di profitto). Come un cane che si morde la coda, cause ed effetti si intrecciano senza apparenti vie di uscita dentro l’economia capitalistica, dirigendosi inevitabilmente verso l’orizzonte della distruzione di capitale costante e variabile in eccesso in relazione alla valorizzazione (redditività) adeguate ai bisogni parassitari della classe sociale borghese. La finanziarizzazione non è quindi una sorta di mutazione della natura di fondo del sistema economico borghese, bensì solo un effetto della decrescente redditività del capitale impiegato nei settori dell’economia industriale, determinato dalle cause prima accennate.

L’aumento del credito significa anche, di converso, l’aumento del debito. Infatti, se da qualche parte c’è una massa di investitori-creditori smaniosi di garantire un buon interesse al proprio capitale, vuol dire che da qualche altra parte ci sarà una massa di debitori alla ricerca di capitale di debito per fare girare meglio o far sopravvivere la propria attività economica ‘reale’. Consideriamo la massa debitoria degli stati, delle maggiori imprese (anche multinazionali) e delle famiglie, e avremo un quadro del castello di carta su cui continua a reggersi il sistema. Come l’attuale sovrapproduzione di merci (non certo di prodotti necessari ai bisogni reali dell’umanità) è il segnalatore di una crisi economica, il cui primo effetto è l’impossibilità di vendere sul mercato a prezzi adeguati le merci prodotte, anche l’attuale aumento del credito è un segnale anticipatore delle crisi finanziarie. Ma come la sovrapproduzione di merci è tale solo in relazione al fatto che la loro vendita non sarebbe adeguatamente redditizia per il capitale investito, così pure la sovrabbondanza di capitale fittizio e di credito è tale solo in relazione a una crescita percentuale negativa dell’interesse sugli impieghi finanziari, in altre parole a una diminuzione reale dei profitti realizzabili nella sfera (alternativa) finanziaria. Seguendo la lezione di Marx , poiché i profitti realizzati nella sfera finanziaria derivano in ultima istanza dalla ripartizione/appropriazione del plusvalore/plus-lavoro estratto nei settori produttivi, attraverso lo sfruttamento della classe oppressa, la causa basilare delle crisi finanziarie non può che risiedere nella caduta del saggio di profitto nei settori produttivi economici ‘reali’.

Possiamo individuare allora i cicli decrescenti della produzione economica reale e i collegamenti con le crisi finanziarie a partire, ad esempio, dagli inizi degli anni settanta. Ipotizziamo dunque una correlazione significativa fra l’apice nella decrescita del plus-valore realizzato nei settori produttivi di beni e servizi, il susseguente punto limite di caduta di questa decrescita del plus-valore realizzato nei settori produttivi di beni e servizi, e le crisi finanziarie concomitanti con la caduta del ciclo produttivo economico ‘reale’. Gli anni compresi fra il 1973 e il 1975 coincidono con la crisi economica e con la correlata crisi finanziaria, ma anche il periodo di decrescita economica del 1994/2002 è collegabile alla crisi finanziaria 1998/2000. Infine il ciclo di decrescita del saggio di profitto nel periodo 2004/2009 si accompagna alla crisi finanziaria del periodo 2007/2008. La persistenza delle condizioni di decrescita del saggio medio di profitto nell’economia capitalistica globale, in altre parole le stesse leggi immanenti del modo di produzione capitalistico, fanno prevedere che l’attuale aumento del credito e del capitale fittizio siano il segnale all’orizzonte di una nuova crisi finanziaria. Al di là delle previsioni di nuove crisi, il collegamento determinato fra crisi economica ‘reale’ e crisi finanziaria, toglie argomenti ai soggetti che predicano (anche a sinistra) la lotta alla speculazione finanziaria sfrenata e alla corruzione come rimedio ultimo per i mali del capitalismo, suggerendo una regolamentazione statale internazionale dei mercati finanziari come utile strumento per arginare le crisi cicliche del capitale.

Parte undicesima (conclusioni): traiettoria e catastrofe della società capitalistica nella invariante teoria marxista

Un professore emerito di relazioni internazionali sostiene che la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, ma che prevedibilmente lo farà entro una quindicina d’anni. In questo evento l’Isis però giocherà un ruolo marginale, in quanto il Califfato sarebbe in realtà soltanto il segnalatore di un disordine internazionale progressivo. Disordine causato da vari fattori determinanti, in modo particolare il declino degli Usa, la crisi finanziaria, l’implosione dell’UE e l’ascesa della Cina. L’analisi del professore accademico è interessante, perché dimostra che anche al di fuori di una lettura marxista, possono tuttavia emergere dei dati conoscitivi coincidenti (in buona parte) con gli elementi rilevati nei precedenti capitoli. Specifichiamo subito che la crisi finanziaria, dal nostro punto di vista, deve essere intesa come un evento risultante dai processi sottostanti interni all’economia reale, cioè soprattutto dal calo della redditività degli investimenti di capitale nel settore produttivo-industriale. Tuttavia è interessante scoprire, anche nelle parole del professore, quel dettaglio spesso trascurato dai media occidentali più importanti, cioè il declino degli Usa ( e il ruolo da esso giocato nel disordine internazionale). Ci limitiamo a sospendere il giudizio sulle previsioni in merito alla data di scoppio della terza guerra mondiale, in quanto un tale evento, qualificabile come scontro militare aperto e dichiarato fra i due principali blocchi imperialisti, potrebbe accadere prima o dopo il termine indicato dal professore, o anche mantenere per lungo tempo le attuali caratteristiche di conflitto frammentato, a bassa intensità, asimmetrico, caratterizzato dall’utilizzo di pedine militari sostitutive dei due principali eserciti del capitale (Russo e Americano). Certamente, considerate le crescenti difficoltà di accumulazione allargata e valorizzazione del capitale su scala internazionale, e quindi il susseguente bisogno di distruzione intensiva di mezzi di produzione e forza-lavoro in eccesso, è ipotizzabile che l’attuale stillicidio di morti e distruzioni subisca una progressiva intensificazione nel corso dei prossimi anni. In un certo senso potremmo parlare di terza guerra mondiale in atto, anche in presenza di un sensibile salto puramente quantitativo del numero di morti, diretti e indiretti, causati dagli attuali conflitti imperialistici fra blocchi economico-militari concorrenti. Non ha molto senso invece sostenere che, considerato il numero di morti e di distruzioni causate dalle guerre locali, dal 1945 ad oggi, la terza guerra mondiale sarebbe già avvenuta. Viene infatti ignorato, in questa errata lettura del divenire capitalistico, il rapporto storicamente determinato fra i periodi ordinari di distruzione di mezzi di produzione e di esseri umani, e i periodi straordinari di distruzione degli stessi elementi, periodi che si manifestano, anche nel caso di talune patologie, come forma cronica e acuta della malattia. Il capitalismo è definibile come un sistema di relazioni economiche e sociali ‘malate’, in effetti esso può essere paragonato a un cancro distruttivo, a una malattia, con le sue fasi croniche e acute di svolgimento. Noi valutiamo che nella fase acuta si sviluppi una intensificazione quantitativa e qualitativa dei fenomeni distruttivi, connaturati alla natura stessa del capitalismo come regime sociale di oppressione di classe. Il capitale, infatti, si rivela già dalla sua nascita, grondante di sangue e fango, come un feroce regime sociale di dominazione, supportato dalla violenza di apparati militari-industriali (con annesso apporto di scienza e tecnologia), al servizio di una minoranza di parassiti borghesi. Il carattere progressivo del capitale, inteso come impulso allo sviluppo delle forze produttive (ovvero centralizzazione e socializzazione) era ormai da considerarsi esaurito già ai tempi di Marx, e quindi da un punto di vista puramente economico il capitale ha ‘ucciso’ se stesso, si è ‘auto-eliminato’, come forza economica progressiva (rispetto al modo di produzione feudale), da quasi due secoli, eppure….

Eppure il cadavere ancora cammina, per riprendere il titolo di un articolo scritto oltre sessant’anni fa, tenuto in vita solo dal proletariato, dalla sua continua sussunzione nel processo produttivo di merci, dal suo essere fonte di vita e di plus-lavoro al servizio del capitale morto, o meglio al servizio di una minoranza sociale di parassiti borghesi. Se non si comprende che l’attuale contrasto fra il grado di sviluppo delle forze produttive sociali e i rapporti di produzione borghesi esistenti, può essere superato solo seguendo la strada faticosa indicata essenzialmente nel programma comunista, scolpito dalle lotte di classe, e riflesso potentemente nelle opere di Marx ed Engels, allora è anche plausibile negare il ruolo della lotta di classe, del partito, della rivoluzione e della dittatura del proletariato, attendendo ingannevolmente la fine del rapporto sociale capitalistico sulla classica riva del fiume, contemplando soddisfatti il proprio ombelico, mentre la danza macabra del capitale continua a seminare morte e distruzione. La suddivisione del globo terrestre in blocchi imperialisti è un processo che perdurerà finché vi sarà il capitalismo. Considerando la caduta storica del tasso mondiale di profitto, la lotta imperialista non può che diventare più estrema, mentre le crisi (sia nella sfera finanziaria, sia nella sfera produttiva), tendono a diventare sempre più gravi e devastanti. I blocchi imperialisti agiscono al pari di predoni affamati che si disputano una preda. E tuttavia questa preda (il bottino di plus-valore) diventa dopo ogni crisi sempre più evanescente, e quindi sempre più feroce diventa la contesa per la sua conquista e spartizione da parte dei predoni borghesi.

L’imperialismo è definito da lenin come fase suprema del capitalismo, esso si manifesta a livello geo-politico come un insieme di contese, finalizzate alla spartizione mondiale del bottino di plus-valore, il cui risultato è determinato dalla dinamica dei rapporti di forza fra le potenze capitalistiche. La lotta per l’accaparramento di plus-valore che osserviamo normalmente nella accanita concorrenza fra le imprese di un settore produttivo nazionale, viene spostata ad una scala globale nella fase imperialistica del modo di produzione borghese. Questo spostamento avviene sotto la spinta del grado sempre più elevato di concentrazione di capitali e di produttività del lavoro, cioè a causa delle leggi immanenti di sviluppo dell’economia capitalistica, leggi che impongono ai maggiori colossi aziendali la necessità di muoversi oltre i confini dell’economia nazionale per predare sempre nuove porzioni di plusvalore (sia impiegando forza-lavoro con retribuzioni più basse rispetto a quelle esistenti nell’economia nazionale di origine, e quindi de-industrializzando e de-localizzando, sia giocando sul vantaggio di vendere sul mercato internazionale le merci prodotte in un processo produttivo nazionale ad alta componente di capitale costante, al prezzo medio ottenuto dall’incontro con le merci prodotte in un processo produttivo ad alta componente di capitale variabile). In effetti la stessa deindustrializzazione e delocalizzazione fungono da distruzione creatrice del capitale, cioè fungono da controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto e alla sovraccumulazione di capitale ( ma anche la svalorizzazione del capitale immobiliare va in questo senso).

Abbiamo sostenuto, sulla scorta dell’analisi di Lenin, che l’imperialismo è una fase del capitalismo che accomuna le varie aree geo-economiche del globo in un solo gioco feroce di dominazione. Tuttavia le borghesie nazionali, e i loro apparati statali di riferimento, sono vive e vegeti, e quindi è ancora una volta da escludere la rinascita del teorema kautskyano in qualunque veste precedentemente analizzata (governo occulto mondiale, imperialismo globale). In senso derivato è anche da escludere che esista un fattore meccanico di auto-distruzione o di collasso dell’organismo capitalistico. La putrefazione incalzante del cadavere che ancora cammina (in assenza della rivoluzione proletaria), incide solo nei rapporti di forza tra le potenze imperialiste. Possiamo tentare di prevedere, allora, per ogni singolo imperialismo, le linee di tendenza nella lotta per la spartizione del bottino sempre più povero (almeno percentualmente) di plus-valore globale. Uno degli strumenti utilizzati storicamente dal capitale per sopperire alla caduta del saggio medio di profitto nei settori produttivi è stato ed è l’incremento del debito pubblico.

Il debito pubblico, e il correlato aumento delle imposte gravanti sul reddito dei proletari, indispensabili per pagare gli interessi ai possessori del debito (fondi comuni, banche…), funge, a parità di retribuzione, da potente fattore di incremento del tasso di sfruttamento reale, e quindi come un miracoloso rigeneratore di plus-valore, quindi come una controtendenza parziale rispetto alla legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Tuttavia, a un certo livello quantitativo, la valorizzazione del capitale nella sfera finanziaria del debito pubblico, ma anche in ambito azionario e obbligazionario ‘privato’, diventa un fattore di ulteriore squilibrio, accelerando, come scrive Marx, le crisi periodiche dell’economia capitalistica. Gli stessi debiti sovrani iniziano ad essere esposti al gioco della speculazione, come una volta accadeva principalmente in ambito azionario e obbligazionario ‘privato’, cosicché enormi masse di capitale fittizio vagano per i circuiti finanziari mondiali alla ricerca di valorizzazione, determinando in certi casi il temutissimo e famigerato default di interi bilanci statali. Potremmo suggerire una comune origine capitalistica, intesa come concatenazione di fattori endogeni ed esogeni, sia nella ‘incruenta’ genealogia del fallimento finanziario di uno stato sotto l’attacco della speculazione, sia nella disgregazione territoriale cruenta di uno stato sotto l’attacco delle mire imperialiste esogene, e delle lotte borghesi endogene (Siria, Libia, Iraq,Yemen, Ucraina). Quando la FED ha acquistato una massa ragguardevole di debito federale, ha evidentemente tentato di calmierare il rendimento dei propri titoli del debito pubblico, e anche la BCE ha fatto lo stesso con i titoli pubblici di alcuni soci statali europei, rivendendoli poi alle varie banche nazionali. Queste misure hanno avuto l’obiettivo di proteggere i debiti sovrani dall’assalto della speculazione del capitale fittizio internazionale, e quindi in definitiva da un elemento interno allo stesso sistema economico di cui i debiti sovrani sono una parte. In questa dinamica apparentemente paradossale, in realtà si consuma una ulteriore lotta fra i fratelli coltelli borghesi per suddividere su nuove basi il bottino di plus-valore, e garantire l’intatto privilegio di uno stile di vita parassitario alla frazione di borghesia vincente. Così è accaduto dopo la crisi finanziaria del 2008, trasferita dall’America sull’Europa, con il conseguente netto peggioramento della situazione economico-sociale soprattutto in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo.

La tempesta perfetta della speculazione finanziaria, in altre parole prelude sempre, storicamente, a una ridefinizione dei rapporti di forza fra le potenze capitalistiche nella lotta ‘esistenziale’ per l’accaparramento del bottino di plus-valore.

La finanziarizzazione generale dell’economia, tuttavia, potrebbe anche segnalare il declino del ruolo egemonico dell’America. Infatti, se osserviamo i movimenti per la creazione e il consolidamento di accordi di tipo monetario-commerciale fra Russia, Cina, India e altri paesi dell’area euroasiatica, in sinergia con molti paesi sud-americani, africani e mediorientali, emerge una forte tendenza a sostituire la yuan cinese al dollaro, come valuta di riferimento nelle transazioni commerciali internazionali. L’America, d’altronde, nel dopoguerra possedeva l’egemonia in almeno tre campi: produzione, finanza e potere militare, mentre oggigiorno mantiene un incerto vantaggio solo nel campo militare. Di conseguenza è facile comprendere la definizione di chaos imperium attribuitagli, derivando la sua attuale importanza geo-politica solo dalla possibilità di continuare ad esercitare un efficace controllo economico-militare sulle risorse petrolifere globali, e quindi un derivato controllo sull’economia globale. Le attuali vicende mediorientali dimostrano come sia difficile, tuttavia, continuare ad esercitare militarmente il controllo sulle risorse energetiche altrui, quando il proprio apparato militare è reduce da decenni di invasioni, occupazioni e conflitti per il controllo di queste risorse, e al contempo ritornano sulla scena i vecchi nemici imperiali (Russia), in associazione ai nuovi competitori economici globali (Cina).

L’imperialismo contemporaneo dunque assume in parte le vecchie forme della accumulazione originaria: espropriazione, saccheggio e spartizione conflittuale delle risorse mondiali.

L’America è fortemente indebitata, la sua bilancia dei pagamenti è in corso di deterioramento, il dollaro viene tendenzialmente affiancato dallo yuan come valuta di riserva globale, e tuttavia il pieno collasso dell’economia americana coinvolgerebbe di sicuro molti creditori (cioè possessori di quote del debito pubblico a stelle e strisce), fra cui la stessa Cina (ma anche molti fornitori di beni internazionali). In sostanza quello che accade quando fallisce un impresa, e le banche e i fornitori rischiano di perdere i crediti in essere verso quella determinata impresa. Si comprende quindi il perché dell’appoggio continuo, e in certi casi momentaneamente antieconomico (pensiamo alle sanzioni contro la Russia), di certi paesi europei, alle avventure dell’imperialismo americano. Questi paesi sono evidentemente legati a doppio filo al carrozzone americano dagli investimenti finanziari (possesso di titoli del debito pubblico) e da ulteriori transazioni e accordi commerciali fra imprese multinazionali. Non essendoci una reale ripresa economica sulla base di una sensibile accumulazione allargata del capitale, a causa della caduta storica del saggio di profitto mondiale, allora resta solo l’accumulazione per saccheggio ed espropriazione ‘manu militari’ delle altrui risorse energetiche (ma anche delle vie di trasporto di esse).

Ripetiamolo, stiamo ipotizzando un ritorno su scala maggiore delle forme originarie di accumulazione del capitale, i dati economici mostrano infatti una tendenza del capitale monopolistico-finanziario a reinvestire parte dei profitti ottenuti nel settore industriale secondario nazionale, nelle aree economiche del mondo dove vi è abbondanza di plus-valore, depredando direttamente i capitali (risorse energetiche, risorse umane a basso costo, capitale costante), i capitalisti locali e i loro stati nazione, attraverso la potenza militare accumulata nel corso del tempo (vale sia per l’America che per la Russia). Questa tendenza dell’imperialismo contemporaneo si concretizza anche attraverso la disgregazione degli stati, che lungi dal determinare un fenomeno di imperialismo globale, in realtà accentua l’aspra lotta fra blocchi militari-economici concorrenti. L’accumulazione allargata tradizionale ( e il relativo reinvestimento dei profitti nell’azienda che li ha prodotti) permane, tuttavia, principalmente a livello nazionale, mentre a livello internazionale si assiste a una parabola di ritorno alla forma originaria di accumulazione ‘primitiva’ per espropriazione (previa disgregazione e ricomposizione funzionale ai nuovi padroni degli originari apparati statali di difesa del capitale nazionale depredato, spesso in accordo con una frazione di borghesia locale). Considerazioni ulteriori: sappiamo che la base della produzione di plus-valore è il capitale produttivo (in primis quello del settore industriale). Anche l’imperialismo contemporaneo, pur compiendo delle ardite parabole di ritorno alle forme originarie di accumulazione per espropriazione, non può prescindere dalla legge di base della produzione di plus-valore, e quindi è esso stesso produzione di plus-valore (in prima istanza) e poi, ma in seconda istanza, attività di rapina di plus-valore ad altri capitali (deboli militarmente, e quindi incapaci di difendere il proprio bottino). Questo significa, dal punto di vista della lotta di classe e del suo soggetto sociale principale, che è ancora il proletariato industriale a rappresentare la punta di lancia fondamentale, mentre sono da considerare con molto scetticismo le infatuazioni per soggetti diversi e variamente definibili ( Occupy wall street, movimenti no qualcosa, rivolte sottoproletarie urbane e via discorrendo, generalmente esaltate dagli eredi dell’area di autonomia).

Ripetiamo ancora una volta che il capitale ‘produttivo’ per accumularsi e combattere la diminuzione tendenziale del saggio di profitto, ha bisogno di continue innovazioni dei mezzi produttivi (e delle merci da offrire ai consumatori). Come conseguenza diretta di questo doppio processo di accumulazione e di lotta contro la caduta della redditività del capitale investito, l’economia capitalistica è condotta a sfruttare in modo sempre più intenso, sia la forza-lavoro e sia le risorse del pianeta, mentre deve anche aumentare la quantità delle merci prodotte e immesse sui mercati di sbocco. Infatti, diminuendo la percentuale di plus-valore incorporata in una singola merce, sarà necessario produrre e vendere maggiori quantitativi di merci per conseguire lo stesso profitto, cioè il profitto precedente alla diminuzione della percentuale di plus-valore/plus-lavoro incorporati nella singola merce. Ma di questo passo si giunge ben presto alla saturazione dei mercati, sia per l’eccesso di merci che sono sfornate a ritmi vulcanici, sia per la paludosa natura stessa dei mercati, che non sono in grado di assorbire, ai prezzi proposti dalle imprese in vista di un certo profitto, l’intero quantitativo di merci offerte (vulcano della produzione e palude del mercato). Allora il capitalismo cerca mercati di sbocco più ricettivi per le merci prodotte, al di fuori dell’ambito nazionale, ma cerca anche forza-lavoro internazionale disposta ad accettare salari più bassi della forza-lavoro nazionale. Il capitalismo soppianta i modi di produzione ‘residuali’ ancora presenti in qualche nicchia geografica, e trasforma le economie agrarie autoctone di autoconsumo in agricoltura capitalistica intensiva, spesso condotta su base mono-colturale. Questi processi rendono inoltre disponibile allo sfruttamento di fabbrica una massa umana di ex contadini proletarizzati, i quali, in assenza di piena possibilità di lavoro nelle imprese industriali del proprio paese, si mettono in cammino verso le aree capitalistiche dove maggiori sono le richieste di forza-lavoro a basso costo. Per ovviare alla tendenza storica rappresentata dalla caduta del saggio di profitto, l’impresa capitalistica deve riuscire ad aumentare la produttività del lavoro umano, applicando ritmi e metodi più intensi ed efficienti nei reparti e negli uffici, inoltre deve aumentare i quantitativi globali di merci prodotte, cercando in tutti i modi di venderle. Tuttavia, la domanda globale di acquisto che si incrocia sui mercati con l’offerta di merci prodotte dalle imprese tende a calare, poiché i bassi salari, ma soprattutto la disoccupazione crescente, conseguente alla variazione della composizione organica del capitale, tolgono reddito e potere di acquisto alla platea di potenziali clienti e consumatori delle merci. Come un cane che si morde la coda il capitalismo mette in atto dei processi contraddittori, e quindi, per reagire alla caduta tendenziale del saggio di profitto, sviluppa delle controtendenze economiche (soprattutto l’aumento della produttività del lavoro e della quantità di merci prodotte), ma questi rimedi suscitano a loro volta un eccesso di merci, forza-lavoro, e capitale costante che incidono ulteriormente sulla redditività degli investimenti. La crisi si manifesta quindi nella sfera della circolazione delle merci, come incapacità di vendere il prodotto sui mercati, e quindi come blocco della triade D-M-D’. Ma dietro questo blocco nella sfera della circolazione si cela la variazione nella composizione organica del capitale aziendale, cioè la sostituzione progressiva di capitale variabile (le risorse umane) con capitale costante (mezzi tecnici di produzione). Le risorse umane espulse dal processo produttivo perdono buona parte del precedente reddito e potere di acquisto, la domanda globale si deprime, e quindi si inceppa la indispensabile fase di trasformazione del plus-valore incorporato nelle merci durante la produzione, e offerte nella sfera della circolazione-distribuzione, in ricavo di vendita, entrata monetaria, profitto, Alla fine anche gli spazi internazionali in cui vendere e trasferire merci e capitali, depredare e rapinare risorse energetiche e sfruttare forza-lavoro, si riducono progressivamente, costituendo un ulteriore limite all’accumulazione e valorizzazione del capitale. Lo sbocco distruttivo intensificato/acutizzato di merci, di forza-lavoro in eccesso e capitali sovraccumulati, come sosteniamo da sempre, si configura a questo punto quale percorso obbligatorio della ripresa economica. La distruzione creatrice, il bagno di giovinezza, la morte e rinascita del Moloch capitalista, incombono ricorrentemente all’orizzonte del destino socio-economico del modo di produzione borghese. E’ questa la traiettoria e catastrofe dell’economia capitalistica, definita con limpidezza nell’invariante teoria marxista, essa non va confusa però con il superamento de facto di questa economia, ma con la possibilità che a un certo punto della traiettoria si sviluppi (sotto la spinta del peggioramento delle condizioni materiali di vita del proletariato) la rinascita di una forte opposizione politico-sociale al regime borghese, capace di trasformare a sua volta l’imminente catastrofe in un evento di segno opposto.

Postilla

Parliamo spesso di declino americano e di corrispettiva ascesa di un polo egemone politico economico a guida russo-cinese, proviamo ora a fornire alcuni dati numerici delucidativi. Guardiamo alla produzione di acciaio, anche non assolutizzando questo parametro è comunque significativo scoprire il divario esistente fra area asiatica (di cui la Cina è circa il 75%) e gli Stati Uniti.

Acciaio

Fonte World Steel Association (dati espressi in milioni di tonnellate)

Si può notare il forte divario fra l’area asiatica e il resto del mondo, tuttavia è anche interessante, per le evidenti implicazioni di tipo militare-industriale, constatare la sostanziale omogeneità nella produzione di acciaio fra Nord America e CIS, cioè sostanzialmente la Russia. L’America investe cinque volte di più della Russia in spese militari, tuttavia la produzione di acciaio (materia importante nella industria militare è quasi identica). Allora dove vanno a finire le maggiori spese sostenute dall’America? Possiamo ipotizzare che la numerosa serie di basi militari americane in giro per i vari continenti assorbano una quota sensibile del budget di spesa dichiarato. Sono i costi della ormai declinante egemonia unica globale, un fardello destinato ad aggravare le difficoltà di bilancio della superpotenza statunitense.

Proviamo a confrontare e analizzare alcuni dati numerici percentuali risalenti al periodo compreso fra l’inizio e la fine della seconda guerra mondiale, con una proiezione fino al 1979. Capitalismo senile: Europa e USA (imperialismo egemonico) presentano nel 1937 i seguenti dati relativi alla produzione di acciaio. Europa 38,4% del totale mondiale, USA 38,1% del totale mondiale. Nel 1945, Europa 13,3% del totale, mentre Gli USA 63,9% del totale. Nel 1979, Europa 18,8% del totale, mentre Gli USA 16,9% del totale. Negli anni 1937/1945 il capitalismo giovane del Giappone, del blocco orientale, e infine del resto del mondo presenta rispettivamente i seguenti dati: 4,3%-1,8%; 13,6%-11,2%; 2,3%-10,2%. Al 1979 invece: Giappone 15%, Blocco orientale 28%, resto del mondo 21,2%. Uno dei primi aspetti emergenti dal quadro numerico è l’impennata della produzione percentuale di acciaio degli USA nel 1945, e il netto calo di essa fino al 1979, ma addirittura l’ulteriore calo percentuale in base ai dati del 2014. Quando si parla di declino americano, almeno in base al dato della produzione di acciaio, non dovrebbero dunque esserci troppe obiezioni o sofismi. Nel 1979 il blocco orientale passa dal 11,2% del 1945 al 28%. Ma nel 2014, considerando una produzione mondiale di 1608 milioni di tonnellate, e considerando che Asia e CIS producono rispettivamente 1081 e 109 (la Cina ha prodotto ben 779 dei 1081 milioni di tonnellate dell’Asia) si potrà calcolare che CIS più Cina ci danno 779+109= 888 milioni di tonnellate, che rapportati al totale mondiale rappresentano in termini percentuali 100:r= 1608:888 100*888/1608= 55,22% del totale mondiale. Mentre unione europea e Nord America, con i loro 166 e 119 rappresentano, 100:r=1608:(116+119) 100*235/1608=14,61% del totale mondiale. Se nel confronto fra blocchi imperiali concorrenti giocassero solo queste cifre percentuali, allora non ci sarebbe neppure una partita; tuttavia l’accumulo di potenza pregressa di un area economica capitalistica come quella Nord Americana (nella sua interconnessione simbiotica con l’area economica europea), condensata infine in un determinato apparato militare industriale, ipoteca per certi versi (ma non oltre certi limiti) il corso ulteriore di crescita delle economie capitalistiche più giovani. Storicamente le contese fra blocchi imperialisti hanno collimato con le crisi belliche mondiali, ma non hanno potuto impedire al capitalismo più decrepito la sua decadenza. Nel 1913 l’Inghilterra (con i suoi 7,78 milioni di tonnellate di acciaio, superata dai 17,84 della Germania, fu infine comunque messa fuori gioco dai 31,8 dell’America, che si sostituì dunque alla vecchia potenza coloniale inglese, nonostante l’Inghilterra fosse uscita vincitrice nella prima guerra mondiale). La stessa Francia, vincitrice nella prima guerra mondiale, fu destinata a crollare in 6 settimane, nel 1940, di fronte all’attacco tedesco (e la Francia nel 1940 produceva 4,4 milioni di tonnellate di acciaio, contro i 21 milioni della Germania).

L’ironia vuole che l’imperialismo (in modo particolare quello espressione dei capitalismi senili) cercando di cambiare un rapporto determinato (con il confronto bellico a bassa intensità e quindi cronicizzato o su vasta scala e quindi acutizzato) si dimostra alla fine come lo strumento d’esecuzione del determinismo economico-sociale. Infatti le guerre locali scatenate dal 1945 ad oggi, ma anche i due confronti mondiali precedenti, hanno solo avuto l’effetto di accelerare il tramonto delle vecchi glorie senili, a vantaggio delle nuove leve capitalistiche. Ecco dunque svelato il procedere paradossale delle sovrastrutture statali di dominio borghese, che mentre tentano di invertire la marcia del declino mondiale della propria area economica di riferimento (la propria struttura economico-produttiva), scatenando guerre finalizzate alla rapina di risorse, capitali e plus-valore in altre aree economiche, in realtà non possono sfuggire alle leggi tendenziali della struttura economica capitalistica, poiché ogni nuova ordalia bellica accelera le tendenze al declino dei capitalismi più vecchi a tutto vantaggio delle giovani potenze borghesi.

Questa tabella evidenzia alcuni dati macroeconomici relativi all’economia cinese, anche in questo caso emerge in modo netto l’incremento delle esportazioni dal 2010 al 2014, espresso in miliardi di dollari. Un dato da non trascurare è l’incremento del debito estero passato dai 558,3 mld del 2010 ai 929,7 mld del 2014. Piccola cosa, tuttavia, se pensiamo che il debito estero dell’America, al 31 gennaio 2014 era di 5.832,70 mld. Quasi sei volte quello della Cina. Mentre il debito pubblico dell’America, sempre al 31 gennaio 2014, veleggiava sui 17.293 mld. Il particolare curioso, alla luce delle attuali ‘divergenze’ fra blocchi imperiali, è che la Cina possiede ben 1.273,50 mld di debito pubblico americano, mentre la stessa Russia ne detiene 131.80 mld. Bisogna ricordare che sia la Russia che la Cina stanno vendendo, negli ultimi anni, in modo graduale, la propria quota di titoli del debito pubblico americano.

Cina

Dati macroeconomici cinesi

Infine proponiamo una immagine del progetto OBOR, risalente al 2013, una sorta di nuova via della seta che dovrebbe ridurre i tempi e in ultima analisi i costi complessivi del trasporto di merci dalla Cina ai paesi europei. Tale progetto è in fase di impianto, e tenderebbe a coinvolgere vari paesi dell’Asia centrale, l’Iran, l’Iraq, la Siria e la Turchia. Il progetto avrebbe lo scopo di sostituire in parte il commercio marittimo, maggiormente oneroso e lento, e soprattutto esposto al rischio del blocco navale da parte del rivale americano. E tuttavia le attuali turbolenze internazionali, concentrate soprattutto in Siria e Iraq, ma anche il ruolo particolare svolto in esse dalla Turchia, non aiutano di sicuro ad accelerare i tempi di realizzazione di questo progetto.

one road, one belt

 

 

 

 

 

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