Sull’astensionismo: Intervista ad Amadeo Bordiga

Nota redazionale: 

Una intervista svoltasi nel lontano 1970, incentrata sulla spiegazione di vicende ancora più lontane nel tempo. Un giornalista e un vecchio (vecchio ?) esponente di una corrente politica ‘imbarazzante’ e anomala (oggi si direbbe non politicamente corretta), su cui da tempo era stata esercitata una ostinata arte del silenzio e della calunnia. Ma a cosa serve falsificare e mistificare l’altrui coerenza rivoluzionaria, quando la realtà dei fatti ritorna prepotente a imporre l’attualità di una visione marxista, sorta dall’esperienza passata e presente delle lotte di classe? La coerenza di un uomo e di una corrente, che hanno attraversato le tempeste rivoluzionarie e soprattutto controrivoluzionarie del 900. Un ‘vecchio’ esponente comunista; ma può essere considerato vecchio un uomo e il programma in cui ha creduto, per cui si è battuto e ha pagato, insieme a tanti altri compagni, se quel programma è l’unica via di riscatto, l’unica possibilità di futuro per un mondo vicino alla catastrofe socio-ambientale?

Il tempo trascorre, le cose del passato assumono contorni sfumati, eppure nelle risposte di Bordiga ritorna la chiarezza espositiva dei fatti e delle circostanze in cui questi fatti si sono svolti. L’internazionale, Mosca, l’astensionismo, il fascismo, i rapporti e le divergenze con Gramsci, l’allontanamento dal PCI stalinizzato, e insieme a questa ricognizione storica, la riproposizione di scelte politiche valide oggi come allora. Questa intervista, almeno per noi, non vale come un semplice documento storico, ma viceversa assume un significato attuale, fissato nella nostra azione di forza politica. Essa è parte significativa del patrimonio di conoscenza invariante che illumina la nostra tattica e la nostra strategia, e forse è anche qualcosa di più. Ci spieghiamo meglio. Nel 1970, ormai consapevole del ristretto tempo a disposizione della sua vita, Amadeo Bordiga rilascia una intervista (poco tempo prima ne aveva concessa un altra a Zavoli), in cui fa un bilancio delle battaglie politiche condotte dalla sua corrente fra la fine della prima guerra mondiale e gli anni trenta. Possiamo supporre che lo scopo di queste interviste non fosse solo di fornire un chiarimento storico ai lettori, ma anche di ribadire una linea, e indicarla a futura memoria, alle forze disposte ad assumerla come guida e ispirazione politica. Gli echi del movimento studentesco del 68, il proliferare delle esperienze della ‘cosiddetta’ sinistra extraparlamentare, in altre parole il ritorno in forze di un attivismo movimentista sterile (immemore delle lezioni delle controrivoluzioni), erano processi in pieno sviluppo nel giugno del 1970; Bordiga ne era consapevole, e oltretutto aveva sempre messo in guardia dai pericoli insiti nella falsa risorsa dell’attivismo. Siamo dunque propensi a ipotizzare che l’intervista non fosse rivolta solo ai lettori desiderosi di una lezione di storia contemporanea, ma anche a una tipologia di lettori interni alla corrente internazionalista, di cui Bordiga era anonimo, infaticabile, militante e dirigente. Con il senno di poi, considerate le successive difficoltà e tribolazioni causate dalla deriva attivistica e verticistica assunta, sciaguratamente, pochi anni dopo da una parte della corrente, potremmo concludere che il senso dell’intervista risultasse allora drammaticamente profetico. L’intervista (a torto considerata irrituale da qualcuno), doveva verosimilmente fungere anche da avvertimento ( allo scopo di scongiurare gli errori che poi sarebbero stati regolarmente commessi). Qualcuno ci obietterà che se errori ci sono stati, questi traevano linfa dalle condizioni e dai processi sociali reali della lotta di classe, e che quindi è idealistico e anti-materialista pensare che essi potessero essere evitati con una intervista. Nondimeno si ribattono sempre i chiodi teorici, pure in presenza di condizioni generali sfavorevoli. Anche oggi l’attivismo movimentista, il meccanicismo fatalista, e il gradualismo democratico-parlamentare, pur nella loro diversità formale, si caratterizzano come i tre maggiori aspetti dell’opportunismo, il cui compito ‘storico’ (Lenin) è di disarmare teoricamente le masse proletarie e di condurle alla sconfitta. L’opportunismo dei nostri giorni è potenziato dalla lunga fase controrivoluzionaria, susseguente alle sconfitte pratiche/storiche del proletariato. Il compito di una forza politica marxista è dunque la conservazione, e in certi casi la restaurazione, della invariante teoria rivoluzionaria, continuamente alterata e deformata dalle  pulsioni opportuniste prodotte nel seno stesso della classe proletaria, sotto i condizionamenti dell’ideologia dominante, espressione degli interessi della minoranza sociale parassitaria borghese.


Intervista raccolta da Edek Osser, giugno 1970

Nel novembre 1917 lei partecipò, a Firenze, ad un convegno clandestino della corrente “intransigente rivoluzionaria” del partito socialista. In quela occasione lei incitò i socialisti ad approfittare della crisi militare per prendere le armi e portare l’attacco decisivo alla borghesia. Che esito ebbe la sua proposta? Era matura fin da allora, secondo lei, la situazione rivoluzionaria in Italia?
Sì, ero presente, nel novembre 1917, alla riunione clandestina di Firenze della frazione “intransigente rivoluzionaria” che dirigeva quale maggioranza il partito socialista italiano fin dal 1914. La direzione era informata della convocazione di Firenze: non la sconfessò, ed era anche rappresentata.
Fu in tale riunione che mi incontrai per la prima volta con Antonio Gramsci, che mostrò il più grande interesse alla mia esposizione. Conservo ancora l’impressione che egli, con la sua non comune intelligenza, da un lato approvasse e condividesse pienamente le mie tesi marxiste radicali, che sembrava ascoltare per la prima volta; dall’altro ne accennasse una sottile, precisa e polemica critica, come già risultava dai sostanziali dissensi tra il settimanale Il Soviet di Napoli, da me diretto, e la sua rivista di Torino, L’Ordine Nuovo. Questi dissensi ci erano chiari fin da quando, con un breve articolo, manifestammo il nostro saluto all’annuncio della nascita della rivista di Torino, pur avendo constatato che il suo dichiarato concretismo dimostrava una tendenza gradualista che sarebbe certamente sfociata in concessioni ad un nuovo riformismo, ed anche opportunismo di destra.
La mia ricostruzione del gioco delle forze si riferiva, fin d’allora, non alla sola Italia, ma a quello internazionale di tutta l’Europa. E’ chiaro che io svolsi a fondo la condanna della politica dei partiti socialisti francese, tedesco, ecc. che avevano apertamente tradito l’insegnamento marxista della lotta di classe passando alla perniciosa politica della concordia nazionale, dell’unione sacra e dell’appoggio alla guerra condotta dai loro governi borghesi. Questa condanna si basava, dottrinalmente, sulla denunzia spietata della falsa chiave con cui si voleva giustificare ideologicamente l’adesione alla guerra dell’Intesa contro gli imperi centrali, in cui era confluito il nostro nemico giurato: l’interventismo militare italiano. Base essenziale di questa posizione, era il rifiuto della fallace preferenza, che volevano dare i guerrafondai di tutti i paesi, ai tipi democratico-parlamentari dei regimi borghesi, rispetto a quelli scioccamente definiti feudali, autocratici e reazionari di Berlino e di Vienna, in un silenzio compiacente su quello di Mosca. Svolsi, coerentemente a quanto andavo facendo nel movimento già da vari decenni, la critica propria di Marx e di Engels, che mostrava come fosse una prospettiva stupida quella che attendeva dalla vittoria militare dell’Intesa una futura Europa democratica.
Confermo senz’altro che la mia posizione di allora coincideva con ciò che Lenin definì: disfattismo e negazione della difesa della Patria. Proposi la grandiosa prospettiva che ivi la rivoluzione proletaria avrebbe potuto trionfare, ove le armate del corrispondente stato borghese fossero state sopraffatte bellicamente da quelle degli stati nemici, vaticinio che la storia ha confermato nella Russia del 1917. Confermo quindi che, a Firenze, proposi che si approfittasse delle sventure militari dell’Italia monarchica e borghese per dare slancio alla rivoluzione di classe.
Tale proposta non corrispondeva alla politica di allora della direzione del Partito, ferma sulla disgraziata formula di Lazzari “né aderire né sabotare”, sebbene i presenti alla riunione, che fin d’allora configuravano una sinistra del Partito Socialista, mostrassero apertamente di accettarla. Non era sufficiente, per noi, il merito del Partito italiano di non aver aderito alla politica di guerra del governo, e quindi di non aver votato mai la fiducia in esso, né i richiesti crediti militari. Tale linea non poteva estendersi alla negazione anche del sabotaggio, ossia di quello che Lenin chiamò poi “trasformazione della guerra degli stati in guerra civile tra proletari e borghesia”. La prospettiva da me caldeggiata non era dunque esattamente quella che in Italia fossero già mature le condizioni per attaccare a mano armata il potere delle classi possidenti, ma l’altra, molto più ampia e poi giustificata dal corso degli avvenimenti storici, che nel quadro della guerra in Europa si potesse e dovesse sul fronte opportuno (ciò che Lenin chiamerà “l’anello più debole della catena) fare esplodere lo scontro rivoluzionario, che non avrebbe mancato di estendersi a tutti gli altri paesi. L’accennato, falso merito del partito italiano nel restare equidistante sia dal plauso alla guerra che dal suo sabotaggio rivoluzionario sarà, al momento della fondazione di una nuova Internazionale, che riscattasse la fine vergognosa della seconda (cosa che io a nome dei socialisti di sinistra nel convegno di partito tenuto a Roma, nel febbraio del 1916 avevo già espressamente prospettato), ancora pretestuosamente invocato da Serrati e dai suoi seguaci che si opponevano alla espulsione della destra riformista (e in realtà socialdemocratica e anche socialpatriottica). Ciò è ben dimostrato dal fatto che il PSI considerò come un crimine da non commettere l’imbocco dell’unica via strategica che (fin da quando Lenin, appena rientrato in Russia, enunciò le sue classiche tesi dell’aprile 1917) risponde alle previsioni dottrinali e alle finalità storiche proprie del marxismo rivoluzionario. Quindi è assodato in linea storica che, se i convenuti di Firenze avessero dovuto deliberare, sarebbe stata senz’altro abbracciata la virile tesi del siluramento con tutti i mezzi dell’azione e della politica di guerra dello stato capitalista. Poiché le conclusioni di una consultazione avente carattere di base avrebbero dovuto impegnare gli organi centrali del Partito, alla mia proposta avrebbero dovuto seguire, in un sano movimento, le necessarie misure di attuazione. Ma non si poteva sperare che ciò facesse la Direzione, già compromessa sia dal rifiuto del maggio 1915 a proclamare lo sciopero generale nazionale contro la mobilitazione, da noi allora richiesto; sia dalla già qui deplorata formula del “non aderire né sabotare”; sia, ancora, dal fatto di avere tollerato, proprio in quello svolto della guerra, che il gruppo parlamentare socialista seguisse il suo capo Turati nel lancio della parola d’ordine difensivista: “La Patria è sul Grappa”, che era comportamento ben poco diverso da quello dei socialtraditori francesi e teutonici.
Nel 1919, l’Italia fu scossa da violente manifestazioni. Perché non prese vita, nonostante la propaganda socialista e la forza numerica del partito, un moto popolare rivoluzionario? Le masse erano disposte e preparate a combattere? Che cosa mancò perché la parola d’ordine rivoluzionaria fosse lanciata?
Terminata la guerra con la vittoria di Vittorio Veneto, magnificata ma non sostanziosa né feconda di notevoli successi, si accentuò in tutto il paese quella situazione di disagio e di crisi economica che, come ogni socialista anche non estremista continuamente afferma, tormenta i ceti lavoratori anche in tempo di totale pace tra gli stati borghesi, ma si inasprisce di gran lunga per tutti gli effetti della guerra; a partire dallo svellimento violento dei lavoratori dal tranquillo ambiente della loro opera produttiva – anche se poco ricompensata – che li fa poi cadere nella miseria accentuata insieme alle loro famiglie. Questo stato immancabile di diffuso malcontento non provocò nelle masse proletarie il recupero di quella coscienza storica collettiva che purtroppo lo stesso Partito aveva largamente perduta; la risposta, ovvia, fu il ritorno di vere ondate di rivendicazioni e di agitazioni per miglioramenti immediati, anche salariali, che fecero tremare il terreno sotto i piedi dei borghesi, ma non per ciò stesso suscitarono nei proletari il potenziale necessario ad impostare oggettivamente la lotta armata per il trionfo della loro dittatura.
Oggi, la formula esatta non è quella che nel 1919 tutto era maturo per la rivoluzione socialista in Italia; ma è, preferibilmente, l’altra: conclusa la Prima Guerra Mondiale, i partiti proletari avrebbero potuto prendere la testa di un movimento offensivo vittorioso, che non vi fu solo perché quei partiti tradirono il loro stesso patrimonio ideologico e la visione loro propria delle lotte storiche che avrebbero chiusa l’era capitalistica. Era quindi il vero momento e lo svolto fatale per ricostruire il movimento proletario e socialista, restaurando le sue vere basi di dottrina, di programma e di strategia. Fu a questo compito che si accinsero senza indugio Lenin e l’Internazionale Comunista e, con essi, la sinistra del movimento italiano che dimostrò – e può oggi ancora dimostrare – di avere le carte in tutta regola con la linea storica gloriosa della Rivoluzione anticapitalista mondiale, partita dal manifesto del 1848 di Marx ed Engels.
Al sedicesimo Congresso del partito socialista di Bologna, nell’ottobre 1919, lei intervenne come capo della frazione cosiddetta “astensionista”, che sosteneva la necessità di non partecipare alle elezioni per dedicarsi al progetto rivoluzionario. Perché vi era, secondo lei, incompatibilità fra le due linee di condotta? Qual era il vantaggio della linea che lei sosteneva?
Al sedicesimo congresso socialista, tenuto a Bologna al principio di ottobre del 1919, la frazione comunista astensionista (che aveva per organo il giornale Il Soviet, fondato a Napoli nel dicembre 1918, subito dopo la fine della guerra in Europa) non si distingueva dalle altre correnti soltanto per la proposta di non partecipare alle imminenti elezioni generali politiche e al parlamento che ne sarebbe uscito, ma anche perché era la sola a schierarsi sulle “tesi” affermate nel Congresso costitutivo della Terza Internazionale Comunista, tenuto a Mosca nel marzo di quell’ anno, nelle quali si traduceva la grandiosa esperienza storica della Rivoluzione di Ottobre 1917 in Russia. Fra quelle tesi, era in prima linea la conquista del potere politico non attraverso le forme democratiche borghesi, ma con l’avvento della dittatura rivoluzionaria del proletariato e del suo partito di classe marxista. la prospettiva della grande campagna elettorale, e del prevedibile successo del solo partito che veramente si era opposto alla sanguinosa e rovinosa guerra del 1915, era respinta perché aveva il carattere di un diversivo alla tensione determinatasi nelle masse italiane a causa del sacrificio immenso di sangue, sui campi di battaglia, e della situazione di grave crisi economica che caratterizzava il dopo-guerra. Essa quindi contraddiceva apertamente ogni possibilità e speranza d’incanalare quella tensione, quel disagio, quel malcontento diffuso, nella sola direzione che, come la storia stessa andava insegnando, poteva condurre, non tanto nella sola Italia ma in tutta l’Europa, allo sbocco socialista e rivoluzionario. Tali tesi fondamentali, sulle quali era già ben orientato tutto il movimento della frazione astensionista, organizzato fin dal primo periodo con buona diffusione uniforme in tutte le parti d’Italia, non potevano ovviamente presentate e sostenute davanti alle altre correnti del congresso, che invece si appagavano della previsione del largo successo elettorale, che forse avrebbe permesso al partito, nella manovra parlamentare, di far passare taluni provvedimenti che avrebbero potuto in parte lenire le angustie e corrispondere alle ansiose attese delle masse lavoratrici. Un simile risultato avrebbe significato bruciare definitivamente gli aspetti favorevoli della situazione di allora e chiudere la sola via su cui, d’allora in poi, l’intero movimento delle classi sfruttate avrebbe dovuto esercitare la sua pressione: avrebbe cioè tarpato le ali alla ripresa della vera coscienza rivoluzionaria della classe operaia e dello stesso suo partito. Infatti, la destra riformista apertamente condannava le vitali tesi comuniste; e la grossa corrente che si diceva “massimalista”, se non rifiutava chiaramente quei principii, non vedeva come gli stessi, formando un preciso programma storico, dovessero essere dettati non solo al partito come insieme, ma anche a ciascun suo organo e a ciascuno dei suoi aderenti e militanti anche individuali che, in caso di ostinata opposizione, avrebbero dovuto essere esclusi dalle file del Partito. Solo per tale via si poteva giungere alla ricostruzione di un nuovo movimento Internazionale che non fosse insidiato, ineluttabilmente, dal pericolo del ripetersi della orrenda catastrofe dell’agosto 1914, e poteva essere curata la malattia infettiva dell’opportunismo social-democratico e minimalista.
Fin dal Congresso di Bologna, dunque, per la frazione astensionista era posta la rivendicazione di spezzare l’unità del Partito Socialista. Proprio per il rilevante numero dei suoi iscritti e dei prevedibili futuri elettori, quell’unità illudeva i fautori della tattica elezionista su un grave errore: che si potesse marciare verso il socialismo proletario pur ripudiando l’impiego della violenza e della forza armata, e la grandiosa misura storica della dittatura, la cui chiave consisteva nel privare di ogni diritto elettorale e democratico (e anche di ogni libertà di organizzazione e di propaganda) tutti gli strati della popolazione che non fossero formati da autentici lavoratori.
A questo punto, trovo opportuno ricordare un precedente di fatto che mi sembra, anche a tanta distanza di anni, rivestito di vero valore storico. La tesi centrale della nostra frazione non era l’antielezionismo, ma era invece la scissione del Partito, che lasciasse da una parte i veri comunisti rivoluzionari e dall’altra i seguaci del “revisioniamo” dei principii di Marx circa la inevitabile esplosione catastrofica del conflitto e l’urto tra le opposte classi sociali, già prima della guerra preconizzato dal tedesco Bernstein. Per mettere alla prova la nostra tesi, al congresso avanzammo ai capi della frazione massimalista elezionista, tra cui si annoveravano Serrati, Lazzari e Gramsci, una precisa proposta che tendeva a sostituire un unico testo, ben più chiaramente antirevisionista, a quello da loro preparato; in esso noi avremmo accettato che non si parlasse di boicottaggio dell’attività elettorale, mentre essi avrebbero accettato la nostra tesi base della scissione del Partito. La nostra proposta fu nettamente respinta dai massimalisti. A questo proposito voglio ricordare che poco dopo Lenin, scrivendo il suo testo contro l’estremismo come malattia infantile del comunismo, dichiarò di aver ricevuto e letto alcuni numeri del Soviet e di apprezzare il nostro movimento come il solo, in Italia, che avesse compreso la necessità della separazione tra comunisti e socialdemocratici, attraverso la scissione del Partito Socialista.
Nel 1920, al II Congresso dell’Internazionale di Mosca, la sua tesi “astensionista” si scontrò con quella “elezionista” di Lenin. Il parere di Lenin prevalse e l’Internazionale decise la partecipazione del partito socialista italiano alle elezioni. Ritiene anche oggi che la decisione dell’Internazionale sia stata un errore? Anche se nel ’21 le elezioni furono un grande Successo per il Partito Socialista?
Al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, iniziato a Leningrado nel giugno 1920 e poi proseguito a Mosca nella ex-sala del trono del palazzo del Cremlino, il Partito Socialista Italiano, che pretendeva di essere già, dal Congresso di Bologna, una sezione formalmente aderente all’Internazionale Comunista, inviò una delegazione che fu ammessa con voto deliberativo e che era composta da Serrati, Bombacci, Graziadei e Polano (per la federazione giovanile), la quale raggiunse la Russia con un treno speciale, inclusa in una più vasta delegazione proletaria italiana di cui facevano parte: D’Aragona e Colombino, dei sindacati; Pavirani, della Lega delle Cooperative, e alcuni altri che naturalmente non furono chiamati a partecipare al Congresso mondiale. Quanto a me, che ero esponente della frazione astensionista italiana e che non ero incluso nella delegazione del Partito, il mio intervento fu voluto ed organizzato dallo stesso Lenin a mezzo del suo delegato di allora in Italia, di nome Heller (chiamato tra noi Chiarini), il quale venne più volte a Napoli per predisporre il mio viaggio che si svolse, fra difficoltà di dettaglio che non è il caso di riferire, sull’itinerario: Brennero-Berlino-Copenaghen-Stoccolma-Helsingfors-Reval e, infine, Leningrado. Intervenni fin da quella prima seduta in cui Lenin pronunziò un memorabile discorso acclamato per oltre un’ora. Data la mia particolare posizione, partecipai a tutto il seguito dei lavori del Congresso a Mosca con voto solo consultavo. A Mosca, fu subito deciso che sarei stato ammesso come correlatore sulla questione del parlamentarismo, che era già all’ordine del giorno col relatore Bucharin; la decisione venne presa dall’Esecutivo e dal suo presidente Zinoviev. Si svolse, in primo tempo, l’altra importante discussione sulle condizioni di ammissione dei partiti che ne facevano domanda all’Internazionale Comunista: vi erano opposte tesi, che poi divennero i celebri “21 punti di Mosca”, e furono demandate ad una commissione nella quale venni incluso. Ebbi così la possibilità di risollevare una proposta di Lenin, il quale aveva avanzato il rigoroso ventunesimo punto che, imponendo di rivedere i programmi dei singoli partiti, era vitale per il problema del Partito italiano, in parte legato al programma socialdemocratico di Genova del 1892. Su questo tema parlai anche nell’assemblea plenaria sempre sostenendo, contro il parere degli altri italiani e di tutti gli elementi di destra, le soluzioni più drastiche e radicali. La discussione sul tema del parlamentarismo fu aperta da Bucharin, che illustrò il proprio progetto di tesi, mentre successivamente io presentai il mio, contrario alla partecipazione elettorale. Il punto di vista di Bucharin fu ribadito da una dichiarazione di Trotzky, seguita da altri oratori e anche da Lenin il quale criticò apertamente le mie tesi e le argomentazioni su cui si poggiavano. In una recente pubblicazione nella rivista di Marsiglia Programme Communiste, mi sono sforzato di rendere fedelmente la parola e il pensiero di Lenin sull’argomento. Con l’abituale vigore egli disse: “Se è compito fondamentale del partito rivoluzionario prevedere le mosse e il gioco dei poteri statali nemici, come possiamo rinunciare ad un punto di osservazione così prezioso quale è il Parlamento, in seno a cui tutta la politica del domani dei vari Stati viene storicamente anticipata?”.
La decisione del Congresso, a notevole maggioranza, fu senz’altro favorevole alle tesi della partecipazione alle elezioni parlamentari nel senso che vi dovessero e potessero accedere tutti i partiti socialisti e comunisti nazionali, e non già il solo partito italiano come sembrerebbe dal contesto della domanda. Alle elezioni generali italiane del 1921 partecipò non solo il Partito Socialista, che non chiedeva di meglio, ma anche il Partito Comunista d’Italia costituito poco dopo il II Congresso di Mosca.
Questi successi elettorali non avvantaggiarono per nulla il movimento verso la rivoluzione in Italia, come avrebbe dovuto avvenire secondo la linea Bucharin-Lenin che preconizzava l’effetto rivoluzionario dell’ingresso nel Parlamento; a questa tesi mi opposi allora e mi opporrei adesso, dopo una lunga esperienza storica: specialmente quella della Germania, dove fallirono i moti tentati nella primavera del 1921 e nell’autunno del 1923, dando così torto alla strategia prescelta a Mosca. Tornando per un momento al voto del Congresso di Mosca è forse bene dire che io stesso invitai a non dare il voto alle mie tesi non pochi delegati che si opponevano alle elezioni con argomenti non marxisti ma che derivavano piuttosto da debolezza e simpatia per i metodi libertari e sindacalisti rivoluzionari seguiti anche allora da alcuni gruppi in Germania, Olanda, Inghilterra e Stati Uniti. Come ho detto, nel voto sulle condizioni di ammissione era stato già precisato che in Italia, come in ogni paese, si dovessero escludere dalle nostre file non solo i riformisti formanti una destra non rivoluzionaria, ma anche la corrente che Lenin chiamò “centrista” e che si può identificare in Germania con i seguaci di Kautsky, e in Italia proprio coi massimalisti e serratiani.
Lei, ingegner Bordiga, sostenne per primo, fin dal 1917, la necessità di espellere dal Partito Socialista la corrente di destra, i cosiddetti riformisti. Nel 1920 il dibattito giunse al Congresso della III Internazionale che decise per l’espulsione. Come mai non si riuscì a realizzare quel deliberato? Che peso ebbe questo fatto nella fondazione del Partito Comunista?
Se non si potette subito attuare in Italia la esclusione dei riformisti voluta da Mosca, si dovette proprio alla resistenza e all’ostruzionismo dei massimalisti, che potettero sfruttare la loro prevalenza numerica su di noi nelle file del Partito Socialista e quindi del Congresso socialista, il quale non volle accettare in tutto le direttive fissate a Mosca. Questo fatto ebbe un peso positivo, perché il nuovo partito comunista fu potuto costituire scartando ogni elemento sia riformista che centrista-massimalista.
Allo stesso Congresso di Mosca del 1920, la sua azione fece pensare che lei, come fu scritto, “senza osare dirlo, temesse l’influenza dello stato sovietico sui partiti comunisti, la tendenza al compromesso, la demagogia, e soprattutto pensasse che la Russia contadina non fosse in grado di dirigere il movimento operaio internazionale”. Questa interpretazione corrispondeva al suo pensiero?
Facevano in effetti parte della mia posizione le riserve che la domanda riporta da uno scritto di Victor Serge. Penso tuttora che vi furono gravi inconvenienti nella direzione di Mosca, di scarso effetto rivoluzionario nell’era staliniana seguita alla morte di Lenin del gennaio 1924. Come risulta da ulteriori polemiche degli anni seguenti, la strategia voluta da Mosca non sempre s’ispirò alla vera dinamica rivoluzionaria che sarebbe convenuta al proletariato comunista mondiale, ma si lasciò certamente influenzare dagli interessi, con quella non sempre coincidenti, di un grosso corpo statale fondato su di una base sociale contadina, e quindi “piccolo-borghese” secondo la stessa definizione di Lenin. Se, dunque, queste preoccupazioni si possono dedurre dalla mia azione nel Congresso del 1920 (vedi, ad esempio, il mio ultimo intervento dopo le parole di Lenin), ciò prova soltanto che la nostra corrente della Sinistra Comunista previde e denunciò, prima tra tutti, i pericoli di una degenerazione della III Internazionale dai suoi gloriosi inizi.
Nel 1920 l’occupazione delle fabbriche rappresentò il momento culminante delle agitazioni in atto in tutto il paese, un episodio che corrispondeva alle speranze e agli sforzi del gruppo comunista torinese de L’Ordine Nuovo ispirato da Gramsci. Anche lei era convinto che quella fosse la via per giungere alla rivoluzione? Che cosa la divideva da Gramsci in quel momento?
Il movimento proletario per la ben nota occupazione delle fabbriche raggiunse il suo massimo nell’autunno del 1920, ossia dopo il ritorno in Italia dei delegati che avevano partecipato al Secondo Congresso Internazionale Comunista di Mosca. La valutazione della possibilità di sbocchi rivoluzionari di quel movimento era molto diversa, anzi addirittura opposta, nelle vedute del gruppo dell’Ordine Nuovo e di quello del Soviet. Criticando i torinesi, il Soviet scrisse allora: “Prendere la fabbrica o prendere il potere?”. Sviluppando tutti gli argomenti di principio, negavamo che la rivoluzione comunista potesse aprirsi con la conquista delle officine e della loro gestione economico-tecnica da parte del personale operaio, come veniva sostenuto da Gramsci. Secondo noi, le forze politiche dei lavoratori avrebbero dovuto prendere l’iniziativa di dare l’assalto alle Questure e alle Prefetture statali per avviare la grande agitazione che doveva giungere, attraverso la proclamazione di un vittorioso e totale sciopero generale ad instaurare la dittatura politica del proletariato. Questa visione prospettica fu evidentemente bene intuita dal sagace ed abile capo delle forze borghesi italiane, Giovanni Giolitti. Questi infatti lasciò cadere nel nulla le richieste degli industriali perché la forza pubblica intervenisse con le armi ad espellere gli operai occupatori e a restituire le officine ai legittimi padroni. Giolitti ritenne allora che lasciare nelle mani degli operai il possesso degli stabilimenti significava lasciare ad essi un’arma del tutto inefficace a minacciare e rovesciare il potere e il privilegio delle minoranze capitalistiche, mentre la gestione operaia degli strumenti di produzione non avrebbe certamente aperto le porte ad un regime non-privato della produzione sociale. La nostra linea tattica chiedeva dunque che il partito proletario di classe mirasse anzitutto ad assicurarsi l’influenza ed il controllo non già sui Consigli di fabbrica e sui Collegi dei commissari di reparto, preconizzati dall’ordinovismo, ma sulle tradizionali organizzazioní sindacali della classe lavoratrice. Ciò, dunque, mi divideva nettamente da Gramsci in quella fase; e mai ammisi che l’occupazione generale delle fabbriche ci portasse, o potesse portarci, vicini alla rivoluzione sociale da noi desiderata.
Ad Imola si costituì, nel 1920, la Frazione Comunista del Partito Socialista Italiano. Che obiettivi aveva? Era già stata decisa, in quel momento, la scissione dal Partito Socialista?
Nell’autunno del 1920 si tenne ad Imola un Convegno dei Comunisti che accettavano senza riserve tutte le deliberazioni del Secondo Congresso mondiale, tra cui le condizioni di ammissione all’Internazionale e, per conseguenza, la espulsione dei riformisti dal Partito. Al Convegno erano presenti il gruppo dell’Ordine Nuovo e quello del Soviet. Questo gruppo annunziò il pubblico scioglimento della frazione astensionistica, la quale non si sarebbe posto come obiettivo la tesi anti-elezionista; non l’avrebbe più proposta al Congresso del Partito Socialista Italiano, pur non escludendo di ripresentarla ai futuri congressi dell’Internazionale Comunista, dopo che si fosse avuta una prova pratica della possibilità di attuazione della linea Bucharin-Lenin per un parlamentarismo effettivamente rivoluzionario. Fu deciso, con la piena adesione dei delegati di Torino e di Napoli, come anche di Milano e di altre città e zone d’Italia, di costituire la Frazione Comunista del Partito Socialista Italiano. L’obiettivo di tale nuova organizzazione non era certo di conquistare la maggioranza dei voti al Congresso di Livorno, ma di preparare le ossature del vero partito comunista, che poteva uscire soltanto dall’aperta scissione tra i seguaci di Mosca e gli altri; in quanto era chiaro che la numericamente preponderante corrente massimalista non avrebbe votato la espulsione di Turati e compagni. Fu stabilito che organo della frazione sarebbe stato il quindicinale Il Comunista, da pubblicare a Milano, e che l’ufficio di organizzazione sarebbe stato ad Imola; i compiti del lavoro furono affidati a me e a Bruno Fortichiari. Ricordo bene che, in un incontro con lo stesso Giacinto Menotti Serrati prima del Congresso di Livorno, non feci mistero che noi stavamo organizzando il Partito Comunista d’Italia e non un successo maggioritario nel Congresso socialista. La questione di mandar via i riformasti era ormai già stata risolta e decisa al Congresso di Mosca e non restava che praticarla in via disciplinare, rompendo i ponti sia coi riformisti che con i massimalisti, qualunque fosse l’esito del voto di Livorno. Al Convegno di Imola era dunque già deciso che, nel caso che quel voto avesse posto noi in minoranza, tutti i comunisti già inquadrati nella frazione avrebbero abbandonato il Congresso ed il Partito Socialista per costituire senz’altro indugio il nuovo Partito Comunista, Sezione della III Internazionale.
Il Congresso di Livorno segnò la scissione del socialismo e la nascita del partito comunista. Perché lei e gli altri comunisti aderenti alla Frazione di Imola foste così decisi in quell’azione di rottura? Quale credito, a suo avviso, si poteva accordare all’obiezione che con la rottura della forza socialista si indeboliva ulteriormente il fronte popolare?
Come risulta da tutto quanto ho già detto, era un caposaldo ben fermo di tutti i comunisti della Frazione di Imola che, nella separazione dai riformisti e dal centrismo massimalista, vi era tutto da guadagnare per le buone prospettive rivoluzionarie e nulla da rimpiangere per la maggior forza numerica che corrispondeva alla situazione pre-Livorno. L’argomento che prima della scissione il fronte proletario, sempre da noi respinto come arma strategica, avrebbe avuto base più estesa, era già stato accampato demagogicamente da tutti gli unitari tipo Serrati, e debitamente e definitivamente respinto da tutti gli scissionisti, da Lenin fino a noi, suoi convinti seguaci, perché era questa la sola linea storica che ben si adagiava sull’avvento della vittoria rivoluzionaria in Italia e in Europa. Non avemmo dunque la minima esitazione nel preparare ed attuare la rottura ed io sono ben lieto e anche fiero per aver letto dalla tribuna del Congresso la irrevocabile dichiarazione di tutti i votanti la mozione di Imola, che abbandonarono la sala del teatro Goldoni per recarsi in corteo al teatro San Marco, dove fu fondato il Partito Comunista d’Italia. In effetti, la stessa decisione a rompere non era forse in tutti noi. Il deputato Roberto volle pronunziare alcune parole di commosso addio ai compagni che lasciavamo, augurando una non lontana riunione di tutte le forze, secondo la tendenza citata nella domanda cui ho risposto. Inoltre, è da credere che la mia palese disapprovazione dei residui sentimentali espressi da Roberto non fosse pienamente condivisa da Gramsci, poiché ha riferito un testimonio oculare, Giovanni Germanetto, nelle memorie da lui pubblicate, che Antonio si tratteneva durante la riunione al San Marco nello spazio del palcoscenico a tergo del tavolo presidenziale, ed ivi camminava concitato avanti e indietro esprimendo così con le mani congiunte dietro la schiena la propria perplessità. D’altra parte nessuno fra noi, che responsabilmente ci schierammo nell’ala staccata dal partito, poteva in quel momento pensare che l’azione del proletariato contro il capitalismo e le sue forze reazionarie potesse dal nuovo partito essere demandata ad un informe ed equivoco “fronte popolare”, ossia ad un blocco apertamente collaborazionista tra correnti proletarie e correnti più o meno confusamente piccolo-borghesi. Certamente neanche Gramsci lo pensava in quella fase storica, sia pure davanti ad un fascismo che aveva già fatto la sua apparizione. In un simile “blocco”, o “fronte” che sia, deve infatti esistere un organo o comitato, nella disciplina del quale il partito estremo, veramente rivoluzionario e combattivo, non avrebbe potuto evitare di trovarsi con le mani fatalmente legate. Di una tale situazione totalmente disfattista da quel giorno, e fino al periodo post-fascista, abbiamo conservato lo stesso, costante orrore.
Il Partito Comunista costituì una sua organizzazione militare clandestina fin dal 1921. Nello stesso periodo lei rifiutò in modo intransigente di valersi degli Arditi del Popolo che erano già forti in tutto il paese. Questa decisione viene considerata da molti un errore forse fatale. Vittorio Ambrosini, che nel 1921 si trovava in Germania, le aveva offerto di mettersi alla testa del movimento per dare inizio alla lotta armata. Perché lei rifiutò? I limiti della proposta erano politici o propri del “personaggio” che la avanzava?
Al Congresso di costituzione del Partito Comunista d’Italia, fu nominato un Comitato Centrale di quindici membri nel seno del quale fu designato un Esecutivo formato, oltre che da me: da Grieco, proveniente anch’egli dagli astensionisti; da Terracini di Torino, che forse non poteva dirsi esattamente ordinovista o gramsciano; da Fortichiari e Repossi di Milano. L’Esecutivo stabilì la sua sede prima a Milano, nella nota palazzina ex-Dazio di Porta Venezia, e successivamente a Roma in varie sedi palesi ed illegali. Fu affidato a Luigi Repossi l’ufficio sindacale, che inquadrava tutti i gruppi formati dal Partito nelle organizzazioni operaie, e a Bruno Fortichiari l’ufficio illegale e militare, a cui facevano capo le formazioni armate create presso tutte le sezioni locali e le federazioni provinciali del partito e del movimento giovanile. Questa rete, i cui indirizzi centrali e periferici erano tenuti strettamente segreti, aveva anche il compito di curare la corrispondenza cifrata con i centri comunisti sia nazionali che esteri, e di adottare codici per l’uso del mezzo telegrafico tenendo in accurata riservatezza il sistema di recapiti illegali in Italia e fuori.
Nella sede del Centro, io e Grieco avevamo cura della corrispondenza generale e delle direttive alle redazioni dei tre quotidiani del partito che erano: L’ Ordine Nuovo di Torino, Il Lavoratore di Trieste e, pochi mesi dopo, Il Comunista di Roma, in cui era stato trasformato il ricordato quindicinale della frazione a Milano. Esistevano pure, in varie città d’Italia, settimanali del partito strettamente controllati dall’Esecutivo Centrale.
Prima che si manifestasse la famosa iniziativa del capitano Vittorio Ambrosini e degli Arditi del Popolo, il Centro dirigente del partito aveva dovuto diramare disposizioni, sia interne che pubbliche, per liquidare un’altra fase in cui poteva essere insidiata la disciplina organizzativa interna del partito, determinata dalle prime azioni di grave disturbo alle forze proletarie compiute dalle famose “squadre” dei fascisti. Organismi e partiti proletari, di indirizzo per principio contrari all’uso della violenza e animati da programmi di pace sociale, avevano lanciata la scandalosa proposta di un “patto di pacificazione” coi centri e i capi del movimento fascista, che si voleva stipulare sia nazionalmente che perifericamente. La Direzione del Partito Comunista, che fin d’allora avvertiva la gravità del pericolo di ogni pacifismo concordatario nel campo della contesa sociale e civile, adempì un suo rigoroso dovere sconfessando con pubbliche dichiarazioni e manifesti il patto in questione: disponemmo, per via interna, che nessuna organizzazione comunista accettasse lontanamente di aderire localmente a insidiosi inviti per patti di detta natura. Posso oggi dichiarare (non tanto a mio nome, quanto a quello dei militanti fedeli alle tradizioni teoriche e tattiche della Sinistra Comunista italiana e internazionale, ancora oggi organizzati; non solo i pochi superstiti delle vecchie generazioni del primo dopoguerra, ma anche i numerosi elementi giovani che hanno fatto nel seguito aperta adesione a quel passato ammirevole) che la soluzione allora data al problema degli Arditi del Popolo si inserisce magnificamente nella nostra linea storica di sempre. Non solo non abbiamo nessun errore da riconoscere, ma seguendo la stessissima tradizione, ricordiamo di aver rifiutato più tardi ogni partecipazione ai Comitati di Liberazione Nazionale, come ai moti partigiani italiani e ai vari “fronti popolari” di infausta memoria, che hanno più recentemente prodotto effetti deleteri anche in Francia, in Spagna e in altri paesi.
La proposta Ambrosini era da non prendere in alcuna considerazione, per ragioni non solo di forma ma di sostanza e di profondo contenuto. Infatti la parola arditi aveva la stessa genesi di quando la si applicava ai combattenti di guerra, dai nazionalisti e dai fascisti. Il riferire tale nuovo inquadramento all’abusato mito del “Popolo”, significa ricadere nel vecchio errore antimarxista che ricade nella confusione e non nell’antitesi tra le classi sociali, come sempre Marx, Engels e Lenin hanno avvertito prima delle aberrazioni revisionaste. Venendo alle persone di allora, che importano assai meno delle gravi questioni di fondo, non risultò nel 1921 che l’Ambrosini fosse in Germania, ma si seppe da noi che si era recato a Vienna; e non volemmo correre il pericolo che egli figurasse presso nostri amici, o presso lo stesso nostro principale nemico, come un inviato o un dirigente del movimento comunista italiano. Il Centro del Partito doveva anche evitare che la nostra base potesse confondere l’Ambrosini, o un suo eventuale stato maggiore, con lo specifico inquadramento che già era stato predisposto dal nostro Partito. Si doveva infine evitare l’evidente pericolo che i nostri gruppi di periferia potessero porre a disposizione di Ambrosini e dei suoi, quel tanto che già esisteva di un esclusivo nostro armamento per iniziali e non imponenti che allora fossero i nostri depositi segreti di armi. Inoltre, la dirigenza di un partito rivoluzionario come il nostro, aveva anche il dovere di prevenire la spiacevole conseguenza che, fuori d’Italia, un uomo come l’Ambrosini potesse, sia pure per sola vanità o leggerezza, mercanteggiare con gli avversari i poteri a lui incautamente trasmessi, o farsi promotore di un nuovo trattato di pace con le forze fasciste che sempre premevano sulle masse italiane.
Come capo del Partito Comunista, lei è stato accusato di aver sottovalutato, nel 1921, la forza del fascismo, considerandolo un fenomeno borghese simile ad altri precedenti, e di non averlo quindi combattuto con sufficiente energia quando ancora sarebbe stato possibile vincerlo. Perché soprattutto contro i socialisti, massimalisti e riformisti, che avrebbero potuto essere validi alleati contro il fascismo?
La nostra corrente ha sempre rifiutato la tesi che si potesse contrapporre al fascismo un blocco dei tre partiti, il comunista, il massimalista e il riformista, nei quali si era spezzato il vecchio Partito Socialista Italiano. Questa verità di fatto la riferisco non solo al 1921 – di cui parla a torto la domanda – come risulta dai nostri testi presentati a Livorno, e prima e dopo Livorno. Abbiamo sempre considerato gli altri partiti usciti dalle fratture, prima di Livorno e poi di Milano, come i più pericolosi nemici da combattere, in quanto la loro residua influenza era apertamente opposta ad ogni preparazione rivoluzionaria. Questa tesi si può ritrovare nelle nostre conclusioni ai congressi comunisti italiani di Roma 1922 e di Lione 1926. Per mostrare che la tesi era ancora più antica, ricorderò che al congresso socialista di Bologna del 1919 invocammo l’opinione di Lenin che, con un telegramma ai capi della vittoriosa rivoluzione ungherese, aveva criticato il loro grave errore di chiamare a far parte del governo dittatoriale i socialisti di quel paese, indicando in ciò la causa della caduta di quella rivoluzione. Doveva essere dunque ben chiaro per tutti che i comunisti italiani avrebbero respinto ogni alleanza con i socialisti, sia mentre durava la lotta per giungere al potere, sia dopo il possibile successo in questa. Venendo ora alla nostra valutazione del fenomeno storico fascista, mi potrei riferire a ben tre miei discorsi, avanti ai congressi di Mosca nel 1922, 1924 e 1926. Il fascismo venne da noi considerato come soltanto una delle forme nelle quali lo Stato capitalistico borghese attua il suo dominio, alternandolo, secondo le convenienze delle classi dominanti, con la forma della democrazia liberale, ossia con le forme parlamentari, anche più idonee in date situazioni storiche ad investirsi degli interessi dei ceti privilegiati. L’adozione della maniera forte e degli eccessi polizieschi e repressivi, ha offerto proprio in Italia eloquenti esempi: gli episodi legati ai nomi di Crispi, di Pelloux, e tanti altri in cui convenne allo Stato borghese calpestare i vantati diritti statutari alla libertà di propaganda e di organizzazione. I precedenti storici, anche sanguinari, di questo metodo sopraffattore delle classi inferiori, provano dunque che la ricetta non fu inventata e lanciata dai fascisti o dal loro capo, Mussolini, ma era ben più antica. I testi dei miei discorsi citati, possono essere rinvenuti nei resoconti dei congressi mondiali, e certamente saranno ripubblicati dalla nostra corrente in avvenire. Divergendo dalle teorie elaborate da Gramsci e dai centristi del Partito italiano, noi contestammo che il fascismo potesse spiegarsi come una contesa tra la borghesia agraria, terriera e redditiera dei possessi immobiliari, contro la più moderna borghesia industriale e commerciale. Indubbiamente, la borghesia agraria si può considerare legata a movimenti italiani di destra, come lo erano i cattolici o clerico-moderati, mentre la borghesia industriale si può considerare più prossima ai partiti della sinistra politica che si era usi chiamare laica. Il movimento fascista non era certo orientato contro uno di quei due poli, ma si prefiggeva d’impedire la riscossa del proletariato rivoluzionario lottando per la conservazione di tutte le forme sociali dell’economia privata. Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che dal fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiarii, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici.
Nell’agosto 1922 si ebbero gli ultimi grandi scioperi prima della marcia su Roma. In quel momento, col fascismo ormai alle soglie del potere, l’arma dello sciopero era ancora adatta a fronteggiare la situazione? Riteneva ancora possibile la rivoluzione?
Confermo l’affermazione storica che l’ultimo scontro in forza tra gruppi proletari italiani e bande fasciste, pienamente sostenute dai poteri statali, fu il grande sciopero nazionale dell’agosto 1922. Il Partito Comunista d’Italia, tanto nella propaganda interna che in vive discussioni nei congressi internazionali, aveva già sostenuto che non si dovesse adottare la strategia di una lega tra diversi partiti politici ed aveva accettato soltanto la formula, oggetto di gravi polemiche, del fronte unico sindacale, respingendo dunque ogni fronte o blocco politico, con l’argomento che questo avrebbe dovuto di necessità comportare un supremo organo gerarchico, a cui i partiti aderenti si sarebbero impegnati ad ubbidire, col rischio inaccettabile che le forze del nostro partito avrebbero potuto restare forzate ad agire secondo un indirizzo anche in contrasto profondo coi fini programmatici contenuti nella dottrina del partito e nella sua visione storica; essi non andavano in nessuna ipotesi abbandonati. In Italia, mentre il fronte politico avrebbe condotto alla già denegata alleanza coi partiti riformista e massimalista, il fronte sindacale avrebbe potuto accogliere in sé la grande Confederazione Generale del Lavoro, insieme all’Unione Sindacale Italiana dal passato non interventista e al forte Sindacato Ferrovieri Italiani. La propaganda e il lavoro organizzativo per questo fronte sindacale, cui demmo il nome di Alleanza del Lavoro, già nel 1922, erano giunte ad un punto notevole. Mentre il blocco politico avrebbe condotto ad una imbelle combinazione parlamentare verso l’altro obiettivo strategico da noi fieramente combattuto a Mosca, quello del governo operaio, l’Alleanza del Lavoro avrebbe ben potuto abbracciare i metodi, squisitamente rivoluzionari e marxisti, dello sciopero generale e della guerra civile armata per rovesciare il potere della borghesia, che era allora nelle mani dei fascisti.
Tornando alla cronaca di quei tempi movimentati, mentre tutti gli elementi di destra e a tendenza opportunista premevano per fondare l’alleanza dei partiti da noi non desiderata, una iniziativa fu presa dal Sindacato Ferrovieri, che convocò a Bologna i rappresentanti di tutti i partiti e sindacati. A questa non troppo chiara riunione noi non volemmo, per coerenza al nostro metodo, delegare un rappresentante del Partito, ma mandammo il compagno che aveva la direzione delle forze sindacali a noi aderenti. Questo compagno dovette riferirci la stupefacente notizia che la più numerosa organizzazione, ossia la Confederazione Generale del Lavoro, volendo evitare il grande sciopero, aveva dichiarato di non possedere una rete di mezzi di comunicazione atta a trasmettere a tutte le Camere del Lavoro aderenti la disposizione d’iniziare il movimento di sciopero. Dinanzi a tale inqualificabile atteggiamento, il nostro inviato, secondo le istruzioni dategli dal nostro Esecutivo, si offrì di curare coi nostri mezzi illegali, che erano ignoti ai poteri statali, la diramazione dell’ordine di sciopero che la Confederazione era invitata a formulare. La Confederazione e gli altri Convenuti accettarono la nostra offerta, dato che altrettanto non poteva essere organizzato da parte non comunista e così noi facemmo pervenire anche ai centri più lontani l’ordine ufficiale di sciopero, mobilitando la rete organizzata del Partito e dei nostri gruppi sindacali, per sostenere con ogni forza l’attuazione del movimento.
Poco dopo, in tutte le parti d’Italia, questo assunse forme molto energiche, fronteggiando debitamente le misure delle forze avversarie, che furono drastiche. Contro la città di Ancona furono inviati in formazione alcuni reggimenti di carabinieri; al largo della città di Bari calò le sue ancore una intera divisione di cacciatorpediniere della Marina militare. I lavoratori che occupavano l’interno di quelle città risposero vigorosamente con tutti i mezzi offensivi a loro disposizione e con la totale astensione dal lavoro, che comportò anche l’arresto di tutti i treni, mezzo essenziale per i movimenti militari. Nella città di Parma erano insorti i quartieri proletari del rione Oltre-Torrente (come si sa, quella città è divisa in due dal fiume Parma, affluente del Po). Le forze fasciste mandate a domare la rivolta erano agli ordini del famoso quadrumviro fascista Italo Balbo. In epoca più recente è stato ricordato come i valorosi lavoratori di Parma, al tempo della vantata trasvolata aerea atlantica, scrissero a caratteri cubitali sugli argini del torrente la sferzante apostrofe semidialettale: “Balbo, t’è passè l’Atlantic, ma mica la Perma”; i pochi metri di larghezza del torrente erano bastati a fermare le bellicose forze antiproletarie. Questo ed altri episodi dimostrano che il grande movimento di sciopero fu allora non solo possibile ma notevolmente efficace. I fascisti, benché sostenuti dallo Stato e dalle sue forze armate, non potettero debellarlo e quando, nel successivo ottobre, si mobilitarono per la marcia su Roma, non passarono con una vittoria delle loro armi, ma grazie ad un compromesso con il quale il futuro duce poté, in abito nero e cilindro, raggiungere pacificamente l’anelata sala del trono al Quirinale, superando il temuto ordine di proclamazione dello stato d’assedio che il re si rimangiò malgrado il parere dei suoi generali. Per questa via ingloriosa, la rivoluzione proletaria come la pretesa rivoluzione delle camicie nere furono soffocate da mefitiche manovre di carattere squisitamente parlamentare.
Alla fine del 1922, al IV Congresso dell’Internazionale, a Mosca, lei sostenne, contro il parere della maggioranza, di Zinoviev e dello stesso Lenin, che non era né utile, né giusto per i comunisti, giungere ad una fusione con i socialisti per puntare alla formazione di un governo di coalizione. Come spiega quella sua pregiudiziale negativa alla fusione, quando i massimalisti si erano già separati dai riformisti?
E’ vero che al tempo del IV Congresso di Mosca del dicembre 1922, si era già verificata in Italia l’ascesa al potere dei fascisti, e il Partito Socialista, uscito contro di noi in maggioranza a Livorno, si era a sua volta diviso in due partiti, uno massimalista ed uno riformista; a quel Congresso di Milano, si era manifestata anche una terza corrente, detta terzinternazionalista, che proponeva il rientro nella Terza Internazionale attraverso la fusione col Partito Comunista d’Italia. E’ altrettanto vero che io e i comunisti di sinistra rifiutammo la fusione, incoraggiata da Mosca, non solo con i massimalisti, ma con gli stessi poco numerosi terzini, come allora li chiamavamo, tra i quali erano Serrati, Maffi Fabrizio, Riboldi ed altri. Ritenevamo infatti che anche le posizioni del partito di Serrati fossero in aperto contrasto con tutte le risoluzioni del II Congresso e con le tesi tattiche dell’Internazionale Comunista, comprese quelle che non erano state accettate dalla nostra corrente, come nel caso della questione parlamentare, nonché con le tesi sindacali, agraria e nazionalcoloniale, con le quali eravamo invece stati sempre totalmente concordi. Basti ricordare la posizione assunta dal partito socialista a proposito del famigerato “patto di pacificazione” coi fascisti e negli sviluppi ulteriori, fino alla grande lotta dell’agosto 1922: il tutto più sopra ampiamente ricordato. Resistemmo con ogni vigore alle insistenze dei compagni russi perché accettassimo posti nella famosa “Commissione di fusione” tra comunisti e terzini, che aveva anche il compito di dirigere la futura lotta elettorale comune in Italia. Sostenemmo e sosteniamo che da quella fusione nessun aumento di forza e d’influenza, sia qualitativo che quantitativo, venne in seguito al nostro partito, neppure nel senso della difesa contro i colpi della reazione, e ciò con seria delusione dei compagni russi tra cui gli stessi Zinoviev e Lenin che la domanda ricorda.
La sua posizione astensionistica nei confronti della tattica politica quotidiana è stata accusata di aver portato il Partito all’inerzia e all’immobilismo. Perché lei, ingegner Bordiga, fu sempre contrario a qualsiasi azione di fronte unico o di alleanza dei comunisti con altri partiti contro il fascismo? Come giudicava l’azione che andavano svolgendo i partiti antifascisti nel 1923 e ’24?
L’astensionismo, propugnato da me e da gran parte del Partito, non significava rinunzia all’azione politica quotidiana ma ad una sua forma tecnica e pratica ossia quella elettorale e parlamentare; questo perché, attraendo ed assorbendo tutte le energie e la dinamica del Partito, lasciava abbandonate le altre più vitali forme di azione del partito politico di classe, ben più importanti, come la lotta aperta e anche violenta contro le formazioni legali – ed anche illegali – che difendevano l’ordine capitalistico. Era dunque un vero antidoto contro l’immobilismo; la politica che lo avrebbe invece incoraggiato era proprio quella di coalizione con altri partiti, tra cui taluni con cui avevamo rotto i nostri legami fisiologici nel campo organizzativo che non potevano risorgere sotto la forma larvata, ma patologica, di un’alleanza che neppure i nostri seguaci e militanti avrebbero capito. A riprova del fatto che dalla base delle nostre stesse file venivano ancora vivaci riluttanze ad invischiarsi in manovre elettorali e parlamentari, ricordo che, nei primi mesi del 1921, dovetti far pubblicare sulla stampa del partito un mio articolo in cui si dichiarava inammissibile la richiesta di varie organizzazioni di base perché si trovasse un espediente interno che conciliasse la nostra cordiale antipatia per quella tattica, col dovere di mantenerci disciplinati alle decisioni dell’Internazionale. L’azione che in Italia i partiti cosiddetti antifascisti non rivoluzionari svolsero nel 1923 e 1924, specie dopo l’assassinio di Matteotti, fu da me e da moltissimi altri compagni apertamente disapprovata, perché gettava le basi di una collaborazione tra il movimento dei lavoratori ed altri partiti di ideologia prettamente borghese, come ad esempio quello cattolico e quello liberale. Veniva così anticipata quella che sarebbe stata la politica che domina oggi nella struttura del governo italiano nella quale lo stesso Partito Comunista – estremamente degenerato dalle sue alte origini della scissione di Livorno e della lotta accanita contro ogni forma di compromessi compiuti, nel nome antimarxista e antiproletario della “democrazia per l’Italia e per l’Europa” – anela a precipitarsi. Fui io che, parlando a buon diritto per la sinistra del Partito, suggerii ad Antonio Gramsci l’uscita dei comunisti dal simulacro di parlamento che prese il nome di Aventino: fu così possibile far pronunciare dalla tribuna della Camera alcuni discorsi, che fecero andare in bestia Mussolini, con un linguaggio generoso e virile che chiamava le masse alla lotta. Ricordo soltanto quelli dei deputati Grieco e Repossi, ancora oggi reperibili negli atti parlamentari, che furono pronunziati in faccia alla selvaggia canea dei deputati fascisti che si gettarono fisicamente contro i nostri compagni espellendoli dall’aula.
Lei, ingegner Bordiga, partecipò al V Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista di Mosca nel 1924, e vi svolse un lungo rapporto sul fascismo in Italia. A quale concezione era improntato questo rapporto? Come giudicò il fascismo nelle sue componenti economiche, sociali e politiche?
Anche al V Congresso dell’Internazionale Comunista, a Mosca, svolsi un ampio rapporto sul fascismo in Italia riprendendo i temi che avevo già sviluppato al IV Congresso, di poco posteriore alla marcia su Roma. Avevo allora preferita la formula della “commedia politica” a quella del “colpo di Stato” deciso da scontri tra forze militari, in quanto le bande delle camicie nere non avevano battuto in una vera operazione bellica le formazioni armate statali che non avevano saputo profittare dell’ordine reale di proclamazione dello stato d’assedio; e Mussolini aveva comodamente percorso in una cabina di vagone letto la linea Milano-Roma per raggiungere il Quirinale dove il Re Vittorio lo aveva convocato. Circa le basi sociali del fascismo, tornai a dimostrare che esse non si ravvisavano, come nella teoria avanzata da Gramsci, nella classe dei proprietari agrari, ma comprendevano anche la moderna classe industriale, mentre gli effettivi del partito fascista si reclutavano non solo tra i ricchi ma anche nei ceti medi, come i professionisti, gli artigiani e gli studenti.
Per quali motivi ideologici e pratici lei rifiutò di porre la sua candidatura a deputato comunista nelle elezioni del 1924? Quali conseguenze portò il suo rifiuto all’interno del PCd’I?
Non posi la mia candidatura alle elezioni politiche del 1924 non tanto per i motivi ideologici chiaramente derivanti dalle mie precedenti battaglie astensioniste, quanto per un palmare motivo pratico. I nomi dei candidati comunisti non escono da richieste soggettive e da iniziative personali, ma vengono scelti dal Partito con un suo apposito organo che evidentemente, nella fattispecie, non credette di utilizzare il mio nome. Non si trattò dunque di un mio formale rifiuto, seppure la cosa non mi riuscì affatto sgradita. Da ciò non venne al Partito nessuno speciale danno, sebbene i compagni centristi della Direzione obiettassero che si perdeva così uno dei posti in Parlamento, perché opinavano che io sarei riuscito eletto in qualunque delle circoscrizioni italiane, data la mia notorietà e le mie capacità di oratore e di polemista.
Che cosa la spinse a suggerire il rientro in aula dei deputati comunisti dopo la secessione aventiniana?
Ho già spiegato più sopra, rispondendo alla domanda n. 14, che la politica dell’Aventino equivaleva completamente alla totale soccombenza davanti alla reazione borghese e fascista; questo rapporto viene a giustificare la nostra facile previsione storica, prima citata, che il più sinistro effetto del fenomeno fascista sarebbe stato il sorgere del blocco antifascista, la cui politica equivoca non avrebbe mancato di dominare e soffocare il futuro di questa sventurata società italiana, come oggi purtroppo dobbiamo constatare.
Perché lei rifiutò recisamente anche la carica di vice-presidente dell’Internazionale che le era stata offerta su proposta della delegazione sovietica? Che cosa avrebbe comportato per lei questa elezione e quali conseguenze per il PCd’I?
Rifiutai senza esitare l’offerta fattami da Zinoviev della carica di Vice-presidente dell’Internazionale, anzitutto perché non potevo rinunziare a continuare la mia lotta contro la politica alleanzista e di fronte unico caldeggiata da Zinoviev stesso e che io avevo osteggiata in tutti i congressi precedenti. Inoltre, conoscevo abbastanza bene le vicende interne del Partito bolscevico russo, per aver già capito che ben presto lo stesso Zinoviev sarebbe stato rimosso dalla carica di Presidente per volere del preponderante gruppo di Stalin che in seguito gli sostituì Bucharin, ligio alla politica staliniana. Durante il mio lavoro a Mosca e dopo una vivace discussione in sede di Commissione italiana tra me e Stalin (che è stata riportata negli Annali Feltrinelli, basati su materiali dell’archivio Tasca) fin da allora ero forse il solo ad aver intuito che la repressione staliniana avrebbe usato lo stesso trattamento a Trotzky come a Zinoviev e a Kamenev che, prima divisi da Trotzky, solidarizzarono poi con lui nella successiva polemica dell’Allargato di novembre 1926, a proposito della rovinosa formula del “socialismo nella sola Russia”. Anche prima, e al momento dell’offerta della Vice-presidenza, io ben sapevo che questo sarebbe stato il terreno scottante della disperata battaglia per scongiurare la caduta dell’Internazionale Comunista di Mosca nell’abisso di un nuovo, peggiore opportunismo, che da me e dalla mia corrente fu visto in tempo minacciosamente avanzare.
Come spiega, nel 1925, l’accordo ideologico che legò Gramsci ad un liberale, Gobetti, sulla base comune della lotta antifascista?
A proposito dei rapporti tra Antonio Gramsci e il suo amico Piero Gobetti, direttore del periodico Rivoluzione Liberale, posso riferire di un mio intervento personale verso Gramsci cui una volta mi rivolsi per dirgli: “Antonio, ti chiedo un gran piacere; procurami una collezione completa del giornale di Gobetti. Voglio farne un’attenta analisi ed una critica profonda dal nostro punto di vista di comunisti rivoluzionari”. Antonio intuì che il mio proposito era proprio di dimostrare impossibile e pericolosa ogni intesa per una campagna comune contro il fascismo con un dichiarato liberale, come era il Gobetti. Col migliore dei suoi sorrisi che illuminava i suoi espressivi occhi azzurri, mi rispose subito: “Non lo fare, Amadeo; sono io che te ne prego”. Ammetto di avere ceduto a quel tacito invito tanto amichevole e di non avere mai scritta quella che in gergo giornalistico si sarebbe dovuta chiamare la stroncatura dell’assurdo liberalismo rivoluzionario. La tendenza di Gramsci a collaborare con Gobetti può soltanto spiegarsi con la tattica che erroneamente egli aveva abbracciato: ritenendo che con qualunque avversario e critico di Mussolini si potessero stringere legami nella prospettiva di un futuro regime italiano, indirizzo dal quale io notoriamente aborrivo allora e sempre. I rapporti di amico, oltre che di compagno, che avevo sempre avuto con Antonio che certamente meritava tutta la mia ammirazione, furono sempre cordialissimi. La nostra ultima convivenza in ambiente che ben può dirsi di partito, risale all’anno 1926, quando entrambi fummo condotti al confino nell’isola di Ustica. In quel periodo, allorché con un uditorio di altri confinati veniva in discussione un problema che interessasse i nostri principii e il nostro movimento, Antonio ed io, come per una tacita intesa, ci offrivamo di illustrare ai presenti la visione che l’altro propugnava sul tema esaminato. Con ciò, è chiaro che nessuno dei due voleva in qualche modo attenuare il proprio dissenso dal pensiero dell’altro e della sua corrente. La doppia esposizione si concludeva di regola con una reciproca conferma, chiesta ed ottenuta, di avere bene interpretato l’insieme delle concezioni dell’altro. Evidentemente si trattava di una doppia ed inconciliabile visione storica: quella di Gramsci anticipava palesemente le linee del futuro blocco di tutti gli antifascisti italiani; mentre la mia si contrapponeva alla prima nel modo più risoluto.
Con il Congresso di Lione del Partito Comunista nel 1926, lei venne messo in minoranza e la direzione del partito passò a Gramsci. Quanto vi fu di premeditato e di voluto in quella sconfitta? E’ vero che il dissenso con Gramsci riguardava soprattutto il giudizio che egli dava della situazione italiana?
Al Congresso illegale del Partito Comunista d’Italia tenuto a Lione nel febbraio 1926, è vero che noi della Sinistra fummo battuti dalla prevalente corrente centrista di Gramsci e Togliatti. Non si trattò affatto di una sconfitta chiara e limpida, neppure in termini di democrazia interna di partito, metodo mai da noi riconosciuto; non fu dunque una sconfitta né riconosciuta, né accettata da noi. Come dalla motivazione del ricorso che subito dopo avanzammo a Mosca, all’Esecutivo dell’Internazionale Comunista, la pretesa consultazione della base del Partito era avvenuta con un sistema quanto meno sospetto e dubbio. Tutti gli iscritti che non risultava avessero votato per l’indirizzo della Centrale o quello della Sinistra (ben formulato in articoli e risoluzioni apparsi sull’organo del partito, Stato Operaio, durante l’anno 1925, sebbene per mia iniziativa fosse stato disciolto il famoso Comitato d’Intesa, formato con un gruppo di dirigenti ben noti della corrente di sinistra, e subito aspramente diffidato dalla Centrale con l’ingiusta accusa che era un tentativo di frazionare e dividere il partito) tutti costoro, dunque, che non avendo manifestata alcuna opinione o decisione, non andavano computati nel voto per il congresso, furono invece, per un’espressa delibera della Centrale, calcolati come votanti per la stessa, in approvazione della sua opera e del suo programma. Non è necessario nemmeno dire che, a Mosca, il ben fondato ricorso non fu preso in considerazione, sicché la vittoria fu attribuita ai centristi e stalinisti; quindi la dirigenza della sezione italiana fu, per volere di Stalin, confermata in pieno a Gramsci, Togliatti e loro amici. Non fu dato alcun valore alla legittima nostra eccezione che non ha senso la consultazione, in pretesa democrazia interna, di un’organizzazione di partito che vive e convoca le sue sezioni locali o i congressi federali sotto il peso soffocante della virulenta dittatura fascista.
Il mio dissenso con Gramsci come ben risulta da varie considerazioni che già ho qui esposte, verteva infatti non tanto sulla valutazione della situazione italiana, quanto su quella dei suoi possibili sviluppi nel prossimo avvenire. Dissentivamo, infatti, dall’opinione dei gramsciani che un blocco di tutti i variopinti antifascisti, una volta caduto il fascismo o per una crisi interna, come poi avvenne, o per le complicazioni internazionali della guerra, avrebbe potuto costituire un governo a costituzione democratica per riprendere il controllo della disamministrata e debellata Italia.
Nei primi anni di vita del Partito Comunista, tra lei e Gramsci vi fu una notevole convergenza politica; ma in seguito, dopo il 1922, si aprì tra voi un dissidio generale culminato con la espulsione dal partito nel 1930. Quali furono i punti principali di questo dissidio? E quali i motivi della espulsione?

Vi fu una notevole convergenza tra Gramsci e me nel periodo che condusse alla organizzazione della Frazione Comunista all’interno del vecchio Partito Socialista Italiano e successivamente, applicando le direttive di principio e di azione stabilite nei primi congressi dell’Internazionale Comunista, alla scissione di Livorno del vecchio partito e alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. La convergenza consisteva in una eguale opinione corso storico dei partiti della II Internazionale Socialista, nel seno dei quali si erano andate formando, come allora si diceva, due anime: quella rivoluzionaria e quella riformista o gradualista. Gramsci ed io, insieme, pensavamo che lo scioglimento di questa contraddizione potesse aversi solo con la separazione dei vecchi militanti in due distinti movimenti organizzati.
Nel 1922, io pensavo che alla divisione organizzativa dovesse seguire una fase di aperta lotta, anche di combattimento, tra quel partito che seguiva la prospettiva di una nostra catastrofe rivoluzionaria da cui sarebbe uscito il crollo degli ordinamenti sociali capitalistici, e l’altro, il quale invece riteneva che, usando i mezzi legali che il regime borghese concedeva ai suoi stessi avversari, fosse possibile correggerlo in una lunga evoluzione e per successive modifiche delle sue interne strutture, attuabili in modo non violento né cruento. Il pensiero di Gramsci, invece, cominciò a subire una evoluzione (o involuzione che fosse) circa la dinamica del nascere di nuovi partiti classisti dal disfacimento di quelli tradizionali. Poiché era evidente che ciascuno dei due partiti usciti dalla scissione poteva, quantitativamente, contare su una somma di effettivi e di forze minore rispetto a quella della situazione precedente, egli cominciò ad accettare la visione che fosse opportuno riavvicinare le due ali distaccate strutturalmente in un comune fronte o blocco di azione, contando sia su mezzi legali che illegali. Questa formula storica, che io sempre e dovunque respingo come insensata, fu formulata nella non molto elegante frase: “marciare divisi; colpire uniti”. Gramsci quindi ritenne che avremmo avuto a disposizione un partito molto più forte, se avessimo accettato di stringere un patto di alleanza col Partito Socialista o anche con una sua forte ala sinistra, come ci veniva proposto da Mosca: questo, a mio credere, prova solo che Mosca fin d’allora deviava gravemente dalla retta via rivoluzionaria tracciata da Marx e Lenin. Nel succedersi storico degli episodi che formano il contesto di questa elaborazione di quesiti e di risposte, sono stati già ben lumeggiati molti punti circa i quali Gramsci ed io venimmo in contrasto. Desidero dire che, in realtà, essi prendono origine da un unico dissenso circa la impostazione della ideologia e, potrei dire, della filosofia da cui nasce l’incendio della rivoluzione di classe. Ciò dissi a Gramsci al Congresso di Lione nel mio lungo discorso di sette ore, che seguì il suo durato quasi altrettanto: entrambi avevamo esposto a fondo le soluzioni da dare, nei vari settori di attività, ai molti problemi che si ponevano ai comunisti italiani. A conclusione di questo scambio di programmi io dichiarai, rivolto ad Antonio, che non si è in diritto di dichiararsi marxisti, e nemmeno materialisti storici, solo perché si accettano come bagaglio di partito certe tesi di dettaglio, che possono riferirsi vuoi all’azione sindacale, economica, vuoi alla tattica parlamentare, vuoi a questioni di razza, di religione, di cultura; ma si è giustamente sotto la stessa bandiera politica solo quando si crede in una stessa concezione dell’universo, della storia e del compito dell’Uomo in essa. Sono passati molti anni, ma sono certo di ben ricordare che Antonio mi rispose dandomi ragione sulla fondamentale conclusione da me così enunciata, ed ammise anzi che aveva allora scorto per la prima volta quella importante verità. Non ho svolto questa cronaca obiettiva dei rapporti tra Gramsci e me perché vi ravvisi l’origine del fatto, riferito nel testo della domanda cui sto rispondendo, della mia esclusione dal partito, e quindi dall’Internazionale Comunista, che sarebbe avvenuta nel 1930. In tale epoca, io ero stato liberato anche dal confino di polizia cui il fascismo mi aveva assegnato, e la sola notizia che ebbi del provvedimento contro di me la dovetti rilevare dalla grande stampa d’informazione che affermò che il motivo era che io avevo respinto l’invito a recarmi ad un nuovo congresso di Mosca. Io non disponevo di mezzi di collegamento di cui potermi servire per difendermi dall’accusa; in ogni modo dichiarai e dichiaro ora che né la Centrale di Mosca, né quella del partito italiano, mi rivolsero alcun invito di tal genere. Se mi fosse pervenuto l’invito con i mezzi pratici per aderirvi io, come avevo a Lione, d’accordo con tutti i miei compagni della Sinistra, rifiutato di far parte della dirigenza del Partito italiano (come risulta da una dichiarazione finale molto aspra letta al Congresso), così avrei rifiutato l’invito per Mosca. Il VI Congresso mondiale comunista si tenne a Mosca nel 1928 ed io non vi partecipai. Seppi nel seguito che, per volere di Stalin, si era adottata una nuova tattica politica, che fu detta del social-fascismo, nella quale si proclamavano avversari di Mosca e del comunismo tanto i partiti fascisti che quelli socialdemocratici, e quindi si condannava l’opposta tattica di fare fronte unito con i socialisti contro il fascismo. Più tardi, nella stampa comunista ufficiale (e dopo la nota espulsione dei tre dissidenti italiani: Leonetti, Tresso e Ravazzoli) si è ammesso in polemiche retrospettive che quella tattica era stata da tempo anticipata dalla sinistra del comunismo italiano. Ed infatti, in un mio articolo del 1921 si trovano le parole: “Fascisti e socialdemocratici non sono che due aspetti dello stesso nemico di domani”.
Ingegner Bordiga, lei è stato accusato di essere poco duttile, incapace di adattare l’azione alle circostanze, incline a formare “sette rivoluzionarie”. Come risponde a queste obiezioni che vennero da Lenin e da altri al Congresso di Mosca?
Se fosse cosa attendibile che io dia, dopo tanto tempo, un giudizio storico sulle mie stesse qualità e qualificazioni, dichiarerei oggi che trovo gradita la definizione di settario, e veridica quella di non essere mai stato duttile e capace di lasciarmi suggerire evoluzioni elastiche dal mutevole avvicendarsi delle situazioni politiche e dei rapporti di forza tra le classi sociali. Le obiezioni di essere troppo settario e troppo poco duttile, sono state molto frequenti, ma non mi hanno mai deviato dal cammino, tenuto in tutta convinzione. Mai nei congressi di Mosca sono state formulate da Lenin; piuttosto da suoi frequenti e pedissequi imitatori, forse volenterosi, ma sempre ben lontani dall’aver afferrato il vero contenuto dell’alto pensiero di Lenin, come credo di aver messo in giusta e piena luce in un mio scritto sull’Estremismo di Lenin, e sulla speculazione falsaria che su di esso hanno fatto i posteriori autentici rinnegati (è stato pubblicato assieme al testo della commemorazione che pronunziai a Roma nel 1924, col titolo unico La sinistra comunista italiana sulla linea marxista di Lenin). Se è giusto pensare che la grande rivoluzione di classe non può essere avviata attraverso un banale complotto cospirativo come per le rivoluzioni che mirano soltanto a surrogare l’uno con l’altro capo o gruppo supremo, è anche doveroso riconoscere che è preferibile che il partito di classe si volga ad assumere la ferrea forma di setta, anziché tollerare che esso diluisca il rapporto di stretta disciplina della sua forte organizzazione centralizzata, come Lenin la volle, in un legame equivoco, che a volta a volta consenta che elementi o gruppi di base si diano liberamente a sperimentare o a proporre, per l’insieme del partito, azioni incontrollate e improvvisate, suggerite dalle opportunità fallaci che vengono ad offrire ai dotati di agilità politica i creduti o pretesi fatti nuovi sorgenti dal mutare delle situazioni, ossia a permettere, al posto della serietà inflessibile che deve avere l’impegno del militante rivoluzionario, una serie di evoluzioni acrobatiche ovvero, come sovente si disse, di “giri di valzer”. Sarebbe soltanto una parodia ingiuriosa per la memoria del sommo Lenin confondere il rispetto della elasticità di manovra con una simile serie di circostanze deplorevoli, che soltanto allievi impotenti e ottusi hanno osato attribuire a quell’incomparabile maestro.
Un’altra accusa che l’ha accompagnata per tutta la vita è quella di avere considerato la lotta politica nella sua astrattezza, adottando un metodo di pensiero che è stato definito “schematismo dottrinario”. Questo l’avrebbe portato a compiere gravi errori. In quale misura oggi, riconosce legittima questa analisi? O la respinge totalmente?
Respingo oggi totalmente la sedicente analisi sulla quale è stata costruita la domanda n. 23, le cui formulazioni non corrispondono alla costruzione del mio pensiero e dell’antico mio schieramento nella lotta politica e sociale; né sono obiettivamente esatte. Allorché si aderisce a un movimento di classe o alla teoria che ne ha fornito magnificamente Carlo Marx, le classi in lotta tra loro (come oggi la borghesia capitalista e il proletariato salariato) non si riducono o si rappresentano, per riprodurne la dinamica e il gioco antagonistico, come categorie concrete, ma piuttosto come concetti astratti, riferiti a fatti sociali sperimentali. L’avere abbandonato l’imperativo dell’astrattismo per surrogarvi quello facile e scorrevole del concretismo, configura il rovinoso errore di quelli che, pur divenendo in senso marxista i “traditori” della classe da cui erano usciti, ovvero, con la formula leninista, i “professionisti della battaglia rivoluzionaria”, si offrirono di essere i capi dirigenti del movimento proletario nazionale e internazionale. Credo che l’essermi io, fin dai primi tempi, arroccato sulla solida posizione dell’astrattismo, necessaria per ragioni inerenti alla vita fisiologica del movimento e della propaganda ed agitazione che ne formano l’ossatura maestra, costituisca il mio vero merito, se uno me ne deve essere riconosciuto. Credo anche che quelli i quali si sono riempiti la bocca dell’insidioso termine del concretismo, abbiano scelta la via dell’opportunismo (che ci travolse nel 1914) riaprendo una nuova era di vita morbosa per questo autentico cancro della storia umana e delle energie rivoluzionarie. Stabilite queste chiare distinzioni, mi pare di poter sostenere, a giusta ragione, che uno schematismo dottrinario fermamente trasmesso e ritrasmesso tra i vertici e la base, costituisca un connotato insostituibile nella vita del partito comunista e si poneva quindi sulla vera via che andava abbracciata per lottare contro le degenerazioni del movimento rivoluzionario mondiale, scopo a cui sono fiero di aver voluto dedicare la mia non breve vita.

Da “Storia contemporanea” n. 3 del settembre 1973

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